
Roberto Giachetti, vicecapogruppo del Pd alla Camera, con Dario Franceschini - ANSA
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Lo chiameremo “il giochetto Giachetti” e sotto questo titolo siamo in grado di spiegare gli aspetti più cialtroni che hanno creato martedì pomeriggio a Montecitorio il caos e l’illusione che il governo fosse andato sotto politicamente, anziché con un trucco e su una questione di pura ratifica notarile: l’approvazione della legge di bilancio che è un atto dovuto del parlamento e del governo. Continua

La dichiarazione è questa: “Dovremo fare un check up su come viene utilizzato questo strumento. Rischia di tenere il partito impegnato in una consultazione permanente e di distrarre i dirigenti dai problemi reali”.
Difficile crederci, ma la frase viene dall’entourage Walter Veltroni. A poco più di un anno dall’ “evento epocale per la politica italiana” (leggi: le primarie), che lo ha eletto segretario del Pd, ieri l’ex sindaco di Roma ha assestato una nettissima frenata alle consultazioni pre-elettorali, quelle che, mesi prima, costituivano “l’elemento prinicipale che caratterizza il Pd rispetto alle altre forze politiche nazionali”.
Una novità, questa, solo parziale. Per gli elettori democratici, la doccia fredda era infatti già arrivata durante le ultime elezioni politiche. Già allora la scelta di liste e candidati del Pd era avvenuta dall’alto, senza alcuna consultazione popolare. Ad aggravare la situazione, poi, si era messa l’attuale legge elettorale, che non prevede le preferenze. Gli elettori del “partito delle primarie”, così come quelli di altre forze politiche, si erano così visti costretti a votare candidati che con il territorio non aveva nulla da spartire.
È vero: nei mesi successivi c’erano stati timidi cenni di ripresa, specie per l’elezione di alcuni coordinamenti provinciali e regionali. E forse anche per questo, i dirigenti locali erano tornati alla carica: così, nei giorni scorsi una delle condizioni richieste da Sergio Chiamparino era proprio quella dei “candidati legati al territorio”.
Ma il sindaco di Torino non è stato il solo a chiedere maggiore rappresentatività territoriale. Ieri, sul suo blog, il deputato Roberto Giacchetti scriveva: “Dopo la sconfitta alle comunali si svolse una difficile Assemblea romana nella quale tutti, dico tutti, dichiararono pubblicamente che l’unico modo per uscire dalla difficile situazione era quello di restituire la parola al popolo delle primarie. Il coordinatore, che aveva annunciato di non essersi dimesso solo ‘per senso di responsabilità’, dichiarò testualmente che le primarie erano la ’strada da seguire’ per scegliere la nuova classe dirigente locale, a patto di fare presto”.
“In questi quattro mesi” concludeva Giacchetti, annunciando le dimissioni dal Pd romano “non è accaduto nulla, non è stato fatto nulla. La classe dirigente del partito è stata impegnata in caminetti ed incontri carbonari volti a trovare accordi e gestire guerre interne senza tenere in alcuna considerazione il crescente disagio che si formava nei circoli e nella base del partito”. Parole dure, che hanno fatto infuriare i vertici democratici.
“Basta col partito giungla”: è stata la risposta di Veltroni, che ha tra l’altro posto la pietra tombale sul Partito democratico del Nord voluto da Chiamparino (e su cui pure all’inizio il segretario non era sembrato poi così categorico). “Serve un chiarimento politico vero” ha concluso il leader del Pd. Ma più che di primarie, ieri al loft si sentiva aria di centralismo democratico.

Rimandato l’amore tra il Pd e i Radicali. La riunione di stamattina, che avrebbe dovuto sancire l’accordo o mandare tutto per aria, ha avuto un esito interlocutorio. Il faccia a faccia ha ricalcato lo stesso schema della proposta veltroniana dei giorni scorsi: 3 donne nelle liste del Pd guidate da Emma Bonino. Mentre i Radicali vorrebbero uno schema di coalizione. Tanto che di fronte alla proposta avanzata a Veltroni da Bonino di un’alleanza organica tra le due forze, il segretario del Pd ha preso tempo e si è riservato di fare una controproposta. Fumata grigia, dunque, e la leader Radicale lo lascia chiaramente intendere al termine della riunione: “Abbiamo ribadito la nostra preferenza per una coalizione depurata e solida dal punto di vista del programma e delle riforme economiche più urgenti. Veltroni - riferisce Emma Bonino - ha manifestato un approccio diverso che, tuttavia, deve meglio specificare. Da parte loro ci sarà una controproposta.
Panorama.it ha ascoltato l’unico radicale che è già nel Pd. Il deputato (rutelliano) Roberto Giachetti.
Giachetti, ce la faranno i Radicali a fare liste con voi?
Una previsione non la so dare. Un auspicio sì: che si arrivi ad un accordo che veda la presenza dei Radicali con il Pd. Con simbolo o no? Non sono io a deciderlo.
Fassino a Panorama del giorno ha detto che l’alleanza con i radicali avrebbe più costi che benefici. Siete così diversi?
Sulle questioni programmatiche non ci sono diversità. Direi che se guardiamo al discorso del Lingotto di Veltroni e all’azione di governo della Bonino c’è grande coincidenza.
E allora perché tutti questi nodi?
Ammettiamolo: i Radicali qualche posizione hard ce l’hanno su alcune questioni. Ma le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono.
È stato detto che Veltroni voleva dividere la storica coppia Bonino-Pannella offrendo un posto solo a Emma.
Non credo che Veltroni abbia voluto fare questo. Altrimenti si sarebbe dimostrato ingenuo. Solo chi non conosce la storia radicale potrebbe pensare e fare una cosa del genere.
Ma il problema è Pannella?
Non credo. Il problema è che Veltroni vuole giustamente rompere con il precedente schema di alleanze. Vuole una forza politica che si ancori alla coerenza programmatica. Ricordiamoci che l’alleanza dell’Unione è finita a sputi…
E quindi avere nello stesso partito o nelle stesse liste Marco Pannella e Paola Binetti non sembra una scelta coerente.
Binetti è nel Pd. Pannella no. Nello stare dentro al partito la Binetti prende atto di essere minoranza. Lei sta nel Pd e fa la sua battaglia di minoranza.
Però se fossero candidati ed eletti entrambi sarebbero nel medesimo gruppo parlamentare.
Un confronto e una sintesi il Pd dovrà trovarla comunque. Che ci sia Pannella o meno.
Anche perché Binetti ha detto di pensarla sull’aborto come Berlusconi e Ferrara.
È un suo problema. Il Pd non la pensa così. Ripeto: è in netta minoranza.
La vita di chi è radicale come lei non è facile nel Pd: ha fatto numerosi scioperi della fame e non sta nemmeno nell’assemblea costituente dei democratici. Giachetti sarà ricandidato in Parlamento?
Non dipende da me. La vita è difficile per chiunque vuole portare cambiamenti reali nella vita politica. Ho criticato tante scelte del Pd ma oggi sono un pasdaran della scelta veltroniana di candidarsi in modo autonomo. E rivendico pure la mia storia radicale e laica.