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Milena fa scivolare un’altra pallina di plastica rossa lungo il filo di nylon. Mentre parla si intravede il brillantino incastonato in un incisivo. Capelli e occhi scurissimi, 9 anni appena, ha cominciato a rubare quando ne aveva 6: “Due volte al giorno. Ogni mattina, dalle 10 in poi, e nel pomeriggio. Prendevo di tutto: orecchini, collane, anelli… Riuscivo ad arrivare anche a 300 grammi d’oro”. Sceglie una pallina gialla dalla scatola: se la rigira tra le dita, la guarda con attenzione: “Mi piace rubare. Ma lo farò solo fino a 12 anni. Poi tornerò in Croazia per un po’ e deciderò cosa fare: se continuare o smettere”.
Milena è una bambina rom. Obbligata a rapinare: per questo picchiata, umiliata, insultata. Vive in un centro contro gli abusi nel Veneziano dallo scorso autunno. Da quando una banda di zingari è stata arrestata con l’accusa di avere sfruttato e maltrattato figli e nipoti, costringendoli a centinaia di furti in mezza Italia. Un’organizzazione a delinquere, hanno scritto i magistrati. Tredici persone sono state arrestate, grazie anche alle testimonianze di cinque ragazzini tra 9 e 13 anni: Milena, Mirko, Dana, Dragan e Tania (sono nomi di fantasia). I loro racconti, inconsapevoli e drammatici, sono finiti nelle carte dell’inchiesta della squadra mobile di Verona, guidata da Marco Odorisio. Gli agenti, insieme con i magistrati e con alcune operatrici culturali, hanno seguito i minorenni negli ultimi mesi, per evitare che fuggissero e per conquistare la loro fiducia. Ragazzini “informati sui fatti”: adesso, per la prima volta in un’indagine giudiziaria, decine di verbali rivelano le loro atroci storie.
Milena comincia a parlare una mattina dello scorso luglio. Sorride, scopre ancora il brillantino. “Chi te lo ha regalato?” le domanda un’educatrice. “Mio padre”. “È un diamante?”. “Sì, la mia famiglia ne ha tanti. Quando facciamo delle feste con i parenti, tutti hanno grandi collane d’oro e diamanti”. Descrive nei dettagli la sua infanzia da piccola manovale della criminalità. “Prima di andare a rubare mio padre o mia madre mi davano da bere una cosa che compravano al supermercato. Acqua santa, benedetta. Io e gli altri ci facevamo il segno della croce. Dopo non avevamo più paura: perché quell’acqua portava fortuna”. Secondo la polizia in quel liquido poteva esserci droga, per dare coraggio ai bambini. Poi venivano accompagnati in macchina nei paraggi delle case da svaligiare, a Verona, a Padova e a Vicenza. “Ma soprattutto a Bassano del Grappa” precisa Milena “perché lì c’era molto oro”. Il rituale era sempre lo stesso: “Andavo a rubare con gli altri, oppure da sola. Il mio patrigno ci indicava in quali appartamenti entrare. Prima dovevamo suonare il campanello, o tirare sassi sui balconi, per vedere se c’era qualcuno”.
Di solito venivano scelte case piccole e isolate. “Per aprire le porte usavo una tessera. Entravo senza fare casino: cercavo l’oro e i soldi nei cassetti, lo mettevo nei pantaloni o nelle mutande. Davo tutto ai miei genitori, loro nascondevano la roba nel camper, poi la portavano in Croazia”.
Milena, dopo molti tentennamenti, parla di botte e maltrattamenti: “Se non rubavo niente, il mio patrigno mi puniva. E anche se qualche volta non volevo andare: mi picchiava su tutto il corpo, pure con la…”. Milena indica la cintura dell’operatrice. Comincia a singhiozzare: “Se non ci andavo, minacciava di farmi violentare dai marocchini. A volte mi ha rinchiusa in una stalla per ore, senza darmi da mangiare”. Ora Milena, nel centro che l’ha accolta, pare serena: le piace stare con gli altri, giocare, divertirsi. “Ti piacerebbe frequentare una scuola?” si informa un poliziotto della mobile di Verona. Lei si fa seria: “La legge degli zingari dice che non ci possiamo andare. Ma io voglio studiare e imparare a leggere lo stesso”. Anche Mirko, 13 anni, un altro dei cinque ragazzini ascoltati, sarebbe felice di ritornare in classe: “Da quando sono in Italia non ci sono andato più”. Durante il colloquio è sereno, rilassato. “Sto bene in comunità” assicura. “Mangio cose buone, dormo molto, posso giocare e fare quello che voglio”. Non vuole scappare come ha fatto altre volte? “No, me ne andrò solo se mi cacceranno”. Sembra contento di poter parlare di sé, annotano nei verbali. Ma alle domande sulla sua famiglia diventa reticente. “Come si chiamano i tuoi fratelli?” gli chiedono. “Non ve lo posso dire. I miei genitori non vogliono che parli della mia famiglia agli sconosciuti”. Ma loro dove stanno? “Mia madre non la vedo da sei mesi. Ora è in Croazia, a Zagabria: lì ha comprato una casa da 100 mila euro. Mio padre, invece, lo tengono in “caserma” a Verona. E non lavora più: ha 46 anni, è vecchio”. “Come vivono?” domanda l’agente. Mirko ci pensa su. Gli viene rifatta la domanda. “Rubando” risponde.
Riferisce di essere stato in molte città del Veneto assieme ai cugini. Lo accompagnava suo zio Zoro: i poliziotti gli mostrano una foto dell’uomo. Lui, con gli occhi bassi, conferma che è lui. “Tutto l’oro che trovavamo” chiarisce il ragazzino “lo dovevamo poi dare a un uomo chiamato Kuse. Ma se tornavamo senza niente ci prendevano a calci e ci picchiavano”.
Racconta di alcuni furti. “Una volta, mentre stavamo entrando in una casa, mia cugina Dana si è fatta male a una gamba. Stava cercando di rompere un vetro a calci e si è tagliata. Le usciva tanto sangue. Allora siamo scappati subito. Quando ci ha visti, suo padre si è arrabbiato molto. E ha cominciato a picchiarla. Solo dopo l’ha portata in ospedale: l’hanno operata a una gamba. È rimasta lì un giorno”. Dana, 10 anni, viene sentita i primi giorni d’agosto. Parla bene l’italiano. È graziosa e diffidente: “La polizia mi ha fermato spesso. Alcune volte mi hanno pure puntato la pistola addosso. Io davo sempre un nome diverso, ma loro mi prendevano le impronte delle dita”. Una mediatrice le chiede se il padre e la madre l’hanno istruita su come comportarsi. Dana sembra imbarazzata. Si agita, si passa una mano tra i capelli: “Mi avevano detto che alla polizia dovevo dire che loro non mi mandavano a rubare” dice quasi gridando. “Certe volte mi portavano in una comunità. Ma io scappavo subito e tornavo a casa”. A dieci anni è già, suo malgrado, una rapinatrice incallita. “Solo io ho fatto almeno 100 furti. Quando prendevo l’oro poi lo nascondevo sotto terra”. “Come fai a riconoscere quello vero?” le chiede il magistrato. “Deve avere stampato il numero 750″. Se lei e i cugini non riuscivano a sottrarre nulla dalle abitazioni, c’erano intimidazioni e ingiurie. “Allora me lo vuoi dire cosa vi urlavano?” le domanda il pm. Lei abbassa la testa: “No” risponde “sennò mi metto a piangere”. Veniva picchiata da suo padre con la cintura. Le diceva che l’avrebbe portata dai marocchini.
Lo racconta pure Dragan, 9 anni, una mattina dello scorso novembre in un centro d’accoglienza del Veronese: “Mi portavano alla stazione o a una fermata. Poi io prendevo il treno; oppure l’autobus, tante volte, anche per tornare. Ero da solo, ma mio padre mi spiegava per telefono come fare”. Si ferma un attimo, riaffiorano altri particolari: “A volte mi chiamavano al cellulare per sapere come stava andando. L’oro lo davo a chi mi accompagnava. Poi le donne lo nascondevano nel camper”. Dragan riflette sull’ultima parola pronunciata. “Io una casa non ce l’ho mai avuta. Sono sempre stato in un camper”. Come sua cugina Tania, 12 anni vissuti in un furgone. Pure lei fruga tra ricordi e paure: “A Monticello, mentre ero con Dana, ci hanno scoperto. Allora ci siamo chiuse nel bagno, fino all’arrivo della polizia. Poi ci hanno portato in una comunità. Un’altra volta, a Malo, i proprietari ci hanno minacciato con una pistola finta”. Una ragazzina uguale a tante, pure lei finita in un’inconsapevole schiavitù: “Spesso mi tenevo i soldi e non dicevo nulla. Una volta anche 500 euro. Allora andavo in giro per i negozi con gli altri bambini a comprare delle cose”. Ci ragiona su qualche istante: “Rubare a volte mi piace. Altre no”. “E da grande continuerai?” le chiede un agente. “No, da grande voglio fare l’avvocato”.

La preoccupazione è fore; le accuse (nuove, ma già sentite) pesanti.
L’Italia torna sotto i riflettori continetali per essersi dimostrata razzista e xenofoba. Avremmo cioè fatto - secondo il Consiglio d’Europa (organismo impegnato nella difesa dei diritti umani e nella promozione della cultura europea, che non ha nulla a che vedere con il Consiglio europeo, organo dell’Ue) in occasione della pubblicazione del suo secondo rapporto sulla situazione dei migranti entro i nostri confini, in meno di 12 mesi - “passi insufficienti nella giusta direzione sul fronte della lotta al razzismo, per assicurare eguali diritti alle popolazioni Rom e Sinti, per chiarire la propria posizione in merito alla politica migratoria adottata”. E anche sul fronte della “mancata osservanza delle richieste della Corte di Strasburgo di sospendere l’esecuzione delle espulsioni verso Paesi sospettati di praticare la tortura”.
Il pesante giudizio è stato espresso da Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio. Rapporto che fa seguito alla missione compiuta dal commissario a metà dello scorso gennaio.
Per Hammarberg “le autorità dovrebbero condannare in modo più fermo tutte le manifestazioni di razzismo o di intolleranza e assicurare una applicazione efficace delle legislazioni contro le discriminazioni”. Il commissario chiede inoltre che i vari gruppi etnici siano meglio rappresentati all’interno delle forze di polizia e che venga istituito un organismo nazionale indipendente, sul modello dell’Ombudsman (sorta di mediatore civico), per rafforzare la protezione dei diritti umani.
Altro punto debole, secondo il commissario del Consiglio d’Europa, è quello dei rom. “C’è un persistente clima di intolleranza contro di loro e le loro condizioni di vista sono ancora inaccettabili in molti dei campi che ho visitato”, ha osservato, aggiungendo: “Le buone pratiche a livello locale esistono e dovrebbero essere più diffuse”. Hammarberg ha ribadito la sua profonda preoccupazione sull’appropriatezza de censimenti nei campi rom e sinti e rimane preoccupato della loro “compatibilità con gli standards europei che regolano la raccolta e il trattamento dei dati personali”. Inoltre il commissario ha ribadito la sua critica al decreto legge sulla sicurezza per i suoi possibili effetti negativi sui diritti degli immigrati. “Criminalizzare gli immigrati è una misura sproporzionata che rischia di fomentare ulteriori tendenze discriminatorie e xenofobe nel paese”, ha dichiarato. “Inoltre, i recenti provvedimenti introdotti dal Senato che consentono al personale medico di denunciare alla polizia gli immigrati irregolari che accedono al servizio sanitario è profondamente ingiusto e potrebbe ulteriormente marginalizzare gli immigrati”.
Il Consiglio d’Europa è inoltre preoccupato da una serie di rimpatri forzati verso la Tunisia, per ragioni di sicurezza, di alcune persone che rischiano seriamente la tortura. “Nel loro dovere di proteggere le società dal terrorismo, gli Stati non devono violare gli standard sui diritti umani come ad esempio il divieto assoluto di tortura o di trattamento inumano. L’Italia ha ignorato le misure vincolanti temporanee richieste dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per interrompere le deportazioni, mettendo così a serio rischio l’efficacia del sistema europeo dei diritti umani”.
Note positive? Qualcuna la si trova, alla fine del rapporto Hammarberg. Che dà il benvenuto ad alcuni passi positivi fatti dalle autorità italiane, in particolare per quanto riguarda l’adozione dei programmi di educazione interculturale, la decisione dei ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sull’azione contro il traffico di esseri umani e lo sviluppo di un programma nazionale sui minori stranieri non accompagnati. La base del rapporto del commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa è un viaggio in Italia dello scorso gennaio e fa seguito alle raccomandazioni fatte nel luglio 2008.
Nella sua risposta al Consiglio d’Europa, pubblicata insieme al rapporto, il governo italiano afferma di “non condividere i punti di vista del commissario”, sia per quanto concerne la criminalizzazione degli immigrati irregolari sia per quanto riguarda gli accordi con Paesi terzi: queste due misure, secondo le autorità italiane, sono le uniche che possano garantire una vera ed efficace gestione del fenomeno migratorio. Per quanto riguarda poi la possibilità di denuncia degli irregolari da parte dei medici, il governo ribadisce che non si tratta un obbligo: si è solo eliminata la proibizione a sporgere denuncia.

Svolta per lo stupro di Guidonia. I carabinieri del comando provinciale di Roma del gruppo di Frascati hanno arrestato nella notte la banda di romeni che ha violentato nella notte tra giovedì e venerdì scorso una giovane di 21 anni, picchiando brutalmente il suo fidanzato a Guidonia, vicino a Roma.
Sono tutti giovanissimi i quattro romeni fermati. Il più giovane dei quattro, tutti accusati di violenza sessuale e rapina aggravata, ha circa 20 anni e il più anziano ne ha poco più di 23. Gli altri due romeni, accusati di favoreggiamento, sono di poco più anziani. È quanto hanno spiegato durante una conferenza stampa il procuratore della Repubblica di Tivoli, Luigi De Ficchy, il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Vittorio Tomasone, il comandante del gruppo di Frascati, Rosario Castello, insieme ai carabinieri hanno eseguito i fermi. Dei quattro romeni fermati per violenza e rapina due sono in Italia da poche settimane, gli altri due da più tempo: tutti erano ospiti da connazionali e non vivevano in campi nomadi, senza un lavoro e senza precedenti penali.
In un primo momento si era parlato di una banda di 5 romeni, ma secondo il procuratore di Tivoli con i sei fermati sono stati individuati tutti i componenti: “Non manca nessuno” ha detto De Ficchy, sottolineando che, per quanto riguarda gli elementi di prova raccolti attraverso pedinamenti e intercettazioni, “sono molto, molto solidi. Sarà poi la procura” ha concluso “a chiedere la convalida dei fermi e il gip a valutare gli elementi di prova”.
È stato il telefonino a portare gli investigatori sulle tracce dei quattro rumeni catturati stamattina. Infatti, proprio con il telefonino rubato alla vittima, anche se cambiando la scheda sim, uno degli stupratori ha chiamato alcuni connazionali e ha annunciato il proprio arrivo a Padova. I carabinieri hanno aspettato il gruppo che viaggiava sulla stessa auto (una Bmw) al casello di Tivoli.
“È la fine di un incubo, ringrazio i carabinieri”, ha commentato la ragazza appena appresa la notizia del fermo dei responsabili dello stupro. Ancora sconvolta per l’aggressione e la violenza subite, la ragazza in lacrime ha voluto ringraziare i carabinieri: “È fatta giustizia”. “Ora non faranno più male a nessuno, non faranno a un’altra donna quello che hanno fatto a me”, ha avuto la forza di aggiungere visibilmente scossa.
All’uscita dalla stazione dei carabinieri di Guidonia dei sei romeni fermati per lo stupro c’è stato un tentativo linciaggio da parte della folla che assedia la stazione. “Maiali, bastardi” e “Consegnatelo al padre della ragazza”: queste le grida delle decine di persone, per lo più ragazzi, che hanno tentato di aggredire uno dei romeni scortato dai carabinieri che lo hanno portato con difficolta a bordo della gazzella. Anche l’auto dei militari è stata oggetto della rabbia della folla: alcuni hanno sbattuto ombrelli contro la carrozzeria, altri hanno dato calci e pugni all’auto. Stessa scena all’uscita degli altri fermati.
Quello di Guidonia è solo uno degli ultimi casi di violenza sulle donne che si sono registrati nelle ultime settimane nella Capitale e che hanno riportato sulle prime pagine dei giornali le polemiche politiche sulla sicurezza.
“Il 58 per cento degli stupri, in Italia, è commesso da italiani, il 9 per cento da romeni. A Roma i numeri sono diversi: il 35 per cento è commesso da italiani e il 31 per cento da romeni. Questo accade perché a Roma c’è una forte concentrazione, per questo l’emergenza campi nomadi è più forte”, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni durante la trasmissione Porta a Porta spiegando quali sono le misure che si stanno attuando su questo tema. “Il primo atto” ha detto “è stato il censimento. Poi, entro fine maggio 2009, termineremo la programmazione degli interventi che prevedono lo smantellamento dei campi abusivi, la creazione di campi attrezzati e la scolarizzazione dei bambini che, secondo i dati del censimento sono circa la metà, spesso costretti alla prostituzione”.
Al centro del dibattito sui media negli ultimi giorni la decisione di un gip di Roma di mettere agli arresti domiciliari, e non in carcere, un ragazzo di 21 anni reo confesso di aver violentato una ragazza la notte di Capodanno durante una festa in Fiera patrocinata dal Campidoglio. Durante la registrazione del programma di Bruno Vespa è intervenuto anche il sindaco Gianni Alemanno in merito: “Un pm che non chiede gli arresti ma che accetta i domiciliari vive fuori dal mondo perché rispetto a un reato grave, 48 ore di galera e basta, è una follia” ha detto il sindaco. In situazioni del genere, per Alemanno, “così come nel caso dell’omicidio Reggiani, se non si dà l’ergastolo, ma quando di deve dare?”. Quella dei domiciliari, ribadisce “è una scelta sbagliata”. “La violenza della Fiera di Roma” ha continuato Alemanno “indica che la cultura dello sballo porta a meccanismi perversi a un legame tra piacere facile e violenza su cui bisogna lavorare molto soprattutto tra i giovani”. “I centri antiviolenza” ha spiegato “sono molto importanti per quel che accade in un contesto familiare o sociale nel quale le donne devono essere aiutate a liberarsi dalla soggezione. Negli altri casi siamo di fronte a situazioni diverse che vengono maturate in un contesto urbano di sradicamento che non va letto in senso etnico”. Il primo cittadino ha ricordato che il comune si costituirà parte civile in tutti i casi di violenze sessuali.
Il VIDEO servizio:
Discutine sul FORUM: Allarme stupri in Italia: di chi è la colpa? Cosa si può fare?
Carbonizzato dalle fiamme: un bambino di poco meno di tre anni è morto carbonizzato nell’incendio che ha interessato una quindicina tra roulotte e case prefabbricate in un campo nomadi alla periferia di Foggia. Il corpicino è stato trovato tra i resti della carcassa della roulotte di famiglia. L’incendio, secondo i primi accertamenti compiuti dalla polizia, sarebbe stato causato dal corto circuito di una stufetta. Le fiamme, su un fronte di circa venti metri, sono state spente dai vigili del fuoco i quali sono riusciti a evitare che il fuoco si propagasse al resto dell’accampamento nel quale vivono alcune centinaia di persone. Un numero imprecisato di rom è rimasto senza tetto. L’amministrazione comunale sta cercando una soluzione per dove ospitarli. Un sopralluogo nel campo è stato compiuto dal sostituto procuratore della Repubblica di turno.
Un assalto all’arma bianca: coltello e motosega, forse per un regolamento di conti. Un gruppo di rom è stato aggredito la notte scorsa a Torino da altre persone, quasi certamente della stessa comunità . Una persona è morta e altre due sono rimaste ferite; di un quarto, anche lui ferito, si sono perse le tracce.
E’ accaduto in strada dell’Arrivore, all’estrema periferia del capoluogo piemontese. Poco prima della mezzanotte gli aggressori hanno fatto irruzione nella baracca in cui si trovavano tre uomini e una donna, intenti, secondo le prime informazioni, a giocare a carte. La colluttazione sarebbe durata pochi minuti. Un uomo e una donna, feriti, sono stati portati all’ospedale Maria Vittoria in gravi condizioni. Il terzo è stato trovato a qualche centinaio di metri dalla baracca, ormai agonizzante, con lesioni al collo e al torace: e’ morto nel giro di pochi minuti.
Per rintracciarlo i soccorritori hanno dovuto illuminare l’intera zona con potenti fari. Il quarto è scappato. Gli investigatori della squadra mobile della questura ritengono che si tratti di una sorta di regolamento di conti all’interno della comunità rom: le vittime conoscevano gli aggressori. Gli investigatori della squadra mobile della questura ritengono che si tratti di una sorta di regolamento di conti all’interno della comunità rom: le vittime conoscevano gli aggressori.
Condannare Romulus Nicolae Mailat all’ergastolo.
È questa la richiesta del pm Maria Bice Barborini nei confronti del romeno di 25 anni accusato di aver aggredito, il 30 ottobre 2007, vicino alla stazione ferroviaria di Tor di Quinto, la quarantasettenne Giovanna Reggiani, morta il primo novembre successivo a causa delle lesioni riportate.
Per sostenere la piena responsabilità dell’imputato il pm ha ripercorso tutto l’iter dell’inchesta e dell’istruttoria dibattimentale esaminando ogni risvolto della vicenda. Questo omicidio non fa parte dei casi “senza colpevoli”, ha detto Maria Bice Barborini, che ha iniziato la sua requisitoria ricordando che il processo giunge a conclusione “in prossimità dell’anniversario dell’aggressione e del decesso” della donna, ha concluso il suo intervento, durato circa due ore, sostenendo che “l’istruttoria ha consentito di non lasciare senza colpevoli l’ennesima aggressione a una donna”. Per il pm, sussistono, quindi, tutte le aggravanti dell’omicidio. “Non si può dire” ha sottolineato “che Mailat non abbia agito con crudeltà. Ha colpito la Reggiani con un bastone a superficie piatta e ha infierito sulla donna per sincerarsi che non potesse sopravvivere. Lo stesso Mailat ha ammesso di aver sottratto la borsa”.
Per ricostruire le vicende che hanno preceduto e seguito l’aggressione a Giovanna Reggiani, il pm ha indicato le dichiarazioni di tutti i “testi chiave”. Da quelle di Dorin Obedea, suocero di Mailat, che “ha detto di aver visto il genero colpire la donna con pugni e un bastone e strapparle poi la borsa”, a quelle di Nicolaie Clopotar, un rom che disse “di aver saputo da Obedea che sul luogo dell’aggressione c’erano Mailat, lo stesso Obedea e altre due persone”. Fino alle dichiarazioni di Emilia Neamtu, zia di Mailat, la “supertestimone” che vide Mailat mentre gettava il corpo della Reggiani sotto un ponte e fermò un autobus. Per il pm “dalle analisi emerge che la signora Reggiani è stata violentemente colpita più volte con pugni e un corpo contundente” e che “non ci sono tracce palesi di altre persone che hanno partecipato con Mailat all’aggressione”.
Alla fine della requisitoria del pm Barborini, è intervenuto lo stesso Mailat. Che ha ribadito la sua versione dei fatti. “Non ho le parole, non le ho mai avute - ha spiegato - rimango sempre della stessa opinione, mi affido alla giustizia divina. Durante il processo non ho mai avuto alcuna reazione perché ho capito che sarebbe stato inutile”. E poi ha proseguito: “Volevano a tutti i costi un colpevole per un fatto così grave. Penso di essere stato estratto da un mazzo di carte, sono un capro espiatorio, forse per tutti i romeni che hanno commesso reati in Italia”.
Dopo la pausa, il processo riprenderà con la discussione dell’avvocato di parte civile, in rappresentanza del marito della signora Reggiani, e con il difensore dell’imputato. Domani ci sarà la camera di consiglio che porterà alla sentenza.
Credit: Ansa
Bruxelles- Le misure adottate dall’Italia per fare fronte all’emergenza dei campi nomadi illegali non sono risultate discriminatorie e quindi sono in linea con il diritto comunitario. Questo in sintesi il giudizio espresso dalla Commissione Europea dopo l’analisi condotta sul rapporto sul censimento dei campi nomadi inviato da Roma a Bruxelles il 1 agosto scorso.
L’attenta analisi del documento inviato da Roma ha consentito di constatare che - ha detto Michele Cercone, portavoce del Commissario alla giustizia, alla libertà e alla sicurezza Jacques Barrot - “né le ordinanze né le linee direttrici né le condizioni di esecuzione” delle misure prese “autorizzano la raccolta di dati relativi all’origine etnica o alla religione delle persone censite”.
Anche la raccolta delle impronte digitali “viene fatta solo al fine di identificare persone che non è possibile identificare in altro modo” ha aggiunto il portavoce di Barrot.
Un sistema “valido in particolare per i minori nei confronti dei quali questi rilievi vengono effettuati solo nei casi strettamente necessari e come ultima possibilità di identificazione”.
La “buona cooperazione” tra le autorita’ italiane e Bruxelles, ha osservato ancora Cercone, ha consentito di verificare le linee dei provvedimenti presi e di “correggere tutte le misure che potevano dare luogo a contestazioni”. Barrot continuerà a seguire il dossier prestando attenzione alle ulteriori informazioni che saranno fornite dall’Italia sull’applicazione delle misure prese e chiede di essere informato sullo svolgimento del censimento e dei suoi risultati.
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Non a nome della Santa Sede, né a nome della Cei. Il settimanale Famiglia Cristiana parla per sé: la sua linea non è quella dei vertici cattolici italiani.
Così il Vaticano misura la distanza dal settimanale dei Paolini e dai suoi numerosi scontri con il governo di Silvio Berlusconi. A scaricare il periodico cattolico è il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha precisato stamani che il settimanale dei Paolini “non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana“.
Certo, precisa padre Lonbardi: si sta parlando di una “testata importante della realtà cattolica”, ma “le sue posizioni sono esclusivamente responsabilità della sua direzione”.
L’ultimo duro intervento di Famiglia Cristiana contro le scelte dell’esecutivo è di ieri, quando è stato anticipato l’editoriale di Beppe Del Colle in cui si augura che “non sia vero il sospetto” che in Italia sta rinascendo il fascismo “sotto altre forme”. Un corsivo che ha scatenato la polemica.
D’accordo con il Vaticano si dice il senatore a vita, Francesco Cossiga, che ha giudicato “chiara ed esemplare” la dichiarazione resa da padre Lombardi. La prende invece come un invito alla riflessione e all’esame di coscienza Pierluigi Castagnetti (area teodem del Pd), presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera: “Diciamoci la verità, cari amici cattolici del centrodestra e del centrosinistra, il bersaglio nemmeno tanto implicito di Famiglia Cristiana siamo noi. È inutile polemizzare su una parola, una immagine o una citazione degli editorialisti della rivista che, da tempo per la verità, ha deciso di essere coscienza critica del potere. Forse perché più pochi ancora lo sono”. Lo afferma . “Può darsi” prosegue Castagnetti “che la colpa, come dice Tremonti, sia del dilagante pensiero unico ’mercatista’, oppure della paura di parte del ceto politico di pronunciare parole e giudizi anticonformisti, sta di fatto che la cultura cristiana in questo paese sta rivelandosi sempre più come la cultura dell’alterità e della difesa dell’uomo. Altro che cattocomunismo”.
Ma non tutti tra i democratici la pensano così: “L’attacco concentrico a Famiglia Cristiana di alcuni esponenti della destra non risolve i problemi che sta attraversando il governo. Non passa attraverso l’accusa di comunisti a tutti quelli che contestano l’azione del governo la soluzione alle difficoltà crescenti denunciate dalle famiglie italiane. Semmai, Gasparri, Bondi e Giovanardi prendano atto che anche nel mondo cattolico c’è un forte pluralismo politico. E chi non la pensa come la destra non è necessariamente un cripto o un proto comunista”, affermae il parlamentare del Pd Giorgio Merlo.
Più che sui contenuti, invece, la critica del ministro dei Beni Culturali è sul tono “che non si addice al settimanale cattolico” e quanto alla sostanza sostiene che i paolini hanno preso “lucciole per lanterne”. Sandro Bondi in un’intervista a Repubblica attacca il settimanale cattolico che “continua ad esprimere opinioni su questioni politiche e sociali che riflettono una cultura che sbrigativamente viene definita catto-comunista. Non capisco perché il suo direttore neghi scandalizzato questa accusa”. “Il filo conduttore - rilancia Bondi - è sempre quello: la simpatia per i cattolici adulti (primo fra tutti Prodi, ndr) e l’antipatia viscerale per Berlusconi”. Famiglia Cristiana, inoltre, si esprime con un linguaggio da “intellettuali che hanno perso il rapporto con il loro popolo, credenti e parrocchie, ma anche lontani dalle esigenze concrete dei cittadini”.
Editoriale dopo editoriale, in realtà, è da mesi che il periodico diretto da Don Antonio Sciortino non lesina attacchi e tirate d’orecchio nei confronti della maggioranza. Prima contro la norma sulle impronte ai bambini rom (”una trovata indecente”, quella del ministro Maroni), poi la “finta emergenza sicurezza” e la querelle “sui cassonetti” contro il sindaco di Roma Alemanno. Senza dimenticare la dichiarazione durissima contro Berlusconi che, secondo il settimanale dei Paolini, sarebbe ossessionato dai giudici.