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Rifondazione-comunista

Il vero scandalo del caso Ingroia

Antonio Ingroia, Pm di Palermo al Congresso dei comunisti italiani

Antonio Ingroia, Pm di Palermo al Congresso dei comunisti italiani

MAURIZIO TORTORELLA Francamente, non trovo ci sia tanto da scandalizzarsi nelle parole di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, il quale ha dichiarato ieri di essere e sentirsi «partigiano», cioè «di parte», e di collocarsi dalla parte della Costituzione. Continua

Giuliano Pisapia: “Sì, il concorso esterno è un’anomalia giuridica”

L'avvocato Giuliano Pisapia

L'avvocato Giuliano Pisapia

“Concorso esterno in associazione mafiosa”: un reato “fuori legge”? “Per la verità non si tratta nemmeno di un reato!” Risponde Giuliano Pisapia, giurista e avvocato penalista, ex Presidente della Commissione Giustizia quando era deputato di Rifondazione Comunista. Dal giorno della sua introduzione il reato, e nemmeno possiamo definirlo tale, di “concorso esterno” presenta infatti una profonda anomalia: non essere contemplato da nessuna norma scritta che ne stabilisca natura, applicazione e limiti. Un vuoto legislativo colmato negli anni dalla sola giurisprudenza, con tutte le contraddizioni che ne seguono. Continua

Sansonetti: la mia Liberazione? Fare il sindaco di Bologna

Piero Sansonetti

Fino a qualche giorno fa, la situazione sembrava definita: a Bologna, per il dopo Cofferati lo scontro tra Pd e Pdl si sarebbe giocato tra il prodiano Flavio Del Bono e l’ex patron della squadra di calcio rossoblu Alfredo Cazzola. Terzo incomodo Giorgio Guazzaloca, sostenuto dall’Udc, della cui candidatura qualcuno iniziava persino a dubitare.

Come al solito, però, in casa Pdl sono arrivati i sondaggi, che hanno riservato più di una sorpresa. In uno, commissionato il 15 gennaio, sarebbe emerso che tra gli elettori del centrodestra il gradimento di Guazzaloca doppierebbe quello di Mister Motorshow (56% contro il 24%). Le idee si sono fatte meno nette: il gradimento del Presidente del Consiglio nei confronti dell’imprenditore (“mi piace, ha lo stesso tipo di temperamento che ho io” avrebbe commentato il premier) resta sempre alto, ma il Pdl bolognese si è comunque preso qualche giorno di tempo per decidere. Anche perché la rivelazione risale a più di una settimana fa, quando la campagna di Cazzola non era neppure iniziata.

Ha poi integrato la proposta elettorale la lista indipendente “Bologna città libera”, ideata da Bifo e Valerio Monteventi, che a lasciare scoperta la parte politica alla sinistra del Pd proprio non ci sta. Decidendo di schierare tre nomi assai noti all’elettorato bolognese (e non solo a quello): il poeta Nanni Balestrini, lo scrittore Valerio Evangelisti e il giornalista Piero Sansonetti, da poco sostuito alla direzione di Liberazione da Dino Greco.

“Una scelta” dice Sansonetti a Panorama.it  “che per il momento è una generica disponibilità a condividere quel progetto e che non so ancora come si tradurrà concretamente”.
Dunque, non è impensabile che lei possa candidarsi a sindaco.
Stiamo a vedere. Di sicuro, per ora, non si è parlato di una mia candidatura, io resto comunque un giornalista e vorrei continuare a fare quello.
“Bologna città libera” correrà da sola o si alleerà con Rifondazione Comunista?
Su questo deve decidere il partito. Certo è che i primi contatti con questo gruppo sono nati proprio attraverso il Prc: mesi fa, quando ero direttore di Liberazione, infatti, stabilimmo di pubblicare un settimanale abbinato al quotidiano che doveva sostenere il progetto della lista di Monteventi. Del resto, la campagna del partito di Ferrero è tutta incentrata nel messaggio: ripartire in basso a sinistra. E questa iniziativa mi sembra proprio che coincida con quel messaggio.
A proposito: la situazione in casa Rifondazione non sembra molto rosea. Due giorni fa, Nichi Vendola ha dato l’annuncio che sabato abbandonerà Rifondazione.
Le prospettive, per tutta la sinistra, sono difficilissime. Le uniche possibilità passano per la necessità di ricominciare a fare politica, di trovare luoghi dove ci si possa unire. La linea “esistiamo solo noi, evviva il comunismo, evviva il Muro di Berlino” non va in questa direzione. Vendola ne ha preso atto e fatto l’unica scelta possibile.

Vendola e lo strappo annunciato: “Lascio Prc, casa snaturata”

Nichi Vendola

Sabato prossimo “chiuderemo una stagione politica e faremo i conti con la crisi travolgente della politica”. E ancora: “Rifondazione Comunista è una casa snaturata e per questo mi dedicherò a ricostruire una sinistra curiosa del mondo che cambia”. Parola del governatore pugliese Nichi Vendola, che poche ore fa ha annunciato di lasciare Rifondazione Comunista.
Lo strappo, di cui si parlava ormai da settimane, alla fine si è attuato. Per il momento, l’abbandono dal partito è individuale: “
Io parlo per me” ha detto Vendola, “non voglio una leva militare, non chiedo un reclutamento. Ognuno deve fare i conti con la propria coscienza”. Ma è impensabile che le dimissioni del presidente della regione pugliese non si trascinino dietro via almeno una parte della dirigenza del partito.

Teatro del nuovo psicodramma della sinistra radicale sarà l’assemblea di Rifondazione che si svolgerà a Chianciano durante il fine settimana. Una decisione, quella di Vendola, nata dalle recenti vicende congressuali del partito, svoltosi proprio a Chianciano nel luglio scorso, che aveva portato alla segreteria Paolo Ferrero.
L’ex ministro della Solidarietà Sociale dell’ultimo governo Prodi aveva sconfitto ai punti proprio Nichi Vendola, forte dell’appoggio dell’area bertinottiana. Il governatore pugliese si era presentato al congresso con una maggioranza relativa, ma non era bastato: tutto il resto del partito si era infatti coalizzato contro la sua elezione, appoggiando proprio la mozione di Ferrero e determinando un risultato (51% contro 49%) che non aveva affatto lasciato presagire armonia in casa comunista.

E proprio subito dopo l’elezione, erano sorti i primi dissidi: Ferrero aveva immediatamente lasciato intendere che il progetto della Sinistra Arcobaleno, che era costato ai rifondaroli l’esclusione dal parlamento, andava considerato morto e sepolto. Opinione opposta a quella dell’area vendoliana, che invece sperava ancora in una riunficazione della sinistra radicale e in un “dialogo costruttivo” con il Pd di Veltroni.
Una crisi, questa, proseguita con le vicende interne al quotidiano di riferimento, Liberazione. Dopo una lunghissimo braccio di ferro, il direttore del gironale Piero Sansonetti era stato sostituito dal sindacalista Dino Greco, per otto anni a capo della Camera del lavoro di Brescia.

La frattura non ha evidentemente aiutato la coesistenza delle due anime del partito. Ed infatti proprio ieri, Vendola, aggiungeva: “bisogna fare politica per passione e anche per divertimento. Vivere in un luogo come separati in casa, gli uni in contrasto con gli altri, mi pare un non senso. Quando quella non è più casa tua è importante prenderne atto e mettersi a cercare una casa nuova”.
Quasi certa, a questo punto, la costituzione di un nuovo partito che tenti una federazione con verdi, socialisti e sinistra democratica. Dopo la scissione di undici anni fa (che diede vita al Pdci di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto), Rifondazione si trova di fronte a un nuovo bivio che potrebbe costarle caro. Anche perchè le elezioni europee sono ormai dietro l’angolo: a giugno si capirà quanto abbiano effettivamente pesato le ultime scelte dei dirigenti comunisti.

Torna Fausto, l’ex Subcomandante. Ora da soldato semplice farà il direttore

Fausto Bertinotti

È tornato: ma non più da Subcomandante Fausto. Da soldato semplice: “Quello che ho da dire al congresso di Rifondazione Comunista, lo dirò sabato mattina a Chianciano da delegato di base della Federazione di Cosenza…”.
Lo ha spiegato l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, durante una conferenza stampa di presentazione del numero estivo della rivista Alternative per il Socialismo, in cui appare un suo articolo dal chiaro titolo “Le ragioni di una sconfitta”. Torna, ma non per un ruolo di leadership politica: “Non esistono uomini per tutte le stagioni” ripete più volte il leader “e io ora voglio dedicarmi alla ricerca e all’approfondimento”.

Anche se venisse applaudito e acclamato dal popolo della sinistra, gli chiedono i cronisti? Bertinotti è netto: “Per me, si tratterebbe soltanto di una grande manifestazione di affetto dei compagni della sinistra verso cui avrei una grandissima riconoscenza”. Ma ribadisce di voler fare altro: “Non mi sento più in sintonia con la fase politica attuale: ho fatto degli errori in campagna elettorale e guardando da fuori me ne rendo conto, se fossi ancora dentro non avrei la lucidità per poterli analizzare e capirli”. Come? Da direttore della rivista che d’ora in poi diventerà un centro studi (lo affiancheranno Rina Gagliardi e Aldo Garzia). “Il mio” assicura Bertinotti “non è un vezzo: ho ambizioni politiche, ma non partitiche. Sono soltanto diversamente ambizioso. Voglio dare così il mio contributo alla costruzione di una sinistra anticapitalistica, che non può ripartire solo dall’Italia, la sinistra va ripensata in termini europei”.

L’ex candidato premier della sinistra, che alle elezioni politiche ha subito una batosta durissima, aggiunge: “Durante il governo Prodi avremmo anche potuto limitare i danni, ma se un anno fa lo avessi fatto cadere non credo che ci saremmo salvati. Avremmo solo potuto limitare i danni”. Una riduzione del danno che comunque forse avrebbe permesso alla sinistra di entrare in Parlamento. E su cui Bertinotti fa mea culpa: “Non abbiamo detto la verità al popolo della sinistra. Dicevamo di voler costruire una nuova sinistra (l’Arcobaleno), ma era facile per la gente vedere che non era così: che ognuno coltivava il proprio orticello”.
E chissà che nelle parole rivolte all’analisi del passato del soldato semplice Fausto non ci sia un guardare anche alle dinamiche della sinistra che in questi giorni sta svolgendo, divisa, i propri congressi.

La marcia a ostacoli di Vendola alla leadership di Rifondazione

 Nichi Vendola
Fratelli coltelli: a sinistra, la resa dei conti è iniziata e rischia presto di trasformarsi nella versione “soft” di una vera e propria guerra civile.

Ormai da giorni, in casa Rifondazione, a disputarsi ledaership e programmi sono in due: l’ex ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e il governatore pugliese Nichi Vendola. E quest’ultimo è dato nettamente in svantaggio: l’eredità che porta con sé è infatti quella della vecchia gestione firmata dal ticket Franco Giordano-Fausto Bertinotti, veri sostenitori della sua corsa alla segreteria. Proprio l’ex leader di Prc era ieri a Bari per partecipare all’assemblea di presentazione del “Manifesto per la Rifondazione“.
Una presenza che si potrebbe rivelare ingombrante per Vendola, anche perchè sono state le stesse sezioni pugliesi del partito ad aver nutrito dubbi e perplessità sulla sua decisione: dai dirigenti provinciali a quelli comunali, in queste ore è stata una corsa a smarcarsi da posizioni nette ed appoggi entusiastici in favore del governatore. Una delle obiezioni che si muovono al presidente della Regione è infatti quella del doppio incarico. Incompatibilità che per Franco Giordano non esiste, dal momento che “anche Veltroni ha fatto la stessa cosa, sebbene per un lasso di tempo inferiore”.

E proprio riguardo al rapporto con l’ex sindaco di Roma e con il Pd si sono intraviste le prime mosse politiche di Nichi Vendola: ai messaggi di riconciliazione di Walter, sempre più orientato a riaprire il dialogo con gli alleati alla sua sinistra, sono seguite le parole nette del governatore pugliese. “Il Pd non può pensare di rappresentarci in Parlamento. Il Pd di Veltroni, con la sua deriva neo-centrista non può inglobare la nostra voce, Rifondazione parlerà con la propria ugola” ha intimato il presidente della Regione.

Un no secco insomma, probabilmente pronunciato più per gli umori interni al partito che per le agenzie e i microfoni della stampa. Il rischio che intravede parte di Rifondazione è infatti quello che a medio termine la leadership di Nichi possa trasformarsi in un potenziale biglietto di ingresso all’interno dell’area democratica (lo stesso pericolo che sta “correndo” Sinistra Democratica del neo leader Claudio Fava).

Anche per questo, ma forse soprattutto per questo, per Vendola la strada per la segreteria è tutta in salita.

Rifondazione chiude l’era Bertinotti. Vince Ferrero, Vendola è pronto alla sfida

Il leader del Prc Franco Giordano (D) e il presidente della Regione Puglia , Niki Vendola si abbracciano in occasione della riunione del comitato politico del partito | Ansa
Cala il sipario sulla stagione del Prc segnata da Fausto Bertinotti. Nel giorno della resa dei conti in Rifondazione, va in scena l’ultimo atto della “tragedia” politica iniziata con la batosta elettorale.
Si dimette il gruppo dirigente guidato da Franco Giordano, prevale una nuova maggioranza capitanata da Paolo Ferrero d’intesa con Claudio Grassi, leader di Essere comunisti. A guidare il partito, in vista del congresso straordinario fissato per il 17-20 luglio, sarà un comitato di garanzia, frutto di un compromesso tra le diverse anime del Prc, dove ad avere la maggioranza di rappresentanti è il duo Ferrero-Grassi. Il d-day di Rifondazione inizia molto presto. Anzi, a vedere le facce stanche di molti dirigenti, la discussione non si è mai interrotta. Dopo il nulla di fatto di ieri, la trattativa per evitare la spaccatura è proseguita nella notte. In una lunga riunione a cui hanno partecipato rappresentanti delle due fazioni si è cercato fino a un attimo prima del voto di trovare un accordo. Ma senza successo.
A tentare l’ultima mediazione ci ha provato alla fine lo stesso segretario uscente, chiamando in un angolo Ferrero. Venti minuti di discussione e l’ennesimo nulla di fatto.

L’unico compromesso raggiunto tra i contendenti riguarda il dispositivo comune ai due documenti, con le regole per la gestione del partito fino al congresso di luglio. Poi, arriva il momento del voto, che consegna la vittoria alla nuova maggioranza di Ferrero, 98 voti contro 70. Un risultato meno netto di quanto non dicano i numeri, visto che a pesare sull’esito della conta è il contributo dato da Claudio Grassi, leader della minoranza di Essere Comunisti: 38 voti sui 98 totali. E così i ‘bertinottiani’, malgrado i 70 voti ottenuti, vedono il bicchiere mezzo pieno: “Sono fiducioso per il congresso” dice Giordano “il documento di Ferrero non contiene i capisaldi della nostra cultura, mi sembra più un cartello elettorale”. Il vincitore preferisce mettere uno stop alle polemiche e concentrarsi sul risultato: “Da oggi il partito ha una linea politica dobbiamo lavorare per rilanciare Rifondazione”. Per la neo maggioranza però il cammino si preannuncia in salita. Grassi ci tiene a sottolineare il contributo di Essere Comunisti, ma Alfio Nicotra, uomo vicino a Ferrero, mette le mani avanti: “Noi puntiamo al dialogo e il risultato di oggi non delinea l’alleanza del congresso.

Credo che sia difficile un’alleanza con Grassi perché proveniamo da culture diverse”.
Prima di lasciare la prima linea, è però Giordano a togliersi qualche sassolino. Il segretario che lascia difende la linea politica dettata da Bertinotti al congresso di Venezia e respinge al mittente le accuse che nel corso della giornata sono rivolte all’ex candidato premier della Cosa rossa, assente alla riunione e da giorni in un silenzio assoluto. “Io mi dimetto per la sconfitta elettorale”, dice emozionato dal palco Giordano. E poi, rivolgendosi a Ferrero, attacca: “Paolo, te lo dico con sincerità: non posso dimettermi a causa di una cultura del sospetto”. Bocciata l’idea di una costituente comunista con Oliviero Diliberto, Giordano invita a un’ultima riflessione: “Il problema non è conservare l’esistente ma investire in un progetto nuovo a partire dal Prc”.

La battaglia quindi è rinviata a luglio, quando a sfidare Ferrero ci sarà con ogni probabilità il governatore della Puglia Niki Vendola.
Un passaggio di consegne che Giordano sottolinea dal palco, al momento dell’addio, quando dedica a Vendola l’abbraccio più lungo.

Spese elettorali ai raggi x, oltre 120 i milioni di euro sborsati. Nel 2006

Il piazzale antistante palazzo Montecitorio | Ansa
Per le elezioni del 2006, partiti, movimenti, liste e gruppi di candidati hanno sborsato oltre 122 milioni di euro. Ma dal totale sono escluse le spese affrontate dai singoli candidati. Non solo. I contributi da parte dello Stato in base ai voti ottenuti ammontano a poco più di 91 milioni di euro e saranno erogati fino al 2010. Così la Corte dei Conti passa ai raggi x gli esborsi della passata tornata elettorale e pubblica oggi il documento trasmesso ai presidenti delle Camere sui consuntivi delle spese e dei relativi finanziamenti. Sotto le lente della magistratura contabile sono finite in tutto 71 formazioni politiche che si sono presentate alle elezioni del 2006.

Con i suoi 50 milioni di euro è stata sicuramente Forza Italia la formazione che ha speso di più. Praticamente oltre un terzo del totale. Lo schieramento guidato da Silvio Berlusconi, evidenzia la Corte, ha ricevuto come contributo statale 12.343.500,77 di euro per la Camera e 13.413.965,84 per il Senato. Al secondo posto si piazza l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Nel 2006 il suo partito ha speso per le elezioni 12.389.160, 58 euro. In cambio ha ricevuto rimborsi pari a 7,3 milioni di euro. Seguono, quasi a pari merito, la Margherita del vicepremier Francesco Rutelli che per le elezioni del 2006 ha speso 10,6 milioni di euro e i Democratici di Sinistra con 10,4 milioni di euro. Quasi 8 milioni ha sborsato Alleanza Nazionale, poco più di 7 l’Ulivo. La Lega Nord di Umberto Bossi ha speso invece circa 5 milioni di euro mentre i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio 4,3 milioni, un po’ meno la Rosa nel Pugno. Si attestano sui due milioni di euro gli esborsi dell’Italia dei Valori, del Partito dei comunisti italiani, di Rifondazione Comunista e dell’Udeur di Clemente Mastella.

Tra le liste che dichiarano di non aver speso un euro ma che hanno beneficiato dei rimborsi elettorali ci sono Forza Italia-An che si sono presentate insieme in Valle d’Aosta (poco più di 33mila euro) e la Lista dei consumatori (113.676,43 euro). Tra i rendiconti delle formazioni in cui si sono riscontrate irregolarità il più noto dei simboli è quello di Rifondazione Comunista. In particolare, osserva la Corte, “non è stata data la dimostrazione documentale delle spese sostenute dalle circoscrizioni regionali per la Direzione nazionale, per un importo di euro 502.072,15″. Per il resto, concludono i magistrati contabili, “l’analisi non ha riscontrato rilevanti profili di difformità né irregolarità”. E fra dieci giorni si ricomincia.

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