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Rifondazione-comunista

Da Montecitorio alle Ande: Bertinotti in Sud America

Fausto Bertinotti, presidente della Camera

di Mario Sechi

È un viaggio verso l’utopia, verso il mondo nuovo. Il 2008 di Fausto Bertinotti s’apre con un tour sudamericano. Quattro tappe, un poker di paesi mito dell’immaginario della sinistra italiana che, nonostante le fratture carsiche e le divisioni in superficie, continua a sognare di poter essere un giorno “unida”. Nomi che “attengono alla sfera mondiale della politica” dice Bertinotti a Panorama, e che evocano simboli storici: Bolivia (dove cadde il Che), Perú (la ribellione degli inca), Ecuador e Venezuela (due tessere del mosaico della Grande Colombia di Simón Bolívar).
Il presidente della Camera sta mettendo a punto i dettagli in queste ore: 11 giorni di missione, si parte il 7 gennaio da Roma. Atterraggio a La Paz per la prima tappa, in Bolivia, il giorno dopo alle 8 del mattino. “L’arrivo potrebbe ritardare di 1 ora e 30 minuti causa vento contrario” recita con precisione il promemoria dell’ufficio del cerimoniale di Montecitorio.
Bertinotti invece cerca il vento a favore. Serve per il suo progetto politico, per dare sostanza e programma alla Cosa rossa. Uomo colto, sensibile alle suggestioni, alle culture e al mix di socialismo, mercato e dirigismo che alberga nel ventre di quei paesi, si inoltra per la seconda volta da quando è presidente della Camera in quel continente quadro di contraddizioni, pencolante tra dittatura e democrazia, povertà e ricchezza, idealismo e realismo, quest’ultimo non sempre magico come quello letterario.
È magma in movimento e a una sinistra incapace di scrollarsi di dosso la polvere dei decenni, i frazionismi, i personalismi, il film della contemporaneità sudamericana piace. D’altronde, non parliamo certo di una novità, di una svolta recente. La storia è costellata di tentativi d’imitazione, rielaborazione, rivisitazione spesso tragica di quelle esperienze.
La sinistra italiana è sempre stata sensibile a tutto quello che accade nel quadrante che parte da Cuba, attraversa le Ande e si spegne nella Terra del Fuoco. Fu il segretario del Pci Enrico Berlinguer a guardare con grande interesse e troppa speranza all’esperienza della Unidad popular di Salvador Allende. L’influenza di quel modello si fece sentire sulla politica del segretario comunista, sulla strategia del compromesso storico, sull’arco di storia che va dal 1973 al 1984.
Quella linea di pensiero è stata ripresa dallo stesso Fausto Bertinotti, prima con la fascinazione per il subcomandante Marcos (il leader dell’esercito zapatista messicano), al punto da portare anch’egli con orgoglio l’appellativo di “subcomandante Fausto”. Poi durante il primo viaggio in Sud America nel 2007, quando, proprio dal Cile, aveva lanciato un segnale di rottura con le icone del “movimento” che si muove in parallelo a Rifondazione. “Allende è meglio di Che Guevara” disse il presidente della Camera in quell’occasione. Si aprì un dibattito sui giornali, ma non ebbe quel che meritava davvero: la fortuna di durare.
Bertinotti però in questi mesi ha continuato a pensare a quella sua prima esperienza, alla frontiera del Sud America, al laboratorio politico discusso, discutibile, ma certamente nuovo e dinamico di quella sinistra di cui il presidente venezuelano Hugo Chávez è il simbolo. Bertinotti incontrerà Chávez il 16 gennaio e non sarà solo uno scambio di cortesie istituzionali. Per Fausto c’è molto di più in gioco.
Al cronista di Panorama il presidente della Camera offre una lettura doppia, politica e culturale. Ci sono le ragioni della politica estera, perché “questo secondo viaggio in America Latina rappresenta il completamento di una nuova stagione nei rapporti fra Italia, Europa e Sud America. Una nuova stagione che mette fine a un periodo di una qualche distrazione su questa materia. Questo secondo viaggio vuole anche valorizzare un nuovo protagonismo sulla scena mondiale” spiega il Bertinotti in versione diplomatica.
C’è l’attenzione per il magma che ribolle in quella parte del mondo, perché “appena un anno fa, nel primo viaggio nella parte meridionale di quel continente (Argentina, Cile, Brasile, Uruguay), è stato possibile vedere da vicino esperienze di grandi paesi, abbiamo visto fiorire e sviluppare rapporti di amicizia, abbiamo capito e toccato con mano il punto di forza di un rinascimento che riguarda, pur tra tante difficoltà, tutta quella parte di mondo” ribadisce il Bertinotti che insegue il vento della izquierda unida.
C’è il fascino del problema globale, dello sfruttamento dei poveri, di un altermondismo da costruire, perché “soprattutto, e qui ecco la novità e lo spunto che offre l’imminente trasferta, si vuole indagare la questione indigena, di particolare interesse storico e culturale. La questione indigena riveste un peso e un’importanza di primo piano nelle vicende dell’America Latina e riguarda direttamente i problemi dell’integrazione e del riconoscimento delle diversità”.
Temi che forse potrebbero apparire remoti, eppure “sono fondamentali perché attengono alla sfera mondiale della politica. E riguardano in primo luogo anche l’Europa. Stiamo parlando di convivenza, di coesistenza. Per dirla diversamente, si sta parlando del grande tema della nuova cittadinanza” dice il Bertinotti mondialista.
Il presidente della Camera non ignora che tra questi paesi ci sono grandi produttori di petrolio. Con il barile del greggio che sfiora i 100 dollari, incassano cifre da capogiro, ma sottosviluppo e miseria sono ancora là.
Non ignora che Hugo Chávez ha programmi militari ambiziosi, che il suo controllo sui media è quasi totale, che persegue una politica che non è solo di autonomia dagli Stati Uniti ma qualcosa che richiama all’antimperialismo. Fenomeno complesso.
Hugo Chavez, presidente del venezuela
Bertinotti sa che quando stringerà la mano a Hugo Chávez, quello sarà un flash simbolico che in Italia aprirà discussioni sul suo rapporto con i nuovi condottieri del socialismo del Ventunesimo secolo. Per questo il viaggio di Bertinotti è un mix di incontri istituzionali e immersione rapida nel mondo reale, quasi un educational.
A La Paz visiterà il progetto “Unicef Fortalecimiento de las defensorías de la niñez” e incontrerà le ong italiane prima di parlare di politica e sinistra con il presidente Evo Morales, già leader del movimento dei cocaleros boliviani.
In Perú, dopo aver inaugurato un affresco di Giuseppe Garibaldi sul muro esterno dell’ambasciata italiana a Lima, salirà in macchina per vedere l’impresa YoPer contro la prostituzione infantile e poi passeggerà nei cerros, i quartieri più poveri della città.
Il debito pubblico dei paesi poveri sarà il protagonista a Quito, con la riunione al Fondo italoecuadoriano che gestisce il condono del debito bilaterale di 27 milioni di dollari.
A Caracas, dopo aver incontrato Chávez, Bertinotti potrebbe conoscere il lavoro degli architetti dell’Urban think tank che stanno ridisegnando i barrios della capitale venezuelana.
È un viaggio tra paradiso e inferi. Potrebbe uscirne un Bertinotti trasfigurato e più disponibile, dopo 2 anni in cui ha imprigionato nella grisaglia istituzionale se stesso e il suo partito, ad archiviare una stagione deludente per riprendere il viaggio verso l’utopia.

Tra Prc e Prodi è scoppiata la guerra fredda. A colpi di citazioni poetiche

Il presidente del Cnsiglio, Romano Prodi, e il presidente della Camera Fausto Bertinotti | Ansa
E adesso è tutto un fiorire di metafore: tutti d’accordo i commentatori nel sostenere che al governo che da un anno e mezzo si arrabatta in zona Cesarini, Fausto Bertinotti, presidente rifondarolo della Camera, con le dichiarazioni rilasciate a Repubblica, abbia dato il triplice fischio finale: “Dobbiamo prenderne atto: questo centrosinistra ha fallito. La grande ambizione con la quale avevamo costruito l’Unione non si è realizzata…”.
Insomma, se per l’esecutivo dell’Ulivo sta suonando la campana, a farla vibrare è il padre storico del Prc.
Metafore, calembour, modi dire, citazioni. Non si può dire che non abbia usato uno stile garbato, almeno nei toni, il presidente Bertinotti per tentare il bis del ‘98 (dieci anni fa, esatti), quando, da semplice deputato staccò la spina al primo governo del Professore bolognese.
Nel suo atto di sfratto verso l’inquilino di Palazzo Chigi, il leader di Rifondazione ha usato una caustica citazione di Ennio Flaiano, laddove l’autore del Marziano a Roma chiama in causa un altro nome illustre della poesia contemporanea, l’ormai anziano Vincenzo Cardarelli, definito “il più grande poeta italiano morente”: un’inversione logica del luogo comune, affidata a quel “morente” al posto del consueto “vivente”, date le precarie condizioni di salute dell’anziano poeta. E siccome, come ha fatto notare Jena su La Stampa, Prodi poeta non è, va da sé che resta solo il morente…
Ma quello della poesia pare essere un terreno privilegiato dagli esponenti di maggior spicco del Prc, per le loro sortite polemiche. L’attuale segretario, succeduto a Bertinotti, Franco Giordano si era invece ispirato al poeta dialettale romano Carlo Alberto Salustri, alias Trilussa, per rimbrottare Walter Veltroni, nel luglio scorso sulla sua proposta del leader del Pd di un patto generazionale sul welfare: l’incursione letteraria di Giordano si riferiva al celebre e graffiante sonetto con cui Trilussa tirava in ballo i polli per prendersi gioco della statistica: “Me spiego: da li conti che se fanno seconno le statistiche d’adesso risurta che te tocca un pollo all’anno: e, se nun entra ne le spese tue, t’entra ne la statistica lo stesso perché c’è un antro che ne magna due“.
Tornando all’oggi, non che il premier sia da meno nell’uso di citazioni. Stando al Corriere della Sera pare che, incassando la sparata di Fausto il rosso, abbia detto: “È tornato lo scorpione”. Quello che nella storiella popolare alla fine punge la rana, anche a costo di annegarci assieme, perché questa è la sua natura.
Pur ingentilite da riferimenti letterari, sono insomma scosse elettriche a correre sull’asse di quello che fu, se davvero è mai esistito, il “Prodinotti”. Tanto che, preoccupata, il ministro dello Sport Giovanna Melandri prova a stemperare i toni, esortando il presidente della Camera a “non buttare via il… poeta con l’acqua sporca”.

Welfare: perché la sinistra vuol mollare Prodi

Romano Prodi e Fausto Bertinotti
Secondo Guglielmo Epifani “soltanto il sì al referendum sul welfare può salvare questo governo”. Giusto. Ma paradossalmente il sì nella consultazione (che si terrà tra l’8 e 10 ottobre) potrebbe anche accelerarne la caduta. E’ ancora il segretario della Cgil ad aggiungere: “Se il voto nelle fabbriche approverà il protocollo su welfare e pensioni, è ovvio che quell’accordo dovrà restare così come è”. Ma ora è l’estrema sinistra - non solo qualche testa calda come i senatori Rossi e Turigliatto, ma adesso l’intero vertice di Rifondazione, e personalmente Fausto Bertinotti - a chiedere che il patto venga ridiscusso. A sostenere che la politica sociale non può essere delegata esclusivamente ad accordi tra palazzo Chigi e sindacato, “perché le confederazioni non rappresentano più gli interessi dei più deboli,, degli esclusi, dei precari”. Ed anche tra gli operai, Rifondazione e Pdci sono convinti che in alcune fabbriche, a cominciare da Mirafiori, saranno più i no che i sì.

Che cosa prevede il famoso protocollo, che Prodi venerdì notte ha lasciato fuori dalla Finanziaria proprio per non rompere con la sinistra? Racchiude gli accordi raggiunti su pensioni, lavoro, competitività e giovani. Pensioni a parte, è proprio tutto il resto a non andare giù a Bertinotti, a Franco Giordano, a Oliviero Diliberto ed ai loro partiti, ma soprattutto al loro bacino elettorale. Volevano una riforma radicale della legge Biagi e hanno ottenuto solo qualche ritocco. Chiedevano misure che incoraggiassero le aziende a concedere aumenti contrattuali per la paga base degli operai, e invece c’è la detassazione degli straordinari. Quanto ai giovani, l’intesa prevede sgravi per lavori flessibili che fanno a botte con l’aumento dei contributi per i precari.

Insomma, dal loro punto di vista i partiti massimalisti tutti i torti non li hanno. Ma la battaglia più che sui principi si combatte sui calcoli elettorali. Fino a questo punto Rifondazione e Pdci hanno sostenuto Prodi, convinti che questo governo fosse il male minore. Adesso, anche in seguito all’ondata di antipolitica e di grillismo, la sinistra estrema sta ragionando se non gli convenga recuperare la propria autonomia, cioè tornare all’opposizione e cavalcare la protesta e il disagio sociale. Per di più teme, l’estema sinistra, che il Partito democratico la tagli comunque fuori da futuri esperimenti di governo.

Anche i sondaggi sono impietosi, sia per Rifondazione sia per la verità per il Pd. Protesta e grillismo colpiscono soprattutto a sinistra. Ma mentre Veltroni e alleati un futuro comunque ce l’hanno, anche all’opposizione, la sinistra radicale teme l’isolamento. E allora, se la nave di Prodi deve affondare, meglio aggrapparsi alle barricate che andar giù con il Professore e con Padoa-Schioppa.

Sciopero fiscale: un refrain bossiano? Macché, per primo ne parlò un comunista

L’annuncio dato a Ponte di Legno dal leader della Lega Umberto Bossi di voler attuare uno sciopero fiscale, anticipato dalle parole di qualche giorno fa del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli (”dietro l’angolo c’è uno sciopero fiscale, che nemmeno il buon Dio potrà fermare”) è l’ultimo in ordine di tempo su un argomento che ha spesso tenuto banco negli ultimi anni. Bossi lo usò per la prima volta già nel 1992. Ma in quell’occasione non fu il solo, visto che una minaccia analoga arrivò da un esponente di Rifondazione Comunista.

Ecco una breve cronologia delle affermazioni più significative da allora:
- 26 AGO 1992: Uno “sciopero fiscale contro il governo Amato” viene preannunciato dal leader di Rc Sergio Garavini, in un articolo su Liberazione. Garavini scrive: “occorre battersi per la revoca di buona parte dei provvedimenti economici adottati dal governo”. E si rivolge alla Cgil, al Pds, ai Verdi e alla Rete proponendo “il ricorso allo sciopero fiscale già praticato, con successo, in altri paesi”.

- 1 SET 1992: Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, in una intervista a Epoca rilancia i termini della mobilitazione della Lega in campo fiscale: tutti i contribuenti del nord vengono invitati a non pagare l’imposta straordinaria sugli immobili e i bolli per patenti e passaporti.

- 11 LUG 1993: In un comizio a Pontida Bossi afferma: “Se dopo l’approvazione della Finanziaria non saranno convocate nuove elezioni potremmo chiamare la gente ad uno sciopero fiscale generalizzato”. E il giorno dopo rincara la dose: “Lo sciopero fiscale è il mezzo costituzionale per imporre al governo di rispettare la Costituzione stessa”; aggiungendo: “la Lega considera una forma di improrogabile autodifesa la ’secessione fiscale”‘. L’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano gli risponde: “naturalmente tutte le proteste sono legittime e ciascuno può avere le sue ragioni, ma diverso è trasgredire delle norme di carattere giuridico che hanno le loro radici in principi costituzionali”.

- 16 FEB 1997: Umberto Bossi, durante il suo intervento al Congresso del partito, afferma: “Se Prodi, D’Alema e la bicamerale non riconoscono subito il diritto all’autodeterminazione della Padania noi ci vediamo costretti allo sciopero fiscale”.

- 7 MAG 2006: Il leader della Cdl Silvio Berlusconi, parlando al Palalido a proposito della corsa al Quirinale, dice: “Non ci sentiamo rappresentati se non siamo nelle istituzioni. Non accetteremo di pagare le tasse. Faremo anche noi gli scioperi che hanno fatto loro. Faremo anche noi lo sciopero fiscale”. E aggiunge: “Questa ultima è una ipotesi da prendere in considerazione ove mai ci fosse un comportamento che ritenessimo negativo per il Paese da parte della sinistra”.

- 5 GIU 2007: il leader della Cdl Silvio Berlusconi, arrivato a Lucca per la campagna elettorale in vista dei ballottaggi, parla della necessità di un “gesto forte nei confronti di questo governo” come quello di “scendere in piazza contro la pressione fiscale”. Per quanto riguarda un vero e proprio sciopero fiscale aggiunge che “ce lo chiede la gente, ma noi siamo veri democratici”. Successivamente Berlusconi telefona in diretta al programma Ballarò su Rai Tre, per smentire di aver mai detto di volere lo sciopero fiscale nel suo comizio a Lucca: “Smettiamo di dire falsità perché non è pensabile che il signor Berlusconi, leader del principale partito italiano, possa aver detto una cosa così assurda”.

Cazzola: il muro di Berlino delle pensioni è ancora in piedi. E costa caro

In primo piano i moduli di richiesta della pensione dell'Inps
“L’Italia è l’unico Paese che investe le proprie risorse per diminuire l’età pensionabile, invece di aumentarla. Come invece succede nel resto del mondo”. Ci tiene a ribadire il concetto Giuliano Cazzola, senior advisor del centro studi Marco Biagi e uno dei massimi esperti italiani in materia previdenziale. Lui è andato in pensione nell’aprile 2006, quando ha raggiunto “quota 113″: 66 anni d’età e quasi 47 di contributi. C’è uns cosa che proprio non gli va giù: chiamare pensioni “di anzianità” quelle di chi si ritira a 57 anni. Una soglia difficile da abbattere, che lui chiama “il nostro muro di Berlino”.
Allora Cazzola il muro, anzi lo scalone, è stato abbattuto? Prodi, dopo aver gioito per l’accordo con i sindacati e il sì del Consiglio dei ministri ha detto di sì…
Beh, se l’impostazione della proposta di Romano Prodi (qui il documento in .pdf) terrà, si può dire che sì: lo scalone non c’è più. Ma c’è un nuovo binomio di quote e scalini su cui il governo potrebbe ancora inciampare… Ma soprattutto, con questa proposta, a zoppicare sarà il sistema Paese.
Perché?
Perché ci vogliono un sacco di soldi per coprire questa riforma. Tanti da mettere a rischio i conti pubblici. Dicono che l’abolizione costerà 10 miliardi tra il 2008 e il 2016. In realtà, questo è il costo dell’innalzamento graduale dell’età perché l’abolizione totale costerà invece 65 miliardi.
Ma il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa sostiene che “la proposta avrà un costo netto pari a zero”.
Meglio specificare: nel documento d’intesa è chiaramente detto che i costi delle nuove misure saranno coperti interamente all’interno del sistema previdenziale. Vuol dire che per coprire questi 10 miliardi di euro il governo intende risparmiare 3,5 miliardi grazie alla razionalizzazione degli enti previdenziali e incassare circa 4.55 miliardi dall’aumento delle aliquote contributive. Ma c’è un ma.
Quale?
Secondo le mie stime, che sono simili a quelle della Ragioneria Generale dello Stato, questa è un’altra araba fenice. Finora numeri concreti non sono stati dati. I risparmi consistenti, creando il cosiddetto Super Inps, si otterrebbero solo nel lungo termine e riducendo il personale. Ma non penso che il sindacato lo consenta.
Poi, a quanto dice il ministro Damiano, altri 3,6 miliardi deriverebbero dall’aumento delle aliquote contributive dei parasubordinati, 800 milioni da quelle dei parasubordinati non esclusivi e 700 milioni dell’armonizzazione dei fondi speciali. E a me questa sembra una scelta iniqua.
In che senso?
Quest’anno alla gestione separata dell’Inps entreranno 1,2 miliardi di maggior gettito contributivo. Trovo iniquo continuare ad aumentare l’aliquota dei lavoratori atipici con la scusa che in questo modo aumenta la pensione. È un pretesto per far cassa a scapito di categorie che non possono protestare perché non hanno un sindacato alle spalle. Come invece ha quella minoranza di imminenti pensionati che litiga su scalini e scaloni .
Insomma, per quanti lavoratori ci si è accapigliati?
Stando ai dati dell’Inps, nel 2008 potrebbero usare le finestre per andare in pensione 129.500 lavoratori (86.500 dipendenti e 43mila autonomi). Ma non tutti ci andranno. Facendo una stima dovrebbero essere circa 90mila a cui si dovrebbero aggiungere - in base a stime attendibili dell’Inpdap - più o meno 20 mila dipendenti pubblici. In totale quindi poco più di 100mila persone - su una platea complessiva di oltre 16 milioni di pensionati e 23 milioni di occupati.
A proposito di platee, la riforma non si applica ai lavoratori usurati.
Giusto. E anche qui i conti non tornano. Sono 1 milione e 400 mila i lavoratori inseriti nella “tabella ‘99″ (fatta dall’allora ministro del Lavoro, Cesare Salvi, ndr), pari a circa 5.000 nuovi pensionati l’anno. Se dovessero aumentare, ci sarebbe una forte pressione sulla copertura. E poi c’è un vuoto legislativo.
Quale?
Non si capisce se è da considerarsi usurato un lavoratore che abbia fatto i turni anche solo un certo numero di anni: cioè se uno dopo 5 anni da turnista, cambia lavoro, quanto usurato è?
Insomma, chi ha vinto la partita, alla fine?
I sindacati. Anche se la Cigl avrà vita dura a far digerire l’intesa agli irriducibili della Fiom (il sindacato dei metalmeccanici, ndr). Va detto che ha vinto anche il ministro Padoa-Schioppa là dove ha attenuto di affiancare le varie soglie anagrafiche alle quote. Ma è una vittoria di Pirro.

E Prodi?
Prodi ha vinto nella misura in cui, accordandosi col sindacato, ha messo all’angolo la sinistra radicale. Ma ora la sua proposta dovrà passare il vaglio del Parlamento e non è detto che lo passi indenne. Soprattutto al Senato.
E allora chi ha perso?
Secondo me ha perso l’Italia: quest’accordo, che fa respirare il governo, in realtà dà una mazzata ai conti pubblici. Con lo scalone di Maroni, sia pur brusco, l’Italia da qui al 2016 avrebbe risparmiato 19 miliardi di euro. La proposta Prodi, da qui al 2013 ce ne fa spendere 10 miliardi.

Pensioni: tra Prodi e i sindacati fu vero accordo?

Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, parla con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, prima dell'incontro tra il Governo e le parti sociali sul Dpef e la riforma del sistema previdenziale
Pensioni: ma siamo così sicuri che nella notte tra governo e sindacati sia scoppiato l’accordo?
Quello che è successo nel vertice di Palazzo Chigi è che, dopo una discussione durata otto ore (dalle 22,30 di ieri fino alle 6.30 del mattino), i sindacati hanno preso conoscenza della proprosta di Romano Prodi (qui il documento in .pdf). In sostanza, le parti sindacali rimandano la firma definitiva solo a dopo che si saranno espressi i lavoratori attraverso le consultazioni nelle aziende. A dirlo, più esplicitamente di tutti, è il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani: “La Cgil ha firmato per presa d’atto il documento del governo riservandosi di fare tutti gli approfondimenti lunedì sul testo finale e completo”. Mentre il leader della Uil, Luigi Angeletti si è limitato a dire “Abbiamo dimostrato, contrariamente a come ci volevano dipingere, di non essere conservatori”. Decisamente soddisfatto Raffaele Bonanni, segretario della Cisl: “Il nostro è un giudizio molto, molto positivo sulla riforma del governo”.
Netto il no invece da parte del leader della Fiom, Giorgio Cremaschi: “Una sconfitta sindacale secca, la Cgil deve dire no: ci sarà un referendum tra i tesserati e il sindacato deve votare contro. io voterò contro”. Perché? “Semplice: la situazione è peggiorata rispetto allo scalone Maroni. Ora si andrà in pensione a 62 anni”.
Cosa prevede la riforma Prodi? Stabilisce che dal primo gennaio 2008 sarà possibile andare in pensione con 58 anni di età e 35 anni di contributi: dunque si sale di un anno rispetto agli attuali 57 anni e 35 di contributi necessari per accedere alla pensione di anzianità, ma si evita il brusco salto dello “scalone” previsto dalla riforma Maroni che avrebbe portato direttamente ai 60 anni a partire dal prossimo gennaio.
Quote e scalini
Dal luglio 2009 si passerà al sistema delle quote. In sostanza, dal primo luglio 2009 per lasciare il lavoro si dovrà raggiungere quota 95 (sommando età anagrafica e contributi versati), ma con 59 anni di età. Dal gennaio 2011 sarà necessario arrivare a quota 96 con 60 anni di età mentre dal primo gennaio 2013 si passerà a quota 97, con età minima a 61 anni. L’ultima quota, però, non scatterà qualora l’andamento dei conti pubblici sarà positivo e i risparmi fossero sufficienti a mantenere il sistema in vigore dal 2011.
Gli autonomi
Per i lavoratori autonomi lo schema è aumentato di un anno. Quindi andranno in pensione nel 2008 con 59 anni e nel 2013 con almeno 62 anni.
Lavori usuranti
Dalla riforma è esclusa una platea di circa 1,4 milioni di lavoratori impiegati in mansioni usuranti inseriti nella “tabella ‘99″ (fatta dall’allora ministro del Lavoro, Cesare Salvi, ndr) (miniere, cave e catene di montaggio).
Le donne
L’età di vecchiaia delle donne resta a 60 anni, nonostante le pressioni del ministro Radicale Emma Bonino di portarla a 62.
Le “finestre”
Chi avrà maturato 40 anni di contributi potrà lasciare il lavoro con quattro finestre annuali, invece delle due previste dalla Maroni.
I coefficienti
L’altro scoglio di questi mesi, il taglio dei coefficienti, è stato invece rinviato al 2010 e sarà triennale e automatico ma verrà fissato sulla base di nuovi parametri attraverso il lavoro di una specifica commissione che deciderà entro il 2008.

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