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Riforme: il modello Violante va oltre lo sbarramento tedesco

Luciano Violante, presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera
“La riforma della legge elettorale non basta. Il Paese, per diventare più stabile e competitivo, ha bisogno anche di una piccola, ma mirata, riforma costituzionale che dia più velocità alle decisioni politiche”, lo spiega a Panorama.it Luciano Violante, presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera al termine della prima giornata in cui nell’Aula di Montecitorio è approdato il pacchetto di riforme istituzionali che, secondo gli auspici di Violante, potrebbe venir approvato entro un mese e poi andare al Senato.
Cosa prevede il pacchetto Violante (a cui ha detto sì il segretario del Pd, Walter Veltroni)? Un Senato federale, il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari (500 alla Camera e meno di 200 al Senato) e maggiori poteri al premier. Per quanto riguarda il dibattito appena concluso alla Camera si sono registrate due posizioni nella Cdl. Violante le sintetizza così: “Forza Italia non ha un atteggiamento costruttivo, mentre il resto dell’opposizione sì. Eppure siamo arrivati alla discussione perché lo volevano loro”.
E se legge elettorale e riforme vanno di pari passo, oltre l’inizio dell’iter parlamentare per le riforme, il menù politico di oggi prevede il sistema elettorale tedesco lanciato con un’intervista al Corriere della Sera dall’ormai ex presidente della Margherita, Francesco Rutelli. A cui ha fatto sponda il presidente della Camera, Fausto Bertinotti. La sinistra radicale si è spaccata sul sistema tedesco: Verdi e Pdci sono contrari, mentre Sinistra Democratica e Rifondazione sono favorevoli.

Forza Italia vede un’unica soluzione: il voto. Tutto il resto significa per gli azzurri dare aria al governo Prodi. Un governo a cui Silvio Berlusconi vuole dare la spallata finale nella manifestazione per il 17 novembre.

Il VIDEO servizio:

Il miglio verde del Governo: ma sarà davvero la Finanziaria a farlo cadere?


La rottura sulla Finanziaria tra estrema sinistra e Romano Prodi ha messo in moto il conto alla rovescia per il premier. La domanda è: cadrà subito, entro fine anno, quindi prima dell’approvazione della legge di bilancio, oppure dopo, all’inizio 2008? Benché siano stati Rifondazione, Pdci e Verdi ad andare all’attacco del testo predisposto da Tommaso Padoa-Schioppa, chiedendo che venga riscritto di sana pianta, non è detto che le vere insidie si annidino davvero nell’ala radicale. Anche se incombono la manifestazione del 20 ottobre e il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil.
In questo momento il malumore principale, anche se meno vistoso, è nell’area del Partito democratico. Ds e Margherita, ma soprattutto i primi, in particolare Walter Veltroni, diffidano sia di Prodi sia di Padoa-Schioppa. Al ministro dell’Economia i Ds addebitano di aver complicato una manovra già pronta, alla quale avevano contribuito non poco due loro uomini: Vincenzo Visco, con i maxi introiti fiscali, e Cesare Damiano, con gli accordi su Welfare e pensioni. E la posizione di TPS si fa ora dopo ora più difficile. Quanto a Prodi, Veltroni e alleati temono che il capo del governo, notoriamente vendicativo, prima di affondare trascini con sé anche il candidato alla guida del Pd. Mentre Veltroni, a sua volta, ha sempre più paura di essere infettato dall’impopolarità del governo.
A palazzo Chigi ha fatto scalpore un’intervista di Marco Follini, ex Udc transitato alla corte di Veltroni. Follini chiede a Prodi di varare la Finanziaria e subito dopo chiudere bottega “agevolando” le elezioni nel 2008. Si può star certi che all’opinione pubblica queste iniziative non dicono nulla, o quasi, ma nello staff di Prodi tutto ciò è stato letto come un messaggio veltroniano affidato a un postino compiacente.
Tornando invece a ciò che più incide sulla vita quotidiana della gente, cioè ai provvedimento economici, ciò che chiede la sinistra massimalista è di tassare subito le rendite finanziarie, in primo luogo Bot e azioni, aumentando l’aliquota dal 12,5 al 20%. In linea di principio non hanno torto, visto che un’armonizzazione a livelli europei sarebbe logica. Ma non ha torto neppure Prodi quando ribatte che con le attuali tempeste di borsa è meglio attendere. Inoltre il capo del governo non vuole aggiungere un altro prelievo ai molti già attuati nel 2007.
Il vicepremier Enrico Letta con il presidente del Consiglio Romando Prodi e il ministro dell'Economia Tommaso Padoa -Schioppa
Il secondo cavallo di battaglia di Rifondazione e Pdci è il Welfare. Chiedono modifiche consistenti alla legge Biagi, in particolare l’abolizione di alcune forme di flessibilità. Qui Prodi è più disponibile: ma il tutto è già stato inserito nel pacchetto sul Welfare che comprende anche la riforma delle pensioni. Il capitolo è stralciato dalla Finanziaria, ma se si riapre la trattativa e non si approva in Parlamento l’accordo sul Welfare entro poche setimane, dal primo gennaio entra in vigore lo scalone Maroni.
A livello politico sono Ds e Margherita a chiedere di blindare l’accordo sul Welfare: per questo Piero Fassino, segretario uscente dei Ds, chiede di infilare nella Finanziaria anche queste misure. Nella destra della maggioranza i transfughi di Lamberto Dini, l’Udeur di Clemente Mastella, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro attendono al varco soprattutto al Senato. Non marciano compatti - soprattutto Mastella e Di Pietro - ma al Senato i loro voti, sommati, sono più che sufficienti per far cadere il governo. E tutti quanti hanno una gran voglia di scendere da un treno che a loro avviso non li porta più da nessuna parte. Magari per prenderne un altro che li conduca in qualche stazione più sicura: capotreno, Silvio Berlusconi.
Qual è la differenza se Prodi riesce a fare o non fare la Finanziaria? Nella prima ipotesi, con crisi di governo all’inizio 2008, è quasi scontato il voto nella prossima primavera. Nel secondo occorre un governo-ponte che faccia approvare la legge di bilancio. Paradossalmente se il Professore cade prima, si vota dopo.

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Chi nella maggioranza, secondo voi, farà cadere Prodi? La sinistra radicale, gli scalpitanti del Pd, i moderati tentati dal grande centro?

Ma quale chierico, per Fassino è pronta la nomina a vicepremier unico

Il segretario nazionale dei Ds, Piero Fassino, grande fautore del Pd
All’indomani delle primarie del Partito democratico del 14 ottobre, Piero Fassino sbarcherà con ogni probabilità nel governo Prodi con l’incarico di vicepremier unico.
La soluzione (che per ora viene tenuta nel cassetto per non turbare ulteriormente la già agitata vigilia della consultazione) prevede che i due attuali vicepremier, cioè Massimo D’Alema e Francesco Rutelli, lascino tale incarico conservando però i rispettivi dicasteri: D’Alema gli Esteri e Rutelli i Beni culturali.
La soluzione risponderebbe a due esigenze.
La prima è quella di trovare un posto adeguato al segretario ds, che è stato il grande fautore del Pd ma con la sua nascita si ritroverà paradossalmente deputato semplice. Inoltre servirà a evitare che vi siano due vicepremier appartenenti, a quel punto, allo stesso partito.
Situazione di fronte alla quale Rifondazione ha già fatto sapere che avanzerebbe per sé la richiesta di un terzo vicepremier.
Secondo le voci circolanti a Montecitorio, l’idea di Fassino come unico vice del Professore, molto appoggiata dagli ex popolari (oltre che da fassiniani e veltroniani), sarebbe stata meglio digerita da D’Alema che da Rutelli. Il quale vorrebbe, in caso di “sacrificio”, un ministero più importante dell’attuale.

Io sto con Turigliatto

Il senatore Franco Turigliatto, ex Prc
Era nell’aria e, siccome il vento non è cambiato, ecco la notizia dell’allontanamento del senatore Franco Turigliatto da Prc. Scontata? Certo, ma per il trozkista piemontese non meno dura da digerire: “L’essere espulso da Rifondazione mi addolora”.
E allora lui, il compagno che insieme a Fernando Rossi (ex Pdci) ha messo in crisi Romano Prodi, si sfoga in una conferenza stampa a Montecitorio. Affiancato e sostenuto dai suoi compagni di Sinistra Critica (l’area minoritaria e antagonista del partito), non cede di un millimetro: “Grazie per la solidarietà ricevuta ma questa scelta mi fa male. Pensavo che queste decisioni in stile sovietico fossero passate di moda. Ricordo che per Costituzione un parlamentare non è sottoposto a nessun vincolo di mandato”. Poi spiega: “C’è un problema di democrazia parlamentare se il nostro ruolo è solo quello di schiacciare un bottone e se non c’è libertà di coscienza”.
Infine, con un pronostico ferale, suona pure la campana al governo: “Alla fine, il governo cadrà perché ha segato il ramo su cui è seduto visto che il suo elettorato non lo voterà più”.
La decisione di allontanamento, presa dal partito di Giordano e Bertinotti, però, lascia scontenti molti compagni. Sinistra critica ha chiesto: “Un congresso straordinario del partito affinché la decisione di allontanamento venga revocata”.
Un sostegno che dalla sala stampa della Camera si è subito spostato sul web. Sul sito di Sinistra Critica sono arrivate a migliaia le firme per l’appello di solidarietà al senatore, per contestare la sua espulsione da Rifondazione Comunista e per appoggiare la coerenza con cui l’onorevole ha rappresentato le ragioni del pacifismo “senza se e senza ma”.
A inviare la propria adesioni, oltre ai vip mondiali dell’area No Global, come Noam Chomsky (linguista), Ken Loach (regista), Tariq Alì (scrittore), Gino Strada (Emergency), anche molti nomi dell’antagonismo locale: Piero Bernocchi (Cobas Scuola), Luca Casarini (Global Project), Giorgio Cremaschi (Segreteria Nazionale Fiom), Daniele Sepe (musicista), Alex Zanotelli.
E ora la sinistra è alle prese con l’amletico dubbio: Turigliatto è più scomodo dentro o fuori?

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