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Costa Concordia: “Risarcimenti? 2 mln di dollari a testa, altro che 14mila euro…”

Partita la battaglia legale per i risarcimenti (Credits: LaPresse)

Partita la battaglia legale per i risarcimenti (Credits: LaPresse)

1 milione e mezzo di euro per ciascuna vittima dell’incidente alla Costa Concordia, ma anche tempi brevissimi e nuove regole per la navigazione. Un’impresa non da poco per John Arthur Eaves, ma non impossibile, perchè lui, l’avvocato americano che rappresenterà 70 tra parenti delle vittime e passeggeri della nave ormai semi inabissata all’isola del Giglio, non è nuovo a cause del genere. Fu lui che in occasione della tragedia del Cermis nel 1998 “portò a casa” 4 miliardi di lire per ciascuno di coloro che persero la vita, quando un aereo americano tranciò i cavi della finivia in Friuli.

Ma le legislazione marittima in Europa e in Italia è differente da quella statunitense, ecco perchè il legale sarà affiancato, a livello tecnico, da Enzo Fogliani, docente universitario di Diritto della Navigazione dei Trasporti, che spiega: “Lo studio del collega americano si basa sul fatto che la Carnival, che è la casa madre di Costa, essendo il maggior produttore di crociere al mondo avrebbe dovuto rendersi conto che la sua associata non offriva un servizio all’altezza delle aspettative”.


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All’incasso da Wanna Marchi

Vanna Marchi e la figlia Stefania Nobile

Wanna Marchi e la figlia Stefania Nobile
Per una volta la giustizia italiana è stata efficiente. Dopo “soli” sette anni, un tempo breve rispetto alla media, le vittime di Wanna Marchi stanno recuperando i soldi versati alla teleimbonitrice di Castel Guelfo (Bologna). Anzi, c’è chi ha riavuto tutto il capitale speso inseguendo la fortuna e in più ha ricevuto una cifra importante per la sofferenza patita, ovvero il danno morale. Per esempio, la signora Luigina: aveva dato all’Asciè di Wanna Marchi, della figlia Stefania e del “mago” Do Nascimento 60.900 euro, ora ne ha in tasca 83 mila. Un piccolo record per l’Italia dei tribunali che funzionano male, dei fascicoli polverosi e delle cause che si trascinano per decenni.

Merito di una pattuglia di avvocati agguerriti che hanno fatto leva su una sentenza a suo modo rivoluzionaria: quella di primo grado che ha condannato Marchi e la figlia Stefania a pene pesanti, 10 anni, solo limate in appello. I giudici del tribunale di Milano hanno calcolato subito tutti i danni, patrimoniali e morali, senza rinviare il computo esatto a un futuribile processo civile, poi hanno messo a disposizione delle parti civili i beni sequestrati al terzetto. Certo, solo le briciole degli incassi accumulati in anni e anni dalla televenditrice, che a parere della Guardia di finanza aveva 300 mila clienti e ricavi, solo fra il 1996 e il 2001, per parecchi miliardi di lire.

Ma comunque meglio di niente. I legali hanno immediatamente aggredito quel che restava del grande banchetto imbandito a spese di migliaia di italiani: i conti correnti che non sono stati svuotati in tempo e alcuni appartamenti, sparpagliati fra il Lago di Como, Milano e la Toscana. I risultati, a distanza di sette anni, sono arrivati, come spiega Stefano Zurlo, giornalista del Giornale, nel libro La strega della tv, Wanna Marchi: ascesa e caduta di un mito, prefazione di Maurizio Belpietro, appena pubblicato da Bietti Media e Albatross, in vendita sul sito www.ragioncritica.it.”Ho seguito 23 persone truffate dalle Marchi” spiega l’avvocato Marco Marzari, capofila dei penalisti di parte civile, “e 20 hanno avuto quel che aspettavano; per tre siamo a un passo dalla conclusione. Così, a Emanuela, che aveva comprato giusto i numeri del lotto per 150 euro, sono stati riconosciuti 8.200 euro”. E il tesoretto crescerà nelle prossime settimane: a fine novembre il notaio metterà in vendita la torre che il mago aveva a Candelo, nel Biellese. Quindi andranno all’asta altri appartamenti, tutti provenienti dall’impero delle Marchi. Il ricavato sarà consegnato a chi aveva scommesso imprudentemente sull’Asciè, versando anche centinaia di milioni di lire nell’arco di alcuni anni.

Nel libro, che descrive attraverso numerose testimonianze anche la Wanna Marchi rampante degli anni Ottanta, parla per la prima volta il capitano Piergiuseppe Cananzi, il finanziere che coordinò l’operazione Tapiro salato. Al momento dell’arresto nella casa di Castel del Rio (Bologna), racconta Cananzi, “Wanna Marchi si sedette, lanciando un urlo liberatorio e battendo con forza più volte la testa sul tavolo”.

Assicurazione risarcisce la “vedova” di una signora morta per un’operazione

In Francia cresce il successo dei Pacs

E se fossero le compagnie assicurative a colmare i buchi del legislatore? Il secondo caso in pochi giorni è di ieri. E stavolta non c’è nessun Pacs (o Dico) di mezzo. Ma solo il riconoscimento del danno patito anche da chi ha un rapporto non incasellato giuridicamente con la persona danneggiata o scomparsa. Anche se è dello stesso sesso.
Dopo il caso del risarcimento da parte delle Generali al convivente omosessuale dell’ottantaduenne francese residente a Venezia investito da un’auto, (la loro unione era stata certificata da un “Pacs” in Francia), ieri è toccato alla convivente di una donna morta per le complicazioni di un errore medico. L’accordo è stato raggiunto in uno studio legale di Milano. Alla donna, 55 anni, italiana, sono stati riconosciuti i danni “affettivi e morali” derivanti dalla scomparsa della compagna. Un risarcimento “congruo” sostengono le due legali Elisabetta Arrigoni e Laura Granata che hanno seguito il caso. Si è trattato di un accordo extragiudiziale, tra privati. Ma è comunque una novità non da poco: le due donne convivevano da quasi vent’anni.

Un errore medico durante un’operazione ha portato alla morte della più anziana. L’ospedale ha riconosciuto l’errore, è partita una trattativa e l’assicurazione ha concesso il risarcimento. A parenti e compagna “di fatto”. Le due non erano unite da nessun documento: in Italia ancora non esiste niente di simile: non il “matrimonio gay” come in Spagna e nemmeno i fumosi e mai approvati Cus del governo Prodi.

In Italia, solo qualche comune (Padova, Bari ma non la Roma di quand’era sindaco Veltroni) ha introdotto un registro delle unioni civili, come testimonia la Mappa delle unioni civili nel mondo da Googlemaps.

Se le lobby del tabacco vincono contro le vittime del fumo

Il risarcimento per i danni da fumo è ormai solo un ricordo lontano. L’orientamento dei giudici si sta facendo sempre più chiaro: siccome esiste una consapevolezza diffusa e incontestabile dei rischi che derivano dal fumo di sigaretta, i parenti delle vittime da tabacco non possono pretendere un risarcimento per danni morali. Anzi, chi sta pensando di intraprendere una causa contro i produttori di sigarette, ci pensi bene, perché oltre a restare a bocca asciutta rischia pure l’addebito delle spese processuali.

Lo conferma la sentenza numero 23877/2007 del tribunale di Roma che ha rispedito al mittente le richieste avanzate dagli eredi di un fumatore morto a causa del suo maledetto vizio, all’Ente nazionale Tabacchi (Eti) oggi inglobato nella British American Tobacco (Bat). Nel 2005 dopo che la Corte d’appello di Roma condannò l’Eti a pagare 200mila euro ai familiari di un altro fumatore morto, molti parenti di vittime del tabacco, associazioni dei consumatori e altrettanti avvocati, speravano di giocarsi la carta del risarcimento contro i produttori di sigarette. Ma quella sentenza, in cui si supponeva che la vendita del tabacco potesse considerarsi un’attività pericolosa, è rimasta isolata.

Negli ultimi tre anni i tribunali di Roma (8067/05), Brescia (3900/05) e Napoli (12729/04) hanno ribadito la notorietà pubblica dei rischi del fumo risalente addirittura al fascismo. Eppure al contrario di quanto si creda, l’orientamento dei giudici italiani sarebbe in linea con le corti d’Appello americane. “Non dimentichiamoci”, dice Francesca Rolla, legale dello studio Lovells che ha difeso Bat in quest’ultimo procedimento, “che in secondo grado i giudici degli Stati Uniti d’America tendono sempre a ribaltare il verdetto della giuria popolare di primo grado. Le sentenze risarcitorie quindi si bloccano in primo grado”. E ai poveri fumatori, non resta che prendersela con se stessi.

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