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Romania
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Le immagini del baby scippatore che sfila il portafogli ai passeggeri nel piazzale della Stazione Centrale di Milano hanno fatto il giro di televisioni e prime pagine dei giornali. “Non si può fare nulla”, si diceva, “quei bambini non sono imputabili e dalle comunità spariscono in un attimo”. È da prima della pubblicazione di quelle foto che la Squadra mobile di Milano tiene sotto controllo i bambini rom coinvolti. Ma soprattutto gli adulti che li reclutavano in Romania, li trasportavano in Italia, ne facevano degli schiavi e li costringevano, con la violenza e le minacce, a rubare.
Sono loro, in tutto 19 romeni di etnia rom, che la polizia italiana e quella romena hanno arrestato questa mattina, tra Milano, Pavia e Craiova (cittadina romena). Altri 6 sono ricercati. “Pensiamo di aver sgominato l’intera organizzazione, tra i fermati ci sono anche i capi del traffico e dello sfruttamento”, afferma il capo della Mobile, Francesco Messina. In un campo abusivo vicino a Pioltello gli agenti hanno trovato anche nove dei 34 bambini, tra gli 8 e i 13 anni, ridotti in schiavitù. Ognuno di loro fruttava anche 800 euro al giorno da inviare in Romania ai vertici della banda criminale.
I piccoli scippatori erano costretti con botte e minacce a “lavorare” alla stazione milanese e, in estate, in altri luoghi affollati di turisti, come Venezia, Bologna, Ancona e Pescara. I loro aguzzini li seguivano da vicino, li difendevano nel caso in cui la vittima del furto reagisse o la polizia intervenisse e li recuperavano dalle comunità fingendosi parenti. In alcune intercettazioni raccolte dagli investigatori una donna descrive le violenze inflitte ai bambini: “Ho comprato un guinzaglio e lo tengo legato”, dice di uno che dava troppi problemi” e riferito a un altro che non guadagnava abbastanza parla di botte nelle parti intime.
Agli schiavi minorenni veniva data anche una ricompensa di 50 euro al giorno, che però erano obbligati a giocarsi ai dadi al campo rom. In questo modo si indebitavano con gli stessi adulti che li sfruttavano. “I più piccoli venivano indottrinati dai più grandi, che poi facevano carriera e diventavano a loro volta aguzzini”, spiega Alessandra Simone, a capo della sezione che si occupa dei reati che coinvolgono minori. Gli arrestati nell’operazione “Stabor” (cioè, “giudizio”, quello degli anziani capi che dettano legge nella comunità) sono accusati di associazione per delinquere, tratta di minori, costrizione a commettere reati, usura e gioco d’azzardo.
Nel VIDEO i baby borseggiatori della Stazione centrale e gli arresti all’alba nel campo rom:
L’arte dello scippo

Comodamente seduti davanti al proprio pc in Romania, si intrufolavano nei date base italiani e con la tecnica ormai nota del phishing catturavano nomi e password per accedere ai conti correnti e prelevare denaro. Il 29 novembre a Milano partirà il primo processo in Italia per associazione per delinquere finalizzata alla frode telematica. Imputate 26 persone. Le vittime della truffa, che potranno costituirsi parte civile in aula, sono almeno 150: sono stati derubati complessivamente di circa 250 mila euro.
Alla squadra di truffatori telematici (in realtà due organizzazioni distinte, di cui faceva parte anche un ragazzo di 19 anni) composta da italiani e romeni, tutti veri geni dell’informatica, ha dato la caccia una squadra mista di investigatori. La maggior parte degli arresti è stata fatta nel luglio scorso grazie alla collaborazione tra le procure di Milano, Bucarest e Craiova, tra la polizia romena e la Guardia di finanza di Milano e con la mediazione del vicerappresentante italiano di Eurojust, Carmen Manfredda, e del rappresentante romeno, Elena Dinu.
“Questi phisher avevano strumenti e abilità informatiche talmente avanzati, a volte anche superiori alle nostre, che rintracciarli era quasi impossibile. Ci siamo riusciti perché hanno commesso un piccolo errore”, spiega il sostituto procuratore che ha coordinato l’inchiesta, Francesco Cajani. “Nella trappola del phishing cadono spesso persone di istruzione medio-alta”, aggiunge Edoardo Viti, del comando provinciale delle Fiamme Gialle, “perciò non ci stanchiamo mai di ripetere di non rispondere a e-mail che richiedono i dati personali e le password dei conti correnti”. Le vittime dei raggiri scoperti nell’operazione “Fish and chip” erano clienti home banking di Poste Italiane e di Banca Intesa.
“Le banche non hanno colpe”, continua Cajani, “nel pc di uno degli arrestati sono stati trovati programmi con decine di migliaia di indirizzi e-mail, tra cui ad esempio quelli della Procura di Milano, che sono reperibili su Internet. Oppure che i truffatori si procurano usando dei virus e attraverso le cosiddette catene di Sant’Antonio”.

La cronaca: l’omicidio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto, i tre romeni aggrediti a bastonate (uno è ferito gravemente) davanti a un supermercato romano in una spedizione punitiva di italiani, la bomba carta e la scritta “Ve bucamo la testa” in un negozio di specialità romene a Monterotondo (nella foto), la tentata fuga di un 28enne romeno condannato a sette anni per stupro, bloccato dalla polizia all’aeroporto di Treviso. E la politica: le dichiarazioni di Walter Veltroni, secondo cui c’è una prevalenza di reati compiuti da romeni, il decreto sulle espulsioni dei cittadini comunitari, le proteste del presidente Traian Basescu, il primo incontro istituzionale domani tra il ministro Bersani e il governo di Bucarest, quello tra i due premier, Prodi e Calin Popescu Tariceanu, mercoledì a Roma.
I rapporti tra i due Paesi sembrano precipitati nell’ultima settimana. Ma chi lavora da anni contemporaneamente sui due fronti, quello italiano e quello romeno, mette in guardia da semplificazioni e pregiudizi. Diana Alina Harja è presidente dell’Associazione culturale “Amici della Romania”, è sposata con un italiano e da quattro anni vive a Latina. “In questi giorni ho ricevuto molti messaggi di solidarietà dai miei amici italiani”, dice, “tutti mi dicono: ‘Non pensiamo di voi quello che si legge sui giornali’. Manifestazioni che rispecchiano il mio rapporto col vostro Paese, fatto di accoglienza e dialogo. Ma ora temo che si scateni la ‘caccia al romeno’. Sui media è già cominciata la criminalizzazione di un’intera comunità a causa di fatti isolati”. La risposta degli “Amici della Romania” è quella di far conoscere la cultura romena agli italiani, con lezioni, rappresentazioni teatrali, conferenze. Per domani è previsto un incontro presso l’ambasciata, in cui diverse associazioni si accorderanno per promuovere nuove iniziative in questo senso.
Sono 22 mila le imprese italiane registrate in Romania dal 1990, 12 mila sono tuttora attive, con 800 mila dipendenti romeni. Dal 1993 l’Associazione imprenditori italiani in Romania fornisce consulenza a chi dall’Italia vuole avviare un’attività a Bucarest e dintorni. Il segretario generale è Mauro Ghiglia, che vive in Romania da tre anni. “Negli ultimi anni molti imprenditori si sono trovati in difficoltà”, spiega, “perché non hanno capito che questo non è un Paese da sfruttare ma una realtà in rapida evoluzione. Oggi Bucarest è l’84esima capitale più cara al mondo, le auto di lusso sono a ogni angolo, il mercato è in crescita. L’approccio giusto è quello della comprensione degli usi e costumi locali e dell’investimento, come stanno facendo austriaci, turchi, israeliani, arabi. I nostri connazionali sono in genere ben voluti qui, ma negli affari l’opinione diffusa è che chiacchierino un po’ troppo e investano poco”.
Per quanto riguarda i problemi di sicurezza causati da alcuni cittadini romeni emigrati all’estero, Ghiglia ha le idee chiare: “Molte responsabilità sono del governo di Bucarest”, dice, “che da una parte ha trascurato la questione interna delle minoranze etniche e dall’altra non ha fatto nessun tipo di controllo su chi è uscito dal Paese dopo l’ingresso nell’Ue”. E il futuro economico della Romania visto dagli imprenditori italiani? “I settori più promettenti sono quelli dei servizi, la formazione in primo luogo, e della ricostruzione delle infrastrutture. Mancano gli operai per costruire strade e ospedali e molti romeni vogliono tornare in patria per lavorare. Io credo che in pochi anni gli stipendi medi raggiungeranno livelli accettabili, ridando vigore ai consumi”.
L’Interpol ha la visione completa dei fenomeni criminali legati all’immigrazione. Spiega Paolo Sartori, capo dell’ufficio di collegamento del ministero dell’Interno per la Romania e la Repubblica Moldava e rappresentante italiano presso il Seci (l’ente sudeuropeo contro il crimine internazionale): “La collaborazione con la polizia romena è piena e ha dato buoni frutti, portando a quasi mille arresti e altrettante denunce dalla primavera 2006 nell’ambito dell’operazione Itaro“. Anche se, sottolineano le forze di polizia, le espulsioni dall’Italia fatte per motivi di ordine pubblico fino al 31 dicembre 2006 (si parla di qualche decina di migliaia di cittadini romeni) si sono azzerate all’alba del primo gennaio 2007, quando gli espulsi sono tutti rientrati nel nostro Paese.
Il rispetto rigido delle regole è alla base della convivenza, secondo Bajenescu Dan, direttore del Gazzettino Romeno, settimanale bilingue. “E l’Italia non doveva permettere la costruzione di tutti quei campi abusivi”, aggiunge. “Chi non è in regola nel vostro Paese, non doveva essere accolto. È così che ci comportiamo noi con gli stranieri”.
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Il centrodestra non appoggerà il pacchetto sicurezza del governo: “Non ci sono le condizioni per il nostro sì al decreto” ha dichiarato Gianfranco Fini, parlando a nome degli altri leader moderati, al termine del vertice della Cdl. Vertice che, per inciso, ha segnato il ritorno (tra gli applausi) di Pier Ferdinando Casini. Formalmente la Cdl spiega il suo no con il mancato accoglimento di alcuni emendamenti al testo governativo. Tra questi, l’espulsione immediata dei condannati e l’aumento dei fondi per le forze dell’ordine, che la Finanziaria eleva di appena 100 milioni di euro, 80 dei quali già impegnati per l’ordinaria amministrazione.
In realtà il mancato appoggio del centrodestra è soprattutto politico. L’opposizione non vuole fornire alcuna sponda al governo, nella speranza che la maggioranza perda qualche pezzo a sinistra. Da giorni infatti serpeggia malumore in Rifondazione (qui il .pdf dell’intervista a Fausto Bertinotti), tra i neocomunisti ma anche tra i prodiani. Polemiche puntate soprattutto contro il Pd e Walter Veltroni.
Il sindaco di Roma, in difficoltà per i ripetuti episodi di violenza e degrado nella capitale, è considerato il vero artefice del piano di pronto intervento chiesto e ottenuto al governo Prodi. Oggi Veltroni ha indirettamente confermato questa lettura consigliando di andarsi a vedere la classifica della criminalità e dell’aumento dei reati pubblicato dal Sole 24 Ore. Roma è la quinta provincia per borseggi e scippi; 33ma per furti in abitazione; 30ma per omicidi e settima per rapine. Ma la classifica è aggiornata al 31 dicembre 2006 e, ha ammesso Veltroni, “tutto è cambiato da gennaio di quest’anno”.
Dall’inizio 2007 la Romania è entrata nell’Unione europea, consentendo la libera circolazione dei cittadini: in questo modo, però, Veltroni continua a puntare l’indice contro i romeni, alimentando di fatto una polemica con il governo di Bucarest che palazzo Chigi e la Farnesina volevano chiudere al più presto. E attirandosi nuovamente l’ira dell’estrema sinistra. A quanto pare il leader del Pd vuol giocare sul serio la sua battaglia per costruire un partito “a vocazione maggioritaria”, senza i ricatti della sinistra massimalista. E ritiene che la sicurezza sia un argomento ideale anche per l’opinione pubblica. La Cdl non lo segue su questa strada, ovviamente rilanciando e chiedendo norme ancora più dure.
È una partita che si gioca mentre è in corso l’altra sulla Finanziaria. E se in questo secondo match il governo per ora sembra tenere, le misure per l’ordine pubblico costituiscono un nuovo rischio. Palazzo Chigi non può forzare la mano più di tanto: ieri l’improvvisa sterzata rigorista dell’Italia è finita sulle prime pagine di molti giornali stranieri, che non l’hanno certo commentata positivamente. Anziché alimentare l’intolleranza o strepitare a vuoto, è la tesi comune, l’Italia dovrebbe adottare leggi e misure certe.
Come si vede, la sicurezza c’entra relativamente: la faccenda si è fatta tutta politica.
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L’hanno subito ribattezzato “decreto Veltroni” quello approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri straordinario sull’onda dello shock mediatico della donna stuprata, torturata e ridotta in coma da un rumeno a Roma.
In pratica viene attribuito al prefetto il potere di allontanare anche cittadini comunitari (e la Romania è appena entrata nella Ue) per motivi di pubblica sicurezza. Il decreto approvato dal Cdm, convocato praticamente da Walter Veltroni, non è altro che il quarto ddl del pacchetto sicurezza licenziato due giorni fa proprio dal governo. Disegni di legge che avevano ricevuto proprio critiche perché non erano subito applicabili ma richiedevano il preliminare passaggio e l’approvazione in Parlamento. Cosa tutt’altro che scontata, visti i chiari di luna all’interno della maggioranza.
In serata, dopo il Consiglio dei ministri straordinario, Romano Prodi ha provato a dimostrare che la scelta era stata sua: “Ho parlato con il ministro Ferrero e con il ministro Pecoraro Scanio e sono tutti d’accordo”. Lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, condivide “il contenuto e l’urgenza del decreto”. Niente altro che dichiarazioni, perché la decisione è stata di Veltroni, che se non ha battuto i pugni sul tavolo poco ci è mancato.

Nel pomeriggio infatti, mischiando perfettamente il proprio ruolo di leader del Pd con quello di sindaco di Roma, Veltroni aveva telefonato a Prodi “sollecitando iniziative straordinarie”, quindi aveva convocato una conferenza stampa improvvisata in Campidoglio nella quale chiedeva “più potere ai prefetti”. E chiusa la conferenza stampa il sindaco d’Italia era salito direttamente al Viminale dal ministro dell’Interno, Giuliano Amato per discuterne (i maligni dicono per scrivere il decreto) direttamente con lui.
Blitz terminato, tolleranza zero e governo veltronizzato.
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