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Sul tavolo del Corecom aspettano solo che da Roma arrivi l’atto ufficiale. Questione di giorni, forse di ore. Ma nella sede milanese dell’Agenzia regionale delle comunicazioni non hanno dubbi sull’esito dell’istruttoria. Il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, avrebbe violato la legge sulla par condicio. Centinaia di migliaia di euro spesi fuori tempo massimo, quando la legge imponeva agli enti pubblici il silenzio: spot e trasmissioni televisive, periodici patinati distribuiti in ogni angolo della regione, pubblicità su quotidiani nazionali e locali. Tutto a ridosso di una difficile campagna elettorale che vede Penati contrapposto a Guido Podestà , europarlamentare del Popolo della libertà .
La storia comincia da un esposto. Lo ha presentato al Corecom il 16 aprile il capogruppo del Pdl alla provincia, Bruno Dapei. Il consigliere cita la legge del 2000: vieta alle pubbliche amministrazioni ogni “attività di comunicazione” in prossimità del voto, a eccezione di quella “impersonale e indispensabile per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni”. “Regola scattata il 3 aprile 2009, giorno della convocazione dei comizi elettorali per le europee” spiega Dapei. “Mentre Penati ha continuato a fare propaganda per sé, mascherandola da necessità istituzionale. Tutto con i soldi della Provincia di Milano. E non con i suoi, come era doveroso”.
Qualche giorno dopo l’esposto il Corecom invia il risultato dell’istruttoria all’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che dovrà dire l’ultima parola. “Ma la violazione è già stata accertata” sostiene Maria Luisa Sangiorgio, presidente del Corecom in Lombardia. “Aspettiamo solo che ci arrivi il dispositivo per comunicarlo”.
Le infrazioni riguarderebbero tre iniziative: un periodico, alcuni spot e una campagna pubblicitaria. La prima è La provincia in casa, trimestrale patinato che, storicamente, esalta le gesta della giunta di turno. Il numero di aprile strilla in copertina: “Le cose fatte dal 2004 al 2009″. Apre una lunga intervista a Penati, si prosegue con la posta del presidente, a seguire dettagliati resoconti degli assessori sugli obiettivi raggiunti. Per questo giornale l’amministrazione non ha lesinato: 23.880 euro per la grafica, 95.940 euro per stampare 250 mila copie in più dell’usuale, 59.362 euro per allegarlo ai settimanali, 75.730 per le varie ed eventuali. Totale: 254.912 euro. Tutte le delibere di spesa sono state approvate il 30 marzo. Il trimestrale è uscito il 15 aprile, “cioè 12 giorni dopo il silenzio elettorale. In palese contrasto con la legge sulla par condicio” accusa Dapei.
Il garante si è occupato anche dell’acquisto di pubblicità e trasmissioni andate in onda nelle tv locali tra fine gennaio e aprile inoltrato, per cui sono stati usati 121.968 euro. Tutto lecito per la Provincia di Milano: si tratta solo di diversa interpretazione della legge. Secondo gli uffici della presidenza, la data entro cui si poteva fare attività istituzionale non era il 3 aprile, bensì il 23 dello stesso mese, giorno in cui è stata comunicata la data delle elezioni amministrative. È quella che fa fede. Comunque ogni comparsata televisiva sarebbe stata cautelativamente sospesa il 17 aprile, quando il garante ha comunicato di avere aperto l’istruttoria.
Eppure, solo due giorni dopo, vengono stanziati 49.024 euro per la campagna “Ne abbiamo fatta di strada”: raffiche di spot e inserzioni su diversi quotidiani. Soldi che si aggiungono ai 284.088 euro sborsati a partire dal 30 marzo per lo stesso progetto. E comunque si tratta solo di comunicazione istituzionale, ha chiarito Penati. Compreso lo spot in cui il presidente snocciola le mirabili cose fatte durante la legislatura.
Riassumendo: negli ultimi tempi la Provincia di Milano, per propagandare il bene profuso durante il mandato, ha speso circa 608 mila euro. Un calcolo probabilmente per difetto. Gran parte di questi soldi ha dato frutti in prossimità del giorno in cui la par condicio vietava ogni attività . Che per gli uffici di Penati era il 23 aprile. “La norma invece è chiara” sostiene Sangiorgio. “La data è il 3 aprile”.
Cosa rischiano ora Penati e i suoi? Il garante probabilmente imporrà loro di avvisare gli elettori, con visibilità , dell’inosservanza. Potrebbe essere il preludio a un accertamento della Corte dei conti.
Il presidente però è sicuro di aver rispettato la legge. Anche se conviene che “quella delle date è un’interpretazione controversa. Noi abbiamo seguito le indicazioni che ci hanno dato i nostri uffici” chiarisce. “Non l’avremmo fatto se non fossimo stati convinti che tutto era più che lecito. In ogni caso non stiamo parlando di propaganda politica, come ci accusano i nostri avversari. Ho la coscienza a posto. Faremo valere le nostre ragioni”.
Penati riattacca a parlare dopo qualche secondo di silenzio: “Si sa, è più rumoroso un albero che cade che una foresta che cresce. Comunque mi rendo conto che durante ogni elezione ci si spinge a polemiche del genere. Io la feci a suo tempo. Adesso la fanno i miei avversari”.
Uomo di mondo e di garbo, Penati. E soprattutto di buona memoria. In effetti il 13 marzo del 2004 sul Corriere della sera si scagliava contro l’allora contendente Ombretta Colli, che guidava la Provincia di Milano: “Sono stati finanziati abbondantemente prodotti di comunicazione come spot, affissioni e periodici di informazione fintoistituzionale. Tutti giocati sull’immagine della presidente, com’è tipico della propaganda elettorale”. La nemesi è arrivata cinque anni dopo.
( antonio.rossitto at mondadori.it)
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Supera a malapena il metro e 60 e non indossa mai la gonna. È carina, certo, ma a prima vista colpisce di più il suo aspetto risoluto. Licia Ronzulli, quasi 34 anni, insieme con Lara Comi e Barbara Matera, è una delle tre giovani nuove candidate dal Pdl alle elezioni per il Parlamento europeo. Non lavora nel mondo dello spettacolo né, come qualcuno ha azzardato, ha mai fatto la massaggiatrice. È una dirigente sanitaria che ha iniziato come infermiera.
Intorno alla definizione delle liste ci sono state molte polemiche, soprattutto riguardanti le presenze femminili. Qualcuno vi ha definito “veline”, Veronica Berlusconi ha addirittura parlato di “ciarpame”…
Tutto quello che si è detto prima della presentazione delle candidature era frutto di supposizioni. Certi nomi non credo siano mai stati considerati, anche se a qualcuno ha fatto comodo sbandierarli. La sensazione è che si sia fatta pulizia per non assecondare le chiacchiere. È così?
Sono tutte malignità . I candidati che il Pdl ha scelto sono la conseguenza di un’attenta selezione effettuata su mandato del comitato di presidenza del Popolo della libertà ai tre coordinatori nazionali e che nulla ha a che fare con la lettera della signora Berlusconi. Io, comunque, non mi sono mai sentita coinvolta dalle polemiche. Continua

Non ci sta il Cavaliere. E nella polemica mediatica scatenata sulle presunte candidature al femminile del Pdl per la prossime europee, risponde così: “È molto chiaro, c’è una manovra montata dalla stampa di sinistra e dall’opposizione sulle nostre liste con notizie assolutamente infondate”, ha detto ai giornalisti a Varsavia, a margine del congresso del Partito Popolare Europeo, al quale prende parte per l’Italia anche Pier Ferdinando Casini..
E sulle critiche alla composizione delle liste del Pdl alle europee, venute anche dalla moglie Veronica Lario, il premier ha aggiunto: “Anche la signora ha creduto a quello che hanno messo in giro i giornali, mi dispiace”. E sulle polemiche in famiglia il Cavaliere risponde così: “Toccato? No, i miei figli mi voglio un bene dell’anima e credo di essere il più amato dei genitori. Tutto qui”.
Quindi il premier non si scoraggia. Anzi, è un fiume in piena e si dice convinto che questa manovra si trasformerà in un “boomerang” per la sinistra stessa, “quando verranno fuori le liste”. Di qui, una precisazione sul modo cha ha il Pdl di fare le liste: “Noi vogliamo rinnovare la nostra classe politica con persone che siano colte, preparate e che garantiscano la loro presenza a tutte le votazioni e che magari non siano maleodoranti e malvestite come altri personaggi che circolano nelle aule parlamentari candidati da certi partiti”. Poco dopo il premier torna all’attacco: “Farò la campagna elettorale con a fianco queste cosiddette veline e loro parleranno insieme a me e diranno quali sono i loro titoli di studio e che cosa hanno fatto fino adesso”.
E, a quesrto punto, Berlusconi prende la palla al balzo contestando totalmente “il mezzo di azione nella nomina dei candidati alle europee” usato finora e “imposto dalla sinistra”. I candidati per le europee, spiega meglio il premier da Varsavia, “molto spesso sono vecchi arnesi della politica che liberano il campo in Italia per andare in pensione in Europa soltanto interessati al compenso e molto spesso assenteisti”. Un criterio che il Pdl vuole completamente rinnovare, spiega il premier.
Poi, il Cavaliere aggiunge: “Credo che gli italiani possano giudicare con quali giornali di sinistra ci troviamo a che fare. Giornali che chiameremo con il titolo di ‘Disinformatia’”.
Ma di quali noi si tratta? Eccoli: Barbara Matera, Lara Comi e Licia Renzulli. Sono queste le tre “facce nuove” nelle liste Pdl alle Europee. A spiegarlo è lo stesso Berlusconi, conversando con i giornalisti: “Queste tre le porterò sul palco con me e le lascerò parlare. Lo schema di ogni comizio sarà questo” spiega il presidente del Consiglio. Il seminario che si è tenuto in via dell’Umiltà “non era per aspiranti parlamentari europei, ma per assistenti al parlamento europeo. Sapete che lì si guadagna 15mila euro e un assistente può prenderne 3 o 4″.
Il presidente del Consiglio sottolinea anche che il seminario è stato organizzato dal ministro degli Esteri Frattini: “Non dovevano andare” aggiunge Berlusconi “tutte queste ragazze ma si sono passate la voce quelle dei vari club. Erano comunque tutte ragazze normali”.
Altra questione, altra piccata replica del Cavaliere. Stavolta tocca alla partecipazione di Berlusconi a una festa di compleanno di una diciottenne napoletana. La cosa non è piaciuta a Veronica. E al premier tocca spiegare: “Avrò fatto non so quante foto, la mia partecipazione mi era stata chiesta da una famiglia a cui sono legato da diversi motivi nel passato. Sono passato perché dovevo partecipare a una riunione politica a Napoli, volevo fare solo un brindisi e sono rimasto perché tutti mi hanno chiesto di farsi delle foto con me. Anche questa strumentalizzazione è veramente assurda e contro la realtà ”.
Il VIDEO servizio:
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di Laura Maragnani
Da dove cominciare a raccontare la campagna per le europee più moscia che si sia vista in Italia? Luigi Crespi, l’ex sondaggista un tempo più amato da Silvio Berlusconi, non ha alcun dubbio: lo si vede dai prezzi dei manifesti elettorali 3 metri per 6 (”L’anno scorso viaggiavano sui 500 euro l’uno, oggi da 150 a 170 euro”) e dai muri cittadini. Chi ci ha fatto caso? “Non li ho mai visti così vuoti. Per la prima volta da 10 anni mancano i 3×6 con la faccia di Berlusconi. E sono pochissimi gli altri manifesti: malriusciti quelli del Pd, discutibili i poster di Pier Ferdinando Casini abbarbicato ai figli, di gusto anni Cinquanta, però efficaci sul target, i dipietristi”. Ma soprattutto: “Colpisce l’assenza totale delle nuove aggregazioni, dei nuovi marchi politici come Sinistra e libertà , o Destra-Lombardo-Pensionati-Pionati. Mancano 40 giorni al voto, dovrebbero essere già in pista per farsi conoscere”. E invece: missing, non pervenuti.
Certo, mancano ancora le liste definitive. La ricerca dei testimonial e dei candidati acchiappavoti, soprattutto nelle piccole formazioni che il 6 e 7 giugno si giocano la sopravvivenza, è ancora in corso. Naturalmente i soldi da investire per la campagna elettorale (preventivi correnti: 1 milione a candidato, 3-4 al minimo per un partito) sono pochi, soprattutto a sinistra. Però a condizionare il quadro sono più che altro i sondaggi: il gradimento di Silvio Berlusconi, assente dai manifesti ma ben presente in Abruzzo dopo il terremoto, veleggia oltre quota 50 per cento. Tra il 42 e il 43 per cento, ha annunciato Paolo Bonaiuti il 21 aprile, viaggia il Pdl. A scatola chiusa. “Per le candidature i lavori sono in corso” dicono all’unisono Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello.
Ma l’opposizione come si inventa un efficace contromarketing elettorale? Chi è disposto a metterci la faccia? L’elenco dei “no, grazie” in questo giro è sterminato.
Ne sa qualcosa Dario Franceschini, segretario di un Pd che i sondaggi al momento accreditano tra il 22 e il 26 per cento. Dopo aver aperto la campagna elettorale annunciando la sua intenzione di non correre per Strasburgo, in polemica con quello che lui definisce il grande “imbroglio” di Berlusconi (candidato in tutte le circoscrizioni ma costretto a dimettersi dopo l’elezione perché la carica di presidente del Consiglio e quella di eurodeputato sono incompatibili), Franceschini ha incassato un rifiuto di massa.
S’è sfilato Piero Fassino, ha detto no Massimo D’Alema, hanno declinato Walter Veltroni prima e rumorosamente dopo Goffredo Bettini, in polemica per il reclutamento del conduttore del Tg1 David Sassoli come capolista per la circoscrizione Centro. Inutile il pressing su Renato Soru e su Stefano Rodotà . Sergio D’Antoni, inizialmente disponibile, ci ha ripensato. Anche Franco Marini ha dato il suo contributo ad allargare il vuoto che si sta facendo intorno al segretario: “No grazie, desidero completare il mandato a Palazzo Madama”.
Timorosi di mettere la propria faccia su una batosta annunciata? O tutti già impegnati nelle manovre in vista del congresso di ottobre, quando difficilmente un Franceschini sconfitto potrebbe essere un candidato credibile alla segreteria? Non ci sono i big, mancano le macchine da voto, i capilista imposti da Roma non sempre sono digeriti dal partito a livello locale, come Rita Borsellino in Sicilia, Luigi Berlinguer al Nord-Est o Sergio Cofferati nel Nord-Ovest. Funzioneranno?
“Certo, un partito che corre per le europee senza il segretario manca inevitabilmente di un’identità forte” spiega Mario Morcellini, preside della facoltà di scienza della comunicazione alla Sapienza e neo-autore di Perché la sinistra ha perso le elezioni, tosto saggetto appena uscito per i tipi della Cgil. Senza contare sul fatto che la sinistra in questa vigilia europea più che andare all’attacco sembra ripiegarsi, in preda a una sindrome di riparazione. “Basta guardare allo slogan preelettorale del Pd: Più forti noi, più forte tu” dice Morcellini. “È soprattutto un appello al consolidamento, al ritorno a casa di un elettorato psicologicamente disperso”.
Disperso non solo in casa Pd. “Vota per il tuo bene” sarà , non a caso, uno degli slogan chiave della lista comunista messa in piedi da Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Cesare Salvi e i Consumatori uniti, che punterà la sua campagna da 3 milioni di euro (partirà ai primi di maggio) proprio sul concetto di “voto utile” alla sopravvivenza della sinistra e su un simbolo storico, falce e martello, politicamente consolidato.
I sondaggi danno la lista comunista tra il 3,8 e il 5 per cento, in zona quorum. Intorno al 2,5 c’è Sinistra e libertà (”ma l’informazione ci oscura completamente e abbiamo dovuto protestare ufficialmente col presidente della Rai Paolo Garimberti” spiega Claudio Fava).
Decisione unanime (”e molto saggia” per Morcellini): non ci saranno coloro che hanno accompagnato lo sventurato governo Prodi e il tracollo dell’Arcobaleno che fu. Non si candiderà Ferrero per i comunisti né Franco Giordano per Sl, non ci sarà l’ex sottosegretario verde Paolo Cento, non ci saranno ex parlamentari tranne poche eccezioni come Lidia Menapace, storica pacifista, e la sua compagna al Senato Haidi Giuliani, radicata nei movimenti: entrambe sono candidate nella lista comunista, insieme all’altra grande vecchia Margherita Hack, l’astrofisica.
Sinistra e libertà punterà su Claudio Fava e Nichi Vendola, Giuliana Sgrena e Sergio Staino, l’ex sindaco di Cosenza Eva Catizone e la pacifista Lisa Clarke. La lista “comunista, anticapitalista e di sinistra” sta anche cercando di arruolare Erri De Luca e Aldo Busi, Gianni Minà e Oliviero Beha, il filosofo Pietro Barcellona e persino il vignettista sospeso Vauro Senesi.
Sempre più a sinistra c’è lui, Antonio Di Pietro. L’unico leader dell’opposizione che corre: “Le elezioni europee hanno un’importantissima valenza nazionale ed è per questa ragione che i leader di partito hanno il dovere di metterci la faccia in prima persona” ha dettato alle agenzie. “Noi dell’Idv sappiamo che quando c’è una battaglia dagli esiti finali si va al confronto finale e non si fugge”. Messaggio a Franceschini. E pazienza se Ferrero lo rimbrotta: “È penoso che anche a sinistra si inseguano le modalità di Berlusconi”.
L’appeal di Di Pietro sull’elettorato di sinistra è pericoloso. Ha schierato un magistrato culto dei girotondini, Luigi De Magistris, un ex sindacalista Fiom (nonché ex deputato Prc), Maurizio Zipponi, un esperto di lotta alla droga, Pino Arlacchi, un simbolo della nuova antimafia, Sonia Alfano. Ha arruolato ex ds e pdci delusi. È diventato il competitor dei comunisti anche in fabbrica. Insomma, marcia come un trattore verso Strasburgo. E lo fa arando il campo dei vicini.
Sono europee, ma queste elezioni sembrano tanto italiane.