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Strage di Erba, Olindo e Rosa scrivono al Giornale: confessione strappata

[i]30 gennaio 2008[/i] - I giudici della Corte d'Assise di Como renderanno nota oggi la loro decisione sulle numerose prove chieste da accusa, difesa e parti civili nel processo, cominciato ieri, per la strage di Erba dove l'11 dicembre 2006 furono uccise quattro persone.<br /> Dopo la lettura dell'ordinanza di ammissione delle prove, dovrebbero cominciare gli interrogatori dei primi testimoni. Oggi ne sono previsti sei: alcuni vicini di casa delle vittime e degli imputati, Olindo Romano e Rosa Bazzi, e alcuni soccorritori. In aula è prevista la presenza della coppia di imputati e della parte civile Azouz Marzouk, vedovo e padre di una delle vittime.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
”Le confessioni che il pm e gli altri hanno ascoltato, in cui ci definivamo gli autori degli omicidi avvenuti la sera dell’11 dicembre 2006 a Erba, tali non sono”, scrivono Olindo Romano e Rosa Bazzi in una lettera pubblicata oggi da Il Giornale.
La missiva è stata inviata il 14 gennaio scorso, dal carcere di Bassone, a Felice Manti (cronista dello stesso Giornale, per cui segue proprio il processo di Erba, ndr) ed Edoardo Montolli, autori del libro Il grande abbaglio - Controinchiesta sulla strage di Erba. Le confessioni - recita la lettera firmata da entrambi, ma scritta da Olindo - sarebbero state ”frutto di una persecuzione e di una sottile violenza psicologica”. ”E di quella macchina - prosegue la missiva - che definiscono informazione”. L’ex netturbino scrive ancora che, una volta in carcere, ”chiedevo di vedere mia moglie, parlargli, sentire come stava, loro mi dissero che questo lo poteva autorizzare il pm, solo che in cambio noi, in poche parole, dovevamo confessare, almeno questo - afferma - è quello che ho capito io”. ”Nulla hanno trovato nella nostra abitazione, tanto meno nelle intercettazioni ambientali, con l’incidente probatorio (Olindo chiama così il processo, ndr), proveremo la nostra estraneità ai fatti. Quella sera - conclude - eravamo a Como, come abbiamo detto sin dall’inizio”.

L’orrore di Erba rivive a processo: i racconti dei testimoni

[i]30 gennaio 2008[/i] - I giudici della Corte d'Assise di Como renderanno nota oggi la loro decisione sulle numerose prove chieste da accusa, difesa e parti civili nel processo, cominciato ieri, per la strage di Erba dove l'11 dicembre 2006 furono uccise quattro persone.<br /> Dopo la lettura dell'ordinanza di ammissione delle prove, dovrebbero cominciare gli interrogatori dei primi testimoni. Oggi ne sono previsti sei: alcuni vicini di casa delle vittime e degli imputati, Olindo Romano e Rosa Bazzi, e alcuni soccorritori. In aula è prevista la presenza della coppia di imputati e della parte civile Azouz Marzouk, vedovo e padre di una delle vittime.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
L’orrore dell’11 dicembre del 2006 nella corte di via Diaz a Erba entra nell’aula della Corte d’assise di Como, dove si sta celebrando il processo ai coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi.

Mentre scorrono su due schermi al plasma le immagini dell’appartamento di Raffaella Castagna devastato da un incendio che ha salvato i giocattoli di piccolo Youssef, i vigili del fuoco e i vicini di casa, che intervennero per domare le fiamme, raccontano come scoprirono, passo per passo, l’entità di quella strage.
Vittorio Ballabio fu il primo a vedere il fumo uscire dalla casa della famiglia di Azouz Marzouk e a dare l’allarme. ”Trovai Mario Frigerio con la testa nell’appartamento e il corpo sul pianerottolo della casa di Raffaella, ridotto a una maschera di sangue, con i capelli che fumavano. Frigerio mi disse due volte: ‘mia moglie è di sopra”’. Quando riuscì a entrare in casa vide che il golfino di Raffaella stava bruciando. Poi una similitudine della cui brutalità si pente subito, scusandosi: ”Aveva le gambe nere, come quando si fa la trota al cartoccio”.
Aveva sentito una voce di donna gridare ”Aiuto, aiuto”.
Era, con tutta probabilità, Valeria Cherubini, moglie di Frigerio, che rimase uccisa nella strage. La Cherubini fu trovata per ultima da Ferruccio Miotto, responsabile dei Vigili del fuoco di Erba: era ”genuflessa” davanti a una finestra del pianerottolo superiore, dove aveva cercato scampo. Raffaella era nell’ingresso di casa, nel corridoio sua madre, Paola Galli e infine, nel salotto, il piccolo Youssef sul divano.
Miotto, nella sua deposizione, si è avvalso di alcune fotografie che inquadravano, appunto, i corpi al momento del ritrovamento. Fotografie che solo le parti hanno potuto vedere e che sono state tolte dagli schermi.
Glauco Bartesaghi, vigile del fuoco volontario, che abita lì, soccorse Mario Frigerio: ”Era con il capo nell’appartamento e con il corpo fuori - ha raccontato - era tutto imbrattato di sangue, l’ho afferrato per le caviglie e trascinato sul pianerottolo dove c’era meno fumo. Così facendo mi sono ritrovato con le mani sporche di sangue”. Raffaella aveva ”una spaccatura in testa”. Anche il vigile sentì le urla della moglie di Frigerio, ma ormai non poteva fare più nulla, perché la palazzina era invasa dal fumo.
La moglie di Bartesaghi, Claudia Canali, avvocato, ricorda quando, alle 22,30 Olindo e Rosa tornarono nella corte. ”Ne hanno uccisi quattro” disse la donna ai due e Rosa Bazzi replicò: ”Vedete che non si può più stare qui!”. E ricorda il dolore di Carlo Castagna, il padre di Raffaella, che, saputo quanto era successo, si appoggiò alla loro auto.

Anche oggi Olindo e Rosa erano in aula. Per due persone così legate ‘’stare insieme anche in gabbia - dice uno dei difensori, l’avv. Pacia - è già una grande conquista affettiva”. A tratti hanno seguito l’udienza abbracciati. ”Hai fatto colazione?” ha chiesto affettuosamente Olindo alla moglie stamani. Per Rosa pare sia stato un sollievo il fatto che il vedovo di Raffaella Castagna e padre di Youssef, Azouz Marzouk, da oggi non sarà presente al processo. Deve essere stata notevole la tensione al pensiero che il tunisino, in carcere a Vigevano per droga, attendesse l’inizio delle udienze nella camera di sicurezza vicina. Per il momento e fino alla sua deposizione, essendo parte civile e teste d’accusa, non potrà presenziare. Così come Castagna.
Olindo, pur lasciandosi fotografare e riprendere anche oggi, con i suoi avvocati si è lamentato per quanto è accaduto ieri, quando fotografi e cineoperatori hanno imperversato per alcuni minuti. ”Ci hanno trattato come animali in gabbia”.
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Vergani e gli altri: i rapitori della porta accanto sono cosa nostra

Sequestro Vergani, l'arresto di Giromini
Emergenza criminalità straniera? Sarà, ma la cronaca recente riserva qualche sorpresa. A rapire Barbara Vergani è stata una banda raffazzonata di compaesani, neanche giovanissimi. A sceglierla come obiettivo, un ex dipendente del padre Carlo: Virgilio Giromini aveva scelto la vittima e aveva arruolato come carcerieri l’anziana baby sitter dei suoi figli, Alessandra Cerri, e un conoscente di lei, Giuseppe Lettini, muratore di Borgomanero. La villa dell’imprenditore edile a cui volevano estorcere denaro sequestrando Barbara, era appena poche vigne più in là da Ghemme terra di Nebbiolo, dove abitavano i sequestratori.
La strage di Erba (qui una rassegna di video), in cui morirono il piccolo Youssef, la sua mamma, la nonna e una vicina, ha fatto correre fiumi di inchiostro sui vicini di casa assassini, Olindo Romano e Rosa Bazzi. Ma prima che la giustizia illuminasse davvero la scena del delitto, era stato sin troppo facile puntare il dito contro l’unico componente della famiglia non ucciso la notte dell’11 dicembre 2006: Azouz il tunisino.

I due recenti sequestri di persona finiti peggio, quello del piccolo Tommaso Onofri e quello del banchiere Gianmario Roveraro, sono stati messi a segno da italianissimi balordi: Mario Alessi e soci che conoscevano il papà di Tommaso per aver lavorato nella casa della famiglia Onofri a Casalbaroncolo, e Filippo Botteri, consulente finanziario che in passato era stato in affari con quella che sarebbe diventata la sua vittima.
Per non parlare del massacro della famiglia Cottarelli, a Brescia: madre e figlio di 17 anni seviziati prima di essere uccisi assieme al padre. S’era subito definita una mattanza compiuta da una banda venuta dai paesi dell’Est. E invece era Cosa Nostra, in tutti i sensi. Una strage commissionata dalla mafia trapanese non contenta di come Cottarelli aveva svolto il suo ruolo in una truffa ai danni dello Stato pensata dai boss.
Forse, mentre molti parlano di ronde, immigrati pericolosi, insicurezza dovuta agli stranieri, ancora una volta siamo costretti a confrontarci con il mostro della porta accanto. A Barbara Vergani, alla fine, è andata bene. Ma forse vale la pena di ricordare la saggezza popolare. “Dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io”.

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