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Rosa-Bianca

Mastella: pazienza se il Centro non mi vuole, io ballo da solo


“Sono una persona che combatte fino alla fine per le idee che ha. Per questo, chiederò il consenso ai miei elettori. Se non arriverà, ne prenderò atto. Ma di una cosa sono certo: fino alla fine resterò in campo”.

Con ogni probabilità e a meno di inattesi (e ormai difficili) accordi centristi, Clemente Mastella correrà da solo alle prossime elezioni politiche. E lo farà “senza demordere dall’obiettivo di raggiungere e superare lo sbarramento” (4% alla Camera, 8% al Senato su base regionale). Per questo, “l’Udeur si presenterà in tutte le circoscrizioni e in tutte le regioni d’Italia”.

Onorevole Mastella, dopo i suoi inviti alla riunificazione del centro, come valuta la possibilità di un’intesa con Udc e Rosa Bianca?
Difficile, molto difficile. Vedo solo una serie di atteggiamenti preclusivi che finiscono con smorzare l’entusiasmo attorno a un progetto politico ambizioso. E di questo prendo atto. Ma secondo me, aldilà dei sondaggi e di avarizie personalistiche, nessuno di noi può tirare un sospiro di sollievo. Anche perché, in simili situazioni, le emorragie di voti potrebbero esserci sia da parte nostra sia da parte dell’Udc.

Al centro c’è anche la Rosa Bianca di Bruno Tabacci e Savino Pezzotta
Ma questo discorso vale anche per quella formazione politica: la sensazione di questi giorni è che nemmeno lei cresca poi così tanto. Forse, tutti assieme potremmo invece spingere in un’altra direzione. Però non è che debba decidere io ciò che bisogna facciano gli altri. Anche perché, personalmente, ho ben chiaro ciò che farò.

Proprio in queste ore, però, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa ha espresso parole di apprezzamento nei confronti di sua moglie Sandra Lonardo e di Anna Serafini, del Partito Democratico, dicendo che “sono due persone validissime, di grande intelligenza, che apprezzo moltissimo”. A qualcuno è sembrata un’apertura a lei al suo partito…
Dico solo che Anna Serafini è candidata nel Pd e che Sandra Lonardo non è candidata e non intende candidarsi alle prossime elezioni.

A proposito di Partito Democratico, come la valuta l’apertura ai Radicali e l’archiviazione di Ciriaco De Mita?
Forse alcuni politici, De Mita compreso, hanno sbagliato nel ritenere già conclusa l’esperienza della Margherita, interrompendo precocemente qualcosa che andava invece ancora vissuta. E questo è probabile che sia stato un errore di valutazione importante, per non dire decisivo.

De Mita furioso se ne va dal Pd. A raccogliere una Rosa bianca?

Ciriaco De Mita, ex presidente del Consiglio, classe 1928, in Parlamento dal 1963 | Ansa
“Non sarò con voi, ma contro di voi” avrebbe detto nel suo discorso di addio agli amici del Pd. Così, dopo giorni di tensioni, Ciriaco De Mita sbatte la porta ed esce dal Pd.

Motivo? Il secco “niet” ricevuto dal segretario del Partito Democratico alla sua ricandidatura alle prossime elezioni politiche. Con la prossima, le legislature di De Mita avrebbero toccato quota 12: troppe per l’ex sindaco di Roma, anche perché lo statuto del nuovo partito parla di un limite massimo di tre mandati, a cui possono essere concesse solo poche deroghe per il gruppo dirigente. Anche per questo, oggi il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco ha annunciato che non si ripresenterà alla prossima tornata elettorale: “largo ai giovani economisti” ha detto, mentre salgono le probabilità di una candidatura del suo “arci-nemico”, l’ex comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale, nelle liste del Popolo delle libertà.

Tutto un altro atteggiamento rispetto a quello del politico di Nusco, che ha preso la parola per primo al coordinamento nazionale del Pd (di cui è membro di diritto in quanto ex Presidente del Consiglio) e ha annunciato il suo addio. A nulla è servita la mediazione del segretario campano Tino Iannuzzi, che fino ieri aveva promosso la sua ricandidatura in quanto “espressione di una prestigiosa esperienza al servizio dello Stato e delle istituzioni”. Inutile anche la petizione popolare “pro De Mita” partita dall’Irpinia. A questo punto, il futuro dell’ottantenne politico campano si presenta più nebuloso che mai. Di certo, come ha fatto intendere lui stesso, non si ritirerà a vita privata: “Come diceva un poeta spagnolo, ‘Quando morirò morirò con la chitarra in mano’, io dico che quando morirò farò l’ultimo discorso elettorale”. In queste ore sono in molti a dare per certo un accordo con la Rosa Bianca di Bruno Tabacci.

Ma non è escluso che le firme raccolte per chiedere ai dirigenti del Pd la sua rielezione, piuttosto che finire tra i rifiuti, si riciclino come punto di partenza per una lista di delusi ed esclusi di Pd. Che, stando alle parole di De Mita, di certo non si alleerà con Walter e compagni.

Il VIDEO servizio:

Da che parte vanno i cattolici alle urne? La risposta nell’ennesimo sondaggio

Una suora entra in un seggio elettorale della Capitale | Ansa
“Un voto fuori dal Pdl e dal Pd sarebbe inutile”. Lo ha ripetuto Gianfranco Fini. Lo aveva detto qualche giorno fa Silvio Berlusconi. Al di là dell’invito implicito a non “disperdere” il voto tra le formazioni minori, il messaggio di Fini e Berlusconi è rivolto ai cattolici. Che, dopo il divorzio tra Udc e Pdl (nonostante l’accorato appello del direttore di Avvenire Dino Boffo), a meno di due mesi dal voto, ora possono sì contare su potenziali interlocutori almeno in tre dei cinque schieramenti, ma corrono il rischio (paventato soprattutto dalle gerarchie ecclesiastiche) di non essere rappresentati, qualora le formazioni di Casini, di Mastella e di Tabacci non riuscissero a superare la soglia minima di sopravvivenza elettorale.
Nonostante da anni le elezioni (in Italia e non solo) si vincano o si perdano al centro, gli interpreti del centro stanno cercando di organizzarsi e di trovare uno spazio che sembra precluso dai due grandi partiti. All’interno dei quali, a dire il vero, i cattolici un certo peso ce l’hanno: basti pensare ai teodem nelle fila del Pd (e dei quali proprio ieri ha parlato il vice di Veltroni, Dario Franceschini: “I cattolici nel Pd sono tanti e ci stanno bene”) e agli esponenti del Pdl che si richiamano comunque al cattolicesimo, malgrado Silvio Berlusconi abbia messo in guardia dalle guerre di religione sull’aborto portate avanti dalla lista di Giuliano Ferrara.
La domanda allora è la seguente: su chi puntano i cattolici oggi? O, parafrasando un vecchio adagio di Stalin: quante divisioni avrà il Papa nel prossimo Parlamento?
Una risposta l’ha data il sondaggio pubblicato su Famiglia Cristiana. Che non lesina sorprese. Tipo questa: tra i leader che si vorrebbero come Presidente del Consiglio prevale Veltroni (col 24% anche qualora accogliesse nelle liste i radicali), seguito da Berlusconi (18) e Fini (11). E Casini? Da solo, ovviamente, ma in fondo: un paio di punti sopra Bertinotti (5 punti contro 3). Anche se alla domanda “chi rappresenta meglio i voti cattolici?” i 505 intervistati non hanno dubbi: il centrodestra (33%, il 39 tra i “praticanti”) prevale nettamente sul centrosinistra (12).
Risultati che fanno dire a Beppe Del Colle, nell’editoriale del periodico paolino: “Considerare il voto cattolico come esclusiva appartenenza a singoli partiti è l’eredità di un passato che oggi è praticamente inconcepibile”. E questo perché, per dirla con Alessandro Amadori, direttore di Coesis research che ha condotto la ricerca: “Siamo di fronte ad un pianeta segmentato in più gruppi: ci sono i cattolici militanti che vorrebbero una politica molto più rispettosa dei dettami della Chiesa, ma ci sono anche molti italiani che si considerano a pieno titolo cattolici - anche praticanti - e hanno ormai una visione laica dei rapporti tra Stato e Chiesa”.
Insomma il sondaggio del settimanale mostra una volta di più come il mondo cattolico sia variegato, diviso, talvolta spaccato. Esattamente come oggi sono divisi, diversi e su fronti teoricamente opposti i protagonisti politici di quest’area. Scrive ancora Famiglia Cristiana: “La proposta neo-centrista ha, al proprio interno, due varianti principali: quella di Pier Ferdinando Casini e della sua Udc (tradizionalmente legata al Centrodestra) e quella di Savino Pezzotta e Bruno Tabacci della Rosa bianca, più orientata verso il Centrosinistra”. Quindi: “L’elettore cattolico avrà davanti a sé, il 13 e il 14 aprile, ben quattro possibilità di voto, fra le quali non sarà agevole districarsi, dato che ognuna di esse può vantare referenze di tutto rispetto: di qui Formigoni e Pisanu, di lì Franceschini e Rosy Bindi, al centro Pezzotta e Tabacci da una parte, Casini e i suoi amici dell’Udc dall’altra”.
Sarebbe stato più facile scegliere se ci fosse stato un grande e unico partito di centro, portatori dei valori cattolici. Non è detto: “La Democrazia cristiana è morta da un pezzo”, taglia corto Beppe Del Colle. “E nemmeno quando era il più forte partito italiano raccoglieva il consenso elettorale di tutti i cattolici”.
L’importante, pare di capire, è che il drappello di onorevoli cattolici sia comunque sufficiente per avere voce nella politica italiana. Proprio come è successo in questi anni quando, anche senza Balena bianca, gli elettori del centro hanno ottenuto molto, in termini di conquiste e di visibilità (dal Family Day e l’affossamento dei Dico, alla riapertura del dibattito sulla legge 194), grazie all’azione combinata dei cattolici presenti nei vari schieramenti.

Un disegno che dovrebbe valere anche dopo il 14 aprile 2008. Anche alla luce del fatto che il sondaggio di Famiglia Cristiana rileva come i problemi che, secondo i credenti, il prossimo governo dovrebbe affrontare nei primi 100 giorni sono: “aumentare i salari” (75%), “ridurre il numero dei parlamentari” (50), “ridurre le tasse per le famiglie con i figli” (44) e “intervenire per frenare l’aumento di prezzi e tariffe” (42). Gli stessi punti programmatici che stanno a cuore al resto degli elettori. Mentre vengono confinate agli ultimi tre posti la revisione della 194 (7%), una legge più severa sulla droga (5) e la legge sulle coppie di fatto (3).

Manovre al Centro, tra guerre di Campanile e ricerca della parità


“Non è il caso di fare gli spocchiosi. Diamoci una mano, ora che siamo tutti in mezzo a una strada…”. Così Mastella sulla Stampa. Sempre sanguigne le metafore dell’ex Guardasigilli, non lasciano spazio ad altre interpretazioni. Neanche stavolta: “Noi siamo convinti che in molte Regioni, l’alleanza tra noi, l’Udc e Rosa Bianca può essere determinante”.

Invece questo, al di là delle metafore, è un appello accorato. Perché il leader Udeur, oggi più che mai, sente che la strada da lui stesso evocata è in salita, per il suo Campanile. Che non sembra faccia gola a nessuno dei generali centristi che stanno muovendo truppe e numeri verso il centro.
Cioè verso quella terra di “nessuno” che fino alle scorse elezioni esisteva solo in quanto associata (col trattino o meno) alla destra o alla sinistra. E dove ora vi si stanno affollando in tanti, facendo succedere di tutto: grandi manovre, prove di intesa, schermaglie su nomi, simboli e candidati premier. L’addio di Pier Ferdinando Casini a Silvio Berlusconi e, prima ancora, l’annuncio di una corsa in solitaria del duo Tabacci-Pezzotta ha rimesso in moto la galassia centrista. Lo spazio tra i due poli - quello che meno di vent’anni fa era il mare magnum della Balena Bianca - in realtà ci sarebbe. Ridotto ai minimi termini, certo. Tanto che potrebbe anche non bastare, rischiando di diventare un polo minore e residuale, se fosse diviso tra troppi pretendenti.
Situazione di incertezza che non piace a nessuno. A cominciare da Bruno Tabacci, candidato premier della Rosa Bianca, secondo il quale il leader dell’Udc “ha rotto perché Berlusconi lo ha messo fuori. Sceglie il centro perché è stato messo fuori dal Pdl”. Non il massimo, quindi. Quindi “non è nemmeno giusto che Pier faccia con noi il piccolo Cavaliere”, ammonisce l’ex presidente della Lombardia. Il riferimento è all’invito di Casini agli altri centristi: “Non c’è spazio per divisioni e personalismi, se ci sono state incomprensioni oggi è il momento di superarle”. Appello per un “posizionamento tattico”, che fa emergere uno dei nodi ancora da sciogliere prima di arrivare a un’alleanza elettorale tra Udc e la Rosa Bianca. E cioè il nome su cui puntare per la corsa verso Palazzo Chigi. E infatti: “Siamo disponibili al confronto con Casini, ma ad un livello di parità”, ha precisato Pezzotta facendo capire che la candidatura del leader Udc a premier non è scontata.
Secondo nodo da sciogliere (entro il 2 marzo, termine ultimo per decidere gli apparentamenti) è l’eventuale accoglienza nel patto del partito di Clemente Mastella. Partito radicato in alcune aree del sud (Campania e Basilicata, in primis), che potrebbe servire a superare il quorum per le due Camere. Già, perché i numeri (facendo una media delle rilevazioni condotte in questi giorni da vari istituti) dicono che l’Udc oscilla dal 3,5 al 5 per cento, la Rosa Bianca è di poco sopra il due e l’1,4% del Campanile mastelliano (non essendoci sondaggi, questo è il risultato delle elezioni del 2006) servirebbe proprio a non avere noie con lo sbarramento in Senato. Calcoli che l’ex ministro della Giustizia conosce ed è per questo che si è mostrato interessato, pur lavorando alle sue liste, a valutare convergenze sulle parole d’ordine dei moderati: “Salvaguardia dei valori, difesa del Mezzogiorno, tutela delle garanzie giudiziarie per i cittadini”. Certo, le convergenze “sono evidenti”, ammettono fonti dell’Udc. Ma sempre dall’interno del partito emergono anche perplessità su un dialogo con Mastella. Tanto che Casini si sente di precisare: “La questione è che io rispetto tutti ma abbiamo storie diverse. Mastella è stato nel centrosinistra, io no. Già la nostra scelta è difficile ma se viene confusa o annacquata tutto si fa più complicato”. Perplessità che rimbalzano anche dallo stato maggiore della Rosa bianca.
Ed ecco qui il terzo nodo: la “questione etica” nelle candidature che potrebbe rivelarsi un un ostacolo nella formazione delle liste. Una questione sollevata dai vescovi della Cei che nel “nuovo” soggetto politico centrista preferirebbero non comparissero personaggi discussi o con conti aperti con la Giustizia.
Insomma il sentiero che passa dal piccolo affollato centro c’è ma resta stretto. E irto di dubbi sul fatto che alla fine il listone abbia meno appeal elettorale delle singole liste. E che, non procurando nessun danno al Pd e qualche graffio al Pdl, finisca per mettere a rischio i seggi di ciascuno dei tre partiti.

Uno per tutti, tutti per Montezemolo. Lui annuisce ma da che parte sta?


“Yes, we can”. Si può fare, anzi si deve. Un altro governo, certo, ma soprattutto cementare nuove alleanze per resistere ad un sistema elettorale in grado di punire anche i più forti. Tessere le fila della politica da dietro le quinte e lasciare nel dubbio gli aspiranti premier fino all’ultimo secondo. Così Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria, procede spedito e chiarisce: “In politica non scendo”.

Tutti lo vogliono, ma lui ha altri pensieri: la Fiat, la Ferrari e viale dell’Astronomia. Almeno per i prossimi 97 giorni, quando, con molta probabilità, lascerà la sua poltrona alla first lady dell’economia Emma Marcegaglia. Nel frattempo dal Partito democratico al Popolo della libertà, passando per la neonata Rosa Bianca, le strizzatine d’occhio a Montezemolo si sprecano.

Il primo febbraio scorso, Bruno Tabacci mentre annunciava sulle colonne del Secolo XIX la nuova formazione in coppia con Baccini già corteggiava il numero uno degli industriali. “Il presidente di Confindustria” diceva Tabacci “da parecchio tempo sostiene le nostre stesse impostazioni politiche. E non certo da ora. Negli ultimi giorni ho notato che le sue posizioni coincidono esattamente con le nostre”. Tanto per dirne una, spiega Tabacci, “il sistema elettorale basato sul meccanismo tedesco” (chissà che non si metta in mezzo anche Casini). Dopo quest’intervista il leader della Rosa Bianca ha incontrato Montezemolo come aveva annunciato ma l’incontro, pare, non ha avuto l’effetto sperato. Per ora, dicono a mezza bocca alcuni alleati di Tabacci, il sostegno non è né diretto né indiretto. Ma per la fine della campagna elettorale c’è ancora tempo. E chissà che tra i due litinganti il terzo non abbia la meglio.

Intanto sia Berlusconi sia Veltroni affilano le armi. Scoraggiati dal poter assoldare nelle proprie fila LCdM, cercano di garantirsi almeno il suo appoggio esterno attraverso programmi mirati al consenso del più famoso degli industriali. E alla fine ci sono riusciti entrambi. Nonostante sui loro trascorsi pesino ancora come macigni le tante bacchettate arrivate negli ultimi anni da viale dell’Astronomia. Considerato il lungo braccio di ferro con Berlusconi, Veltroni potrebbe partire in vantaggio. Lo scorso sette febbraio durante l’incontro tra l’ex sindaco di Roma e Montezemolo l’identità di vedute era chiara. Sulla necessità di mobilità sociale, di alimentare il senso di appartenenza alla Obama maniera, di abbattere gli steccati ideologici, di fare riforme. La parola d’ordine per entrambi è “crescere”.

Anche a Palazzo Grazioli non si perde la speranza. È proprio Berlusconi l’ultimo, in ordine di tempo, a raccogliere il consenso di Montezemolo. Dopo la partecipazione del Cavaliere a Porta a Porta, il numero uno di viale dell’Astronomia ha fatto sapere che la proposta del leader del Pdl gli piace. Soprattutto quella di detassare gli straordinari e gli aumenti salariali legati alla produttività. E pensare che fino a qualche mese fa in molti non avrebbero scommesso nemmeno un euro sulla liason politica tra i due. Ma il candidato premier non demorde. Sa bene quali sono i temi cari agli industriali.

Alla fine dei giochi l’unica certezza è che al voto mancano 59 giorni. Abbastanza per applaudire tutti e poi uscire di scena. Sempre che l’ambizione politica di Montezemolo sia veramente sepolta.

Il VIDEO servizio:

Casini e Berlusconi: appesi a un filo del telefono per evitare i vespri siciliani

Silvio Berlusconi e Pier Ferdinando Casini | Ansa
Sarà anche una “telenovela che sta diventando stucchevole”, ma se Pdl e Udc dovessero correre separati alle prossime elezioni politiche, “sarà battaglia politica vera”, come quella che opporrà “Bertinotti a Veltroni”. Parla deciso Pier Ferdinando Casini a Radio Anch’io.
Una sicurezza che però tradisce il timore che i centristi non superino le soglie di sbarramento previste per chi non si coalizza, Casini aggiunge: “Alla Camera rischio poco, al Senato molto, ma rischio di fare male a tutti”.

Ma i tormenti per Casini non sono ancora finiti: la riserva è da sciogliere entro domani, e il leader dell’Udc passa la palla nelle mani di Berlusconi: “Penso che nelle prossime ore lo chiamerò e sentirò con amicizia che cosa ha da dirmi”.
Ieri sera, però, ad AnnoZero, fra lui e il Cavaliere il gelo era totale: “Chi dice che la partita è già segnata ha poco rispetto per la gente”, ha spiegato Casini, “all’Italia serve qualche ragionamento vero perché solo con la demagogia forse si vincono le elezioni ma poi non si governa”. E il nodo delle alleanze, in vista di uno strappo con il Pdl, è ancora tutto da risolvere. Casini non chiude la porta alla Rosa Bianca (”Abbiamo tante persone che ci sollecitano a fare accorpamenti diversi”), ma non crede all’idea delle alleanze dopo il voto: “L’idea che il centro corra da solo, si assuma i rischi di andare da solo e poi il giorno dopo il voto si allea è fra il grottesco e il ridicolo: il giorno dopo il centro starà all’opposizione e se la destra non avrà l’autosufficienza al Senato, si creerà una situazione per cui ci possono essere soluzioni diverse”.
Infine, lascia con una certezza: “Di sicuro nelle schede elettorali gli elettori ci troveranno. Troveranno l’Udc con il suo simbolo e i suoi valori”. Anche se “non è solo questione di marchio” spiega Casini. “In ballo c’è l’idea del partito, cioè l’idea di un partito che si presenta autonomamente in alleanza col centrodestra”.
E allora simbolo o non simbolo. La storia dell’Unione dei democratici-cristiani e di centro è davvero singolare. Sì, perché pur avendo la parola “unione” nel nome, da tempo il partito di Cesa-Buttiglione-Casini va perdendo pezzi per strada. Dalle file dell’Udc sono fuoriusciti deputati e senatori, in senso bipartisan naturalmente. Per un Gianfranco Rotondi che fonda l’ennesima versione della Democrazia cristiana (per le Autonomie), c’è un Marco Follini che da vicepremier scudocrociato se ne va a fondare l’Italia di mezzo, per poi andare a puntellare il governo Prodi e a guidare l’apparato dell’informazione veltroniana; l’addio di un Sergio D’Antoni che transita nella Margherita per diventare viceministro del Professore, è bilanciata da Carlo Giovanardi che aderisce al Popolo delle libertà. Fino alla palingenesi del duo Tabacci-Baccini, che puntano sulla crescita della Rosa Bianca, ennesimo bianco fiore in cerca di alleanze. L’Udc aveva sfiorato il 7 per cento alle politiche del 2006, ma ora, di fronte a queste perdite pesanti, i sondaggi dicono che a fatica arriverebbe alla soglia di sopravvivenza.
Senza scordare che nel 2005 è nato pure il Movimento per l’autonomia (Mpa) di Raffaele Lombardo, europarlamentare e presidente della Provincia di Catania. Che proprio in queste ore, candidandosi alla poltrona di governatore siciliano in concorrenza all’azzurro Miccichè, potrebbe diventare il puntello per far saltare definitivamente i rapporti tra Pdl e i casiniani. A sostenerlo ci sarà quel Cuffaro, udiccino convinto, che - dimessosi da presidente siculo, dopo la condanna del Tribunale di Palermo, anche per le pressioni dello stesso Miccichè - ha già detto che farà di tutto per impedire l’ascesa dell’ex presidente del parlamentino siciliano.

Per Totò, Casini ha pronta la candidatura in Senato: “Dobbiamo tenere presente che la Costituzione prevede la presunzione d’innocenza fino a una condanna definitiva”, sottolinea Casini. “I partiti devono assumersi la responsabilità delle scelte, noi ce le assumiamo. Cuffaro credo abbia subito una vera e propria persecuzione giudiziaria”, ha aggiunto Casini, mettendo in guardia dal rischio di dare alla “magistratura il diritto di veto sulle candidature”.

Vuoi vedere, come sospettano in tanti, che dietro la rottura di San Valentino tra Berlusconi e Casini (dopo 14 anni di convivenza), ci siano i “vespri siciliani”? Fosse così, per mettere fine alla telenovela ci vorrebbe un po’ più delle poche ore che Casini si è riservato prima di prendere una decisione. E a meno di due mesi dalle elezioni, il tempo stringe.

Nei Casini: il leader dell’Udc di fronte a tre opzioni e una scommessa ad alto rischio

Pier Ferdinando Casini all'entrata del convegno UDC a Roma | Ansa
Il dado delle alleanze è quasi tratto: Pier Ferdinando Casini non entrerà nel Pdl di Silvio Berlusconi e dovrebbe essere il candidato premier dell’Udc. Il simbolo per i centristi è irrinunciabile e la richiesta del suo partito, per bocca del segretario Lorenzo Cesa durante la direzione nazionale del partito di stamattina, è netta: “Fai un sacrificio: guidaci in questa campagna elettorale come candidato premier”.
Rimane l’incognita della decisione che prenderà Casini, che ha chiesto ancora qualche ora nella quale dice di voler parlare con Berlusconi (anche se sono alte le probabilità che nel giorno di San Valentino sia decretata la fine dell’amore con Cavaliere). L’ex presidente della Camera ha tre opzioni: 1) portare l’Udc da sola al voto; 2) allearsi con gli altri centristi della Rosa Bianca e magari anche Mastella e Dini; 3) ritornare all’ovile del centrodestra berlusconiano.
Nella prima ipotesi i rischi sono molto alti: i sondaggi non vedono l’Udc piazzata benissimo. E secondo alcuni esponenti di Forza Italia addirittura lo stesso Casini rischierebbe di non entrare in Parlamento.
La seconda e la terza possibilità prevedono l’abiura di Pier Ferdinando. Nel primo caso verso la Rosa Bianca degli ex uddicini Bruno Tabacci e Mario Baccini, nell’altro caso l’abiura sarebbe nei confronti di Berlusconi e l’altro centrista ex Udc, Carlo Giovanardi, ormai sbarcato nelle fila del Cavaliere. Proprio in queste ore pare siano in corso le telefonate tra Casini e Berlusconi. E l’ultima voce su un’ipotetica mediazione sarebbe quella di liste comuni e poi gruppi separati. Diversamente, già questa sera ad AnnoZero di Michele Santoro, Casini potrebbe dare l’annuncio della corsa solitaria alla premiership.
Intanto dalla Rosa Bianca spiegano a Panorama.it che un’eventuale intesa con Casini e l’Udc non è in vista: “Noi siamo il nuovo – sottolineano i centristi di Tabacci – e non vogliamo inquisiti in lista”. Il riferimento a Cuffaro, e non solo, è più che casuale. La Rosa Bianca - che domenica a Milano terrà un incontro con la Confcommercio e il 23 e il 24 sbarcherà con i suoi “Mille”a Montecatini per presentare il programma elettorale definitivo - è sì una formazione centrista, ma vuole assolutamente marcare la differenza con “un vecchio modo di fare politica che guarda solo alla casta”. Insomma, strizzano l’occhio ai giustizialisti e sono un po’ delusi dall’entrata di Antonio Di Pietro nelle liste del Pd.

Salvatore Cuffaro, Rocco Buttiglione e Pierferdinando Casini durante la riunione della direzione nazionale del partito dell'UDC | Ansa

Si sentono in qualche modo dei grillini di centro. E non è un caso che il candidato premier dei centristi, Tabacci, oggi abbia ancora una volta sbattuto la porta (lo aveva fatto 20 giorni fa in incontri riservati) a Clemente Mastella: “Escludo categoricamente l’ipotesi di un’alleanza con Mastella”.

Il VIDEO servizio:

Ecco il simbolo della Rosa Bianca. E le spine sono per Casini


Alla fine è sbocciata anche la rosa bianca. In un tondo blu, dove nella parte inferiore compaiono le parole Libertà e Solidarietà: questo il simbolo presentato alla stampa da Savino Pezzotta, Bruno Tabacci, Mario Baccini e Guido Folloni. È il simbolo dell’ennesimo partito italiano: una Rosa Bianca, presentato come un’espressione di perfezione, rinascita e bellezza che esprime nel bianco l’idea di freschezza e rinnovamento, mentre il blu utilizzato per lo sfondo si ispira alla bandiera europea, per sottolineare l’adesione ai suoi valori.
“Libertà e solidarietà”, spiega Pezzotta ex segretario Cisl e presidente del partito, “non sono in contraddizione per chi come noi punta a valorizzare l’economia di mercato con la garanzia delle tutele sociali. Ci presentiamo come una forza nuova che volta le spalle alla politica muscolare per dare spazio alla politica dei miti, intese come persone, che non si arrendono e considerano l’Italia un grande Paese che può diventare più grande a patto che si riparta dalle esigenze delle famiglie”.
Niente muscoli, quindi, ma sì alle stoccate. A Pier Ferdinando Casini, in primis: “Casini non ha avuto coraggio, poteva cominciare con noi una nuova esperienza. Ora torna con le mani dietro la schiena, mi sembra si dica così…”, dice Pezzotta in riferimento alle trattative in corso tra il leader dell’Udc e Silvio Berlusconi per un eventuale ingresso o apparentamento con il Partito delle libertà.
Dal canto suo, Bruno Tabacci, candidato premier della nuova formazione centrista, alla domanda dei cronisti se sia possibile una intesa con Casini, qualora l’Udc non entrasse nel Pdl ricorda che: “Ci sono contatti espliciti tra di loro per trovare una intesa ma noi non partecipiamo a questo mercato o, come dice il Cavaliere, a questo teatrino della politica”. Sulla possibilità di superare la soglia del 4% e sul potenziale bacino elettorale della Rosa bianca, Baccini risponde così ai cronisti: “Pensate che in Italia ci siano solo un 4% di cittadini incavolati? Sono molto ma molto di più e noi ci rivolgiamo a loro”.

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