Leggi tutte le notizie su:
Ros
- Tags: Big-Joe-Cuntrera, boss, carabinieri, estorsione, estradizione, Giuseppe-Coluccio, Mafia, ndrangheta, ricercato, Ros, traffico-di-droga
-
È stato espulso dal Canada, ed è giunto mercoledì mattina in Italia, il boss della ‘ndrangheta Giuseppe Coluccio, 42 anni, arrestato il 7 agosto scorso a Toronto dai carabinieri del Ros e dalla polizia canadese. Secondo gli investigatori, Coluccio - che era inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi - avrebbe svolto un ruolo di primo piano nella gestione dei traffici di cocaina ed eroina dall’America all’Europa. L’uomo è sbarcato alle 6 all’aeroporto romano di Ciampino, scortato dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale e dalla polizia canadese.
Coluccio era ricercato dal 2005, quando era sfuggito all’arresto nell’ambito dell’operazione Nostromo, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. È accusato di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ed estorsione. Il latitante si nascondeva in un lussuoso appartamento nei pressi di Toronto, in un grattacielo affacciato sul lago Ontario, dove è stato rintracciato dopo tre anni di indagini da parte del Ros. Al momento della cattura è stato trovato in possesso di un milione e mezzo di dollari canadesi in contanti, travellers cheques, assegni e gioielli. Nei giorni successivi all’arresto le autorità canadesi avevano negato il suo rilascio su cauzione; poi è stato espulso. Coluccio, considerato dagli inquirenti una delle figure più importanti del narcotraffico internazionale, è stato condotto in carcere, a Roma.
Dall’indagine che ha portato alla localizzazione e all’arresto in Canada del boss Coluccio, sarebbe emerso uni scenario inquietante: la ‘ndrangheta calabrese e Cosa nostra siciliana unite nel narcotraffico internazionale. Secondo gli investigatori, infatti, non solo Coluccio (sotto falsa identità) aveva continuato a mantenere costanti rapporti con la Calabria, gestendo il traffico di ingenti quantitativi di hashish e cocaina destinati alle cosche jonico-reggine, ma in Canada era anche entrato in “stretto contatto” con Giuseppe Cuntrera, detto “Big Joe”, figlio di Pasquale (arrestato dal Ros nel 1998 in Spagna) ed esponente della famiglia di narcotrafficanti siciliani Caruana-Cuntrera, coinvolta nel ‘94 nell’operazione “Cartagine” che portò tra l’altro al sequestro di 5 tonnellate di cocaina. Coluccio e “Big Joe” Cuntrera, peraltro soci in affari in un’azienda di generi alimentari di Toronto (denominata “Mangiare”), in Canada erano molto assidui tra loro: sono stati anche documentati frequenti incontri tra i due in diversi locali pubblici dell’Ontario.
L’indagine ‘Nostromo’ del 2005 - in seguito alla quale Coluccio si dette latitante - accertò il coinvolgimento del boss della ‘ndrangheta anche in attività estorsive, con particolare riferimento alla gestione ed al controllo del mercato della pesca in un ampio tratto della costa ionico-reggina. Anche in questo caso si assiste ad una alleanza tra la ‘ndrangheta e Cosa nostra, grazie ai rapporti tra Coluccio e Santo Mazzei, ritenuto dagli investigatori ”esponente di vertice” della criminalità mafiosa catanese: i due si sarebbero messi in affari tra loro per lo sfruttamento ittico della zona di Melito Porto Salvo. Ma resta il traffico di stupefacenti l’attività principale dei Coluccio (Salvatore, fratello di Giuseppe, venne arrestato nel 2004 per associazione mafiosa e narcotraffico): il boss catturato in Canada è stato al centro di numerose indagini che ne hanno accertato il ruolo di raccordo tra i grandi cartelli fornitori sudamericani e le cosche del Reggino che, sul finire degli anni ‘80, superando le storiche rivalità, avevano dato vita ad inedite alleanze, costituendo dei veri e propri ‘consorzi’ di acquirenti attraverso i quali ridurre i costi della droga ed ottimizzare la gestione delle importazioni sul mercato europeo.
Il VIDEO servizio:
E ora il pm Marcello Musso commenta così: “Valuterò se aprire un fascicolo per fuga di notizie”. La fuga riguarda le intercettazioni, all’interno di un’indagine del Ros dei Carabinieri da lui stesso coordinata, nell’ambito delle quali sarebbero emersi contatti telefonici di diversi giocatori, tecnici e dipendenti dell’Inter con un pregiudicato, Domenico Brescia, sarto di Rovello Porro (Como) con precedenti penali. Vanno chiarite subito due cose: nessun tesserato dell’Inter è sotto inchiesta e finora non sono stati trovati illeciti sportivi.
Il tutto nasce da una serie di intercettazioni telefoniche: per sei mesi i Ros hanno controllato le utenze di Domenico Brescia e per oltre 1500 volte dall’altra parte dell’apparecchio c’erano esponenti dell’Inter. Dalle conversazioni intercettate, come scrivono alcuni quotidiani, emergono i nomi dell’allenatore dell’Inter, Roberto Mancini, del suo vice Sinisa Mihajlovic, di Marco Materazzi ma anche di un dipendente nerazzurro, Rocco Di Stasi, dell’ex calciatore Alessandro Altobelli, del direttore del centro coordinamento dei tifosi dell’Inter, Fausto Sala, e dell’allenatore in seconda e assistente tecnico, Fausto Salsano.
“Il mio assistito”, afferma l’avvocato Marisa Guassardo “è amico da trent’anni di giocatori dell’Inter, frequenta abitualmente, se non quotidianamente, la Pinetina, veste diversi giocatori e l’allenatore Roberto Mancini ma non ha mai avuto rapporti illeciti con alcuno di essi”. “Attualmente” spiega ancora il legale, a proposito delle conversazioni intercettate tra il suo assistito e alcuni esponenti dell’Inter “non ci risulta alcuna indagine su Brescia e per noi è una sorpresa leggere quello che è stato pubblicato”. Brescia sta scontando un regime di semilibertà il cui termine è previsto tra un mese.
A confermare i rapporti (solo di natura commerciale) con Brescia è Fausto Sala, responsabile del Centro Coordinamento Inter Club: “Domenico Brescia era il sarto delle emergenze, visto che il suo negozio di Rovello Porro è molto vicino alla Pinetina e quindi ci rivolgevamo a lui per qualsiasi problema riguardante le divise dei giocatori”.
A smentire alcun rapporto con il sarto di Como è è l’amministratore delegato dell’Inter, Ernesto Paolillo: “Non sapevamo nulla di tutta questa vicenda, non conosciamo i fatti riportati dai giornali e non abbiamo alcun commento da fare. Posso solo precisare che Domenico Brescia non ha avuto mai alcun rapporto di lavoro con l’Inter e quindi non è mai stato un dipendente nerazzurro”. Con tutta la squadra e il presidente Moratti in silenzio stampa in vista della volata scudetto, l’unico a intervenire sulla notizia dell’inchiesta che ha portato all’intercettazione di alcune telefonate di tecnico e giocatori nerazzurri è quindi l’ad nerazzurro: “Brescia aveva forse contatti con i giocatori ma non ha mai avuto nulla a che fare con la società Inter che non gli ha mai affidato alcun lavoro”, ha aggiunto Paolillo.
Ma c’è anche chi difende Domenico Brescia: “È una brava persona, un tifoso conosciuto da tutti all’Inter, perché siamo andati in tanti a farci fare i vestiti da lui”: dichiara Alessandro “Spillo” Altobelli, bandiera dell’Inter negli anni ‘80. Molte delle telefonate intercettate riguardano colloqui tra il campione del mondo del 1982 e il boss mafioso. “Lo conosco dal 1977, cioè da quando sono arrivato all’Inter” spiega Altobelli “così come lo conoscono tutti quelli che sono passati dall’Inter in questi trent’anni. Poi nel 1990 ho lasciato l’Inter e non l’ho più rivisto per un po’ e siamo tornati in contatto quando mio figlio ha iniziato a giocare nelle giovanili nerazzurre. Quindi tutti nella mia famiglia lo conoscono e conosco bene il suo negozio dove ho comprato molti abiti e, anzi, devo giusto andare presto da lui per ritirarne altri che ho appena comprato”. Altobelli precisa quindi che da Brescia ha comprato solo vestiti e null’altro: “Mi hanno dato fastidio le allusioni su droga e altro. Non mi sono mai immischiato di certe cose e queste allusioni mi fanno male. Non sono preoccupato, comunque, di certo non mi aspettavo una cosa del genere e mi danno fastidio le foto o le cose che ho letto sul mio rapporto con Brescia”.
E lui, Domenico Brescia? Si è fatto sentire, con una dichiarazione all’Ansa : “Mi dispiace che, per i miei precedenti penali che risalgono a fatti dell’89 e del ‘92, e che non riguardano condanne nè per associazione mafiosa nè per droga, siano stati coinvolti dei calciatori professionisti seri con i quali ho sempre e solo avuto rapporti di lavoro e di amicizia da più di 30 anni. Mi spiace che questa vicenda venga strumentalizzata in un momento così delicato per loro”.
Il VIDEO servizio:

Restano troppe ombre sul mancato blitz che, nel 1995, avrebbe potuto portare alla cattura del padrino di Corleone, Bernardo Provenzano. Troppi i dubbi sui vertici del Ros dei carabinieri dell’epoca, che decisero di non entrare in azione, nonostante un confidente, ucciso pochi mesi dopo, avesse indicato il covo in cui il latitante si nascondeva. Sarà il tribunale di Palermo a far luce sui tanti misteri che circondano la vicenda. In particolare sul ruolo del prefetto Mario Mori, ex vicecomandante operativo del Ros ed ex capo del Sisde, e del colonnello Mauro Obinu, comandante del reparto criminalità organizzata del Raggruppamento, rinviati a giudizio dal gup Mario Conte per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra.
Una decisione maturata dopo una breve camera di consiglio che segue, però, una complessa vicenda giudiziaria cominciata nel 2001 con le rivelazioni del colonnello dell’Arma Michele Riccio.
In una lettera l’ufficiale, che nel ‘95 era aggregato al reparto criminalità organizzata del Ros, chiede di essere sentito dal pm Nino Di Matteo su “gravi fatti riguardanti la mancata cattura di Provenzano e la morte di Luigi Ilardo”, un capomafia del nisseno che aveva cominciato a collaborare con la giustizia, facendo arrestare latitanti di rilievo e primo a mostrare agli investigatori i “pizzini” del boss di Corleone.

Riccio racconta al pm che il 29 ottobre del 1995 aveva comunicato a Mori e Obinu l’imminente incontro tra Ilardo e Provenzano in un casolare nelle campagne di Mezzojuso, a quaranta chilometri da Palermo. Il summit si sarebbe dovuto tenere dopo due giorni. I carabinieri, però, decidono di non intervenire, si appostano, assistono da lontano e fotografano Ilardo, mentre dopo essere stato prelevato da due mafiosi vicini a Provenzano, va verso il covo. Il blitz non scatta. “Dissero che non eravamo certi che Provenzano fosse lì e che non volevano bruciare la fonte”, racconta Riccio.
Un’occasione unica sfumata. Ilardo, infatti, rientra dall’appuntamento, conferma di avere incontrato il latitante e indica ai carabinieri i nomi degli uomini che l’hanno accompagnato al covo. Ma per un anno, fino ad ottobre del 1996, nessuno terrà d’occhio il casolare, né i favoreggiatori del super latitante. Omissioni inaccettabili, secondo la procura. Decisione imposta dai luoghi, per il Ros: il nascondiglio era in aperta campagna ed eventuali telecamere potevano essere scoperte dai mafiosi.
La procura è costretta a chiedere l’archiviazione dell’indagine. Ma il gip la rigetta e sollecita altri accertamenti. Saranno proprio le nuove investigazioni a ribaltare le conclusioni di Di Matteo che incarica un perito di esaminare i luoghi del mancato blitz. Viene fuori così che dalla caserma dei carabinieri di Campofelice di Fitalia, paese poco distante, il covo era visibilissimo: sarebbe dunque bastato piazzare lì delle telecamere per controllarlo. La perizia non è l’unica attività disposta da Di Matteo che, sentendo l’allora procuratore di Palermo Giancarlo Caselli e altri magistrati, accerta che nonostante le chiare indicazioni del pool antimafia, il Ros fino al 1996 non parlò della vicenda alla Procura.
Il nuovo materiale probatorio e le dichiarazioni di Riccio secondo il gup, che accoglie la richiesta questa volta di rinvio a giudizio del pm, meritano un approfondimento processuale. Dura la reazione dei legali degli imputati, che parlano di “accuse inconsistenti” e che si dicono certi di potere provare in dibattimento l’innocenza dei due ufficiali. Per Mori è già successo. Il prefetto è stato assolto due anni fa dall’accusa di favoreggiamento aggravato per non aver perquisito il covo della latitanza di Riina.
Con lui fu assolto dalla stessa accusa il capitano Ultimo, che poi catturò Riina. E che ieri a Studio Aperto ha commentato il rinvio a giudizio di Mori: “Lottare contro la mafia con il generale è stato un grande onore. È stato - ed è - un comandante onesto, leale e coraggioso. Un esempio per tutti noi, certamente un nemico di Cosa Nostra e dei corleonesi”.

“Non c’entro niente con queste inchieste, con la guerra di mafia e con le nove ordinanze che avete emesso nei miei confronti”: sono state queste le parole che il boss indiscusso della ‘ndrangheta, Salvatore Condello, ha detto ai carabinieri del Ros che nella tarda serata di ieri lo hanno arrestato nel rione Pellaro a Reggio Calabria.
Vestito con capi di abbigliamento di marca, Condello, con il suo atteggiamento, ha trasmesso ai carabinieri la percezione di avere di fronte un vero capo di ‘ndrangheta con una personalità improntata alla “correttezza” che gli deriva dal ruolo in seno alla criminalità organizzata.
Numerosissimi pizzini sono stati trovati dai carabinieri del Ros nell’appartamento dove si nascondeva Pasquale Condello, “il supremo” della ‘ndrangheta, arrestato nella tarda serata di ieri. Il superboss utilizzava in maniera metodica il sistema della comunicazione scritta con gli affiliati per impartire ordini e dare disposizioni. ”Bernardo Provenzano” ha commentato un investigatore “in confronto era un dilettante”. Già durante la fase delle indagini, i Ros dei carabinieri avevano intercettato alcuni di questi pizzini. Il boss utilizzava una terminologia che i carabinieri stanno cercando di decifrare nel dettaglio, associando ai soprannomi utilizzati da Condello nomi reali di persone, e ad alcune terminologie il vero significato inteso dal boss. Nell’appartamento nel rione Pellaro di Reggio è stata trovata anche numerosa documentazione adesso al vaglio degli investigatori.
Pasquale Condello, “il supremo” della ‘ndrangheta, arrestato ieri sera dai carabinieri del Ros, era latitante dal 1988 dopo essere stato scarcerato dietro il pagamento di una cauzione di 100 milioni delle vecchie lire. All’epoca il boss era stato arrestato per associazione mafiosa, ma uscì dal carcere sfruttando l’istituto, allora in vigore, della scarcerazione per cauzione. Da allora Condello ha fatto perdere ogni traccia. Inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia, come nella migliore tradizione dei latitanti di ‘ndrangheta, non si era però trasferito altrove, ma stava nella sua Reggio Calabria, protetto da una rete di fiancheggiatori che fino ad ora gli aveva consentito di sfuggire a blitz ed operazioni. Protezione che però è stata violata da un centinaio di carabinieri del Ros, il Raggruppamento operativo speciale, e del Goc, il Gruppo operativo Calabria.
Il VIDEO servizio:

Sono invisibili. Si materializzano solo quando vengono arrestati o ritrovati morti. Punte di un iceberg, che raramente hanno un nome e un volto. Ma dietro quella della gente comune, c’è la vita parallela di un gruppo numeroso e organizzato di trafficanti di droga che si muove e “lavora”. Nella stessa città, nelle stesse strade, negli stessi luoghi. Un mondo a parte, fatto di routine criminale, di sodalizi e faide, di omicidi. Sembra la scena cupa di un film. Invece queste persone ci camminano a fianco, stanno al tavolino del bar sotto casa, usano tram e metropolitane. Chi indovinerebbe mai a che cosa può servire la sega elettrica che quell’uomo qualunque sta pagando in contanti alla cassa del supermercato? Eppure proprio lui, in fila davanti a noi, ha nella vasca da bagno il corpo di un ex complice da far sparire.
Da oltre un anno il Ros dei carabinieri di Milano, coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia, controlla i movimenti di un’organizzazione di trafficanti albanesi, ma anche kosovari, montenegrini e serbi, che importano eroina in Italia dalla Turchia, attraverso Grecia e Spagna. Che la tagliano e la rivendono all’ingrosso in tutto il Nord Italia. Il centro del giro è Milano, dove vivono stabilmente alcuni capi, anche se i vertici veri restano in Albania. I trafficanti “milanesi” non hanno un lavoro, né una casa fissa. Spesso dormono in hotel. Hanno un tenore alto di vita, mazzette di soldi in contanti e attività notturna. Di giorno si limitano a discutere e a progettare lo smercio della droga. Alcuni di loro, più integrati, forniscono agli altri appartamenti, auto, documenti falsi. I carabinieri sono arrivati ad alcuni arresti e hanno evitato l’esecuzione di un componente del gruppo considerato un traditore. Ma hanno anche svelato la quotidianità clandestina di queste persone.
In via Corti, zona Città Studi, l’appartamento dell’agguato. Al secondo piano di un palazzo verde, in un bilocale preso in subaffitto per 550 euro da una connazionale, abitava Julian Dosti, albanese, detto “il Piccolo”. Dosti viene arrestato dalla polizia il 10 ottobre 2007 e confessa di aver ucciso dieci giorni prima un altro trafficante, Hasan Voci, 45enne di Puke, detto “il Baffo”. Intorno al 20 di novembre le indagini di carabinieri e polizia portano all’arresto di due complici dell’omicidio: Fatos Xhakrosa e Zamir Matoshi, anche loro albanesi. Dopo una lunga inchiesta interna, l’organizzazione accusa Voci di essersi intascato, assieme a un amico, 20 chili di eroina. Dosti, che aveva il compito di custodire la droga e quindi è anche lui sospettato, si offre per sistemare le cose. Agli ordini di Daje (cioè, “Madre”), uno dei capi, che viene apposta a Milano dall’Albania.
“Ho sparato io alla persona il cui corpo è stato rinvenuto nell’appartamento da me occupato”, racconta Dosti agli inquirenti. “Era lunedì della scorsa settimana, primo ottobre, nel pomeriggio. Cominciava a imbrunire”. L’imputato racconta di una lite finita con lo sparo e continua: “Sono andato in bagno per lavarmi la faccia perché ero agitato e subito dopo, senza spostare il cadavere, sono sceso al bar vicino a casa. Era già buio. Ho bevuto un doppio whisky, senza parlare con nessuno, e sono risalito in casa”. Nei giorni successivi Dosti pensa a cosa fare del cadavere, che comincia a decomporsi. In un colorificio di via Grossich, a due passi da via Corti, compra sacchi di plastica e nastro adesivo per avvolgerlo.
“Il 6 ottobre sono andato al supermercato Carrefour di Assago. Ho preso la metropolitana fino a Famagosta e poi un taxi. Ho comprato due pacchi grandi contenenti sacchi per la spazzatura e una motosega, che avevo intenzione di utilizzare per sezionare il cadavere. Dal giorno 1 al 6 ottobre ho sempre tenuto il corpo di Asan in bagno. Non avevo un lavoro, uscivo solo una volta al giorno, verso mezzogiorno. Andavo al bar, sempre in bar diversi, mi ubriacavo e tornavo a casa la sera”. È la giornata tipo di un trafficante e omicida fino all’arresto. La polizia lo trova proprio in un caffè di via Bassini, dove chiacchiera con tre amici.
Nel periodo tra il furto della droga e la morte di Voci le telefonate e gli spostamenti del gruppo di albanesi in giro per la città sono frenetici. Prima per interrogare e capire chi è il ladro, poi per rintracciarlo, infine per accordarsi su come farlo parlare o punirlo e per attirarlo nella trappola di via Corti. Gli incontri avvengono in alcuni locali fidati, sempre gli stessi. Come quello che chiamano “il cinese”, un bar in via Settembrini. O anche in strada. La mappa disegnata da chi ha svolto le indagini delimita una zona precisa: Stazione Centrale, via Vitruvio, corso Buenos Aires, Lambrate.
- Tags: Abu-Omar, Armando-Spataro, carabinieri, cellule-salafite, jihad, kamikaze, Nicola-Piacente, operazione-Rinascita, Partito-della-liberazione-islamica, Ros, terrorismo-islamico
-

Frequentavano, certo, da buoni fedeli la moschea di viale Jenner, il centro islamico di Sesto San Giovanni e quello di via Padova. Ma i nordafricani arrestati dai carabinieri del Ros nell’ambito dell’operazione “Rinascita”, coordinata dalla Procura di Milano, nei luoghi di culto non hanno mai fatto sfoggio del loro integralismo. Il proselitismo, il reclutamento e l’addestramento dei kamikaze da inviare in Afghanistan e Iraq avvenivano nei loro appartamenti, come si vede nel video esclusivo che ripercorre le fasi dell’inchiesta (in fondo all’articolo).
Sono troppi ormai, per gli aspiranti terroristi, i controlli nei centri islamici. “Inoltre”, sottolinea il procuratore aggiunto e capo del pool antiterrorismo Armando Spataro, “l’accoglienza che certi personaggi ricevevano nelle moschee in passato è venuta meno”. Sono gli stessi musulmani, insomma, a tenere lontano chi potrebbe creare problemi.
I covi individuati dagli inquirenti sono almeno sei. Tre tra Milano e l’hinterland, uno in provincia di Bergamo e due a Reggio Emilia. Sono stati trovati manuali di jihad e istruzioni scaricate da Internet per la costruzione di bombe, anche chimiche. È qui, come è emerso dalle intercettazioni, che gli arrestati pregavano più spesso delle cinque volte al giorno prescritte dal Corano, pianificavano le attività dell’organizzazione, commentavano quello che accadeva in Iraq e Afghanistan, perennemente sintonizzati su Al Jazeera. Senza risparmiare nei loro discorsi minacce all’Italia, all’Europa e ai Paesi islamici moderati come la Turchia.

I pm milanesi Armando Spataro e Nicola Piacente, titolari dell’inchiesta
Ed è dalle stesse basi logistiche che partivano le telefonate per indottrinare le reclute e anche per addestrarle attraverso una sorta di training psicologico. “In una delle chiamate”, spiega il pm Nicola Piacente, “una persona simula di trovarsi all’interno di un’auto piena di esplosivo”. Le cellule jihadiste salafite, chiamate “compagnie”, erano composte soprattutto da algerini e tunisini e si erano radicate a Milano e Reggio Emilia (dal capoluogo lombardo partivano gli ordini), nel Ponente ligure, a Perugia e in Sicilia. All’estero in Francia, Regno Unito, Portogallo, Siria e Algeria. L’organizzazione non aveva una sigla precisa, ma si ispirava al Partito della liberazione, creato da un ex magistrato palestinese e molto diffuso nell’Europa dell’Est e nell’ex Unione Sovietica. Fondato sull’integralismo musulmano, punta all’espansione dell’Islam e alla creazione del Califfato unico.

L’appartamento di Cologno Monzese dove sono stati fatti alcuni fermi e perquisizioni
Le ordinanze di custodia cautelare sono in tutto venti. In Italia ne sono state eseguite 11, tra Milano, Bergamo, Imperia, Reggio Emilia e la Calabria, mentre gli altri provvedimenti stanno per essere eseguiti all’estero attraverso mandato di arresto europeo. Al vertice dell’organizzazione c’erano Dridi Sabri, Mehidi Ben Nasr, entrambi tunisini, e Imed Ben Zarkaoui, già sotto processo a Milano per terrorismo internazionale. Le indagini sono partite dalla Liguria nel 2003. La Procura e il Ros di Genova hanno cominciato seguendo le tracce di un tunisino sospetto nel Ponente, poi nel 2005 l’inchiesta è passata a Milano.
L’organizzazione aveva un sistema di autofinanziamento ben consolidato e basato sul traffico di auto rubate, di clandestini e di sigarette. Una delle attività era quella di falsificare documenti per far entrare clandestinamente in Europa i futuri adepti. Secondo gli inquirenti, non erano stati progettati attentati in Italia. Alla fine del 2005 però un gruppo di 17 “fratelli” è stato inviato in Siria con la missione di andare a combattere in Iraq. “I risultati ottenuti con questa operazione, una delle più importanti degli ultimi anni nel contrasto al terrorismo internazionale”, conclude Spataro, “dimostrano che, nonostante la complessità di tali fenomeni, la via giusta è quella degli strumenti di legge e delle aule giudiziarie. Non quella delle scorciatoie che sacrificano i diritti delle persone. Gli strumenti che abbiamo sono adeguati, non serve ricorrere a ‘zone grigie’”. Il riferimento, neanche troppo sottinteso, è al caso Abu Omar.
Qui il VIDEO con le varie fasi dell’inchiesta: il materiale sequestrato, i pedinamenti, gli indagati, i carabinieri nel covo
I carabinieri del Ros nel covo dei terroristi islamici

Coop/Fai, ovvero “Contro ogni ordine politico- Federazione Anarchica Informale”. Così si firmavano le cinque persone di una presunta cellula anarco-insurrezionalista che operava in Umbria portando avanti un programma criminoso e sovversivo, fermate oggi dal Ros (Raggruppamento operativo speciale) dei carabinieri. Così rivendicavano attentati a cantieri edili, edifici pubblici, a carabinieri e a personaggi politici locali a cui non risparmiavano lettere minatorie.
Una lettera con minacce di morte e due proiettili calibro 38 sono stati fatti recapitare al presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti. Ma non solo. Nel documento inviato alla Lorenzetti, veniva sollecitato il compimento di azioni violente dirette al sovvertimento dell’ordine democratico attraverso anche la lotta armata. Nel mirino del gruppo anarchico anche il sindaco di Spoleto. Una organizzazione con ramificazioni in tutto il territorio nazionale ed in particolare in Toscana dove sono scattate le perquisizioni ad una ragazza ventenne residente nel capoluogo. Ma la Toscana è una terra fertile per i movimenti eversivi tanto quanto si è dimostrato esserlo l’Umbria con questa operazione del Ros.
Le Cor (Cellule di Offensiva Rivoluzionaria) o Maf (Movimento anarchico fiorentino) sono solo le più conosciute sigle dei gruppi anarchico-insurrezionalisti che orbitano tra Pisa, Firenze e Pietrasanta, in provincia di Lucca.
Per un gruppo di giovani anarchici, proprio nei giorni scorsi è iniziato il processo al Tribunale di Pisa. Dovranno rispondere di attentati a esponenti toscani di Alleanza Nazionale, alla stazione dei carabinieri di Navacchio, Pisa, a tralicci e ripetitori di telefonia mobile. Ma le azioni e le intimidazioni di questi gruppi eversivi in queste settimane stanno lasciando spazio ad altre minacce e atti terroristici: quelle a firma Br. Due aree in passato molto distanti, che invece in Toscana, in questo momento, sembrano avvicinarsi e “spalleggiarsi” se non altro nelle forme di lotta, come nel caso recente delle rivendicazioni alla fabbrica Gkn alle porte di Firenze. Movimenti, quelli anarchici e quelli a firma Br, che stanno creando tensioni e paure sia nelle fabbriche che tra sindacalisti ed esponenti politici locali toscani.
LEGGI ANCHE: Brigate Rosse, se riappare una colonna Toscana
Il VIDEO servizio:

Erano al vertice del Sisde (Servizi per l’informazione e la sicurezza democratica) e grazie a loro è nata e si è sviluppata l’inchiesta che ha permesso di individuare le ultime cellule delle nuove Br.
Grazie alle loro intuizioni, già dal 2004, Alfredo Davanzo era stato indicato come leader del Partito Comunista militare-politico ed era stata avviata l’operazione denominata in codice “Tramonto Rosso”.
Ma proprio due giorni dopo gli arresti disposti dalla procura di Milano ed eseguiti dalla polizia (che in nome del politically correct aveva ribattezzato l’operazione semplicemente “Tramonto”), i tre superagenti segreti sono stati “scaricati”. Il neodirettore del Sisde Franco Gabrielli (proveniente dalle file della Polizia di Stato, ha preso il comando del servizio segreto civile il 16 dicembre 2006) ha ritenuto di “metterli a disposizione”: Pasquale Angelosanto, capo del raggruppamento operativo centrale è ritornato tra i carabinieri del Ros. Enrico Cataldi, responsabile della divisione eversione del Sisde, è diventato vicecomandante dell’Arma nel Lazio.
Sotto la scure di un poco tempestivo spoyls system è caduto anche Alfredo Mantici: da quasi trent’anni all’interno del servizio, era cresciuto fino a diventarne il direttore del Dipartimento analisi e responsabile della rivista Gnosis: insomma, la memoria storica degli 007, l’uomo in grado di ricostruire collegamenti e ricordare episodi più lontani nel tempo, fino agli anni più bui del terrorismo rosso.
Privato di un ruolo al Sisde è tutt’ora in attesa di incarico. Non essendo un ex appartenente alle forze di polizia per lui sarà necessario trovare un posto da direttore generale in una amministrazione dello Stato.