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rimborsi
- Tags: Camera, crisi, Ds, eletti, margherita, Parlamento, Pd, rimborsi, Senato, sinistra, Ulivo, versamenti
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di Paola Sacchi
Gli ex margheritini Linda Lanzillotta e Pierluigi Mantini, deputati del Pd, di fronte a un’indiscrezione in Transatlantico raccolta, che li mette in una lista di 12 parlamentari sospetti “evasori” del contributo volontario al partito, non si scompongono. Con il sorriso sulla bocca, seccamente smentiscono: “Versiamo il contributo sia al partito nazionale sia a quello territoriale”. Anzi, Mantini, protagonista di una lite su una storia di quattrini tra Ds e Margherita con Piero Fassino, che lo apostrofò con un “Cretino, mi hai rotto i c…” ricorda a Panorama che lui finanzia “una sede del Pd a Cinisello Balsamo e una dell’ex Ulivo a Milano”.
Ma c’è pure chi ammette di non dare parte del proprio stipendio al partito locale. Quasi si inalbera l’ex margheritino Roberto Zaccaria, ex presidente Rai e deputato Pd, a un lapsus del cronista e scandisce: “V-o-l-o-n-t-a-rio! Il nostro contributo non è dovuto. Io certamente lo verso a Roma, non l’ho ancora potuto fare a Milano, dove ho sostenuto una campagna elettorale il cui costo è dell’ordine di 60-65 mila euro, cifra che è nella norma per una città come quella”. Poi precisa: “Tenendo anche conto che, pur essendo alla terza legislatura, sono poco più di tre anni che sto in Parlamento, ho detto al Pd che devo prima rientrare delle spese sostenute per la campagna elettorale”.
Altra motivazione viene data da Furio Colombo, ex direttore dell’Unità . Anche lui dice di versare soldi a Roma, ma non a Milano, il collegio dove è stato eletto. Spiega Colombo: “Li ho subito avvisati che non posso ancora farlo, devo accantonare una certa cifra perché ho cause civili alle quali devo far fronte. Sa, come ex direttore dell’Unità si resta ansiosi, basta solo che ne perda una…”. Colombo dice di averne collezionate abbastanza, tutte intentate “da esponenti della destra”. E c’è da credergli, dal momento che la sua era un’Unità più barricadera di quella oggi guidata da Concita De Gregorio.
“Ah, poveri soldi miei. Ma che siete diventati nostalgici del Msi?” ha scherzato, ma non troppo, l’ex tesoriere dei ds Ugo Sposetti in Transatlantico con i cronisti dell’Unità , sulla cui prima pagina il 17 marzo campeggiavano i saluti romani della destra che si scioglie. Anche questo è un segno dei tempi. Sarebbe stato inimmaginabile nel vecchio Pci che un solo parlamentare non versasse la sua quota.
Tra gli ex ds non mancano sospetti sul fatto che a non pagare siano soprattutto gli ex margheritini. Accusa che nell’ex partito di Francesco Rutelli commentano così: “Noi siamo gente libera, abituata a discutere e a lasciare libertà d’azione. Senza residui di stalinismo”.
Renzo Lusetti ammette: “Io pago la mia quota a Roma, non a Varese, dove sono stato eletto, anche perché da lì nessuno me la chiede. Ma ho già versato 50 mila euro per la campagna elettorale”.
Da una ricostruzione di Panorama emerge che il grosso dei contributi territoriali (1.500 euro al mese che vanno sommati ad altrettanti richiesti a Roma) viene da deputati e senatori delle regioni rosse: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche. Altra musica al Sud. A Roma è stata sfrattata per morosità la sezione dell’ex Pci di viale Mazzini, quella di Massimo D’Alema. La sede pd che era subentrata ha mantenuto il nome, “Circolo Mazzini”, ma è ospitata nei locali del Pd di via Trionfale. A Milano il Pd ha sollecitato maggiori contributi per la campagna elettorale delle europee e amministrative. Se si dovessero confermare gli ultimi sondaggi che vedono il partito di Dario Franceschini sotto il 25 per cento, gli esiti sarebbero negativi anche sul piano finanziario: meno eletti, meno rimborsi elettorali.
L’ex segretario Walter Veltroni sudò sette camicie per raddrizzare i conti. Impose che i candidati si pagassero la campagna elettorale. E a Montecitorio mise alle calcagna dei deputati, perché pagassero tutti la quota, un cerbero dal pugno di velluto come l’ex parlamentare di Padova Piero Ruzzante, che era sul palco accanto a Enrico Berlinguer. Dice l’ex braccio destro di Veltroni, il senatore Giorgio Tonini: “Non mi risulta che ci siano evasori per le quote al partito nazionale. Per quanto riguarda invece quelle territoriali è un po’ una giungla sulle cui regole stiamo discutendo”. Aggiunge Tonini: “Non credo ci sia gente che i soldi li tiene in tasca per sé. Ci sono due concezioni diverse che non vanno demonizzate. Nella componente ex Ds vige la disciplina di partito, nell’ex Margherita c’è una dimensione più individuale. Magari i parlamentari provenienti da quel partito preferiscono spendere i soldi allestendo un proprio ufficio”.
Una soluzione l’ex presidente della vigilanza Rai Riccardo Villari, margheritino espulso dal Pd, l’avrebbe: il federalismo delle quote: “Si paga sulla base dei rimborsi elettorali che il Pd locale riceve”. Lei la quota la pagava? “Non in modo costante e continuativo a Roma. E mai quella locale”.
Altra musica nella Lega nord: 3 mila euro a testa e non si discute. È l’ultimo “partito comunista” d’Italia.
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di Laura Maragnani
Il socialista Riccardo Nencini prova a fare il duro: “Tranquilli, non ci ammazzano. Solo col tesseramento mettiamo in cassa 1 milione di euro l’anno. Anche senza i rimborsi elettorali per le europee sopravviviamo tranquillamente”. Ma tranquilli ora non sono affatto i tesorieri dei “nanetti”, i partiti che rischiano di non superare la soglia del 4 per cento alle europee. Nel 2004, 7,5 milioni di elettori avevano scelto sigle che ora vedono sfumare non solo i seggi ma anche i rimborsi (250 milioni in totale). Una batosta finanziaria, oltre che politica, a vantaggio dell’accoppiata Pd-Pdl. “Si spartiscono il bottino di democrazia e di finanza” accusa Nencini. E non è l’unico a fare conti amari.
Fino al 2010 conteranno sui rimborsi per le politiche 2006, compresa l’Udeur, che alle ultime elezioni non si è nemmeno presentata (1,091 milioni di euro l’anno). Fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. Per le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4. Il 2012 è un incubo. E le regionali del 2010 per molti rischiano di essere l’ultima occasione.
È successo quello che nessuno immaginava, il contrario di quanto tutti si sperava: dopo la sforbiciata delle elezioni, sono sì diminuiti i partiti, ma sono aumentate le spese: eccolo, il paradosso del Parlamento italiano che viene fuori dalla lettura dei bilanci interni di Camera e Senato approvati in contemporanea dai due rami del Parlamento.
Il terremoto elettorale di aprile, che ha portato alla scomparsa dalle aule parlamentari di tutti i partiti della sinistra, poteva tradursi in una diminuzione delle spese complessive per il funzionamento di Camera e Senato. Invece costeranno circa 26 milioni di euro in più: per la precisione le spese saliranno di 14 milioni alla Camera e di 12 milioni e 290 mila al Senato. In termini percentuali si tratta di un aumento dell’1,5% a Montecitorio e del 2,11% a Palazzo Madama.
In tutto, il Parlamento italiano costerà più di un miliardo e mezzo di euro. Per essere precisi, la cifra totale è pari a 1 miliardo 663 milioni 500mila euro, così ripartiti: 1.069.000.000 euro alla Camera (630 deputati) e 594.500.000 euro al Senato (315 senatori eletti, più 7 a vita).
Alla Camera, comunque, si è riusciti a restare sotto il tetto dell’inflazione programmata dell’1,7%; al Senato si sta sopra, ma il presidente della commissione Bilancio Antonio Azzolini sottolinea che gli aumenti sono comunque inferiori al limite del 2,5% fissato a suo tempo.
A spulciare le carte si scopre che sono i partiti, a Palazzo Madama, a fare la parte del leone negli aumenti di spesa: l’incremento maggiore riguarda proprio loro, i gruppi parlamentari. Pur essendocene di meno rispetto alla scorsa legislatura (quando c’era Rifondazione Comunista, i Verdi-Pdci, la Sinistra democratica e i due gruppi separati di An e Forza Italia, ora raccolti sotto la bandiera comune del Pdl). Il “gruzzolo” per i gruppi senatoriali per il 2008 passerà infatti da 39 milioni e 350 mila euro a 40 milioni e 100 mila, con aumento in percentuale dell’1,9% rispetto all’anno precedente. Alla Camera, invece, ai gruppi arriveranno 2 milioni e 290 mila euro in meno.
Ma, gruppi parlamentari a parte, che cos’è che fa crescere le spese delle Camere? Salgono di molto quelle per il pagamento delle pensioni degli ex parlamentari: più 5,25% alla Camera, più 4,52% al Senato. Anche gli stipendi del personale che lavora a Montecitorio aumentano dell’1,49% (mentre cercano di dare il buon esempio i deputati, che prevedono di diminuirsi le spese dell’1,27%). Al Senato vanno su le spese per gli ex dipendenti in pensione, che salgono del 5,77%, e per il personale non dipendente, aumentate del 2,52%.
Insomma, la tendenza è chiara, e qualche parlamentare, durante il dibattito, si è posto il problema. Come il senatore democratico Enrico Morando: “Abbiamo i trattamenti previdenziali più generosi del mondo, abbiamo il trattamento retributivo più alto, e il numero dei dipendenti delle due istituzioni è sproporzionato rispetto agli altri paesi europei”. Secondo i dati forniti da Morando, le spese del solo Senato dal 2001 al 2006 “sono passate da 374 milioni a 521 milioni, con un aumento del 40%, un dato agghiacciante”.
Alla Camera, invece, è esplosa la guerra con i senatori. Ad accendere la miccia delle polemiche il deputato del Pdl Emerenzio Barbieri: “Oggi i senatori” ha sostenuto “percepiscono non meno di 700-800 euro al mese in più rispetto ai deputati. All’Assemblea parlamentare della Nato si va alle riunioni con i senatori in classe business e i deputati in classe economica! E poi noi per telefonare all’esterno abbiamo bisogno di fare tutta una lunga trafila, le telefonate dei senatori vengono fatte senza problemi. Quindi, o ribadiamo che i parlamentari sono tutti uguali, sia che siano senatori sia che siano deputati o c’è qualcosa che non quadra”.
Senza storia, poi, il tentativo dei radicali di sforbiciare pesantemente su alcune voci di spesa: l’aula della Camera ha detto no all’abolizione del telepass e dei biglietti ferroviari per gli ex deputati.

Di Gianna Milano e Chiara Palmerini
Che cosa ha fatto emergere il bubbone della clinica Santa Rita di Milano? È la punta visibile di un problema che riguarda solo le cliniche private, come si è sentito dire, o coinvolge tutta la sanità ? Colpa di singoli medici, “mele marce”, o di un sistema che spinge chi cura a trasformarsi in procacciatore di prestazioni, fino alle lesioni o, anche se penalmente meno rilevante (ma non moralmente), allo spregio di ciò che è meglio per la salute della gente?
Da una parte c’è chi si stupisce che il Servizio sanitario nazionale paghi gli ospedali, pubblici e privati, a prestazione, sistema ormai in vigore da 15 anni, analogamente a quanto avviene in quasi tutti i paesi industrializzati. Dall’altra le parole e i toni di alcuni dei medici intercettati nella clinica milanese, intenti a “tirar fuori mammelle”, “pescare polmoni”, “investire nei tumori”, sembrano la materializzazione del peggiore degli incubi. Sbrogliare la matassa di ciò che è successo, e soprattutto di come è potuto succedere senza che nessuno se ne accorgesse, non è facile. Gli esperti interpellati da Panorama hanno individuato una serie di punti deboli del sistema di cui i furbi possono approfittare.
Rimborsi gonfiati. Per capire bisogna partire analizzando il sistema dei rimborsi agli ospedali. Ai tempi della mutua, alle cliniche andava una cifra fissa per ogni giornata di degenza. Quel sistema incentivava una sorta di sequestro di persona: più a lungo un paziente era ricoverato, più l’ospedale guadagnava. Per il ricovero di un paziente con tumore riceveva quanto per uno operato di tonsille. In seguito si è passati al rimborso a piè di lista: agli ospedali erano pagate le spese affrontate durante l’anno. Così i conti lievitavano senza controllo. Per porre un freno, nel 1995 sono stati scelti i cosiddetti Drg (”diagnosis related group” o raggruppamenti omogenei di diagnosi), un’invenzione americana: alla dimissione del paziente, in base alla diagnosi e all’intervento, a eventuali complicazioni, alle condizioni del malato, l’ospedale riceve una certa cifra. Una sorta di listino prezzi che può produrre due effetti, secondo Francesco Taroni, professore di medicina sociale all’Università di Bologna: “L’aumento del numero di ricoveri e la diminuzione della durata. Conseguenze positive se servono a smaltire le liste d’attesa e a non trattenere inutilmente i malati, negative se i ricoveri sono immotivati o se i pazienti vengono mandati a casa troppo presto”. In più i Drg si prestano a possibili abusi.
Sostiene Americo Cicchetti, della facoltà di economia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma: “I Drg hanno creato incentivi per una maggiore efficienza ma hanno anche generato meccanismi perversi per ottenere rimborsi gonfiati”. Dato che assistere un paziente operato di appendicite costa di più se ha pure, mettiamo, il diabete, il suo ricovero comporta una tariffa più alta. E questo può indurre in tentazione, facendo passare per diabetico chi non lo è, o esagerando un’influenza in una bronchite. O, ancora, far figurare il trasferimento di un paziente al reparto di riabilitazione, rimborsato a giornate, anche se resta fermo nel suo letto (è una delle accuse mosse agli imputati della Santa Rita). Infine, tocco di furberia, dimettere i pazienti dal pronto soccorso a mezzanotte e 5 minuti per far scattare un giorno di degenza. Per scoraggiare piccoli e grandi imbrogli, innanzitutto, suggerisce Cicchetti, «il tariffario dei Drg andrebbe aggiornato ogni 6 mesi per adeguarlo alle tecnologie che cambiano e agli sviluppi della medicina». Una commissione ci sta lavorando, per ora senza risultati: i membri, tutti medici, non si trovano d’accordo su quali prestazioni devono valere di più.
Il sistema dei controlli. Poi c’è il problema di scoraggiare le truffe sistematiche. Chi deve controllare e come? “Gli strumenti peggiori sono le denunce e le inchieste della magistratura; la logica peggiore è quella del tutto o niente: ti faccio o non ti faccio lavorare” sostiene Francesco Longo, direttore del Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria sociale (Cergas) della Bocconi. “A controllare dovrebbero essere le Asl, concedendo o sottraendo incentivi”. Questi, afferma Fabio Turazza, cardiologo al Niguarda di Milano, “dovrebbero essere finalizzati alla qualità delle prestazioni, non solo al controllo della spesa”. E se si individuano infrazioni, secondo Silvio Garattini, direttore del Mario Negri di Milano, «devono scattare sanzioni pesanti».
Il nodo è proprio sui controlli. La Lombardia è la regione che ne fa di più in Italia (le Asl esaminano fino al 5% delle cartelle cliniche, contro una media nazionale del 2), ma se sono solo “formali” non è detto che servano a molto. La verifica a campione di cartelle cliniche e schede di dimissione (tra l’altro annunciata, non a sorpresa) nasce da esigenze amministrative di verifica della spesa e non sempre rileva le magagne, per esempio interventi su pazienti che non ne avevano bisogno. Ogni tanto però qualcosa salta fuori. Nel Lazio, nell’ultimo anno, è emerso che per il 49% i casi classificati come traumi cranici con stato di coma, ma con degenze curiosamente brevi, altro non erano che ricoveri per lievi botte alla testa con qualche abrasione e contusione. Altri controlli possono essere anche più efficaci. “Come un’analisi in chiave statistica dei dati aggregati sulle prestazioni per vedere se ci sono campanelli d’allarme” raccomanda Longo. Un esempio evidente di intervento troppo spesso inappropriato è il taglio cesareo, rimborsato in alcune regioni assai di più del parto naturale. Secondo l’Oms, un tasso di cesarei superiore al 15% è anomalo. In Italia la media è del 32, superiore al Sud, con punte del 62% in Campania.
Le soluzioni delle Regioni. Alcune regioni hanno attivato sistemi per individuare le sacche di mediocrità . L’Agenzia di sanità pubblica della Regione Lazio ha istituito un sistema di 42 indicatori per valutare la qualità delle prestazioni: si controlla che la mortalità a 30 giorni da un bypass aortocoronarico, la tempestività dell’intervento per frattura del femore, la riammissione in ospedale dopo una colecistectomia non superino standard fissati a livello internazionale. “Nel Lazio stiamo valutando l’opportunità di fissare una soglia: gli ospedali che non raggiungono una certa percentuale di esiti virtuosi chiudono il reparto” dice Carlo Perucci, direttore del dipartimento di epidemiologia della Asl Roma/E. Sistemi simili hanno attuato Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte.
Un altro di tipo di controllo è legato al cosiddetto accreditamento, l’iter attraverso il quale le regioni riconoscono a strutture già autorizzate, cioè in possesso di requisiti minimi uguali in tutta Italia, caratteristiche di qualità aggiuntive per esercitare l’attività per conto del servizio sanitario nazionale. Ogni regione pretende il rispetto di requisiti di accreditamento diversi, da quelli puramente formali, come il numero di bagni in rapporto ai posti letto, ad altri più sostanziali.
La Lombardia è stata la prima ad avviare il processo di accreditamento, basato su requisiti di carattere gestionale, cui si è poi aggiunta la certificazione di qualità secondo il sistema Iso. In alcune regioni, come la Sicilia, il processo non è neppure iniziato per le strutture pubbliche (la scadenza è fissata a dicembre 2009), mentre le private hanno completato l’iter a giugno 2007, per un totale di 1.683 cliniche cui è stata concessa l’autorizzazione. “In Emilia-Romagna verifichiamo il rispetto di standard gestionali, come pure quello di requisiti per diverse specialità correlati a indicatori di performance: come la mortalità per gli interventi di cardiochirurgia o il tempo che intercorre tra una diagnosi di tumore al polmone e l’intervento” riferisce Renata Cinotti, responsabile dell’area accreditamento e qualità dell’agenzia sanitaria dell’Emilia-Romagna. Questa regione è capofila in Italia di un progetto interregionale per la formazione di valutatori da ingaggiare nei controlli della qualità degli ospedali.
C’è inoltre un problema di programmazione. Se, per fare un esempio, in Lombardia si è autorizzata l’apertura di 21 reparti di cardiochirurgia, mentre alcuni esperti stimano che ne basterebbe la metà per un bacino di 9 milioni di abitanti (vengono infatti operati molti pazienti di altre Regioni), c’è forse da aspettarsi che le sale operatorie cerchino di funzionare a più non posso. “Il criterio della produttività , da quando gli ospedali sono diventati come aziende, vale sia nel pubblico sia nel privato” aggiunge Ettore Vitali, cardiochirurgo passato dall’ospedale milanese Niguarda alle cliniche Gavazzeni di Bergamo.
Una nota dolente che vale solo per la sanità privata è il tipo di contratto tra la clinica e il medico. Mentre negli ospedali pubblici il 20% al massimo dello stipendio può derivare da incentivi basati sulla produttività , nel privato in teoria non ci sono limiti. “Se il medico è una persona perbene, il meccanismo è benevolo. Se non lo è … l’appetito, si sa, vien mangiando” commenta l’oncologo Ermanno Leo, dell’Istituto dei tumori di Milano. Alla Santa Rita, secondo gli inquirenti, la disinvoltura nell’usare il bisturi poteva portare lo stipendio di alcuni medici da 2mila euro fino a 20mila.
La gestione delle spesa sanitaria. A incidere sono anche questioni di politica economica. Ci sono regioni, come la Lombardia, in cui il fatturato per la spesa sanitaria ha un tetto unico per ospedali pubblici e privati, superato il quale le prestazioni vengono rimborsate meno. Questo sistema vuole promuovere la concorrenza e migliorare i servizi. Il rischio è che certe piccole strutture private operino a più non posso senza subire gli effetti negativi dell’abbassamento dei rimborsi, penalizzazione che si diluisce nel totale a disposizione di tutti gli ospedali. “Nel caso di un tetto di fatturato per ogni struttura, meccanismo molto più rigido e contrario alla concorrenza, aumentare il numero dei casi diventa invece inutile, perché non porta benefici economici” ritiene Taroni. Trovare soluzioni facili per sistemi complessi come quelli sanitari è arduo. Ma vengono in mente le parole profetiche di George Bernard Shaw nel Dilemma del dottore: “Che una nazione ragionevole, avendo osservato che ci si può procurare il pane offrendo un interesse economico ai fornai che ce lo fabbricano, seguiti a offrire a un chirurgo un interesse per le gambe che ci amputa, è quanto basta per farci disperare dell’umanità politica”.
(hanno collaborato Donatella Marino e Fabio Turone)
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Antonio Martusciello, Fi, classe 1962, potrebbe essere il più giovane pensionato dell’ultimo Parlamento. Napoletano, 46 anni, 4 legislature alle spalle, è entrato a Montecitorio a 32 anni, ha svolto 14 anni effettivi di mandato. E in base a una vecchia norma degli anni Ottanta può riscattare i contributi mancanti fino ad arrivare a 20. E dunque, dal 1° maggio, potrebbe intascare 7.958,50 euro lordi al mese di vitalizio, 95.502 euro l’anno.
Lo stesso avviene per Rino Piscitello, Pd, 47 anni e mezzo e pure lui ha 4 mandati. Sono solo due esempi di quanto avranno di pensione i parlamentari non rieletti il 13 e 14 aprile, secondo un’inchiesta di Panorama, pubblicata sul numero in edicola da giovedì 24 aprile.
Altri esempi? Fra gli altri Panorama cita Alfonso Pecoraro Scanio, 49 anni appena compiuti. Deputato dal 1992, vanta 5 legislature: 16 anni di mandato effettivo, 22 anni di contributi pagati, se arriva a 25 gli scatterebbe un super-vitalizio di 8.836 euro lordi al mese. Enrico Boselli, classe 1957, 4 mandati e 7.958 al mese. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci e docente di diritto romano, che compirà 52 anni a ottobre, continuerà a insegnare, ma aggiungerà allo stipendio un vitalizio uguale a quello di Boselli. E 9.600 euro è quanto prenderanno sessantenni come il neo-socialista Gavino Angius, classe 1946, e Clemente Mastella, classe 1947.
Ma, scrive Panorama, a mettere in difficoltà il bilancio 2008 delle due Camere saranno anche quelli che pudicamente il Senato chiama “assegni di solidarietà ”: una sorta di tfr pari all’80 per cento dell’indennità , moltiplicato per gli anni effettivi di mandato. A Palazzo Madama hanno stanziato già 8 milioni di euro, ma anche questi non basteranno.
Da liquidare ci sono infatti mostri sacri come Armando Cossutta del Pdci (345.600 euro), Clemente Mastella (307.328 euro), Alfredo Biondi (278.516), mentre alla Camera il recordman è Angelo Sanza, 10 legislature come Cossutta, con 337.068 euro di liquidazione.

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di Stefano Brusadelli
Vince anche chi perde. Mentre il sistema politico si avvia alla semplificazione con la nascita di Pd e Pdl, la sopravvivenza della legge del 1999 sul finanziamento dei partiti, che ammette alla suddivisione dei rimborsi chiunque superi l’1 per cento dei voti alla Camera e al Senato, produce l’effetto paradossale di spingere alla corsa anche chi non ha nessuna probabilità di eleggere parlamentari. Ma che farà comunque un buon affare, incassando denari utili a tenere in piedi la baracca e a distribuire un po’ di stipendi, anche in vista di altri appuntamenti senza soglia di sbarramento come le elezioni comunali, provinciali, regionali ed europee (previste l’anno prossimo).
Considerato che la torta complessiva vale circa 225 milioni a legislatura per la Camera e 205 per il Senato, l’1 per cento vale 2,2 milioni a Montecitorio e due nell’altro ramo. Se si prende come base il sondaggio Demoskopea condotto il 19 marzo per SkyTg24, si desume che La Destra di Francesco Storace con il 2,5 per cento riceverebbe oltre 10 milioni, come l’Idv di Antonio Di Pietro (che però, essendo coalizzata con il Pd, eleggerebbe anche deputati). Mentre al Psi di Enrico Boselli e al Mpa di Raffaele Lombardo, accreditati dello 0,5 per cento, basterebbe un altro mezzo punto per incassare più di 4 milioni.
Niente male, per partecipazioni votate all’insuccesso.
Abbandonati il relax e la calma vacanzieri, ci si deve preparare alle possibili cattive sorprese che il rientro a casa a volte riserva. Contrattempi in aeroporto, spese bancarie inaspettate, un incidente spiacevole subito in villeggiatura sono solo alcune delle eredità che spiagge, laghi e montagne concedono ai turisti. Gli strumenti per rifarsi del travaso di bile e delle ingiustizie subite ci sono.
Bagaglio smarrito. Gli assurdi disguidi che si sono verificati nelle scorse settimane all’aeroporto di Fiumicino non hanno giustificazione: l’intenso traffico negli aeroporti era del tutto prevedibile per l’esodo agostano. Altroconsumo ha sollecitato il ministro dei Trasporti e il presidente dell’Enac chiedendo che sia fatta al più presto chiarezza sulle vere cause che hanno provocato i ritardi nella consegna dei bagagli perché vengano presi provvedimenti immediati ed esemplari nei confronti dei responsabili. Abbiamo chiesto anche che ai passeggeri danneggiati siano riconosciuti rimborsi automatici da parte delle società aeroportuali coinvolte. Nel caso in cui i nostri sforzi siano stati insufficienti, vi potrà essere utile il fac-simile della raccomandata per chiedere il risarcimento del danno alla compagnia aerea.
Addebiti ingiustificati. A volte le sorprese più amare arrivano dall’estratto conto della carta di credito, di solito come addebiti per spese mai fatte o doppi addebiti. L’estratto conto può essere contestato per iscritto (di solito entro 60 giorni), allegando copia degli scontrini delle spese fatte e inviando il tutto per raccomandata all’ente che ha emesso la carta.
In caso di infortunio. Alcune compagnie hanno studiato polizze specifiche per i viaggiatori. Rimborsano le spese mediche, assicurano il bagaglio e si occupano degli imprevisti che possono capitare a chi viaggia con l’auto. La nota dolente, però, è che ci sono molte limitazioni e in generale le compagnie non sono molto generose. Per essere risarciti di solito basta una semplice telefonata alla centrale operativa della compagnia assicurativa per fornire le informazioni del caso. A volte è richiesto l’invio di una raccomandata con allegati tutti i documenti che provano l’incidente. Ricordate, quindi, di conservare tutte le prove (ricevute, documenti, fatture, prescrizioni mediche…) indispensabili per ottenere i rimborsi. È bene sapere, però, che l’acquisto delle polizze vacanza può rappresentare un inutile doppione: prima di pagare assicuratevi di non avere già altre coperture che forniscono le stesse garanzie.

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