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Roberto-Castelli
“La Lega si rilegga la relazione sui rifiuti”, è stato netto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ieri lasciando l’istituto di studi filosofici di Napoli, dove si trovava per consegnare un premio speciale ad Antonio Maccanico. Il Carroccio aveva interpretato le denunce del capo dello Stato sui rifiuti come un modo per scaricare le colpe dell’emergenza rifiuti sul nord e Napolitano ha reagito spiegando: “Sollecito soluzioni a Napoli, non soluzioni al nord di un problema determinato da vari fattori”. Lo scontro tra un partito di governo e la massima carica dello Stato non è passato inosservato tra i palazzi della politica romana. Infatti alcuni senatori (Adriana Poli Bortone del Pdl, Maria Fortuna Incostante del Pd e Lorenzo Bodega della Lega) hanno chiesto al governo di riferire in Aula a palazzo Madama dopo la denuncia del presidente della Repubblica sui rifiuti tossici provenienti dal nord. Nella richiesta bipartisan dei senatori c’è l’auspicio “che si facciano i nomi e i cognomi dei responsabili di queste azioni criminose”.
Nel pomeriggio è arrivata la frenata della Lega. Che per bocca del capogruppo alla Camera, Roberto Cota, prova a spegnere le polemiche: “Noi siamo i primi a dire che i rifiuti vanno smaltiti nelle rispettive regioni, e questo è un principio stabilito anche dalla legge. Abbiamo sempre chiesto che questo principio fosse rispettato. Non facciamo nessuna polemica con il Presidente Napolitano, stimato da Umberto Bossi e dalla Lega”.
Il Partito Democratico, che sabato sarà in Campania per una manifestazione contro la criminalità organizzata, difende il capo dello Stato con il ministro ombra dell’Ambiente, Ermete Realacci che invita la Lega “a moderare i toni” e tramite il segretario regionale della Campania, Tino Iannuzzi: “La Lega deve abbassare i toni e fare molta attenzione a rivolgersi in questo modo nei confronti del Presidente della Repubblica”. Mentre Silvio Berlusconi - intervistato dalla Radio Vaticana alla vigilia del suo incontro con Benedetto XVI - ribadisce quello che aveva detto a Napol: “E’ indispensabile attuare una educazione ecologica sull’emergenza rifiuti. Infatti nel piano che sto mettendo a punto per risolvere questo problema dei rifiuti in Campania e a Napoli, una delle cose più importanti è la raccolta differenziata che verrà insegnata soprattutto nelle scuole, affinché gli stessi ragazzi possano, a casa loro, convincere padre e madre ad adeguarsi a quella che è una necessità. E’ molto importante - ha aggiunto il premier ai microfoni della Radio Vaticana - che la scuola educhi gli alunni al senso civico, al rispetto degli altri, anche attraverso questi comportamenti che riguardano fatti come la raccolta differenziata, ma è anche importante che i media si possano cimentare nella formazione dei giovani, ma direi anche di tutti i cittadini di qualsiasi età”.
Infine il sottosegretario alle Infrastrutture, Roberto Castelli, in serata ha parlato di polemica chiusa “visto che le parole di Napolitano ci tranquillizzano”.

Puntata calda, più del solito, quella di giovedì sera per AnnoZero su Raidue. Sotto inchiesta da parte dell’Autorità per le Comunicazioni per la puntata sul V-day di Beppe Grillo e richiamata dai vertici Rai, la trasmissione ha visto lo scontro tra il sottosegretario Roberto Castelli e il giornalista, collaboratore fisso del programma, Marco Travaglio. Un vivace scambio di battute che si è concluso con l’annuncio di querela da parte dell’esponente del Carroccio contro il giornalista, mentre Michele Santoro cercava di riportare la discussione sui temi della puntata, sicurezza e immigrazione.
E proprio il conduttore ha aperto la serata difendendo Travaglio dopo le polemiche della scorsa settimana quando Travaglio a Che tempo che fa attaccò il presidente del Senato Renato Schifani, provocando una vera e propria bufera politico-mediatica. “Stai tranquillo, Marco, sei nel cuore del pubblico e non hai niente da temere”, ha esordito Santoro. Poi il conduttore ha criticato gli articoli usciti in questi giorni su Travaglio su Repubblica e sul Corriere della Sera. “C’è stato lo scoop di D’Avanzo, che in pratica ti ha accusato di aver preso un residence coi soldi di un tale Aiello, condannato per mafia. Naturalmente il Corsera oggi riprende questo scoop degno del Pulitzer e lo approfondisce: tutti e due i giornali dicono che non può essere una cosa vera, ma la scrivono lo stesso. Perché? Per minare la tua credibilità, ma anche perché quei fatti che tu hai raccontato loro non li avevano scritti, e quindi non dovevano meritare di essere scritti. Altrimenti, che figura ci avrebbero fatto i direttori Mieli e Mauro nei confronti dei loro lettori?. Infine, ha concluso Santoro “Dagospia ha trovato la quadratura del cerchio: esiste in Italia una banda dei quattro, cioè Di Pietro, Grillo, Travaglio e Santoro. Tolti di mezzo questi, il paese si può avviare verso la modernizzazione. Ma io” ha sottolineato Santoro rivolgendosi a Travaglio “non ho la psicosi di essere dalla parte dei vincitori. Mi sento vivo anche perché sei tu qui e hai il tuo microfono”.
Travaglio non ha parlato del suo caso, ma ha citato esempi internazionali in cui la stampa ha contribuito a smascherare comportamenti scorretti da parte di politici: “In tutti questi casi non sono stati i giornalisti a scusarsi” ha sottolineato. “All’estero si usa così: i giornalisti si scusano quando fanno errori, ma se dicono la verità a scusarsi sono i politici”.
Poi è intervenuto Castelli, che ha iniziato un battibecco con Travaglio che ha scritto che l’ex ministro della Giustizia era stato condannato. L’esponente leghista ha sostenuto di non essere mai stato condannato. A differenza di Travaglio. Questi a sua volta ha spiegato di cosa Castelli è accusato e di come ha potuto evitare la condanna grazie al Parlamento. “C’è una banda di giornalisti”, ha detto Castelli, citando tra questi anche Gian Antonio Stella del Corsera, coautore del libro La Casta, “che ha scoperto una cosa interessante, e cioè a parlar male a prescindere dei politici si diventa ricchi. Va bene criticare i politici quando se lo meritano. Ma quando si sbaglia e si diffama una persona, magari si riconosca l’errore”.
Libro alla mano, Travaglio ha replicato che “la Corte dei Conti ha chiesto a Castelli la restituzione di oltre 98 mila euro” ipotizzando per l’ex ministro della Giustizia il reato di abuso di ufficio per aver assunto una persona di Lecco alle sue dipendenze. “Non si è trattato di una condanna” ha controreplicato Castelli “bensì di una richiesta del procuratore della Corte dei Conti”. Travaglio ha però ricordato che il procedimento è stato bloccato dal tribunale dei ministri, che non ha dato l’autorizzazione a procedere.
Finita qui? Per ora almeno sì: “Ci veiamo in tribunale” ha detto Castelli. E Travaglio: “Sì, arrivederci”.
Il VIDEO tratto da YouTube
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Polemiche? No, tutto sotto controllo. I rapporti con Bossi? Ottimi. “Le polemiche di questi giorni fra le forze della nuova maggioranza per la formazione del governo fanno parte della normale dialettica politica, con la quale ogni forza della coalizione cerca di avere il maggior spazio possibile nel nuovo esecutivo”. Ecco cosa pensa il presidente del consiglio in pectore Silvio Berlusconi, delle forti dichiarazioni di questi giorni da parte della Lega Nord e del suo leader Umberto Bossi.
Quindi nessun problema nella partita con gli alleati sulla futura squadra di governo? Il candidato premier del Pdl non glissa, ma nemmeno si sbilancia: sarà il presidente del Consiglio incaricato a stilare la lista dei ministri da sottoporre all’approvazione del capo dello Stato. Insomma, se ne riparlerà. E senza frizioni, visto che Berlusconi giudica “i rapporti con Bossi straordinari. Ho avuto ieri sera un lungo colloquio telefonico con lui e ci vedremo domenica o lunedì”.
Ma la Lega non molla: “Sarebbe molto meglio” che il ministro dell’Interno fosse un esponente del Carroccio (come successe nel ‘94 quando Bobo Maroni sedeva al Viminale, ndr). A portare il nuovo affondo è l’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli che nel corso di Panorama del giorno, alla domanda di Maurizio Belpietro se la Lega vuole che di sicurezza e federalismo fiscale si occupi qualcuno di loro, Castelli ha risposto: “Sarebbe molto meglio. Perché all’Interno vogliamo un uomo di grandissimo polso che affronti il tema della sicurezza senza falsi buonismi, così come chiedono gli elettori del Nord. Sia chiaro non vogliamo poltrone, poniamo il problema”.
E il problema, appunto, ruota intorno a Castelli e alla Lombardia di Formigoni, tessera d’incastro del mosaico di governo.
La Lega infatti insiste per avere il Pirellone. Sempre che Roberto Formigoni “scenda” da Milano a Roma, a ricoprire un incarico di prestigio (un ministero pesante o la presidenza del Senato): “La mia opinione è che Formigoni rimarrà in Lombardia” dice Castelli. Un modo per spingere Formigoni a decidersi? Forse. Anche perché al proprio posto, l’attuale governatore vedrebbe bene proprio l’ex ministro della Giustizia. Su queste richieste incrociate (che irritano An) la situazione si è incartata: Forza Italia non sarebbe così entusiasta all’idea di lasciare alla Lega la Lombardia, regione simbolo del Pdl, oltre tutto due anni prima rispetto alla scadenza naturale della legislatura. E infatti dal partito azzurro è stato messo in campo anche il nome dell’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini. Formigoni tenta di non far esplodere la situazione: “È tutto in mano a Berlusconi, che ha chiesto di avere un quadro completo. Tutti sanno che le cose devono incastrarsi una con l’altra”. Ma è proprio l’”incastro” quel che ancora manca: lo dovranno trovare il Cavaliere e il Senatur.
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Padani coi fucili in mano. Pronti a difendere con la forza il proprio voto. È questo il messaggio passato dal Senatùr: “Se necessario, per fermare i romani che hanno stampato queste schede elettorali che sono una vera porcata e non permettono di votare con semplicità e chiarezza, potremmo anche imbracciare i fucili”. Il leader del Carroccio, a dire il vero, non è nuovo a queste bufere, nate dal suo linguaggio colorito e provocatorio (che ha spinto più volte lo stesso Berlusconi a precisare). Solo qualche mese fa, a settembre 2007, il leader del Carroccio era stato altrettanto franco con i propri elettori. “Lombardi e veneti sono pronti: la libertà va conquistata, anche con il fucile”, aveva detto. Poi, dopo tre giorni, aveva precisato: “Ho 10 milioni di lombardi e veneti pronti a lottare per la libertà”. Polemiche infinite.
Oggi, a una settimana dal voto, gli attacchi del centrosinistra hanno obbligato il Senatùr a chiarire e a rimisurare le proprie parole. Anche se il titolare della Farnesina, Massimo D’Alema, parla di parole “allarmanti” e “indegne”: “Si tratta di una manifestazione di mancanza di cultura democratica che deve preoccupare tutti i cittadini”. “Roma è sotto una sfida e una minaccia” attacca anche il vicepremier Francesco Rutelli “colui che si candida a fare il ministro delle Riforme la definisce canaglia”. Secondo il leader socialista, Enrico Boselli, Bossi dovrebbe “sparare all’autore del porcellum, ovvero il suo collega di partito Calderoli”.
Il leader del Carroccio non si cura tuttavia delle polemiche strumentalizzate dal centrosinistra e guarda già al dopo-elezioni. “Vincere le elezioni e prendere un sacco di voti per portare a casa il federalismo fiscale”, spiega Bossi annunciando che vorrebbe varare la riforma “entro un paio di mesi, quindi prima dell’estate”. Per quanto riguarda le riforme costituzionali, Bossi sottolinea che “con le opposizioni bisogna discutere prima di tutto nella commissione in Parlamento”. E a proposito di riforme, il Senatùr si dice pronto a diventare ministro delle Riforme (come aveva anticipato in un’intervista a Panorama, lo scorso marzo): “Così mi chiedono”. Una “candidatura” che, però, il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, ha liquidato in fretta: “A me non ha chiesto niente nessuno e poi le condizioni di salute sono quelle che sono…”. Non solo. Il leader azzurro ha frenato anche la chiamata alle armi: “Questo linguaggio Bossi l’ha sempre usato, Bossi ha avuto quello che ha avuto e si esprime per slogan. Quante volte ha parlato di fucili? I fucili non ci sono. Per lui imbracciare i fucili vuol dire fare una battaglia politica forte sulle schede”.
Polemica chiusa? Più o meno, perché il Senatùr ribatte anche alle parole del suo candidato premier: “Io sto benissimo! E fare il ministro è il mio ultimo pensiero, non lo bramo. Se me lo chiedono, lo faccio”.
Qui di seguito tutti i VIDEO con le sparate del leader leghista
Ca’ San Marco (Bergamo) 26 agosto 2007: “A Roma pensano che i lombardi siano dei pirla, gente che parla, magari si lamenta, ma alla fine le tasse le paga… I lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili, ma per farlo c’è sempre una prima volta”.
Roma, 2 dicembre 2006 : “La gente è stufa” nel servizio del Tg4
Congresso della Lega 1997: “Uomini delle colonie padane, impegniamoci per la Padania indipendente!”. Il video:
Pontida 1996: “Il Po spina dorsale della nazione padana” e “la via gandhiana contro il razzismo romano”. Il discorso in video
15 settembre 1996: La dichiarazione di indipendenza della Padania
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di Paola Sacchi
“Veltroni? È quello che va al bar e offre da bere per tutti. Ma pagate voi, eh”. Umberto Bossi, con accanto la battagliera Rosi Mauro, leader del Sinpa, il sindacato padano, lo ripete più volte martedì 25 marzo dal palco del Teatro della gioventù di Genova, gremito di leghisti che lo acclamano. E che si sbellicano dalle risate alle battute del capo, tornato a fare il mattatore. Ma il Senatùr, che in questa intervista a Panorama annuncia il suo ritorno a Roma da ministro delle Riforme se il centrodestra vincerà, sa bene che la battaglia per il federalismo non sarà una passeggiata. Per impedire che finisca “buca”, come accadde nel 2006 con la devoluzione, Bossi ritiene che sia necessario “trattare con il centrosinistra” e con il suo leader Walter Veltroni per tentare una riforma bipartisan.
Allora se il Pdl e la Lega vinceranno tornerà a Roma a fare il ministro delle Riforme…
Così mi chiedono.
Lei accetta?
Sì. Bisogna fare il federalismo, la Lega è nata per questo.
L’altra volta però, quando eravate al governo, le cose non andarono bene e la devoluzione fu bocciata al referendum.
Andò buca. La sinistra orchestrò una campagna di mistificazione dicendo che quella era la secessione. Non c’entrava niente. Non era vero.
E pensare che dentro la stessa Lega quella riforma veniva ritenuta un po’ troppo all’acqua di rose.
Sì. E poi la stessa sinistra si è pentita perché si è ricordata che bisognava diminuire il numero dei parlamentari, fare un solo Parlamento, abolendo il bicameralismo perfetto. Quelle cose erano già state approvate nella mia devoluzione. Alla fine in alcune cose anche loro si sono ravveduti.
Forse non volevano che Bossi e la Lega si intestassero la riforma?
Esatto. Andò così.
Se lei sarà ministro, come cercherà di evitare che la storia si ripeta?
Bisognerà trattare un po’ con loro.
Che cosa significa? Arrivare a una riforma bipartisan?
Voglio sentire quello che chiedono loro, per vedere se è possibile trovare una mediazione.
Cercherà anche sponde in governatori di centrosinistra come Riccardo Illy, sensibile al federalismo?
Sì, certo. Ma noi, intanto, alla Regione Lombardia il federalismo lo abbiamo già approvato.
L’interlocutore del centrosinistra più credibile per lei sarà il segretario del Pd Veltroni o Massimo D’Alema, con il quale ha sempre avuto un buon rapporto?
Veltroni ormai è il capo. È lui che ha i numeri, che ha la forza. Queste elezioni lo consacrano come il capo legittimo del centrosinistra.
Ma se Veltroni dovesse perdere con una percentuale più bassa del 35 per cento?
Allora il capo non sarebbe più lui, ce ne sarebbero altri. Comunque, io conosco solo uno che a sinistra mi è simpatico.
Chi è?
Fausto Bertinotti. Perché è l’unico che ha conosciuto qualche operaio vero nella sua vita. Tutti gli altri non ne hanno conosciuto nessuno.
Come giudica il fatto che Veltroni abbia messo in lista un operaio della Thyssen e un padrone, per dirla alla Bertinotti, come Massimo Calearo?
Non so. So, invece, che io da europarlamentare ho votato una proposta di sostegno agli operai della Thyssen. Prima non ne parlava nessuno, poi dopo il voto del Parlamento europeo hanno cominciato tutti la rincorsa.
Calearo dopo avere rincorso lei nella protesta fiscale si è candidato con il Pd. Pensa che porterà voti del Nord a Veltroni?
Be’, gli auguro di sì, poveraccio.
Sul federalismo fiscale Roberto Maroni ha proposto che il Nord trattenga il 90 per cento delle sue tasse. Sarà così?
Lo vedrò quando scriverò la proposta.
Il Sud continua a essere una grave emergenza. Cosa risponde a chi dice, a cominciare dal capo dello Stato, che il Nord non può vincere senza la soluzione della questione meridionale?
Bisogna trovare una quadra con il Sud. Ma con il Sud avanzato, non con il Sud dell’assistenzialismo e basta.
Cosa intende per Sud avanzato?
Quelli che capiscono che bisogna dare autonomia alle varie regioni, sennò al Sud non veniamo più a capo di niente. Non è possibile che il Sud debba dipendere passivamente dal potere centrale.
Il candidato del centrodestra alla guida della Regione Siciliana, l’autonomista Raffaele Lombardo, ha detto che Bossi è un mito perché ha dato un pezzo di sé alla politica. Le ha fatto piacere?
Sì. Anche a me piace Lombardo.
Le piace anche la sua idea di fare una Lega sud oppure la vede in concorrenza?
No, la vedo al contrario in unione con la Lega nord.
Può essere la premessa di un partito federalista italiano?
Potrebbe essere un inizio.
Al Sud del resto lei aveva già mandato in avanscoperta il leghista Giacomo Chiappori con Alleanza federalista…
Non ci sono mai riuscito, però ho sempre tentato di coinvolgere il Sud, di far capire che il nemico comune è il centralismo romano.
Rosi Mauro potrebbe essere ministro del Lavoro?
Sì, lei è una donna gagliarda, una sindacalista che vive nelle fabbriche, che conosce i problemi, una che sulle cose ci ragiona.
Sempre a proposito di donne: secondo lei alle presidenziali americane Hillary Clinton potrebbe spuntarla?
Secondo me vincerà proprio lei. Ma tra i democratici anche Barack Obama mi fa simpatia.
In Italia immagina una vittoria con un ampio scarto?
Penso che vinceremo bene.
Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini non fa altro che accusarvi di voler fare le larghe intese in caso di pareggio…
Vuol dire che Casini si ripropone come alleato nostro in caso di pareggio.
Lei sarebbe d’accordo in quel caso?
Sì, si può ristabilire un rapporto con Casini.
Roberto Formigoni intanto vuol venire a Roma a fare il ministro. È giunta l’ora di un presidente leghista alla Regione Lombardia?
Eh… non sarebbe male.
Potrebbe essere Roberto Castelli?
Castelli, Maroni… è tutta gente che piglia i voti.
Altri possibili ministri leghisti?
Maroni, Castelli, Calderoli: sono tutti bravi.
Come si sente a quattro anni dalla malattia: accadde l’11 marzo, proprio in questi giorni. E ora lei va al ritmo di due comizi al giorno…
Mi sono ripreso, mi sento forte. Ce la faccio.
Il VIDEO di Tetris, Placido vs Lombardo, in onda venerdì 21 a mezzanotte.
Alla fine hanno (quasi) fatto pace, riconoscendo di avere esagerato. Ma prima, durante la registrazione di Tetris (il programma di Luca Telese su La7), l’attore Michele Placido (il commissario Cattani de La Piovra) e Raffaele Lombardo (leader del MpA) non se lo sono mandati a dire. Anzi, sono quasi venuti alle mani.
Tema del diverbio (già caldo di per sè): il Mezzogiorno e il coinvolgimento politico nella malavita. A discuterne, in studio, anche Pina Picierno del Partito Democratico, Roberto Castelli della Lega Nord, Claudio Fava, candidato al Senato per la sinistra arcobaleno, Sandro Parenzo, giornalista di Telelombardia.
Primo colpo per Michele-Cattani. Che per un attimo dimentica di essere Placido e si mette a ricordare giornalisti, magistrati e poliziotti, spazzati via dalla mafia. Poi punta il dito contro i politici implicati nelle azioni malavitose: “Vergogna, avete distrutto il sud”, grida. E ancora: “Quelli così non si dovrebbero candidare per cinque anni, nessun uomo politico del sud dovrebbe candidarsi per i prossimi cinque anni. I piemontesi sono molto meglio di voi, basta, basta con sto schifo. Hanno dato e danno quotidianamente uno spettacolo indecente di mafiosità, malaffare e incapacità”.
Raffaele Lombardo, leader autonomista candidato del centrodestra alla guida della regione, si gira nervosamente la fede tra le mani: aspetta, con un po’ di imbarazzo il suo turno. Prima una replica di scuola, poi si infervora e contrattacca, duro: “Lei fa parte di quei tanti meridionali che raggiunto l’apice dimenticano la loro origine, sputano nel piatto, facendosi magari scudo di tutele politiche”. E ancora, spostando la polemica sul versante più politico: “Niente candidati del Sud? Così Walter Veltroni potrà sistemare, come ha fatto, i suoi amici romani in Sicilia”.
Placido non ci sta, non si trattiene più, si alza di scatto dalla sua poltrona, scavalca Roberto Castelli, che gli sta di fianco, e arriva proprio di fronte a Lombardo: gli scarica un’altra raffica di insulti. Lombardo tenta di alzarsi a sua volta e gli urla “Sia serio!”. I due sono ormai faccia a faccia: “Ma che stai dicendo, a me non conviene proprio nulla! quale amico dei potenti…”, grida l’attore. E Lombardo: “Tu te ne sei andato, te ne sei andato, facile parlare da Roma, troppo facile, la Sicilia te la sei scordata”. Ancora Placido: “ma che dici, che ne sai? sto girando un film contro la ‘ndrangheta con quattro ragazzi di strada e un parroco…”. Chiosa di Lombardo: “Lei è solo un cretino”

A separarli, provvidenziale e tempestiva, ecco la pubblicità. Fine del duello. Alla ripresa, la trasmissione viaggia in un clima teso, si discute di Sud e di Nord, delle due Leghe, quella di Bossi e quella di Lombardo, con Claudio Fava e Sandro Parenzo di Telelombardia.
I duellanti non si guardano più, fino a quando in studio si spengono i riflettori. E al buio, pare, Placido e Lombardo si chiariscono. Tutto è bene quel che finisce bene, insomma. Applausi.

Un’ “interferenza” nella delicata attività di indagine sulle scalate bancarie in cui era impegnata la procura di Milano, chiedendo in più occasioni ai pm che se ne occupavano informazioni su richieste di provvedimenti cautelari che le erano state annunciate ma che poi non le erano arrivate e spingendosi sino a manifestare il sospetto che stessero insabbiando tutto. È questa la nuova pesante accusa che la Prima Commissione del Csm rivolge al gip di Milano Clementina Forleo, nell’ambito della procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale aperta due mesi fa. Una contestazione da cui il magistrato dovrà difendersi in una nuova audizione convocata per il 12 marzo prossimo e che si aggiunge a quella di aver denunciato intimidazioni da parte di soggetti istituzionali rimaste senza riscontri. “Siamo tranquilli, la dottoressa Forleo non ha mai esorbitato dal suo ruolo e il suo rapporto con la procura è stato lineare e corretto”, assicura Maurizio Laudi, procuratore di Asti e ”difensore” del gip milanese davanti a Palazzo dei marescialli. E a sostegno di Clementina Forleo scende in campo l’ex Guardasigilli Roberto Castelli: “la vicenda di cui è vittima insegna che nella giustizia italiana chi osa toccare gli esimi esponenti della sinistra muore”.
I fatti in questione risalgono al settembre scorso. Al giudice Forleo, secondo quanto lei stessa ha raccontato alla procura di Brescia che indaga sulle sue denunce, erano stati preannunciati dai colleghi della procura due richieste importanti, un sequestro e una misura interdittiva, nell’ambito del procedimento Unipol-Bnl. Ma poi non aveva ricevuto nulla. Più volte chiese informazioni su queste misure e in una telefonata con il pm Luigi Orsi - che ieri ne ha parlato al Csm - manifestò allarme per quello che riteneva un rallentamento dell’indagine e si spinse sino a insinuare il sospetto di un insabbiamento. Un sospetto che le era nato anche dopo aver visto il senatore Gerardo D’Ambrosio a pranzo con alcuni sostituti che si occupavano di quella indagine. Quelle parole “mi offesero”, ha raccontato ieri Orsi. Ma per il Csm c’è di più: informandosi ripetutamente, manifestando i suoi timori che si volesse bloccare l’inchiesta, Clementina Forleo ha tenuto un comportamento non consono alla terzietà che deve essere propria di un giudice, che sulle richieste della procura si deve pronunciare. E ha di fatto interferito nell’attività dei pm. L’inchiesta sulle scalata bancarie è già costata al giudice Forleo un’azione disciplinare: il Pg della Cassazione l’ha infatti accusata di aver espresso giudizi diffamatori e non richiesti su Massimo D’Alema e Piero Fassino che non erano sotto inchiesta, nell’ordinanza in cui chiese alle Camere di poter utilizzare le intercettazioni tra alcuni degli indagati e sei parlamentari.