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Critiche alle ronde stabilite dal decreto sicurezza; bene alle norme che invece riguardano il contrasto alla violenza sessuale e allo stalking.
È articolato il giudizio del Csm sul decreto legge del governo ed è contenuto in un parere messo a punto dalla Sesta Commissione di Palazzo dei marescialli e che oggi pomeriggio sarà all’esame del plenum. Sulle ronde i consiglieri esprimono più di una “perplessità” a cominciare dalla scelta di “derogare al principio che assegna all’autorità pubblica l’esercizio delle competenze in materia di tutela della sicurezza”. Ma soprattutto segnalano un pericolo: “la genericità delle previsioni contenute nel decreto legge può determinare il rischio del determinarsi di incidenti, e nei casi più gravi della commissione di reati”; con il risultato di portare a “un aggravio sia per le forze dell’ordine” (che sarebbero distolte “dal perseguimento del fine di garantire un efficace controllo del territorio”) “sia per l’esercizio delle funzione giurisdizionale da parte della magistratura”.
Nel testo del governo sulle ronde ci sono troppe “discrezionalità ” e “lacune”, lamenta la Commissione. Come la “mancata previsione” che le associazioni di volontari “non debbano avere né natura né finalità di ordine politico”; o “l’assenza di ogni requisito negativo , preclusivo della partecipazione alle associazioni, come quelli di essere stati condannati per reati di violenza o per il compimento di atti di discriminazione”.
E non basta: “La doverosa precisazione che i cittadini debbano essere non armati” non fuga “ogni dubbio sull’utilizzazione di strumenti, non definibili armi in senso proprio,ma comunque atti a compiere atti di coercizione fisica”;e non c’é “un effettivo controllo sull’attività realmente svolta dalle associazioni”. Diverso è il giudizio sulla parte del decreto che “mira positivamente a rafforzare gli strumenti per contrastare tutte le forme di aggressione sessuale”.
Il Consiglio “condivide” in particolare la scelta di ammettere l’incidente probatorio, “in assenza dei requisiti ordinariamente previsti”, nei casi di violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia, come pure il gratuito patrocinio per tutte le vittime , e l’introduzione del reato di stalking, che “colma una profonda lacuna normativa”.
Ma esprime “perplessità” sul carcere obbligatorio per i responsabili di violenza sessuale. Non mancano riserve sulla norma che estende a 6 mesi il termine massimo per trattenere gli stranieri irregolari nei Centri di identificazioni e di espulsione.
“La privazione della libertà personale, che è bene di primaria rilevanza costituzionale” scrivono i consiglieri “impone che si attui un procedimento di controllo del titolo che legittima la detenzione amministrativa assolutamente rigoroso”. E trattandosi di una materia così delicata “meglio sarebbe investire il tribunale ordinario” piuttosto che i giudici di pace.
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Emettono ordinanze contro la prostituzione in strada, l’accattonaggio molesto, gli episodi di vandalismo e la somministrazione di alcol di notte, per evitare le stragi del sabato sera. Sono i cosiddetti sindaci “sceriffi” che, per ripulire i quartieri e le strade delle città, vorrebbero una polizia locale più forte e con maggiori poteri. Guidano soprattutto le amministrazioni del Nord, la maggior parte di centrodestra, ma trovano adepti anche nelle giunte rosse di Emilia Romagna e Toscana. Insomma, anche sotto il Po il modello “Peppone”, tutto casa e partito, è definitivamente superato, lasciando spazio al ben più efficace metodo alla “Gentilini”, l’ex primo cittadino leghista di Treviso precursore degli attuali sindaci sceriffi del Nord. La conferma viene da una ricerca di Anci (Azzociazione nazionale comuni italiani) e Cittalia su 600 ordinanze emesse in 318 comuni in base al decreto Maroni (che dal 5 agosto scorso ha ampliato i poteri dei sindaci), presentata oggi a Novara durante un convegno. Ne emerge un paese spaccato in due: sindaci decisionisti e impegnati in prima persona sul tema della sicurezza al Nord, mentre al Centro Sud resiste ancora il modello tradizionale del sindaco di “Palazzo”, tra scartoffie da firmare e cerimonie da presenziare.
Il 66,7 per cento delle ordinanze comunali sulla sicurezza urbana, secondo la ricerca, è stato emesso da sindaci del Nord Ovest e del Nord Est, rispettivamente il 40,3 per cento e 26,4 per cento. Solo il 6,7 per cento delle ordinanze è stato firmato dai sindaci delle Isole, mentre nel Centro sono l’11,7 e nel Sud il 14,9 per cento. Dall’entrata in vigore del decreto Maroni, il tema più regolato dai primi cittadini è stato il divieto della prostituzione in strada (16 per cento), seguito dal divieto di consumo di somministrazione di bevande (13,6 per cento), dal vandalismo (10 per cento) e dall’accattonaggio molesto (8,4 per cento). Secondo l’indagine, la Lombardia è la regione in cui si registra il maggior numero di ordinanze (144 in 82 comuni, pari al 5,3 per cento del totale), mentre il Veneto ha il più alto numero di sindaci sceriffi (l’8,6% dei comuni). Si adeguano anche le regioni “rosse”, Emilia Romagna e Toscana, rispettivamente con il 7,6 per cento e il 7,7 per cento dei comuni. Ricorrono allo strumento delle ordinanze sulla sicurezza sopratutto i sindaci dei comuni medio piccoli: il 24 per cento nei comuni tra i 5 e i 15 mila abitanti, il 28 per cento tra i 15 mila e i 50 mila e l’11 per cento tra i 50 mila e i 100 mila. Solo l’8 per cento delle ordinanze sono state emesse nei comuni con oltre 250 mila abitanti.
E ora i sindaci del Nord chiedono anche più poteri alla polizia locale: secondo un questionario dell’Anci condotto su 109 comuni, tra le priorità d’intervento segnalate dai primi cittadini ci sono il rafforzamento e l’adeguamento tecnico e strumentale della polizia locale (35,9 per cento), gli interventi di riqualificazione urbana e contrasto al degrado (25,2 per cento), la prevenzione sociale e l’educazione alla legalità (24,8 per cento) e il sostegno alle vittime dei reati (14,3 per cento).
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Di lui si sa solo il “nome di battaglia”: si fa chiamare Entomo, oppure “The Insect Man” (l’uomo insetto); ha 31 anni e una pagina su MySpace. Ma chi si celi dietro quel costume bicolore attillato e quella maschera ben aderente al viso, nessuno sa.
Eppure è da due anni che pattuglia le strade di Napoli, mascherato come un supereroe dei fumetti. Però è reale (importante la sua precisazione, a scanso di equivoci: “Non sono un esaltato. Non sono un mitomane”). Anche se non spara e non picchia: fa da deterrente, mettendo in fuga i criminali con la sola sorpresa del suo intervento (e del suo costume). Volendo sarebbe la risposta napoletana (patria delle maschere, della commedia dell’arte, degli sberleffi) alle ronde che il ministro Maroni prevede pronte entro aprile (anche se Entomo non apprezza l’accostamento): “Pattuglio le strade della città, di giorno e di notte. Non sono un vigilante, non mi sostituisco alla legge. Fermo i piccoli crimini che posso fermare, altrimenti avverto anonimamente la Polizia. Combatto contro l’individualista che mangia il prossimo per tornaconto personale. Contro le persone che fanno del male, nonostante possano scegliere di evitarlo. Combatto contro il consumismo”.
Hanno parlato di lui (in questi giorni, e siamo ancora lontani dal primo Aprile): prima Il Riformista, poi Il Giornale ed è finito anche su La Nueva España. Il suo costume è verde chiaro con maniche scure, porta pantaloni neri e stivali marroni, non ha mantello e si nasconde sotto un cappuccio neroverde.
La sua prima volta? “Il 2 marzo 2007″. Anche se: “La molla di Entomo è stata sempre con me. Quando è arrivata l’ispirazione ho capito cosa dovevo fare”, confessa a Il Giornale. “Non è successo nulla, non ho salvato nessuno, ma almeno ho vinto la mia grande sfida: uscire allo scoperto”, con il volto ben nascosto dalla maschera, s’intende. Ma non per vergogna; piuttosto perché come Batman, Superman e Spiderman anche Entomo deve rimanere rigorosamente coperto dall’anonimato.
E infatti lui chiarisce di appartenere alla schiera scelta dei Supereroi: una specie di club della sicurezza che esiste davvero, qua e là sulla Terra. Sono i “Real Life Superhero”: circa duecento persone normali (nel senso di vere, reali), che vestono come gli eroi dei fumetti, aderiscono a regole severissime, hanno in SuperBarrio Gomez il leader più prestigioso: “La gente è con noi” aggiunge Entomo “spesso, dopo il mio intervento, ho raccolto applausi”. Il fine è chiaro: “Essere un supereroe è il gesto più importante che si possa realizzare in un mondo arretrato come il nostro”, scrive Entomo su MySpace, la bacheca dei suoi appelli. Ma i malintenzionati che operano nel napoletano si arrendono appena lo vedono oppure oppongono resistenza? Nessun ladro accetta serenamente di finire in prigione. Non mancano le volte in cui Entomo deve bloccare i malviventi utilizzando la forza. “Io non amo la violenza gratuita e ingiustificata” ha spiegato al Riformista. Pratico il Krav Maga. Cerco di disarmare il nemico senza ferirlo. Molte volte ho affrontato dei teppisti basandomi sulla velocità. Generalmente desistono. Il costume gioca da diversivo”.
Oppure, dice ancora: “Utilizzo le mie capacità” - già i superpoteri: “riflessi incredibili e talenti come il Parallelogramma“, che lui definisce come “la capacità di captare le sfumature psicologiche delle persone”) - “per salvare quel che resta da salvare e distruggendo quel che non rientra nel grande schema dell’equilibrio”.
Il VIDEO di Entomo su YouTube:

A Napoli (e provincia), per fermare l’incredibile sequela di casi di stupri e violenze, a chiederle sono i cittadini. Troppi i casi di abusi sessuali e di pedofilia, per non avere paura, interrogarsi e rispondere, in coro: “Dateci le ronde”.
A Padova (governata dal Democratico Flavio Zanonato) è successo invece che la polizia abbia dovuto fare gli straordinari per proteggere i leghisti di “Veneto Sicuro” dalle provocazioni dei No Global. È successo venerdì scorso in occasione di una mini ronda (meno di 10 persone) alla stazione ferroviaria, dove sono volati insulti e qualche schiaffo tra i “rondisti” e i giovani dei Centri sociali che invece volevano portare coperte e generi di conforto ai senzatetto.
E allora: ronde sì, ronde no? Due fronti, due schieramenti. Anche trasversali (molto critico il presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu, senatore del Pdl: “queste ronde hanno più che altro funzionato come milizie un po’ patetiche di partito, o meglio peripatetiche, visto che camminano, ma non mi pare che abbiano risolto molti problemi”) e non poco sorprendenti.
Se è vero che nel “partito del no” si iscrivono anche poliziotti e carabinieri: “Molti cittadini, per fortuna, hanno capito che dietro l’operazione ronde si nasconde solo l’ennesimo bluff, visto che le risorse per le forze dell’ordine continuano a essere tagliate o incrementate in misura insufficiente alle reali esigenze”. Va giù duro Silverio Sabino, segretario provinciale del Sap di Torino e dirigente nazionale del sindacato. “A Torino” continua “stiamo assistendo a un tentativo di lottizzazione delle ronde: ogni partito potrebbe istituire propri gruppi di volontari, anche perché il governo ha intenzione di stanziare dei fondi ad hoc, mentre intanto si continuano a tagliare risorse per polizia e carabinieri, con le nostre volanti ferme in officina perché non ci soldi per pagare la manutenzione”.
Anche il Cocer dei carabinieri non usa mezzi termini nel bocciare le ronde: l’organismo di rappresentanza dell’Arma non crede si risolvano così i problemi della sicurezza e in un documento definisce “impraticabile” la misura “sull’impianto sicurezza che opera nel nostro Paese” e cita proprio il caso di Padova “dove scontri tra no Global e addetti alle ronde hanno creato preoccupazione ai cittadini e un dispendioso lavoro alle forze dell’ordine, intervenute per sedare i tafferugli”. Secondo il Cocer “il tema sicurezza è strettamente legato alle risorse economiche, assegnate ormai da anni in misura sempre minore dalle varie Finanziarie alle forze dell’ordine. Tra l’altro non si possono istituire ronde di vigilanza quando nella polizia di stato e nell’arma dei carabinieri mancano quasi 10 mila uomini. Il Cocer chiederà dunque “nei prossimi giorni un incontro sia con il presidente della Repubblica, sia con il presidente del Consiglio, per avere chiarimenti su tematiche che oggi offuscano la serenità dei nostri colleghi”.
Sabino lancia dunque una provocazione: “Chiudiamo le forze dell’ordine e affidiamo tutto a ronde e vigilantes. Forse questo è il modello di sicurezza che qualcuno ha in mente. Come già avvenuto in altre città italiane” spiega Sabino “a Torino rischiamo di dover impiegare il personale di polizia, già sotto organico, per controllare le varie ronde che cominciano a vedersi in giro, da Tossik Park e Porta Palazzo, ancora non regolamentate visto che il decreto governativo che le ha istituzionalizzate non sarà operativo fino alla sua definitiva conversione in legge. Non dimentichiamo” continua il sindacalista “che la nostra è una città c’è una forte presenza dei centri sociali e questi cittadini in libera uscita, questi dilettanti allo sbaraglio, oltre a mettere a repentaglio la loro incolumità, rischiano di alimentare un clima di tensione continuo, con evidente aggravio di lavoro per le forze dell’ordine. Questo ruolo da badanti non lo accetteremo mai e condividiamo le preoccupazioni espresse, a livello nazionale, dal Cocer carabinieri”.
Guarda la GALLERY: le ronde in azione. LEGGI ANCHE: Maroni: legalizziamo le ronde per evitare la sicurezza fai da te - Come funzionano le ronde negli altri Paesi
Il mercato torinese di piazza Madama Cristina è deserto, ma Francesco Picciotto, emigrato settantunenne, arranca già tra le bancarelle assieme a qualche pensionato. Ha il volto chiazzato di rosso, due bypass al cuore e un fischietto appeso al collo. Guarda l’orologio: le otto. È ancora presto, i borseggiatori di colore, normalmente, si vedono a metà mattina. Quando intuisce un movimento strano, Picciotto prende fiato e soffia dentro il fischietto a pieni polmoni. I suoi compagni lo seguono: il sibilo assordante fa dileguare i rapinatori. Quest’uomo malconcio e corpulento è il primo rondista d’Italia: cominciò nel 1989 a San Salvario, popolosa zona di Torino alle spalle della stazione di Porta Nuova. E per vent’anni non ha mai smesso, nonostante risse, minacce e un lungo taglio all’avambraccio.
Ora il governo discute se riconoscere per legge l’inusuale mattinata di questo pensionato siciliano. E non solo la sua: in Italia ci sono già decine di gruppi di volontari organizzati per pattugliare il territorio. Le ronde sono ormai un modo immediato per cercare autotutela. A Parma ex carabinieri presidiano i parchi. In alcuni paesi abruzzesi gli abitanti sono scesi per strada dopo un’ondata di furti. Lo stesso succede in provincia di Frosinone.
L’Italia delle ronde. Inziative che, a livello locale, possono portare consenso e visibilità politica. In Veneto, Forza Italia ha istituito un numero telefonico. Nel Modenese la Lega va ogni sera in un paesino diverso. E anche nel Pd il tema è meno stigmatizzato di quanto si creda. Il sindaco di Bari, Michele Emiliano, è favorevole. Quello di Vicenza, Achille Variati, pensa di coinvolgere militari in pensione. A Bologna se ne discute negli incontri elettorali per le prossime amministrative. La politica, però, cerca solo di assecondare l’esasperazione dei cittadini. Centinaia di persone continuano a scendere per strada: girano di notte, torce e cellulari in mano, lo sguardo vigile. Uniti dal timore della criminalità straniera ci sono attempati signori, camicie verdi, comitati di quartiere, manipoli di amici. Una varietà umana che rivela un paese impaurito ma risoluto: l’Italia delle ronde.
San Salvario, Torino, venerdì mattina. “Purtroppo da 2 anni esco solo di mattina, dalle otto a mezzogiorno. Sono vecchio e cardiopatico, di sera ormai è troppo pericoloso”. Francesco Picciotto ha cominciato nel 1989, quando arrivarono gli extracomunitari. Dopo aver avuto la pensione d’invalidità le ronde sono diventate il suo lavoro. È seduto davanti alla finestra sprangata del soggiorno, al primo piano di una casa di ringhiera. Tiene la mano destra sul termosifone. Con l’altra invece gesticola, per dare sapore ai suoi racconti: “Appena finito di cenare, ci trovavamo all’angolo con gli amici. Poi andavamo avanti fino alle 4″. A volte con gli immigrati si discuteva. Altre volte si arrivava alle mani: “Almeno un centinaio di risse” ricorda. “Sono finito all’ospedale spesso. Non avevo mai litigato in vita mia, loro però mi fanno imbestialire”. “Loro” sono i nordafricani. Picciotto dice di essere stato minacciato di morte: telefonate, lettere minatorie, bossoli nella cassetta della posta, scritte sui muri. Qualche anno fa qualcuno tappezzò il quartiere con un volantino rivolto ai clandestini. C’era la sua foto e sotto una scritta in tre lingue: “Attenti a questo signore: è uno sbirro. Si aggira nei mercati, pronto a saltarti addosso”.
Picciotto ha segnalato moltissimi extracomunitari alla polizia: “Gli trovavano addosso merce rubata, armi, droga… Per questo so che me la faranno pagare. Prima o poi mi aspetto una coltellata alle spalle”. I pattugliamenti per lui sono una missione: “Se lo Stato facesse il suo dovere, non ce ne sarebbe bisogno, invece un gruppo di vecchietti deve rischiare la vita”. La Lega ha proposto che venga nominato cavaliere. L’anno scorso ha deciso di restituire la tessera elettorale al presidente della Repubblica: “Me la farò ridare quando qualcuno si occuperà seriamente della sicurezza dei cittadini”.
Campo sportivo di Poasco (Milano), lunedì sera. “Era un paese tranquillo, oggi è diventato un Far West” lamenta Enzo Di Gregorio, 57 anni, pensionato, mentre l’autobus 71 gli sfila davanti. Poasco, 3 mila abitanti a qualche chilometro da Milano, sembra uno di quei posti in cui non succede mai niente: le case basse, le aiuole curate e tutti felici a casa per il quiz della sera. Invece i residenti vivono con l’incubo dei rom: due campi nomadi a qualche centinaio di metri. Furti, violenza, degrado.
Le ronde sono cominciate un anno e mezzo fa, poi le hanno sospese. Ora, dopo altre rapine, sono riprese sotto forma di “passeggiate fra amici”. Alle 21 Di Gregorio esce e chiama al citofono altri tre volonterosi. “Ci muoviamo a piedi, fino a mezzanotte. È un deserto, e quelli devono avere chiaro che i padroni siamo noi” dice Alessandro Vigorelli, un ragazzone di 37 anni che fa l’operaio. I metodi di dissuasione, assicura, sono fermi ma non violenti: “Se ne vedo uno dal tabaccaio, gli dico che fumare fa male: e lui capisce”. Le “passeggiate” non passano inosservate tra le forze dell’ordine: «La Digos ci ferma dieci volte a sera. Ci sentiamo trattati da criminali. Mentre gli zingari fanno quello che vogliono…». Edda Malacrida, 68 anni, ha i capelli rossicci e una lunga pelliccia da cui sbucano scarpe sportive: “Leggiamo degli stupri nella periferia romana e tremiamo: siamo nella stessa situazione, in campagna, con un campo di clandestini a pochi metri. Aspettano che succeda una tragedia anche qui?”. Malacrida prende fiato per allentare la concitazione: “Allora, altro che ronde. Andremmo per strada con i forconi”. Se i pattugliamenti volontari diventeranno legali, a Poasco batteranno il paesino 24 ore al giorno. La base operativa sarebbe il bar dello stadio. Una cinquantina di persone ha già dato la propria disponibilità. Edda Malacrida è pronta: “Ci riprenderemo la città. Quelli non li voglio vedere più”.
Sampierdarena, Genova, venerdì sera. Nel quartiere operaio alla periferia di Genova il capopopolo è Massimo Cazzola, 44 anni, dipendente di un’azienda di telecomunicazioni, pizzetto curato e simpatie leghiste. È il presidente dell’associazione Genova sicura, nata a settembre 2007 dopo l’aggressione di due immigrati a un anziano. “Sono sbucati fuori dal cassonetto: quando hanno visto che aveva solo 5 euro, l’hanno massacrato di botte” racconta Cazzola. La moglie, Michela Fanti, 37 anni, lavora in una mensa: “Abbiamo chiamato polizia, carabinieri, vigili urbani, il Comune. Nessuno ci ascoltava. Allora ci siamo organizzati da soli”. Per due sere a settimana, insieme con una ventina di residenti, hanno cominciato a girare per strada, con volante al seguito. “Era l’unica maniera per fare capire che la zona non era abbandonata agli stranieri” dice Fanti, bruna e minuta. “E anche per far venire qui la polizia” aggiunge sarcastico il marito. Il problema erano “le orde di sudamericani ubriachi davanti ai bar fino al mattino” spiega Cazzola. “Non si riusciva più a dormire, il degrado era ovunque”. Dopo una cinquantina di esposti, i locali sono stati chiusi. Ma la cosa di cui va più fiero è l’arresto di tre clandestini: stavano spaccando la vetrina di un bar per rapinarlo, lui li ha fotografati e ha inviato le immagini alla polizia. Sono stati condannati da poco. Cazzola si arrotola una sigaretta di tabacco. Lo chiamano al cellulare: la manifestazione contro la costruzione della moschea a Lagaccio è partita. Manca solo lui. “Una moschea da 2 mila posti… Impensabile, verrebbero anche dalla Francia. Non glielo permetteremo mai”.
Pescarotto, Padova, sabato mattina. Uno dei nemici pubblici è “Cicciobello”, spacciatore tunisino di 27 anni. Arrestato 28 volte, è ancora in circolazione: “Giuro che se lo incontro mentre sono in macchina, lo tiro sotto” minaccia Denis Menegazzo, 55 anni, imprenditore e presidente del Comitato Pescarotto. Un gruppo nato spontaneamente, per combattere lo spaccio degli extracomunitari. Le ronde si fanno almeno una volta la settimana, con torcioni e ombrelli anche d’estate, “per difenderci dalle aggressioni”. Assidua partecipante è Ottorina Fassina, 69 anni, caschetto curato e occhiali a specchio: “Non siamo più padroni in casa nostra. Vengono fuori alle 8 di sera come scarafaggi. Nascondono la droga ovunque. Non possiamo vivere così”. “Facciamo decine di segnalazioni alla polizia” dice Menegazzo. “I neri ci odiano, ci danno dei bastardi e dei razzisti. Ma noi siamo tanti e li sorvegliamo. Lo devono sapere” aggiunge incattivito. Annuncia che alle amministrative il comitato presenterà la lista Padova sicura. Le perlustrazioni notturne, racconta, sono diventate pure occasioni di socialità: “Il mio vicino non sapevo chi fosse. Adesso organizziamo grigliate insieme”.
Servola, Trieste, sabato sera A riprova della pluriennale fedeltà alla Lega, Giorgio Marchesich, 54 anni, pelata lucida e parlantina fluida, tira fuori le tessere del Carroccio, a partire da quella del 1991. Quattro mesi fa ha fondato a Trieste i Volontari verdi: “Siamo i duri e puri del partito: seguiamo la corrente indipendentista di Mario Borghezio”. Beve un sorso di birra: “Vogliamo combattere la microcriminalità, ma il controllo del territorio è anche un atto di identità politica”. L’iniziativa però non è piaciuta né al sindaco, il forzista Roberto Dipiazza, né ai rappresentanti locali della Lega, che si sono subito dissociati. “I cani sciolti non sono apprezzati dai potentati” replica Marchesich. I Volontari verdi hanno escogitato le ronde in macchina. Ogni sera un paio di automobili girano per la città, come due volanti della polizia. La prima impresa, spiega Marchesich, è stata “derattizzare dai rom alcuni bar della periferia”. Senza violenza: solo spray al peperoncino e, in casi estremi, “qualche calcio nel sedere”. Giorgio Gherlanz, 49 anni, ristoratore, è un colosso con le basette lunghe e gli occhiali fumé: “Facciamo da deterrente. E funziona, perché siamo di sana, robusta e padana costituzione”. Accanto a lui Dario Dussi, 52 anni, annuisce ingrugnato. Di giorno lavora come amministrativo. Di sera veste in tenuta militare dalla testa ai piedi. “Non siamo tanto amati dalle forze dell’ordine” ammette “ma continueremo a vigilare: in questa città ci vogliono ordine e disciplina”.
Pensionati, operai, militanti: tutti accomunati dalla paura. Sono gli italiani che organizzano pattugliamenti per difendere il territorio. Vorreste anche voi diventare “volontari per la sicurezza”, sotto il contollo dei prefetti, come previsto dal decreto del governo?