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Rosa-Bianca

L’emergenza sicurezza e la questione Alitalia sono stati i temi centrali del faccia a faccia tra i candidati a sindaco di Roma del centrosinistra Francesco Rutelli e del Pdl Gianni Alemanno nel corso della trasmissione televisiva Ballarò in vista del ballottaggio per le elezioni comunali di domenica e lunedì prossimi.
Non inganni la foto, di rito, sopra: la cordialità fra i due dura solo un attimo: prima che la trasmissione entri nel vivo. Nello studio arroventato dalle luci e dalla tensione, il fair play cede il posto allo scambio dei colpi. Già alla prima domanda, il confronto è serrato, ma senza grande picchi di nervosismo. A prendere la parola, dopo un sorteggio perso, è stato per primo Alemanno che mostrando il quotidiano Il Messaggero ha subito introdotto l’aggressione e la violenza della studentessa del Lesotho avvenuta giovedì scorso e il tema della sicurezza sostenendo che a Roma “ci vuole il cambiamento” perché “queste cose non devono più accadere. A Roma c’è bisogno di una svolta” perché “da 15 anni c’è lo stesso gruppo di potere” alla guida della città, riferendosi agli anni di governo del centrosinistra. Ma Rutelli ha replicato: “il primo ad aver sollevato questo tema è stato l’allora sindaco di Roma Veltroni. Non è un problema del sindaco, ma del Paese. Dobbiamo essere uniti contro questo problema”.
Rutelli ha poi mostrato “il dispositivo di comunicazione” più noto come braccialetto per le donne che tante critiche ha suscitato. E Alemanno ha replicato: “Non mi piace l’idea della sicurezza fai da te. Le ronde e il braccialetto elettronico non mi convincono. La sicurezza è un valore sociale, è un problema dei più deboli. Il paragone con Milano - ha aggiunto replicando a Rutelli - non regge molto. A Roma ci sono 85 campi nomadi, è una realtà impressionante”.
Riferendosi al precedente governo Berlusconi, Alemanno ha sottolineato che “noi abbiamo regolarizzato 640mila persone, che avevamo ereditato dal passato, erano già entrate nel nostro Paese, già lavoravano in nero e sono state prese le impronte digitali”. Il candidato del Pdl ha quindi ricordato che la Romania è entrata in Europa nel gennaio del 2007 quando il Governo Prodi era già in carica. Non sono mancate battute con Rutelli che rivolgendosi ad Alemanno ha detto: “Hai parlato di colonnine SS, hai avuto un lapsus”.
“Dai, dai”, ha replicato Alemanno. E poi è stata volta di Alemanno a prendere in giro Rutelli quando ha apostrofato il suo avversario: “No tesoro…” e lui ha risposto: “Tesoro mai”.
Poi a dominare è stato il tema dell’Alitalia. “Oggi” ha esordito Rutelli “La Padania scrive: ‘La lega vince, Air France vola via’. A chi la volete dare Alitalia? Ai russi? Oggi Alitalia vale meno perché voi, quando eravate al governo, avete fatto non una politica industriale ma una divisione tra Malpensa e Fiumicino che ha portato la compagnia di bandiera vicina al fallimento. Ma dove sta la cordata italiana di cui parlavate?”. “Noi riteniamo che si può costruire una cordata italiana” ha replicato Alemanno che, incalzato da Rutelli, ha ha aggiunto alzando il tono della voce: “Non si può svendere Alitalia. Alitalia, Rutelli, capito? Italia, Italia, Italia”.

“‘Coatti’ al centro, pasticci nel Pd e anarchia dei valori nel Pdl”. E ancora: “Perché i voti e le presenze di certi candidati, tipo Cuffaro?”. “Ci saremmo aspettati qualcosa di diverso e di più innovativo, per allontanare il dubbio di una buona occasione (forse l’ultima?) sciupata malamente”. L’accusa è netta, le parole sono chiare. Non provengono dai leader della sinistra radicale, non escono nemmeno dalla bocca dei dirigenti isolani del Partito Democratico.
A scriverle è Famiglia Cristiana, che nel numero in edicola non usa mezzi termini per lanciare un atto d’accusa chiaro e tondo: aver candidato l’ex governatore isolano come capolista al Senato della Costituente per il Centro in quota Udc è una scelta che denota “mancanza di coraggio”.
E ora tutti a chiedersi con chi si schiererà il settimanale delle famiglie cattoliche. Che in soli tre numeri ha detto no al “pasticcio veltroniano in salsa pannelliana”; no alla “anarchia di valori berlusconiana”; no ai “cattolici con il bollino ma senza coraggio”.
L’ultima frecciata il giornale dei Paolini la spedisce all’Unione di Centro di Casini e Pezzotta. Ai quali tira le orecchie, bollando la nuova formazione come un “assemblaggio di due simboli”, e manda a dire che c’è delusione e che, dall’unica forza dichiaratamente cattolica, “ci aspettavamo di più”.
Alle attese (deluse) del giornale, cerca di rispondere Pier Ferdinando Casini. Che non ha fatto una piega, in pubblico: ha incassato con fair play. Probabile che in privato abbia anche masticato amaro perché dopo i ripetuti appelli al voto utile di Walter e del Cavaliere, tutto si sarebbe potuto aspettare tranne che di essere colpito dal fuoco amico. E dopo aver detto che condivide il giudizio dell’editoriale del settimanale paolino, chiede tempo perché: “È ovvio che un processo politico che si realizza in una settimana non può essere perfetto. Siamo consapevoli dei limiti di questo accordo, ma la risposta a Famiglia Cristiana arriverà con la costituente di centro che nascerà (dall’unione di Rosa Bianca e Udc) con le elezioni politiche”.
Dal canto suo, invece, Totò Cuffaro fa spallucce, ricordando che “il settimanale aveva già assunto posizioni precise, a me non favorevoli, durante la campagna elettorale del 2006″ in favore “della signora Borsellino e di una coalizione che si schierava a favore dell’aborto”, nella nuova coalizione di Centro i commenti del settimanale rischiano presto di diventare il detonatore per scelte mai condivise.
Non è un caso che proprio alla Regione Sicilia il movimento di Tabacci presenterà un candidato autonomo. Una decisione che ha già scatenato malumore e dissenso e che, insieme alla defezione di un altro “big” come Gerardo Bianco, potrebbe causare una piccola emorragia di voti (anche l’ex presidente dell’Azione cattolica, Alberto Monticone, ha abbandonato la Rosa) proprio nella roccaforte meridionale del partito di Pierferdy, che nell’isola mira a superare la quota di sbarramento regionale dell’8%. Senza contare che anche alle comunali romane udiccini e “tabaccini” correranno separati perché la candidatura di Luciano Ciocchetti non convince tutti. Ed è questo ora, più che le bordate cattoliche, a preoccupare il candidato premier dell’Udc.

Per un grande vecchio che entra ce n’è un altro che dice “io non c’entro”. Se Ciriaco De Mita, uscito sbattendo la porta dal Pd è rientrato dalla finestra dell’Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini, (partito che guiderà come capolista in Campania) , un’altra pietra miliare del popolarismo italiano, Gerardo Bianco, lascia posti e incarichi. Con annesse polemiche. Il giorno dopo la chiusura delle liste che non lo vedono in corsa, a Montecitorio Bianco si sfoga così.
Onorevole Bianco, spara sul progetto centrista perché non è stato ricandidato?
Io non ho mai chiesto la mia candidatura. Ho chiesto il posto per alcuni amici che partecipano al mio progetto politico, che è quello di creare un’area autonoma di centro. L’ho detto il mese scorso che non volevo essere candidato: che era giunto il momento di passare il testimone ad altri.
Pure lei era pronto a lasciare il posto ad un operaio…?
No. Avevo indicato due amministratori locali campani quarantenni . Due popolari.
E invece?
E invece ho saputo che a De Mita è stata affidata la redazione delle liste nella nostra regione.
E l’ex segretario della Dc l’ha fatta fuori.
Non ha fatto fuori Gerardo Bianco. Non ha voluto candidare i miei due amici: ieri sera mi ha chiamato il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, e mi ha detto “sui due che hai proposto non c’è la disponibilità del partito”.
E chi hanno candidato?
De Mita ha preferito mettere suo nipote in lista…
Quindi, dopo aver chiuso le esperienze del Ppi e della Margherita e dopo aver dato l’addio al Pd, se ne andrà anche dall’Unione di Centro?
Vedo frantumato il percorso politico con loro. La Rosa Bianca è rapidamente sfiorita. Rimane però l’idea politica di voler fare una formazione il centro.
Ma solo dopo le elezioni.
Certamente.
E lei chi voterà il 13 e il 14 aprile?
Voterò la cosa bianca… ovvero scheda bianca.

Più che un’unione consensuale, sembra quasi un Pacs dettato da necessità elettorali.
Dopo la decisione di correre insieme alle prossime elezioni nazionali per una Nuova Costituente di Centro, nell’Udc e nella Rosa Bianca affiorano alcune contraddizioni su scelte che non sembrano essere poi così condivise.
E se, intervenendo a Panorama del giorno, Savino Pezzotta (che ha definitivamente sbarrato le porte al decimato partito di Clemente Mastella) si dice ottimista sulla possibilità di superare la soglia di sbarramento (8%) al Senato, al Sud per i neo-diccì iniziano i primi problemi.
Il caso più vistoso esplode proprio in Sicilia dove, per la corsa alla presidenza della Regione, le due formazioni correranno separate. Il partito di Salvatore Cuffaro appoggierà infatti “l’amico Raffaele Lombardo”, dai più ritenuto il vero erede dell’ex governatore isolano. La Rosa Bianca andrà invece in solitaria e candiderà la psicoterapeuta Vittoria Vassallo. “Qualcosa di più di un volto nuovo per la Sicilia. È una speranza concreta, una persona perbene, una donna impegnata da anni nel suo lavoro e nel volontariato” scrive Bruno Tabacci nel suo blog. Secondo alcuni una scelta coaraggiosa, per molti altri l’unica possibile dopo i distinguo e le riserve mosse proprio dallo stesso Tabacci sull’opportunità di cambiare passo per la Regione, in seguito alla condanna a cinque anni inflitta in primo grado a Salvatore Cuffaro.
In ogni caso, una vistosa contraddizione: la Costituente per il Centro candiderà infatti in Sicilia (quota Udc) proprio l’ex Presidente della Regione, affidandogli con ogni probabilità il comando delle truppe neodemocristiane alla Camera. E sarà lì che, verosimilmente, “Totò vasa vasa” si ritroverà gomito a gomito con alcuni dei suoi più caustici oppositori.
Unica certezza, di quest’alleanza bifocale, è il ritorno al passato. Già, perché in queste ore è successo proprio quanto Panorama.it aveva preannunciato da settimane: l’ottantenne Ciriaco De Mita, pensionato da Veltroni, è stato ripescato da Casini che lo candida come capolista dell’Udc al Senato in Campania (il suo territorio fin dall’entrata in Parlamento, nel lontano 1963). Il grande vecchio della Dc aveva scelto di aderire (non tralasciando critiche e distinguo) al Pd, che alla vigilia della formazione delle liste gli ha immediatamente comunicato l’amara notizia: troppo esperto, non sarai ricandidato. Ciriaco però non s’è perso d’animo. Ha girato i tacchi, ha sbattuto la porta e, in poche settimane di contatti, è rientrato in corsa con i centristi. Portando in dote lo zoccolo duro del suo elettorato e un buon bacino di voti.
Di fronte ai quali non pare pesare poi tanto, nelle valutazioni dei centristi, il fatto che nella Prima Repubblica De Mita fosse proprio il leader di quella Democrazia Cristiana “di sinistra” che guardava al Partito Comunista. Ciriaco cioè rappresentava l’ala laica del partito, esattamente l’opposto della linea della Dc di Forlani, quella dorotea, di cui Casini è oggi l’allievo prediletto.

Ad annunciare la chiusura dell’accordo tra Udc e Rosa Bianca è stato proprio l’uomo che ha dovuto ingoiare il boccone amaro e spendere notti intere (scrive sul suo blog) a rimuginare sul che fare. Ovvero quel Bruno Tabacci che era il candidato premier della Rosa Bianca e che ora dovrà rinunciare in favore di Pier Ferdinando Casini.
Tabacci, nella sua dichiarazione, sembra fare sfoggio di fair play e filosofia. La prende bene e la butta in alto, argomentando sulla costruzione del nuovo soggetto centrista: “Nel lungo termine c’è la costruzione di un nuovo soggetto politico, nel breve, per le politiche, la presentazione di una lista unitaria”. Lo schema dell’accordo? Casini candidato premier, mentre l’ex leader cislino Savino Pezzotta sarà il segretario della nuova formazione centrista. Il nome che gli elettori troveranno sulla scheda elettorale sarà “Costituente di Centro per Casini”.
Il vicepresidente del Senato, Mario Baccini - che dell’accordo è stato il vero deus ex machina e che nelle prossime ore potrebbe sciogliere la propria riserva sulla candidatura per il Campidoglio - ha spiegato: “Casini premier e Pezzotta ci guiderà nella costituente del centro”. Poi il boccone amaro per Tabacci: “Farà un passo indietro per farne due avanti, con la nascita della costituente di centro”.
Dunque, come anticipato da Panorama.it la settimana scorsa, la Cosa Bianca torna insieme sotto le insegne elettorali dello scudocrociato. Mentre alle amministrative, spiegano fonti della Rosa Bianca i due partiti dovrebbero andare separati e con i propri simboli (in Sicilia soprattutto per motivi di ordine “cuffariano”).
Rimangono i problemi sulle candidature, che peraltro stanno impegnando in queste ore tutte le coalizioni. Baccini ufficialmente fa proclami nobili: “Ci siamo lanciati nel progetto della Rosa Bianca senza paracadute. Figuriamoci se ora ci mettiamo a lottare per chi entra e chi no in Parlamento”. Ma è ovvio che la battaglia per le liste (tra candidature pulite e collegi sicuri) è tostissima. Specie se fatta da “vecchie volpi democristiane”, come rivela un deputato centrista. Come finirà? I bene informati di cose centriste dicono 75% di posti all’Udc, 25% ai Rosabianchisti.
Infine Ciriaco De Mita: il reprobo del Pd di Walter Veltroni su cui era stato impostato l’inizio di accordo: “Mi auguro e faccio a lui un appello” conclude Baccini “perché faccia parte del nostro progetto”. Un appello che il vecchio leader Dc difficilmente farà cadere nel vuoto.

Le granitiche certezze, oltre che i sondaggi (davvero bulgari), di cui disponeva fino alla settimana scorsa Francesco Rutelli, potrebbero essere intaccate in queste ore dalla discesa in campo per la poltrona di sindaco di Roma di Gianni Alemanno. La scelta di An, dopo un balletto di possibili nomi, è arrivata proprio perché le distanze nelle rilevazioni tra Rutelli e Giorgia Meloni o Maurizio Gasparri erano siderali. Oltretutto, nelle indiscrezioni che filtrano da Alleanza Nazionale, il colonnello di An potrà contare, qualora si arrivasse al secondo turno, sui voti che prenderà La Destra di Francesco Storace.
Ma a turbare l’inizio settimana del neocandidato sindaco di Roma, Rutelli, si aggiunge la possibile/probabile discesa in campo anche di Mario Baccini. Il leader della Rosa Bianca, sarebbe pressato dagli ambienti cattolici, movimenti e gerarchie, per candidarsi al Campidoglio.
Sebbene Rutelli, con la sua storia recente, sembri essere in grado di dare molte garanzie al Vaticano - tanto che Franco Grillini, candidato sindaco in polemica con Rutelli, considerato “troppo moderato e vicino ad ambienti di Oltretevere” ha scelto come slogan della propria campagna “voti Rutelli, scegli Ruini” - le recenti polemiche scoppiate dopo l’accordo con i Radicali e la candidatura di Umberto Veronesi hanno molto allarmato la Cei e le gerarchie ecclesiastiche.

Ambienti che per l’appunto starebbero spingendo l’esponente centrista Baccini, politico che a Roma dispone di un ampio bacino di voti, a candidarsi. Baccini interpellato da Panorama.it conferma l’intenzione della discesa in campo: “Confermo e deciderò nei prossimi giorni. Sono molto impegnato con la Rosa Bianca. Ma fin d’ora dico che le nostre liste correranno per il Campidoglio”. Quindi Rutelli non garantisce i cattolici? Baccini aggiunge: “Certamente no. Ma i cattolici non mi pare che li garantisca nessuno del Pd”. Quindi il segretario della Rosa Bianca chiude con una frase che è prodromica alla candidatura: “L’offerta delle candidature e dei progetti politici è molto carente nei confronti di una città che vuole uscire dal neo paganesimo e dalla città della Romanella costruita in questi 12-13 anni”.
E se i centristi cercano un loro candidato, da ambienti vicini al loft del Pd si apprende che il lavoro di ricucitura con i cattolici è ampiamente iniziato: a garanzia non soltanto il lavoro quotidiano del vicesegretario, Dario Franceschini, ma anche un pacchetto di candidature (dal fondatore della comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, al rafforzamento della corrente teodem di Paola Binetti) di stretta marca cattolica.

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Campagna elettorale sempre più nel vivo. I toni si scaldano, le sorprese aumentano e il tanto agognato fair play comincia a scendere. Certo, i vari protagonisti in campo non hanno ancora la clava in mano, come nel 2006, ma le battute che, a distanza, sfoderano l’un contro l’altro (anche all’interno degli stessi schieramenti) sono frecciate che lasciano il segno.
Da un lato Walter Veltroni liquida prima il governo Prodi: “In caso di vittoria ne faremo uno molto diverso” e poi le larghe intese: “È stato un errore non farle prima. La gente” scandisce il leader del Pd “si domanda perché le larghe intese non sono state fatte prima. L’Italia politica arriva sempre dopo e perde il treno”. E uno. Il segretario dei Democratici non cita mai Berlusconi, ma è chiaro che è a lui che imputa la colpa del mancato accordo sulle riforme quando “disse non al tentativo di governo Marini”.
Dall’altro il Cavaliere risponde, dal palco dell’assemblea dei Popolari Liberali che fanno capo all’ex Udc Carlo Giovanardi così: “Venerdì sera sono rimasto fino a tardi per vedere Matrix. Poi sabato mattina ho letto i giornali e viene fuori che io avrei detto di voler lavorare per larghe intese. Voglio smentire, io sono qui per vincere e avere una larga maggioranza e ottenere il diritto e il dovere di governare l’Italia”. Poi in serata rincara la dose: “A Roma stiamo assistendo a un giro di Walter: lui prima era vice di Prodi e Rutelli stava al Campidoglio, poi Francesco ha fatto il vice di Prodi e Veltroni era al Campidoglio. Ora di nuovo il contrario ma sono sempre gli stessi due…”. Infatti, spiega il leader del Pdl: “Veltroni è in politica da anni, non si abbia la faccia tosta di dire che si rappresenta il nuovo”. Ancora, improvvisando un siparietto con una simpatizzante di Forza Italia: “Ma lei fa l’attrice, signora. Deve farsi assumere da Veltroni, è lui che ha il diploma in cinematografia, io sono semplicemente laureato con 110 su 110”. E due.
E via di questo passo. Per un Berlusconi che si dice “Sconcertato per l’accordo Pd-Idv, e la mossa dei Radicali mette in conflitto il diavolo e l’acqua santa”, ecco la risposta del candidato del Pd: “Forza Italia si è opposta l’altro giorno, nella conversione del decreto milleproroghe, all’aumento dei salari”. Ci sarà da abituarsi, il ping-pong ci accompagnerà fino al 13 aprile, con variazioni sul tema e con leader che fino al mese scorso cantavano dalla stessa coalizione e oggi se le suonano da fronti opposti.
Per esempio, lo scontro Veltroni-Bertinotti. Anche qui, salgono i toni. Il leader Pd presenta il compagno Fausto alla stregua di retrogrado: “Siamo nel 2008, non nel ’53. Può una persona ragionevole pensare che la candidatura di un operaio contrasta con quella di un imprenditore?”. Certo che si può, s’entusiasma Bertinotti, la lotta di classe è ancora attuale. Oppure: la sfida Berlusconi-Casini. Il Cavaliere svela da Mentana che il leader dell’Udc è pronto a cambiare il suo simbolo pur di avere in lista De Mita che vuol rifondare la Dc. Secca replica di Casini: “Berlusconi ha detto ieri quello che sanno tutti gli italiani. I voti dati a lui serviranno ad una grande coalizione con la sinistra. Lo sfido a un dibattito in tv”. E il Cavaliere? “Abbiamo avuto tanto tempo per chiarirci, ma per me va benissimo fare il duello televisivo”.
E ancora: Boselli contro Veltroni. ”Walter Veltroni da sindaco di Roma ha impedito la realizzazione del registro delle unioni civili. Se il buongiorno si vede dal mattino credo che da segretario del Pd non farà nulla di diverso e cercherà di occultare i temi della laicità”, dice il segretario del Partito Socialista, partecipando a una manifestazione sulle coppie di fatto, insieme con Franco Grillini, candidato sindaco di Roma per il Ps. Insomma, il candidato premier del Pd sembra diventato il bersaglio preferito dagli ex compagni dell’Unione. Lo stesso ruolo che fino a poche settimane fa toccava proprio a Romano Prodi.
Ad attaccare l’ex sindaco di Roma ci si mette anche il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, intervenendo al comitato politico di Rifondazione Comunista: “Veltroni è stata la causa del fallimento del governo e noi non siamo riusciti a imporre un cambiamento. Non si può governare con Veltroni, ma c’è di peggio anche alla vittoria di Berlusconi e cioè che vengano fatte delle larghe intese con cui fare grandi porcherie”.
E non va meglio al segretario sul tema dell’accordo coi Radicali. Cotto e mangiato (manca solo la firma in calce al programma da parte di Bonino &Co, sull’esempio di Di Pietro che l’ha sottoscritto, giurando lealtà), ma non ancora digerito da buona parte dell’ala cattolica del Pd. Alla contrarietà (già nota) di Paola Binetti (che ora se la prende anche solo con l’idea che il collega di partito Umberto Veronesi possa diventare ministro della Salute), si associano gli allarmi di Pierluigi Castagnetti che parla a nome dei “cattolici che stanno all’interno del Pd, preoccupati per questa presenza però ci sentiamo impegnati a ridurre gli eventuali rischi che non ci siamo nascosti”. Dubbi e perplessità che sfoceranno il prossimo 27 febbraio, giorno della convention dell’area cattolica del Pd. E se non è una corrente, poco ci manca. Ma il leader Pd è preoccupato? Macché: “Serve la sintesi, i partiti moderni sono così”, dice, mutuando un’espressione che a Romano Prodi non ha portato molta fortuna…

E se si pensa che tutta questa ridda di dichiarazioni, battute, giudizi è stata profusa in una sola giornata, hai voglia a immaginare (e a sperare) una campagna elettorale “dai toni soft e incentrata sui problemi del Paese”, come auspica Franco Marini. Troppo ottimista il presidente del Senato? Forse sì, se alla fine, l’immancabile Beppe Grillo da Napoli, nel corso della giornata del rifiuto, chiosa: “Non vado a votare e ne sono orgoglioso. Mi sento umiliato perché non si può scegliere un partito, non si può esprimere una preferenza e non si può scegliere un programma perché sono uguali: Veltroni e Berlusconi vogliono le stesse cose”. Alla faccia delle larghe intese…

“Grazie Walter, stai riunendo la Dc”. La battuta non l’ha pronunciata ufficialmente nessuno. Ma ieri bastava girare per i corridoi di palazzo Madama, davvero poco frequentati in questi giorni, per vedere disegnato sui volti di alcuni democristiani doc, da Francesco Pionati a Francesco D’Onofrio fino al vicepresidente del SenatoMario Baccini, un sorriso e un’adrenalina che rimanda ai bei tempi andati della Balena Bianca.
E come non notare che i ragionamenti politici che giungono dai due partiti, Udc e Rosa Bianca, sono molto più concilianti rispetto ai giorni scorsi, quando i personalismi la facevano da padrone.
Tanto che Panorama.it, raccogliendo alcune indiscrezioni sulla riunificazione centrista, è in grado di rivelare come potrebbe finire: unione delle due formazioni (quindi senza l’Udeur di Mastella), un nuovo simbolo in cui ci sarà la rosa senza la scritta Udc, ma ovviamente con lo scudo crociato, e in basso la dicitura “Casini premier”. Scenario inimmaginabile fino a poco tempo fa. Al momento, invece, i neocentristi quasi riuniti hanno da risolvere “solo” due nodi: il nome definitivo della neo Cosa Bianca e un buon digestivo per Bruno Tabacci che alla candidatura alla premiership ci aveva fatto la bocca.
Si rimodellano anche le agende. Infatti domani e domenica a Montecatini avrebbe dovuto essere lanciato il programma della Rosa Bianca. La cittadina termale toscana, qualora nelle prossime ore venga chiuso l’accordo, potrebbe essere il luogo della riunificazione.
E il gran regista dell’accordo? Il reprobo del Pd: Ciriaco De Mita. Come spiega a Panorama.it proprio l’ex volto noto del Tg1, Pionati, da decenni molto vicino all’uomo di Nusco: “Non abbiamo ancora chiuso, ma la candidatura di Ciriaco in Campania, dove anche grazie a lui raggiungeremo l’8%, è praticamente certa”. Pionati, il precursore: è stato lui, nelle settimane scorse, a far firmare ad Avellino la tessera dell’Udc a Giuseppe De Mita, uno dei nipoti dello storico segretario Dc.
In tanto entusiasmo, a non gioire resta un altro centrista campano: Clemente Mastella. Il leader del Campanile, che dopo aver fatto cadere il governo Prodi e dopo aver ricevuto la gratitudine del Cavaliere, è ormai diventato il reprobo dell’intera politica italiana e si trova costretto a correre in solitudine (come quei single che restano tali… per scelta altrui). Qualsiasi forza politica risponde agli appelli dell’Udeur con la stessa litania: “Ci porta qualche voto in Campania, ma ce ne fa perdere molti nel resto d’Italia”.
Se poi quei voti campani che servono per superare lo sbarramento senatoriale dell’8% li si può raccogliere grazie a De Mita, ecco spiegato perché l’appeal dell’ex Guardasigilli non seduce più. Ieri, per esempio, l’ultima (e forse definitiva) porta sbattuta contro l’Udeur, proprio da parte della Rosa Bianca: “Mastella”, ragionava il pragmatico Tabacci “ha un problema con l’elettorato italiano, dal momento che non si vota solo a Ceppaloni”.
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