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La crisi e i partiti: a sinistra è profondo rosso

Paolo Ferrero

di Stefano Brusadelli

Ironia della sorte (e della politica): sempre sprezzanti verso il primato del dio denaro, le forze italiane della sinistra radicale rischiano di chiudere bottega non perché mancano gli elettori (che peraltro negli ultimi tempi si sono ristretti), ma perché mancano i soldi. “La situazione” confessa a Panorama il tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri, “è drammatica. I soldi incassati alle elezioni del 2008 li abbiamo già tutti spesi per le europee. Dalle quali però, disgraziatamente, non ci arriveranno rimborsi”. E se il partito di Paolo Ferrero è alla canna del gas, sono preoccupanti anche le condizioni degli altri “nanetti” accampati alla sinistra del Pd, ossia i comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini. L’incubo, per tutti, è rimanere senza più un soldo già nel 2010.
Per capire la situazione occorre ripassare il machiavello del finanziamento dei partiti (qui la Legge 3 giugno 1999, n. 157, qui le nuove norme per il finanziamento dei partiti europei). Che in verità sarebbe stato abolito da un referendum nel 1993, e che invece venne resuscitato 8 mesi dopo travestito da “rimborso “; con inganno anche lessicale, perché l’erogazione avviene senza bisogno di documentare le spese e dunque di finanziamento si tratta e non di rimborso. Le (ricche) torte a disposizione sono quattro: elezione della Camera, del Senato, elezioni europee e regionali. Per accedere alla spartizione delle prime due basta raggiungere l’1 per cento. Per la torta europea l’asticella è più in alto, sta al 4 per cento.
Ogni torta vale all’incirca 250 milioni di euro, e le fette, distribuite in rate annuali, sono proporzionali ai voti conseguiti. Va aggiunto che, grazie alla generosità che i partiti dimostrano sempre verso se stessi, i rimborsi per Camera e Senato vengono erogati per 5 anni anche nel caso la legislatura (come accadde a quella scorsa) duri di meno.
Il guaio per la sinistra radicale è che ormai colleziona un flop elettorale dietro l’altro. Alle politiche del 2008, tutti intruppati nella Sinistra arcobaleno, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica (un gruppo di scissionisti ds guidato da Fabio Mussi) hanno raccolto un misero 3 per cento. Non sono quindi riusciti a eleggere né deputati né senatori (il che ha la sua importanza perché le trattenute sugli stipendi degli eletti sono un’importante voce di entrata), ma hanno almeno incassato i rimborsi; i quali però, divisi in quattro parti, si sono rivelati una miseria. Speravano di rifarsi alle europee succhiando voti al Pd e si erano baldanzosamente divisi in due squadre, ciascuna convinta di superare lo sbarramento del 4 per cento.
È andata male di nuovo: la Lista comunista (Prc e Pdci) si è fermata al 3,3 per cento mentre Sinistra e libertà (gli scissionisti del Prc capitanati da Nichi Vendola, Verdi, Socialisti e Sd) al 3,1. Niente eletti e, stavolta, zero finanziamento.
Con le banche che, non vedendo entrate certe per i prossimi anni, cominciano ad alzare i ponti levatoi. Conseguenza: crisi nera e rischio di finire l’ossigeno già l’anno prossimo, quando invece ci sarà da tirare fuori un mucchio di soldi per la campagna regionale. A viale del Policlinico, sede del Prc, girano cifre da brivido. La curva delle entrate è quella di un’azienda in crisi: 21 milioni di euro nel 2007, 15 nel 2008, 9,5 milioni nel 2009, 6,5 nel 2010, per finire a “zero euro” a partire dal 2011. Le uscite (mettendo da parte il buco di Liberazione, il quotidiano ufficiale) non scendono altrettanto velocemente: 13 milioni nel 2008, 10 milioni nel 2009 e altrettanti nel 2010. Quanto a Liberazione, le perdite ammontano, solo per il 2008, a 3 milioni. “Negli ultimi 5 anni ” si dispera Boccadutri “gli abbiamo dato 10 milioni: ora basta!”.

Come si fa ad andare avanti? La risposta è una drastica ristrutturazione, maneggiata con imbarazzo comprensibile da un partito che ha sempre condannato i licenziamenti fatti dagli altri. Per Liberazione è stato decretato il ridimensionamento: contratti di solidarietà per sei-otto giornalisti e cassa integrazione per tutti gli altri, una quarantina compresi i poligrafici. Ci si accontenterà di un giornale ridotto a quattro pagine. Ma saranno i dipendenti della direzione a dover subire i tagli più pesanti: dai 125 in organico, un’enormità, bisognerà scendere a non più di 40.
I lavoratori sono sul piede di guerra e minacciano azioni eclatanti. Il partito ha offerto 7 mila euro di buonuscita più una mensilità per ogni anno di anzianità. Finora nessuno ha accettato.

Dalle parti dei comunisti di Diliberto la situazione è meno allarmante solo perché i dipendenti sono solo una ventina. “Non ci saranno licenziamenti” dice il tesoriere Roberto Soffritti “ma chi va in pensione non verrà sostituito”. Il bilancio 2008 si è chiuso con un disavanzo leggero, “però i problemi arriveranno già dal consuntivo 2009″. Anche qui c’è un macigno, il settimanale La Rinascita della sinistra, con 15 tra giornalisti, grafici e amministrativi.
I vendoliani si salvano (per ora) solo perché molti dei funzionari che hanno fatto lo strappo dal Prc sono in carico ai sindacati, non esiste un giornale e nemmeno una sede. Il tesoriere, Francesco Ferrara, confida in una sottoscrizione tra militanti e simpatizzanti. Problemi seri, invece, in casa dei Verdi, dove oltre alle entrate è in calo anche il numero degli iscritti e il bilancio 2008 si è chiuso con 1 milione di disavanzo. L’amministratore, Marco Lion, annuncia il taglio di un organico già scheletrico: “Abbiamo sei dipendenti e quattro lavoratori a progetto: li dimezzeremo”. Tutti i soci di Sinistra e libertà possono almeno sperare che la vittoria di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema al congresso Pd riapra le porte o del partito (è il caso di vendoliani e Sd) o almeno porti a una riedizione dell’Unione sotto il cui simbolo superare le future soglie di sbarramento. Ma Rifondazione e Pdci non possono nutrire neppure questa speranza.

(ha collaborato Vasco Pirri)

Dal Prc a Rps, l’impresa di Vendola: l’ennesima scissione a sinsitra

Giordano, Vendola, Sansonettii

Non poteva andarsene da solo dal Prc, Nichi Vendola. Era nelle cose, era solo questione di tempo: infatti oggi ha chiamato i “suoi” a seguirlo. Se quella Comunista è una Rifondazione che non si può più perseguire perché sta in mano a Paolo Ferrero, meglio rifondarne un’altra, poco più in là: Rifondazione per la Sinistra.
Lì approderanno quelli del “vecchio” giro, che gravitava intorno al governatore della Puglia, e, soprattutto all’ex leader, il Subcomandante Fausto Bertinotti (Gennaro Migliore, Franco Giordano, Piero Sansonetti su tutti). All’ultimo congresso di Rifondazione (quello vinto da Paolo Ferrero, a luglio, proprio qui sul palco di Chianciano Terme, Siena) erano il 47% del partito, quasi la metà. Con quei numeri, pensavano addirittura di averlo vinto il congresso, di aver sistemato il delfino di Bertinotti alla segreteria, seguendo la linea della continuità. E invece…
E invece, sei mesi dopo (mesi di minoranza, di battaglie aspre - soprattutto intorno al giornale Liberazione - di polemiche e strappi), il governatore pugliese ha consumato l’annunciata scissione della sua componente.
Riuscendo in un’impresa straordinaria: dividere l’indivisibile. Dal Prc (sorta dalla scissione di undici anni fa che diede vita anche al Pdci di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto) è nato, per mitosi, un nuovo partito della sinistra radicale: Rps. E se le facce sono già viste, nuovo è il nome e nuovo è il simbolo (che i più maligni trovano simile a quello di una nota radio): sfondo bianco, le tre lettere della sigla (le prime due in nero e la terza rossa) con la presenza di una piccola stella rossa. C’è già anche il sito: segno ulteriore che per il divorzio in casa di Prc mancava solo la firma.

Un congedo senza acrimonia ma non indolore, quello di Nichi Vendola. Parlando del suo addio al partito guidato da Paolo Ferrero, ha detto: “Non provo acrimonia verso Ferrero e il suo gruppo dirigente; sono sereno perché faccio ciò che sento sia giusto fare. Rifondazione è stata la mai casa, e questo addio non è un partire indolore. Voglio augurare ogni successo al mio ex partito. E a noi, quelli di noi che condivideranno la mia scelta, voglio dire che non vogliamo sentirci avversari di Rifondazione”. Anzi, il governatore della Puglia ha invitato anche i compagni che restano nel Prc a “battersi perché nasca una sinistra nuova, una sinistra del lavoro e delle libertà”.

Anche perché di avversari, in quella porzione di campo, ce ne sono già. E Vendola li ha subito menzionati e bacchettati: il Partito democratico di Walter Veltroni, cioè “l’altra sinistra, mirata al centro, che sembra persa nei propri contorcimenti tattici”, accusa il neo leader di Rps “incapace di un pensiero che non sia subalterno al piano inclinato del governare in sintonia esibita con i poteri forti. Il veltronismo si presenta ormai come un mix compiuto di radicalismo etico e di moderatismo sociale, che pratica la prospettiva di una alternanza senza alternativa”.
No, l’alternativa per Vendola è quella che viene dalla sinistra vera, compresi gli esponenti della sua stessa area che hanno scelto di rimanere dentro il Prc, se si batteranno per un fine comune: “Ingaggiare un corpo a corpo contro la paura e la solitudine, che ritrova l’ago e il filo con cui cucire nuovi legami sociale, pezzi di comunità, movimenti che fanno politica coinvolgendo e accogliendo”. In questo senso, per l’oramai ex esponente del Prc, le prossime elezione europee possono essere “una tappa nel processo di avvicinamento alla costituente del nuovo soggetto della sinistra”, a patto che “non sia la confezione di un partitino”.

Non sente ragioni, il presidente pugliese. E al segretario Ferrero (che cerca invece di scongiurare i vendoliani dal voler attuare una “ennesima scissione”, per il timore che “la gente andrà a casa schifata e perché non comprendo che senso abbia fare una scissione - verso destra - in nome dell’unità”), risponde di lasciar perdere con gli esercizi di galateo: “La scissione è avvenuta già, è avvenuta nei fatti” ha quindi spiegato “perché quando in una comunità si rompono i vincoli di solidarietà, quando le linee politiche si divaricano in maniera così radicale, e quando si introduce una rottura nella concezione dello stare assieme, com’è avvenuto con la vicenda della cacciata di Piero Sansonetti dalla guida di Liberazione, quella è la scissione”.

Il logo di Rps

Via con le prossime sfide, quindi. E saranno sfide dure: quelle elettorali del giugno prossimo, le amministrative (a Bologna, Sansonetti sarà il candidato sindaco di Rps?) e le europee (sulle quali pesa lo spauracchio della soglia di sbarramento). Quanto valga, in termini di voti e consenso, l’ennesimo cespuglio dell’albero della sinistra (che dovrà far breccia nella base e, persa Liberazione, dovrà trovare altri canali di comunicazione) lo si vedrà presto. Certo che aver creato un partito spaccandone un altro che alle elezioni di aprile 2008 ha racimolato, e non da solo ma in coalizione con altri tre, solo il 3%, non è un buon viatico per l’avventura vendoliana.

Quando si spegne l’Arcobaleno

Un militante del Prc

di Paola Sacchi

Muoia, come direttore di Liberazione, Piero Sansonetti e con lui tutti i “filistei” della sinistra radicale? La messa in vendita del quotidiano di Rifondazione comunista, gonfio di debiti, rischia di essere l’inizio di una slavina che dal 2011 potrebbe seppellire l’intera sinistra extraparlamentare. Da Rifondazione ai Comunisti italiani, ai Verdi, a Sinistra democratica (gli scissionisti ex ds del Pd), i partiti e partitini spazzati via dal Parlamento dallo tsunami delle elezioni del 13 e 14 aprile, con i loro organi di informazione, sono a rischio di estinzione. Non è fantapolitica parlare di “2011 odissea della sinistra extraparlamentare”.
Sarà quella la deadline dei rimborsi pubblici di cui quei partiti continueranno a usufruire per aver partecipato alle elezioni del 2006. Altri fondi arriveranno per le elezioni del 2008 (anche se non si è rappresentati in Parlamento basta l’1 per cento di voti per avere i rimborsi elettorali), ma saranno briciole. I soldi, infatti, Rifondazione, Pdci, Verdi e Sinistra democratica se li dovranno spartire, visto che alle elezioni andarono sotto l’unico e sfortunato cartello Sinistra arcobaleno.
Intanto, non essendo più in Parlamento, addio anche al sostanzioso contributo che deputati e senatori versavano mensilmente al partito. Addio pure ai sontuosi uffici di Palazzo Madama e Montecitorio. Durante le riunioni della Sinistra democratica di Fabio Mussi e Claudio Fava spesso c’è chi si tappa il naso per il forte odore di kebab che aleggia nella spartana sede di via Merulana, al primo piano, proprio sopra la rosticceria esotica. Fulvia Bandoli e Luciano Pettinari, ex parlamentari della Sd, riconoscono: “Si è tornati all’antica abitudine di andare a a mangiare e dormire dai compagni quando siamo in trasferta”.
I viaggi sono quasi tutti in treno e rigorosamente in seconda classe sugli Eurostar. Paolo Cento, ex sottosegretario dei Verdi e storico leader ambientalista, va ancora in albergo, “ma in quelli di tre e anche di due stelle”. Ben sotto le sette dell’albergo milanese frequentato da Alfonso Pecoraro Scanio.

Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione comunista, non ha più neanche l’ufficio. Ma questa è anche colpa della vita da separati in casa dentro Rifondazione comunista. Il neosegretario Paolo Ferrero e i suoi si sono riservati il più spazioso terzo piano. Giordano, l’ex capogruppo Gennaro Migliore, l’ex sottosegretario Patrizia Sentinelli, tutta l’area di Nichi Vendola insomma, stanno invece stipati in poche stanzette comuni al primo piano. Tavoli anche a rotazione.
Così come la cassa integrazione che Liberazione, per la prima volta in sciopero sotto le festività natalizie, aveva proposto insieme ai prepensionamenti nel piano presentato alla Fieg e alla Fnsi. Piano però bocciato da Ferrero, l’editore che ha osato lanciare la parola bomba della vendita, per disfarsi di Sansonetti e della sua linea, secondo il giornale. Per salvare il partito, che rischiava di essere travolto dal crac finanziario del quotidiano, secondo ambienti vicini a Ferrero. “Non si può continuare a dare un terzo del nostro bilancio al giornale: quest’anno 3,3 milioni di euro su 10 milioni. Così è il partito che rischia di morire”. Ribatte a Panorama Sansonetti (sostituito il 12 gennaio da Dino Greco): “Liberazione era l’unico organo vivente a sinistra, cercare di ucciderlo mi sembra una follia, un delitto”. Poi, una chiosa amara: “Ho sempre combattuto il potere economico in quanto capitalistico. Ora quello stesso potere lo devo subire dai comunisti”.

Intanto il valdese Ferrero ha introdotto misure calviniste. Dopo essersi tagliato lo stipendio (da 5.500 a 3.200 euro), e avere abbassato quelli dei membri della segreteria, ha messo nello statuto norme da brivido. Secondo le quali tutti gli eletti, dal Parlamento, se Rifondazione ci tornerà, alle amministrazioni locali, non dovranno percepire una quota che vada oltre 2.500 euro. Il resto? Tutto devoluto al partito. Tutto questo per scongiurare lo spettro di dover vendere i gioielli di famiglia: Rifondazione è proprietaria della palazzina di viale del Policlinico a Roma, dove ha la sede nazionale, e di altre sedi, soprattutto nel Centro-Nord ma anche al Sud. Queste potrebbero essere oggetto dell’attenzione dei vendoliani, se si arriverà a una scissione a febbraio, ancora prima delle elezioni europee, accelerata dalle vicende di Liberazione.
L’acquirente in pole position del quotidiano è l’editore di Left Luca Bonaccorsi. Lo stesso che già edita il giornale dei Verdi Notizie verdi. Legato mani e piedi alle sorti della legge sull’editoria invece Rinascita, il settimanale dei Comunisti italiani, diretto da Manuela Palermi. Che puntualizza: “La nostra per fortuna è una situazione ben diversa da quella di Liberazione. Ma se non arrivano più i fondi pubblici, chiudiamo”. Il crac lo rischia l’intero Pdci. “Con i soldi che abbiamo oggi possiamo andare avanti ancora per un anno” confidano dentro il partito.
Addio alla nuova sede, l’elegante palazzina a tre piani vicino alla Breccia di Porta Pia, finita sulle cronache prima delle elezioni per “i fax fruscianti, i telefoni allacciati, le maniglie lucidate, le stanze assegnate”. Il Pdci non l’ha più acquistata. E addio al progetto di un quotidiano. Ma il tosto Diliberto non demorde e i miltanti possono continuare a seguirne le gesta dalla web tv del Pdci.

Nell’odissea della sinistra extraparlamentare non poteva mancare l’ennesimo e sempre più acuto grido di dolore del Manifesto, in febbrile attesa per la legge sull’editoria. “Siamo passati da un diritto, quello cioè di avere contributi pubblici in quanto giornale retto da una cooperativa, alla grazia dal re, ovvero del premier” dice sferzante Valentino Parlato. “Forse siamo puniti proprio perché non abbiamo padroni” protestano in redazione. Lì, però, almeno non si rischia di essere messi in vendita.

Lotta continua in Prc sul futuro di Liberazione. E Vendola pensa di andarsene

Il presidente della regione Puglia Nichi Vendola

Non c’era proprio bisogno di mettere sul tavolo un altro motivo per ampliare la sempre più grave frattura tra i sostenitori del segretario Paolo Ferrero e quelli di Nichi Vendola, dentro Rifondazione. E che motivo: l’ultimo asset di Prc, il quotidiano Liberazione, diretto da Piero Sansonetti, messo in vendita.
Dopo l’ennesima lite sulla questione del quotidiano del partito, gli ex bertinottiani ora vendoliani, guidati dal governatore della Puglia se ne vanno dalla riunione e la maggioranza approva da sola un documento che potrebbe portare al rilancio, ma anche - sospettano i vendoliani - al fallimento e alla vendita del quotidiano del Prc.
La direzione, con all’ordine del giorno proprio il tema del giornale, che vive un periodo di rosso profondo, era stata convocata dopo che il comitato politico nazionale dello scorso weekend aveva in sostanza “sfiduciato” il direttore e chiesto un piano di ristrutturazione editoriale per portare il bilancio in pareggio nel 2009. Piano che poi è stato rigettato dalla direzione.
Non solo: sempre in direzione il segretario Ferrero ha avanzato l’ipotesi di una vendita del giornale spiegando che un editore “in queste settimane ha avanzato al sottoscritto l’intenzione di fare un’offerta per acquistare Liberazione, segnalando la propria disponibilità a mantenere gli attuali livelli occupazionali, a rilanciare la testata e mantenerlo giornale del Partito della Rifondazione comunista”.
Ferrero, attaccano però i vendoliani, non ha voluto rivelare l’identità di questo eventuale acquirente (”Tranquilli, non è Berlusconi”, avrebbe detto il segretario cercando, invano, di smorzare i toni) e chiedendo carta bianca per valutare la sua proposta, senza alcuna garanzia. Di qui l’abbandono della direzione e la denuncia da parte dell’area di “Rifondazione per la sinistra” di un atteggiamento “lesivo dei più ovvi criteri di trasparenza e persino legalità”. Non solo, i vendoliani denunciano la “scelta gravissima” che rivelerebbe la volontà di sfiduciare Sansonetti e far fallire il giornale. Tutta demagogia, è la risposta della segreteria (”Noi vogliamo il rilancio di Liberazione” e il nome dell’editore non è stato fatto in quella sede “per questione di riservatezza”, assicura Ferrero), che va avanti e fa approvare un documento che da mandato al segretario di valutare l’offerta avanzata. Documento che per i vendoliani è, puntualmente, nullo. La questione verrà nuovamente esaminata in direzione dopo che la segreteria avrà approfondito i termini di una eventuale offerta per la vendita del quotidiano. Certo è che, al di là del merito, il tema rischia di accelerare e rendere senza ritorno il percorso verso la scissione, già più volte ventilata dal gruppo guidato da Nichi Vendola.
Anche se un altro dei Betinotti boys, Gennaro Migliore replica: “Non siamo noi a volere la scissione, sono loro che ci vogliono cacciare…”.
Insomma, è “lotta continua”. Intanto oggi Liberazione non esce per sciopero e decide un pacchetto di altri quattro giorni di protesta se non ci sarà chiarezza su tutto, sulla bocciatura del piano industriale presentato, sull’offerta di acquisto, sul futuro della testata.

I compagni in crisi e la rianimazione comunista

Ferrero e Vendola, e due anime del Prc

Di Carlo Puca

La sinistra è malata grave. Il tempo dirà se le cure saranno vane, ma tutto, proprio tutto l’ex Arcobaleno vive giorni di grandi fibrillazioni. Giorni di riorganizzazione. Prendiamo il Prc. Cianotico all’esterno, ipertrofico all’interno, il partito di bertinottiana memoria è un malato da terapia intensiva. Più che rifondazione sembra la rianimazione comunista. Il problema è che i medici sono tanti, ognuno con la sua personalissima ricetta. A partire dai primari: il segretario Paolo Ferrero e il governatore pugliese Nichi Vendola. Ma per la teoria dei due galli nel pollaio, uno dei due è destinato a soccombere, prima o poi. Per fortuna loro e di ciò che resta della sinistra il prima sta prendendo il sopravvento sul poi. I presunti assi stanno per essere calati: Ferrero dissimula interesse, ma è tentato dalla costituente comunista con il Pdci di Oliviero Diliberto; Vendola ha già pronto un nuovo partito (nome ipotetico: Rifondazione della sinistra), da costituire con la Sd di Fabio Mussi e Claudio Fava, una parte del Pdci e, forse, i Verdi di Grazia Francescato. A conferma dell’eterna storia della sinistra italiana, fatta di illusioni ma soprattutto di fusioni e scissioni. Poche fusioni e tante scissioni.

E così i nemici di un tempo finiscono per diventare amici, e viceversa. Martedì 23 settembre, a Gubbio, Diliberto ha incontrato Ferrero sul palco della festa di Essere comunisti, la corrente di Claudio Grassi che ha permesso al segretario di battere Vendola all’ultimo congresso. Grassi è stato chiaro: “I motivi della scissione tra Rifondazione e Pdci non ci sono più. Oggi non ha alcun senso avere due partiti comunisti in Italia. Finiamola con questa storia dei fratelli separati”. Diliberto? Eccolo: “Noi siamo pronti da ieri. Vogliamo fare non dico un grande partito comunista, ma almeno uno piccolo”. Viva la sincerità. Quanto a Ferrero, da un lato frena, dall’altro è consapevole che una nuova legge elettorale per le europee con lo sbarramento al 5 per cento costringerebbe i simili a stare con i simili. Intanto dice che il suo primo obiettivo “è ricostruire il movimento operaio, non solo Rifondazione”. Un modo, insomma, per prendere tempo.
In effetti quello del Prc è un percorso lento, più che faticoso. Il congresso di Chianciano è finito il 27 luglio, il partito si è costituito formalmente soltanto lunedì 22 settembre. Ci sono voluti quasi 2 mesi per comporre il quadro di “aree di lavoro” e “dipartimenti” nazionali, dopo estenuanti trattative che hanno condotto a risultati surreali. Per esempio, il celebre compagno Guido Cappelloni, ex tesoriere ultrasettantenne, uno per intenderci che con Armando Cossutta fece più di un viaggio nella ex Unione Sovietica a caccia di finanziamenti, guida adesso il settore Lavoro non salariato, altrimenti detto Ceto medio. Come Cappelloni sia arrivato a interessarsi di liberi professionisti rimane un giallo. Anzi, un mistero molto rosso. Per di più, causa divergenze, a Rifondazione mancano ancora i responsabili per il Mezzogiorno e la lotta alla mafia. Il che, per un partito che punta sul radicamento sociale, è perlomeno sorprendente. Tutto questo mentre le aree di lavoro sono diventate otto, i dipartimenti 51. Un’enormità organizzativa, per accontentare tutti e nessuno. Il Pci storico, con il 30 per cento dei voti, di dipartimenti ne aveva meno della metà. Rifondazione, al momento, vale meno del 2,5 per cento. Appunto: un partito anemico e ipertrofico allo stesso tempo.

Nel frattempo, com’è noto, la corrente vendolian-bertinottiana va per conto suo: organizza manifestazioni e feste di corrente, ha un’altra linea politica, non è entrata in segreteria. In sintesi, si considera il “nuovo” rispetto a un segretario “vecchio”. E però non esita a cadere in antichi vizi. Lunedì 22, alla direzione nazionale, i bertinottiani si sono attardati a discutere per ore, contro i ferreriani, sul “campismo”. Fa nulla che l’italiano medio, e anche colto, non sappia cosa sia “la necessità di fare sempre e comunque una scelta di campo” (la definizione è di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione). Nel caso della direzione del Prc, la battaglia politica era sulle responsabilità di russi e/o americani sulla crisi georgiana. La classe operaia, stremata, ringrazia sentitamente per il dibattito. Insomma, l’unica vera novità vendoliana all’orizzonte sembra l’accelerata imposta da Fabio Mussi, privatamente e pubblicamente, sul progetto di fusione con la Sinistra democratica e Unire la sinistra, la corrente del Pdci che fa capo a Katia Bellillo. Molto interessata è una parte consistente dei Verdi, quella guidata da Paolo Cento, mentre la leader Francescato è più attendista. Questa riedizione vendoliana dell’Arcobaleno risulterebbe più compatta rispetto a quella, fallimentare, delle politiche 2008. Soprattutto, sarebbe a vocazione governativa. Al punto che pure il segretario del Partito socialista, Riccardo Nencini, dopo un primo contatto non si è mostrato ostile. Considerando poi i rapporti di Vendola con Walter Veltroni e (soprattutto) Massimo D’Alema, il rassemblement diventerebbe di fatto la gamba sinistra del Partito democratico, compatibile persino con l’Udc. Un compromesso storico bonsai.

Prima, però, ci saranno dei test. Anche importanti. Il primo è previsto per le elezioni regionali in Abruzzo del 30 novembre. In attesa di capire quale sarà il candidato governatore di riferimento, alcuni accordi sono già stati chiusi. E riflettono le strategie nazionali. La lista Sd-Verdi è cosa fatta, con i socialisti in trattativa attraverso il mediatore nazionale Lello Di Gioia; quella Prc-Pdci sta per chiudersi. E i vendoliani? Le voci di popolo, che in Abruzzo sono, dicono, la voce di Dio, raccontano di un disimpegno mascherato utile per dare una mano alla lista rosso-verde. Dovessero andare bene le elezioni, la scissione da Ferrero sarebbe questione di settimane. Anche se il sogno, nemmeno tanto segreto, rimane quello di destituire il segretario con un colpo di mano. La linea politica non cambierebbe di una virgola, ma con in mano la cassa di Rifondazione sarebbe tutto più facile. Pure a sinistra i soldi, talvolta, curano i malati.

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Rifondazione: la vittoria di Ferrero scuote la sinistra e crea gelo col Pd

 Paolo Ferrero

“Auguri di buon lavoro al segretario Ferrero, ma ritengo che abbia vinto chi ha avuto le posizioni più estreme, più lontane da una cultura riformista. È un dato di fatto: ci sono differenze molto profonde tra l’attuale gruppo dirigente di Rifondazione comunista e i riformisti”. Il fair play non manca a Walter Veltroni. E neanche la sincerità nel manifestare tutta la sua amarezza.
Dentro Rifondazione si apre l’era Ferrero, ma il giorno dopo la svolta di Chianciano emergono interrogativi sui rapporti futuri tra sinistra riformista e sinistra rifondarola.
In realtà, la vittoria di Ferrero è una buona notizia per l’ex sindaco. Dimostra in sostanza che la scelta del leader del Pd di separazione consensuale con Rifondazione è stata azzeccata. E che la strada intrapresa da Massimo D’Alema, che si era speso per Vendola, di ricostituire un’intesa con il Prc, si è rivelata sbagliata.

Ora però si aprono diverse incognite. Cosa succederà nelle Giunte locali? E sorprattutto in vista delle Europee del 2009? “Valuteremo caso per caso” continua a ripetere il neosegretario Ferrero, che bolla come una sciocchezza l’idea che la sua vittoria voglia dire, innanzi tutto, l’uscita di consiglieri e amministratori “rossi” dalle giunte in cui Prc sta al governo con il Pd e gli altri partiti dell’ex Unione. Faccenda non semplice. Visto che riguarda 3.500 consiglieri ed amministratori locali in tutto il paese con una presenza radicata in tutte le venti regioni italiane. Rifondazione governa in 13 regioni su 20, praticamente tutte quelle amministrate dal centrosinistra tranne Toscana, Basilicata e Calabria. Ha un governatore, sia pure “sconfitto”, Nichi Vendola, 13 assessori e 51 consiglieri. A livello provinciale il partito conta un presidente a Ascoli Piceno, 70 assessori e 160 consiglieri (compresi quelli di Milano dove Filippo Penati non è mai stato risparmiato dalle critiche aspre dello stesso Ferrero: “noto dalemiano oltre che uno dei volti peggiori della linea legge&ordine che oggi va di gran moda”, lo aveva definito). Nei comuni capoluogo Rifondazione conta su 150 consiglieri comunali e circa 40 assessori.
Insomma un esercito di amministratori che, qualora continuasse ad aumentare “la distanza” di cui parla Veltroni si troverebbero all’opposizione. E il rischio potrebbe essere proprio questo. Lo ribadisce anche Antonello Soro: a Chianciano ha vinto “la sinistra a vocazione minoritaria che rinuncia a governare le sfide del nostro tempo e si limita a coltivare una nicchia autoreferenziale”. Stessa opinione espressa dal senatore “dalemiano” Latorre: ora “è più difficile coabitare nelle giunte locali”. Anche perché dentro Rifondazione, i trotzkisti di Claudio Bellotti, con Ferrero in maggioranza, al congresso hanno chiesto proprio una presa di distanza uscendo dalle giunte.
Meglio per il Pd puntare ad accordi con i vendoliani, sia pure sconfitti. Meglio, cioè, che il Pd provi ad allargare le proprie mire verso i Verdi, la Sinistra democratica e i Socialisti. Quei partiti che speravano in una vittoria di Vendola e nel suo progetto di formare un nuovo partito della Sinistra radicale, una nuova Sinistra Arcobaleno capace di superare la sogli di sbarramento elettorale (tra il 3 e il 5 per cento). Festeggiano infatti i Verdi che intravedono una possibile alleanza futura con i bertinottiani sconfitti al congresso di Chianciano. “Massimo rispetto per le decisioni del congresso e auguri a Ferrero”, ma “ora Vendola ha le mani libere per costruire il futuro di una sinistra fuori dagli schemi e all’altezza delle sfide del prossimo millennio, cosa che se fosse diventato segretario con una maggioranza risicata, non gli sarebbe stata permessa”, spiega il neoportavoce del “Sole che ride” Grazia Francescato.
Ma oltre gli spazi a sinistra potrebbe anche esserci un tentativo al centro, per tentare di unire forze e prospettive con l’Udc di Casini, come vorrebbero i rutelliani e i teodem di Luigi Bobba? “Noi pensiamo a noi stessi. Le alleanze non si faranno con il giochino delle sigle, ma si valuteranno sui contenuti di innovazione riformista”, ha detto il segretario del Pd. “In questo momento dobbiamo pensare a consolidare la fisionomia di un’opposizione riformista, anche attraverso la grande manifestazione del 25 ottobre, dobbiamo coltivare la nostra identità”. E dopo il 25 ottobre? Si vedrà.
Sempre che nei prossimi tre mesi non succeda qualcosa di irreparabile nelle giunte dove Prc e Pd governano insieme. O qualcosa di irreparabile non accada dentro Rifondazione…

Rifondazione a pezzi. Ferrero segretario di un partito dimezzato

Paolo Ferrero

Paolo Ferrero è il nuovo segretario e Nichi Vendola è il leader della minoranza.
Sempre che a sinistra ci sia ancora un partito e i cocci provocati da questo congresso-rissa si possano rimettere insieme. E pensare che il titolo dell’assise era “Ricominciamo”

Ci proverà il neo segretario Paolo Ferrero, valdese, ex operaio, ex sindacalista, ex ministro della Solidarietà sociale del governo Prodi. Compito difficile, complicato: lo scenario che alla vigilia del VII congresso di Prc era dato da tutti gli osservatori come quello impossibile, si è invece avverato. Sulle note di Bella Ciao, l’Internazionale e Bandiera Rossa cantate dai delegati, il VII congresso si è concluso come in pochi si aspettavano alla vigilia. A guidare un partito ai minimi storici dopo la batosta elettorale e la scomparsa dalle Aule parlamentari non sarà il governatore della Puglia, il favorito, addirittura il candidato unico fino a qualche giorno fa, “benedetto” anche da Fausto Bertinotti; ma l’ex alleato di maggioranza che ha saputo trovare un’intesa con tutte le correnti del partito riuscendo ad ottenere 142 voti di maggioranza. Fallito ogni tentativo di trovare un accordo, Rifondazione è andata alla conta (cioè al “chi sta con chi”, praticamente una spaccatura), prima per la votazione dei due documenti politici, quello che raccoglieva le minoranze intorno all’ex ministro e il documento presentato dai Vendoliani e poi nella scelta del segretario.
È successo tutto in una notte: archiviata ogni ipotesi di accordo verso quella pace interna invocata dal padre nobile (e commosso) Fausto Bertinotti (qui il VIDEO dell’intervento), è andato in scena uno scontro a muso duro. Con la mozione due, quella vendoliana, forte del 47%, diventata di colpo minoranza per la coalizzazione attorno alla numero uno, quella di Ferrero (aveva il 40%), delle altre tre. Le più piccole, affarini visibili soltanto al microscopio, roba da fecondazione assistita considerato il loro peso in un partito che di per sé, oggi, varrà sì e no l’1%. Il risultato ufficiale arriva poco prima delle 16: Ferrero è segretario con 342 voti su 646: “La nostra scelta non è il rifugiarsi in un fortino, vogliamo ripartire dai problemi reali della società e magari con meno apparizioni in tv”, ha detto l’ex ministro, a caldo.

Per la prima volta ci saranno i trotzkisti di Claudio Bellotti mentre farà ritorno Claudio Grassi, leader della corrente di Essere Comunisti che negli anni passati ha ricoperto l’incarico di tesoriere. Insieme a loro ci saranno poi i rappresentanti dell’Ernesto, la minoranza di Fosco Giannini. La “rabbia” dei “vendoliani” era difficile da nascondere, anzi, il ragionamento che si faceva a caldo era che l’accordo tra Ferrero e le altre mozioni era chiuso da mesi. Sepolta l’ipotesi di una costituente di sinistra con il cambio di casacca della maggioranza interna, la nuova Rifondazione di Ferrero ripartirà “dal basso” costruendo “un’opposizione sociale al governo Berlusconi”.
Nessuna ipotesi di superamento del partito o scioglimento in altri soggetti della sinistra, anzi, ripartire il prima possibile con il rilancio del partito che dovrà presentarsi alle Europee con il suo simbolo. Ma soprattutto “autonomia” dal Partito Democratico. Il neo segretario poi tende la mano alla minoranza guidata da Vendola ribadendo l’intenzione di procedere ad “una gestione unitaria del partito” e facendo intendere di considerare anche i “vendoliani” parte della segreteria.
Gli sconfitti però non sembrano pensarla allo stesso modo: “Continuo la battaglia nel partito”, dice Vendola. “Questo congresso è la fine della storia di Rifondazione fino a qui, una regressione per il partito ma non un colpo mortale”, attacca il governatore pugliese, da oggi alla guida della minoranza del partito che con il 47,7% e l’appoggio dell’ex gruppo dirigente: Gennaro Migliore, Franco Giordano, Fausto Bertinotti. A ferirlo di più, in questi tre giorni di congresso segnato da accuse, applausi e fischi, sono stati - al di là della sconfitta - come ha confidato ai suoi compagni di mozione, le accuse personali al suo “leaderismo poetico” e le allusioni velate alle pratiche di clientelismo dovute alle origini pugliesi. E a chi lo ha accusato di aver gonfiato le tessere per vincere, risponde sfidando “i compagni del nord di venire al sud a vedere come si combatte l’illegalità, come si sfida la mafia a viso aperto”. Il governatore pugliese non riconosce più il partito che ha contribuito a creare sempre in ruoli di dirigenza. “A vincere il congresso è una coalizione - sottolinea - che ha un accordo su una base politica”.
A settembre, a quanto si apprende, ci sarà l’assemblea nazionale della corrente “vendoliana”, si parla già di iniziative con le altre forze della sinistra radicale per ricostruire l’unità a sinistra e Vendola ha oggi annunciato una manifestazione di piazza: “Noi non intendiamo abbandonare la battaglia, siamo in campo, non arretreremo di un millimetro”. I compagni, che oggi sembrano sempre più ex, sono avvertiti.

Il VIDEO servizio:

Ferrando: Sono figlio di Gramsci e cerco consensi con falce e martello

Il leader del Partito Comunista dei Lavoratori, Marco Ferrando, in conferenza stampa per la presentazione delle liste elettorali, presso il centro Congressi Cavour di Roma | Ansa
Il segretario del Partito Comunista dei Lavoratori, Marco Ferrando, complice anche la sua barba, potrebbe somigliare al mitico Mario Brega il commmmunista, che i cultori del cinema anni Ottanta certamente ricordano in “Un Sacco Bello” di Carlo Verdone. Ferrando, uscito da Rifondazione Comunista dopo che il partito di Bertinotti è entrato al governo nel 2006, ora guida il Pcl. E, orgogliosamente legato a falce e martello, è uno dei nove/dieci candidati premier (”Me lo impongono per legge, ma non ho velleità presidenzialistiche”, si schernisce) per le elezioni di aprile.
Ferrando, il suo è il solo partito Comunista che gli italiani troveranno sulla scheda elettorale.
Lo dica a Bertinotti…
Rischiate anche di prendere un discreto numero di voti visto che Diliberto ha stimato che la falce e il martello valgono da soli il 2%.
Diliberto ha una concezione da marketing elettorale. Noi non abbiamo nulla da nascondere e abbiamo la falce e martello perché sono il simbolo degli interessi che difendiamo. Bertinotti e Diliberto quando avevano ancora la falce e martello nel simbolo combinavano questo riferimento simbolico feticistico con il voto alle missioni militari, con l’aumento dell’età pensionabile e con il sì alla legge 30. Quindi erano in completa opposizione con quel simbolo.
Però dovrete raccogliere le firme per potervi presentare.
Già, perché la casta parlamentare bipartisan si è arrogata di comune accordo il privilegio di potersi presentare senza firme. Invece noi, antisistema e anticapitalisti, le dobbiamo raccogliere. Una sfida che raccogliamo volentieri.
Andiamo sul concreto. Tre punti programmatici del Pcl.
Aumento consistente di salari e stipendi…
Ma è una mania, pure lei!
Non ci confonda con Veltroni. Lui parla di un simbolico aumento e di una riduzione fiscale, pagate con tagli alla spesa pubblica, alla scuola e alla sanità. Noi vogliamo 300 euro per salari e stipendi che prenderemo con un aumento della tassazione progressiva delle tasse sui grandi redditi e sui grandi patrimoni. E siamo anche per il ritorno alla scala mobile.
Poi?
L’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro. Sia quelle fatte (ahimè) del centrosinistra, con il voto di Rifondazione, sia la legge 30 di Berlusconi.
Quali altrie misure tostamente comuniste propone?
Ritorno della previdenza pubblica a ripartizione. E via la riforma Dini che privatizza la previdenza. Quindi massicci investimenti di risorse pubbliche nel welfare: sanità, istruzione ambiente.
Non mangerete bambini, ma queste riforme costano!
Noi, a differenza di altri, indichiamo voci precise. Basta abbattere 25 miliardi di spese militari, basta non dare i 40 miliardi di euro che sono stati trasferiti dal 2000 ad oggi a banche e grandi imprese.
Per lei c’è differenza tra Berlusconi e Veltroni?
Programmaticamente no. Tanto che si accusano di imitarsi i programmi. Dal punto di vista cromatico pure: la bandiera tricolore avvolge Veltroni.
Ce l’ha pure con la bandiera italiana?
Così come viene esposta è il simbolo degli interessi delle classi dominanti.
A cui lei oppone la bandiera rossa…
Ovviamente. La bandiera rossa è una scelta di campo per i lavoratori.
Però Veltroni vi frega gli operai: li mette capolista.
Deve cercare di mascherare la realtà. Esibisce un operaio dopo aver fatto le leggi che hanno massacrato i suoi compagni. Per noi è indecenza e ipocrisia.
Un operaio, ma anche Colaninno l’industriale.
Nessuno stupore: è il suo vero mandante sociale.
Una decisione però criticata da Bertinotti.
Dopo che ha votato per due anni di governo le politiche di Colaninno e Montezemolo.
Ferrando, sembra che lei abbia il dente avvelenato contro il comandante Fausto.
Noi non cerchiamo, come fa Bertinotti, compiacenze nei piani alti della società italiana. Non vogliamo sottosegretari, né presidenze delle Camere.
Presidenza della Camera, che si stima potrebbe costare cara, elettoralmente, a Bertinotti.
È un’ulteriore espressione triste del trasformismo della sinistra italiana. Sarà la nostra migliore campagna elettorale. Anche se, ci tengo a dirlo, non facciamo campagna contro Bertinotti, ma contro il padronato con cui però Bertinotti sta.
È critico anche dei salotti che il presidente della Camera frequenta?
Tutto si tiene: chi cerca il benestare dei salotti deve pure frequentarli.
Quanto prendete, Ferrando?
Ci sono milioni di lavoratori che sono pronti a votarci: siamo la sinistra che non tradisce.
Ammetterà però che siete rimasti un po’ agli anni Settanta…
Ma che dice. Negli anni Settanta i comunisti erano compromessi con il potere. Noi siamo quelli del partito di Livorno. Quelli di Gramsci.
E del socialismo reale e realizzato che ne pensa?
Sono trotzkista. Veniamo dall’opposizione allo stalinismo: anche quando i liberali borghesi civettavano con Stalin noi eravamo contro.
Non male pensare a Hitler come ad un liberale borghese…
Siamo l’unica forza a sinistra che rispetto alle tragedie del ‘900 ha le mani pulite. E ci batteremo con la rabbia di chi sta sotto.

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