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Come allo stadio. Ma non quello di casa. Cori, tapiri, gazebo e slogan di protesta (qui la GALLERY) per la prima uscita ufficiale del nuovo Consiglio comunale di Napoli, dopo il rimpasto di giunta varato dal sindaco Iervolino nei primi di gennaio, a seguito dell’inchiesta sui presunti appalti sulla manutenzione delle strade e l’esplosione della questione morale. Insomma, una bagarre, dentro e fuori il Palazzo. Proteste che costringono il Consiglio a uno stop forzato di dieci minuti per ricomporre le cose.
Il messaggio è chiaro: “La Iervolino vada via, è ora di cambiare”. Messaggi anche per il presidente della Regione Campania Antonio Bassolino: “Vada via”.
La protesta è stata giudata da rappresentanti della società civile ma anche del Pdl campano che hanno inneggiato, megafono alla mano, allo scioglimento del consiglio comunale. Molti gli slogan su cartelloni e manifesti “Il comune ci ha tolto la dignità”, “O si cambia Napoli o si muore”, messaggio quest’ultimo accompagnato dalla foto di un cittadino che indossa una camicia garibaldina.
Surreale il clima nella storica Sala dei Baroni. Tra striscioni, cartelloni e urla “A casa” e “Buffoni”, da entrambi gli schieramenti hanno risposto all’appello 50 consiglieri su 61. Il consiglio comunale è stato poi sospeso per dieci minuti in seguito alle urla e alle proteste che hanno continuato ad animare il dibattito. Le proteste si sono intensificate al termine dell’intervento del sindaco, quando i consiglieri della maggioranza hanno chiesto urlando di togliere lo striscione esposto dall’opposizione sui banchi del consiglio con lo slogan “Liberiamo Napoli”. A surriscaldare ulteriormente il clima le urla di un gruppo di cittadini presenti in aula.
La Iervolino intanto ribadisce nella sua relazione (qui il testo) di aver fatto il possibile per la sua città, di aver seguito una “linea di equilibrio che può non piacere ma che è istituzionalmente e politicamente corretta” e ha sottolineato anche che la nuova giunta è “sostanzialmente diversa da quella nata dopo le elezioni”. Una giunta, ha spiegato il sindaco, “composta da persone di esperienza e di qualità sulle quali nessuno ha avuto la possibilità di sollevare obiezioni o riserve”. Poi, quasi un avvertimento: “Senza naturalmente voler soffocare il dibattito sulle idee e sui programmi, la giunta parlerà soprattutto di qualcosa di già compiuto da annunciare, aiutando la stampa a trascurare l’inutile gossip politico per dare più spazio alle idee, ai problemi reali ed alle realizzazioni concrete”.
Sul futuro dell’amministrazione comunale di Napoli si è aperta un discussione “strumentale perché si sono scaricate su di essa tensioni che riguardano in realtà altri organi istituzionali, tensioni fra i partiti della maggioranza e tensioni interne al mio stesso partito”, è stato l’affondo della Iervolino. Il sindaco ribadisce di aver cercato “di conciliare al meglio il rispetto per questo dibattito con l’autonomia che la legge gli impone e con la necessità di non far mancare il governo alla città in un momento certamente non facile non solo per Napoli, ma per tutto il Paese”.
Poi una precisazione anche sul caso Romeo: il Comune di Napoli compierà “una puntuale ed accurata rivisitazione del contratto in essere con la società Romeo per la manutenzione degli immobili comunali al fine di verificare ogni eventuale ipotesi migliorativa giuridicamente possibile”.
Intanto a Napoli arriva anche Veltroni. Il leader del Pd, in una lettera al quotidiano Il Mattino, promette di intervenire per risolvere la crisi del partito campano con un rinnovamento che riguarderà le strutture e gli uomini “Siamo pienamente consapevoli della crisi, anche politica, di questo territorio e vogliamo dare risposte concrete”. Scrive infatti Veltroni: “Serve, e so che Morando insieme alle tante forze del Pd ha, un piano di lavoro, molto concentrato nel tempo, che assicuri la piena agibilità democratica del partito e lo doti di un progetto di futuro per Napoli e la sua provincia che faccia delle prossime elezioni provinciali l’occasione nella quale tutti i napoletani possano toccare con mano il carattere di radicale innovazione dei metodi, dei contenuti e del personale di governo del centrosinistra”. Il rischio da scongiurare, osserva Veltroni, è quello delle “competizioni di piccoli gruppi” e dei “personalismi”.
La GALLERY della protesta
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Sui muri di Roma tempo fa è comparso un manifesto. La faccia austera di Enrico Berlinguer e un’epigrafe: “La questione morale è il centro del problema italiano”. Colta al volo, sembrava propaganda del Partito democratico, ma in basso a destra compariva il logo di Rifondazione comunista, il memento di un “ennemi a gauche”, il nemico a sinistra del partito di Walter Veltroni. Il Pd è in bilico sulla bilancia della giustizia e si avvia alla resa dei conti del 2009.
Incudine, toga e martello
Stretto tra l’incudine dell’Italia dei valori e il martello della sinistra antagonista che si sta rianimando in vista delle elezioni europee di giugno, il Pd si ritrova sul vulcano della questione morale e del suo ormai sbrindellato rapporto con la magistratura, che ha decimato la giunta comunale di Napoli, azzoppato quelle di Firenze e Genova, decapitato quella di Pescara e stretto d’assedio la Regione Campania. In un primo momento Veltroni aveva pensato di approfittarne per puntellare le sue posizioni nel partito, usare le inchieste come una scopa per spazzare via i nemici interni, ma dopo la pallida direzione di fine 2008 l’obiettivo è apparso temerario.
Pericoloso cavalcare una seconda Mani pulite con una magistratura imprevedibile, difficile sorvolare sui buchi neri delle inchieste, ingenuo far finta che una riforma della giustizia non sia urgente, eppure impossibile ignorare le critiche pesanti che piovono sul Pd dai fori della magistratura associata. Sul numero 4 di Questione giustizia, la rivista di Magistratura democratica, non ci si lambicca sui giri di parole: “La sinistra (…) sul tema dei diritti e della giustizia è assente e, in ogni caso, silente. Nella migliore delle ipotesi gioca di rimessa contestando, debolmente, questa o quella iniziativa del governo e della maggioranza senza mai uscire da una situazione di subalternità apparentemente irrimediabile anche in settori classici della sua riflessione e del suo impegno: la centralità della Costituzione e dei suoi principi, la “questione morale” (scomparsa dalla sua prassi e dal suo vocabolario), la sicurezza dei cittadini (appiattita sulla “emergenza criminalità” senza coglierne la connessione con condizioni di vita sempre più precarie e incerte) e via elencando”. Un giudizio durissimo che viene dalla corrente delle toghe che per decenni, dai tempi del Pci fino a ieri, è stata un punto di riferimento.
Rotto l’incantesimo, il partito di Veltroni è di fronte a un triplo problema: gestire le crisi determinate dalle inchieste giudiziarie, riannodare i rapporti con la magistratura, provare a sedersi al tavolo della riforma della giustizia. Tre palle, un soldo e un segretario che appare indeciso a tutto.
Rosetta e Luciano
A Napoli Rosa Russo Iervolino ha rattoppato gli strappi provocati dalle manette con una nuova giunta che ha innescato le dimissioni del segretario provinciale del Pd Luigi Nicolais. Brutta storia che, come ciliegina sulla torta, ha visto la pasionaria Rosetta armarsi di registratore per carpire un colloquio privato con lo stesso Nicolais. Cose da Bisanzio che hanno messo Veltroni in grave imbarazzo e difficoltà.
A Pescara il sindaco Luciano D’Alfonso dopo essere uscito dalla prigione ci pensa un po’ su, ritira le dimissioni (motivo fra l’altro della sua scarcerazione) e presenta un certificato medico per non recarsi al lavoro in comune e arrivare alle elezioni di giugno senza il commissario e con la giunta in carica. Se il segretario del Pd il giorno della scarcerazione parlava di “fatto gravissimo” e coglieva la palla al balzo per criticare gli arresti facili, dopo la mossa di D’Alfonso i musi lunghi in largo del Nazareno si sono di nuovo moltiplicati.
Massimo Brutti, commissario del Pd in Abruzzo, non nasconde che quella di D’Alfonso “è una scelta personale, non concordata con il partito” e cerca di leggere la vicenda in chiave positiva. “Lui fa un passo indietro sull’amministrazione e manifesta la volontà di difendersi nel processo. Essere ricorso allo strumento dell’impedimento fa sì che l’ordinaria amministrazione venga svolta dalla giunta uscente. Questo non è un fatto negativo” aggiunge Brutti a Panorama “visto che si vota a giugno. Dati i tempi stretti, è una soluzione migliore rispetto a quella del commissario. Le critiche da parte della destra in questo caso non hanno grande fondamento. L’effetto è identico a quello delle dimissioni. Ripeto, è una sua scelta e la rispettiamo”.
Però l’altro commissario in Abruzzo, il senatore e vicecapogruppo del Pdl Gaetano Quagliariello, dà fuoco alle polveri: “D’Alfonso si è trovato di fronte alla scelta di lasciare, ovvero di contraddire un elemento sul quale il gip aveva fondato la scarcerazione: il fatto che si fosse dimesso da sindaco. Non entriamo nel merito del processo, ma quello che non è possibile considerare come un fatto ordinario è che si ricorra a un certificato medico per evitare il commissariamento di un comune. Non è in discussione se la scelta sia migliore o peggiore, ma il fatto che istituzionalmente si configura una forzatura finora mai vista e su questo il nostro è un giudizio politico: si tratta di una vergogna”. Scintille.
Cambiare la Carta
Nel frattempo il guardasigilli Angelino Alfano è seduto al tavolo da poker della riforma e si appresta a chiedere al croupier parlamentare di cambiare la Costituzione. Alfano ribadisce che sulla giustizia il governo vuole modificare la Carta e riformare il Consiglio superiore della magistratura: “C’è una grande sintonia sulle questioni di fondo, anche di rango costituzionale, e non vedo vicende collaterali capaci di intralciare il cammino sulla giustizia” ha spiegato più volte Alfano.
Un assist arriva dal vicepresidente del Csm Nicola Mancino, che sul Corriere della sera ha aperto alle modifiche: “Al Csm serve una riforma: solo un terzo dei membri sia nominato dalle toghe. Il Parlamento indichi i reati da perseguire”.
Una rivoluzione copernicana per Palazzo de’ Marescialli. Gioco nel quale la Lega Nord potrebbe inserire il suo pallino: l’elezione dei giudici popolari e l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione che prevede la partecipazione diretta del popolo nell’amministrazione della giustizia. Il Carroccio è in movimento, Roberto Cota, capogruppo della Lega alla Camera, lo conferma a Panorama: “Stiamo lavorando al tavolo della riforma con Alfano con spirito costruttivo. Ci sono tutte le condizioni per dare il via subito all’elezione popolare dei giudici di pace e dei viceprocuratori onorari. Pensiamo anche a un ampliamento delle competenze dei giudici di pace. Per fare questo non è necessario modificare la Costituzione bensì semplicemente attuarla”. E le proposte di Mancino? “Ha ragione, dice quello che diciamo noi da sempre. È incredibile che il Csm, che deve garantire l’indipendenza della magistratura, funzioni peggio di un organismo politico con logiche di corrente”.
Democratici all’angolo
La maggioranza e il governo andranno avanti e il Pd, se non scioglie i dubbi, si ritroverà all’angolo e con le difficili elezioni europee alle porte. Ascoltare Arturo Parisi, il primo (e oggi non più isolato) critico del “partito liquido” teorizzato da Veltroni: “Di fronte all’esplosione di casi locali, dall’Abruzzo alla Sardegna e ora a Napoli, non possiamo che ripetere quello che andiamo inutilmente dicendo da tempo. Non si può costruire un partito forte attorno a una somma di debolezze, di linea, di organizzazione di leadership”.
Parisi lancia l’attacco diretto a Veltroni: “Debolezza di linea: perché dire ‘avrei dovuto fare piazza pulita prima’? Non dimentichiamo che l’origine è proprio la scelta di mettere tutti assieme intorno a una persona in nome della continuità invece che attorno a una linea politica, non a una supposta linea morale. Debolezza di organizzazione: come denunciare l’inesistenza del partito se si è proposta la sua costruzione alla conquista del governo? Debolezza di leadership: come potrebbe mai Veltroni essere forte dopo le ripetute sconfitte elettorali, sulle quali si continua a rifiutare ogni confronto? Come potrebbe mai un partito reggersi su una leadership circondata da organi nominati dall’alto e sempre più affidata a commissari, dopo aver annullato di imperio l’assemblea costituente e gli organi locali democraticamente eletti? Se di fronte a questo disastro crescono a Trento e a Roma i nostalgici del passato, ci sono altri che hanno nostalgia del futuro e di questo continuano a chiedere conto a Veltroni”.
Il Pd per Parisi non scricchiola a livello locale, ma nazionale: “Persino Massimo D’Alema ora comincia a dirlo: prima che in Abruzzo, in Sardegna, o a Napoli, il problema è nel partito che non riesce a decollare a livello nazionale”.
Scorre rapida la sabbia nella clessidra del 2009 e se il Pd non decolla, decollano il segretario.
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Prima precauzione: un registratore (nascosto o dichiarato bene non si sa) per schedare i colloqui con il segretario provinciale dimissionario Luigi Nicolais e il leader regionale Tino Iannuzzi. Ma il sindaco Rosa Russo Iervolino ne ha posta un’altra prima di incontrare i i vertici campani del proprio partito. L’altra precauzione è stata la pretesa di un testimone perché, ha spiegato il sindaco prima dell’incontro, “non mi fido di chi dice una cosa la mattina e un’altra la sera”.
Giusto perché fidarsi è bene, ma non fidarsi (dei propri compagni di partito) è meglio. Giusto per dire che aria tira(va) in casa democratica dalle parti di Napoli.
Insomma, la “tarantella” della nuova giunta sarà anche finita ma la nuova squadra del sindaco di Napoli continua a far discutere.
E mai come in questo momento, il futuro del Pd è appeso a un nastro. Non tanto per il contenuto delle cassette che hanno immortalato l’incontro tra Iervolino e Nicolais. Ma perché il partito è scosso dal “metodo” usato dal sindaco di Napoli per assicurarsi della buona fede dei suoi interlocutori sul rimpasto della sua giunta. Una misura cautelativa messa in pratica tra lo stupore del segretario Walter Veltroni: “Quest’idea della politica” boccia in tronco l’iniziativa il leader democratico “non appartiene al Pd. Siamo nati per lasciarcela alle spalle, vogliamo che tutto sia svolto alla luce del sole”. Lo stesso Luigi Nicolais che lunedì si è dimesso, ha reputato l’idea della registrazione “un episodio non degno di un Paese civile”.
Eppure, determinata e volitiva, la Iervolino non tradisce nessun pentimento e non chiede scusa, anzi: “Chi ha la coscienza a posto” sbotta alll’indomani delle polemiche “non ha paura di nulla, neanche di registrazioni. Chi fa tante storie significa che ha qualche preoccupazione”. E ancora: “Ho fatto quello che avevo promesso di fare” afferma mostrando alcuni faldoni che ha portato con sé nella sede del Comune “ho lavorato per la città”.
Intanto Veltroni andrà a Napoli la settimana prossima non per incontrare il governatore Bassolino, ma per insediare il nuovo commissario della città Enrico Morando, che ha il compito di rivoluzionare in Campania i vertici del Partito democratico; si occuperà subito di cambiare il volto del Pd in vista delle elezioni provinciali di Napoli, Caserta e Avellino.
L’obiettivo, spiega il braccio destro (e coordinatore dall’area Formazione del partito) di Veltroni, Giorgio Tonini, è: “Fare uscire il Pd campano dal professionismo delle giunte, da quel sistema che si occupa solo di delibere, organigrammi e appalti”. Ma la scelta del commissario non trova tutti d’accordo: Morando è un uomo di Walter e in molti si lamentano che blindando il territorio si blinda, nei fatti, anche il terreno di scontro fra chi bassoliniani e “non”.
A dirsi dalla parte di Veltroni c’è anche lo stesso Nicolais: “Ne abbiamo discusso insieme, è stata la decisione migliore, dal momento che non avrei ritirato le dimissioni”. È molto più duro, poi, l’ex ministro sulle scelte generali del partito: “Come vedo il futuro di Napoli? Purtroppo lo vedo esattamente come i suoi cittadini. Penso che il Pd abbia perso la percezione della gente; anzi, è anche peggio di così, ha perso la percezione del suo stesso elettorato. Spero che in futuro le cose andranno diversamente”.
E trova il tempo, l’ex segretario provinciale, per un polemica con l’assessore alla Cultura Nicola Oddati, pilastro delle giunte Iervolino. L’assessore, iscritto all’associazione dalemiana Red, amico di Antonio Bassolino, difende giunta e sindaco: “Noi non siamo attaccati alla poltrona. Questa è una poltrona scomodissima, mal pagata e piena di guai”. “Talmente scomoda” replica Nicolais, “che nessuno se ne è mai andato”.
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Nessuna contrapposizione con il Pd, nessuna lacerazione, solo molto rumore dice lei, il sindaco. Dimissioni immediate da segretario provinciale del Pd, la replica di lui.
Ecco l’epilogo della “tarantella” fatta di scontri e incomprensioni, terminata con l’ingresso in giunta napoletana di sei nuovi assessori provenienti dalla società civile e, in particolare, dall’ambiente accademico.
Finisce (forse) qui il braccio di ferro tra Rosa Iervolino e Luigi Nicolais: con la lettera di dimissioni dell’ex ministro prodiano e, contemporaneamente, la presentazione della “nuova” squadra del sindaco, il rimpasto voluto con forza dalla Iervolino e avallato da Veltroni. Che, per sostituire il segretario decide di commissariare il partito partenopeo, catapultando da Roma il senatore Enrico Morando.
A spingere (l’ormai ex) segretario provinciale del Pd a uscire di scena è proprio la mancanza di una “svolta coraggiosa che consentisse di recuperare la fiducia dei cittadini”. “Ho comunicato al segretario nazionale del Pd Walter Veltroni e al segretario regionale Tino Iannuzzi le mie irrevocabili dimissioni da segretario del Partito Democratico di Napoli” ha detto Nicolais, ex ministro del governo Prodi (reggeva il ministero per le Riforme e l’Innovazione nella pubblica amministrazione), eletto il 30 giugno.
“La città di Napoli” ha affermato “in questi giorni ha attraversato una tra le più gravi crisi istituzionale degli ultimi anni. Il Partito Democratico napoletano, interpretando la crisi di fiducia manifestata dai cittadini verso il governo locale, ha adottato una linea politica tesa a sostenere un profondo rinnovamento dell’azione amministrativa della città e degli uomini che sono chiamati a rappresentarla. Purtroppo, non essendo riuscito a concretizzare il mandato ricevuto dal Partito napoletano e a trasferire ai vertici del Pd nazionale la drammaticità del momento e la necessità di una svolta coraggiosa che consentisse di recuperare la fiducia dei cittadini, ritengo che non ci siano più le condizioni per il prosieguo del mio mandato”.
Un rinnovamento superficiale, diverso da quelllo preventivato da Nicolais, che avrebbe preferito, un “profondo rinnovamento”. Sulla stregua dell’invito del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che proprio qualche giorno fa, in visita sotto il Vesuvio, aveva chiesto un nuovo costume dei partiti.
Va invece avanti il sindaco di Napoli. Le dimissioni di Nicolais? Un fatto che il sindaco Iervolino commenta così: “Non è stata affatto sconfessata la linea del Pd”. Ieri, ha spiegato il primo cittadino “non c’è stato nessun documento del Pd ma una dichiarazione rispettabilissima del segretario provinciale”. E presentando la sua nuova giunta a Palazzo San Giacomo, la terza del suo secondo mandato, sconfessa la frattura che si è verificata ieri con il Pd: “Un governo di profonda innovazione”, scaturito da “un rimpasto vero e possibile”, oltre il quale non si poteva andare.
“Ci sono 6 assessori completamente nuovi, con incarichi marginali. Più i 4 che avevo sostituito da poco. Si tratta di 10 assessori su 16″. “C’è stato molto rumore attorno a questa giunta ma io posso affermare che non c’è stata alcuna lacerazione e alcuna contrapposizione con nessuno” spiega la Iervolino. “Il sindaco non ha alcuna intenzione di contrapporsi ad alcuno, il sindaco ha tenuto con correttezza, e la correttezza è dimostrata anche da alcune registrazioni se qualcuno volesse metterla in dubbio i rapporti con il suo e con gli altri partiti i rapporti con il suo partito e con gli altri partiti della coalizione, che ringrazio per lo stile costruttivo con cui hanno lavorato, e per aver messo davanti a tutto l’interesse della città”.
Il sindaco ha varato la sua giunta, assumendosene pienamente la responsabilità, per rispondere al dovere istituzionale di dare un governo alla città, anche di fronte agli ultimi dubbi sorti ieri all’interno del partito. “Ho aspettato con pazienza che si maturassero gli eventi, per due volte, venerdì sera e ieri mattina, sono arrivata a una linea di composizione perfettamente concordata anche con il mio partito. Quando sono cominciati a sorgere ancora una volta dubbi” ha aggiunto “io ho avuto il dovere istituzionale, (come sindaco ricordatevi che io ho giurato sulla costituzione per l’undicesima volta, avendolo già fatto dieci volte da ministro), io ho avuto il dovere di dare un governo alla città e di darlo assumendone pienamente la responsabilità”. Nella nuova squadra di governo sono stati confermati dieci assessori già in carica, sei i nuovi ingressi.
Un “rinnovamento” che non soddisfa neanche la sinistra. A lasciare la giunta di Napoli è anche Rifondazione comunista. Almeno così precisa Claudio Grassi della segreteria del partito, spiegando che è “estremamente negativa la modalità con cui il sindaco Iervolino propone di risolvere la crisi della sua giunta. Nel pieno di uno scandalo che ha coinvolto larga parte del suo esecutivo, la precondizione per recuperare un minimo di credibilità” sostiene “era quello di azzerare la giunta travolta dagli scandali e sostituirla con una interamente rinnovata. Ciò non è stato fatto e, quindi, per quanto ci riguarda esprimiamo un netto dissenso sulla nuova giunta proposta”.
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Dopo la minaccia di dimissioni da parte del sindaco di Napoli, il nodo della nuova giunta sembra essere risolto. Forse quindi l’inchiesta sugli appalti pilotati non porterà alle elezioni in primavera. Rosa Russo Iervolino infatti ha lasciato Palazzo San Giacomo dopo l’incontro con i vertici locali del Pd e ha annunciato: “La giunta c’è”. Per il primo cittadino l’incontro ha fatto registrare un “sostanziale passo avanti”, e i nomi della nuova squadra di governo della città potrebbero essere resi noti già domani.
Quella che la Iervolino aveva definito una “tarantella”, in verità in questi giorni ha avuto più il sapore di una commedia degli equivoci: da una parte l’ottimismo del sindaco che annunciava la formazione di una giunta condivisa con il Pd e con gli altri alleati, dall’altro il pessimismo dei vertici provinciali del Pd, fermi nel ritenere pregiudiziale il cambiamento di quasi tutti gli assessori della giunta precedente con l’unica eccezione per il vicesindaco Sabatino Santangelo e l’assessore alla Legalità, l’ex ministro Luigi Scotti.
E dopo poche ore, infatti il sindaco ha reso noti i nomi dei componenti della nuova Giunta municipale. Vice sindaco è stato riconfermato il notaio Sabatino Santangelo. Assessori: Luigi Scotti, Gioia Rispoli, Mario Raffa, Agostino Nuzzolo, Riccardo Realfonzo, Marcello D’Aponte, Enrica Amaturo, Diego Guida, Paolo Giacomelli, Valeria Valente, Giulio Riccio, Nicola Oddati, Alfredo Ponticelli, Gennaro Nasti, Pasquale Belfiore.
I nuovi assessori sono: Enrica Amaturo, professore ordinario di Sociologia già Preside della facoltà; Paolo Giacomelli, già direttore del settore Igiene Urbana del Comune di Roma; Riccardo Realfonso professore ordinario di Economia Politica all’Università del Sannio; Diego Guida, industriale-editore; Marcello D’Aponte professore ordinario di Diritto del Lavoro Pubblico presso la Facoltà di Scienze Politiche della Federico II; Pasquale Belfiore, ordinario di Composizione architettonica alla Sun nonchè presidente dell’Inarc Campania. I sei nuovi assessori si aggiungono a quelli di recente nominati dal sindaco Iervolino: Luigi Scotti, già Guardasigilli, Agostino Nuzzolo, ordinario di Trasporti all’Università di Roma Tor Vergata e professore presso il Mit di Boston; Mario Raffa ordinario di Ingegneria Economico Gestionale presso la Facoltà di Ingegneria della Federico II; Gioia Rispoli, ordinaria di Letteratura greca all’università Federico II.
Sostituiscono Giorgio Nugnes, dimessosi dopo gli arresti di ottobre per i disordini di Pianura, e poi suicidatosi; Enrico Cardillo, dimessosi prima di essere colpito da arresti domiciliari poi revocati nell’ambito dell’inchiesta sul Global Service; gli assessori Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio, anche essi coinvolti e agli arresti domiciliari; Luigi Imperlino, dell’Idv, che aveva lasciato l’incarico su disposizione del leader del partito; esce anche l’assessore Gennaro Mola.
Il summit con il segretario cittadino del Pd, Luigi Nicolais, e con quello regionale, Tino Iannuzzi, ha spiegato la Iervolino, è stato “cordialissimo e costruttivo”.
Solitamente, traducendo il lessico politico, tale frase sta a dire che è stato un braccio di ferro. Dal quale, tuttavia, è uscita vincitrice il sindaco di Napoli: il tanto annunciato cambiamento nella giunta di Napoli era già diventato un “mini-rimpasto”. O meglio ancora: un “rimpasto necessario” (ovvero quello limitato alla sostituzione degli assessori indagati, autodimissionati, “cinque caselle”, come dice l’interessata, ispirandosi al linguaggio della tombola).
E così, dice la Iervolino, si è fatto “un altro sostanziale passo avanti” verso una giunta rinnovata. “L’armonia c’è ed è completa”, puntualizza riferendosi ai problemi di dialogo avuti con Nicolais di recente, “credo che ormai, e lo dico per la seconda volta sperando di non essere smentita, la giunta è fatta”.
Giunta in continua evoluzione, visto che l’onorevole Francesco Boccia ha rifiutato l’ingresso nella giunta comunale di Napoli come assessore al Bilancio. Il parlamentare ha spiegato che il suo rifiuto è da mettere in relazione al “mutato clima e alla mancanza delle condizioni politiche che avevano portato alla designazione”. L’onorevole Boccia oggi ha confermato sul blog di aver dedicato “questi giorni di Natale alla valutazione dei bilanci e della situazione economica” del Comune. Ha poi ribadito “la sua disponibilità personale verso la Iervolino e la città di Napoli” ma “subordinata sul piano politico alla decisione univoca che dovrà prendere il Partito Democratico ai diversi livelli).
Giunta danzante, elastica, flessibile, ma inaffondabile. Come il primo cittadino: che ormai lavora in “piena autonomia” dal resto del partito. Del resto la Iervolino e i vertici campani dei democratici “parlano due lingue diverse”.

“Romeo aveva rapporti con quattro soli assessori ’sfrantummati’ e non aveva nessun ruolo da consulente globale del Comune”. “Romeo non era il solo imprenditore a finanziare la Margherita”.
Sono alcune delle dichiarazioni rese dal sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino il 23 dicembre e dall’ex leader della Margherita (ora confluita nel Pd) Francesco Rutelli il 17 dicembre scorso ai magistrati che indagano sugli appalti a Napoli.
Ai pm che indagano sugli appalti al Comune di Napoli, il sindaco della città, Rosa Russo Iervolino, parla dell’ex assessore Giorgio Nugnes. “Il suicidio di Nugnes lo leggo come un sussulto di dignità che probabilmente sarebbe mancato ad altri” dice Iervolino, come si legge nel verbale di dichiarazioni rese in qualità di persona informata dei fatti. Poi il sindaco bolla come “sfrantummati” (incapaci) gli assessori coinvolti nell’inchiesta.
Nel corso della deposizione, la Iervolino si sofferma sulla vicenda di Nugnes, l’ex assessore che si tolse la vita a fine novembre e che sarebbe risultato coinvolto nell’inchiesta sulle presunte irregolarità negli appalti.”Il giorno delle dimissioni di Cardillo (Enrico Cardillo, ex assessore alle Risorse strategiche dimessosi il giorno prima del suicidio e poi arrestato il17 dicembre, ndr) so per certo che Nugnes venne in Comune perché lo hanno visto molte persone, ma non è affatto vero che io mi sia rifiutata finanche di incrociare il suo sguardo. Ribadisco, come ho già detto anche pubblicamente, che io in quella occasione non l’ho visto e confermo che se l’avessi incrociato non avrei esitato a rimproverarlo bonariamente, e anzi a mollargli pur con materno affetto anche due sganassoni, per ciò che emergeva dalle indagini sui fatti di Pianura”. Parole che fanno riferimento all’arresto di Nugnes, indicato dagli inquirenti come uno dei sostenitori della rivolta di gennaio scorso contro la riapertura della discarica.
La Iervolino poi parla della scelta di operare il rimpasto, già nel maggio scorso, “per innalzare il livello morale e professionale della giunta”, in un contesto “nebbioso, poco trasparente”.
Il sindaco di Napoli, parla della vicenda Romeo, l’imprenditore in carcere che ha ammesso, tra l’altro, di aver finanziato la Margherita, e del ruolo dei suoi assessori. Oltre a Nugnes cita gli altri coinvolti nella vicenda delle presunte tangenti per gli appalti. Romeo aveva rapporti solo con quattro uomini di giunta, che la Iervolino - salvando il solo Felice Laudadio - non esita a definire “sfrantummati”, ossia incapaci, smidollati.
Di Romeo, e delle sue affermazioni su finanziamenti alla Margherita, ha parlato ai magistrati anche l’ex leader del partito, Francesco Rutelli, (attualmente presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), nelle dichiarazioni spontanee rese ai magistrati il 17 dicembre. “Non so se Romeo sia iscritto al partito. Non escludo, anzi ritengo che possa essere verosimile, che Romeo possa aver finanziato il partito. Ma voglio chiarire che non è l’unico imprenditore o comune cittadino che abbia contribuito finanziariamente alle campagne elettorali”.
Il parlamentare ha spiegato di aver “personalmente incontrato” Romeo. “L’ho conosciuto come uno dei più grandi imprenditori a livello nazionale nel settore immobiliare” ha detto. “Ero sindaco all’epoca in cui la sua impresa si aggiudicò l’appalto per la gestione del patrimonio immobiliare del Comune di Roma. Con lui non ho peraltro una particolare confidenza. Non ho mai avuto con lui colloqui connessi ai suoi interessi”.

Il pm napoletano Antonello Ardituro, nell’udienza preliminare per gli scontri scaturiti dalla protesta contro la discarica di Pianura, non ha risparmiato la sua memoria. Ma si sa, Giorgio Nugnes, ex assessore alla protezione civile di Napoli, morto suicida il 29 novembre a 48 anni, era considerato in procura il simbolo di quella “città senza capo né coda” che aveva rappresentato, con la fascia tricolore, il crocevia di molti affari illeciti, il bersaglio di inchieste più o meno coerenti.
Nell’ultimo anno di vita era un uomo braccato, non dai clan camorristici, ma dalla giustizia. Tutti indagavano su di lui: sei magistrati della Direzione distrettuale antimafia, Digos, Nucleo provinciale dei carabinieri, Dia, persino gli 007 dell’Aisi (l’ex Sisde). Il suo nome era in quattro inchieste: due riguardavano Pianura, altre due la presunta e, in questi giorni, annunciatissima Tangentopoli napoletana. In un paio di queste era intercettato. Alla fine, sentitosi sotto assedio, non ha retto. Ma aveva provato a difendersi.
Per esempio aveva studiato con attenzione l’elenco delle chiamate che lo accusavano di aver organizzato la resistenza di Pianura nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorsi. Per i pm telefonate inequivocabili. Ma lui era convinto che ne mancasse una, la 1378, diretta a una giornalista del Mattino. “Noto con tristezza che i magistrati attaccano Nugnes anche adesso che non può più ribattere” sottolinea il suo avvocato Nello Palumbo. “Ma quella chiamata a una cronista dimostra che il suo non era un ruolo occulto e che quella notte era uscito a comprare il giornale, non a organizzare barricate”. Il compito di selezionare le conversazioni da inviare in procura era stato affidato al capocentro della Direzione investigativa antimafia Adolfo Grauso. Che, però, oggi non può rispondere ai giornalisti: è stato trasferito all’ufficio napoletano dell’Aisi.
Nelle ultime ore di vita Nugnes aveva detto di sentirsi perseguitato pure dai nostri 007. Grauso aveva portato con sé il fascicolo che riguardava Nugnes o l’ex assessore, sotto pressione, immaginava complotti dove non c’erano? Su questo sta indagando la procura di Napoli, che ha aperto un fascicolo per induzione al suicidio.
Ma le accuse di associazione per delinquere, devastazione e interruzione di pubblico servizio per i fatti di Pianura sono solo la punta dell’iceberg. Infatti Nugnes era intercettato in altri due procedimenti.
I primi che chiedono di mettere sotto controllo le sue utenze sono i pubblici ministeri Raffaello Falcone, Pierpaolo Filippelli e Vincenzo D’Onofrio che indagano, con l’inchiesta “Magnanapoli”, su appalti e politica. Siamo alla fine del 2007 e i reati ipotizzati in quel momento sono la turbativa d’asta e l’associazione per delinquere (aggravati dall’agevolazione della camorra). Il procedimento è iscritto a carico di Mario Mautone, provveditore ai lavori pubblici di Campania e Molise (all’epoca il suo “superiore” è Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture), ma visto che nel mirino c’è “la prossima definizione dell’appalto di manutenzione ordinaria del Comune di Napoli”, sotto inchiesta finisce pure Nugnes, assessore con deleghe alla difesa del suolo, alla protezione civile, alle fogne e alle strade.
Il 30 marzo 2006 il sindaco Rosa Russo Iervolino aveva provato ad accelerare la pratica (con l’aperto sostegno di Nugnes, all’epoca capogruppo della Margherita), ma non era riuscita a indire la gara prima delle elezioni, anche a causa dell’opposizione del capogruppo di An Pietro Diodato che aveva paventato, in una riunione parzialmente segretata del consiglio, un concorso pilotato a favore dell’imprenditore Alfredo Romeo, il nuovo “re di Napoli”. Il 7 luglio 2006 Diodato viene ascoltato dal pm Giancarlo Novelli: è la prima inchiesta che, indirettamente, riguarda Nugnes. Il quale nel frattempo diventa assessore e firma la delibera sulla gara che il consiglio comunale approva il 3 aprile 2007. I magistrati chiedono di intercettarlo il 17 dicembre 2007 “con il sistema Mito”. Il 2 e il 3 gennaio 2008 la sua voce finisce nelle cuffie degli uomini della Dia mentre dà indicazione degli spostamenti dei blindati delle forze dell’ordine al consigliere comunale di An Marco Nonno, impegnato nella resistenza di Pianura; nei giorni successivi la trascrizione delle sue chiamate viene inviata al pm Milita che sta indagando sugli incidenti, ma non solo.
Inizia a questo punto forse la parte più sorprendente e meno esplorata della vicenda. Infatti la sera del 5 gennaio proprio Milita (prima di ricevere le carte dai colleghi) richiede di intercettare i telefoni di sette persone, sotto indagine per un presunto “traffico illecito di rifiuti aggravato dalla metodologia mafiosa e associazione per delinquere di stampo mafioso”.
Al centro dell’inchiesta c’è ancora una volta la discarica di Pianura e in particolare l’area, di proprietà della Elektrika srl, individuata dal commissario di governo per una discarica provvisoria. Secondo il magistrato, coadiuvato nelle indagini dai carabinieri, dietro agli incidenti c’è un affare saltato. Scrive Milita: L’ideatore di tali disordini sarebbe un “socio occulto” di Elektrica. Già sottoposto a sorveglianza speciale e libertà vigilata, avrebbe precedenti per “associazione per delinquere, estorsione, tentato omicidio, porto abusivo d’arma e danneggiamento”; secondo gli inquirenti sarebbe stato anche “affiliato alla Nuova camorra organizzata del noto Raffaele Cutolo”. L’uomo “agirebbe con il sostegno (…) del consigliere regionale di An Pietro Diodato”. Sorpresa: mentre la Dia intercetta Nugnes, Milita mette sul banco degli imputati proprio il suo accusatore. Ecco la motivazione: “Dapprima si esprimeva favorevolmente per la riapertura del sito, mutando successivamente opinione allorquando si conclamava che il provvedimento antimafia interdittivo, emesso nei confronti della società Elektrica avrebbe probabilmente potuto determinare la mancata erogazione di alcun indennizzo o compenso per l’uso dell’invaso”. Nelle ore successive, a Milita arrivano le trascrizioni delle intercettazioni della Dia e il magistrato si concentra su Nugnes, definendolo “uno degli organizzatori degli atti violenti”; il 7 gennaio chiede al gip l’autorizzazione a intercettarlo.
E Diodato? “Io dell’inchiesta su di me non so nulla” dice l’interessato a Panorama, “ma, come si evince da quelle telefonate, io sono la vittima, Nugnes e il mio collega di partito Nonno mi volevano vedere ‘politicamente’ morto”. Diodato non si ferma (sta indagando sull’acquisto dei palazzi che ospitano il consiglio comunale e la giunta regionale, di proprietà della Pirelli, costati circa 80 milioni di euro) e in una recente nota ha scritto: “Nugnes era convinto di meritare un assessorato (e lo meritava) per l’esperienza acquisita e il consenso elettorale espresso, ma gli sono state date deleghe pesanti, alcune delle quali (strade, fogne), nonostante il predecessore fosse stato confermato in giunta. Non è da escludere che sia stato usato. Lui si fidava del sindaco, con cui aveva un rapporto filiale”. Quella “cara Rosetta” (Russo Iervolino) a cui un Nugnes distrutto invia la lettera di dimissioni da assessore il 17 ottobre 2008. L’ultimo atto politico prima di morire. Travolto dall’assalto di magistrati che si sentono in missione in una città dove regna “lo spregio del principio del bene comune”.
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Di dimettersi, per ora, non ne parla. Prende tempo, il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, dopo che in mattinata la bufera di Global Service, tante volte evocata, è infine arrivata, abbattendosi su Palazzo San Giacomo e dimezzando, di fatto, la giunta (sono finiti agli arresti domiciliari due assessori in carica, Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio, e due ex componenti di Giunta, Giuseppe Gambale e Enrico Cardillo).
Prende tempo e chiede un confronto. Con la giunta stessa, con il Pd e la coalizione intera: “Il sindaco viene dalla conferma della fiducia votata dal consiglio comunale a larga maggioranza due giorni fa, ma adesso c’è una novità e su questa novità bisogna discutere”, ha detto di sé, conversando con i giornalisti. “Ancora non ho visto gli assessori, né i partiti della coalizione. Il discorso va aperto con loro. Dopo, il sindaco serenamente deciderà”, continua il sindaco di Napoli chi le chiede se intende dimettersi.
Non potendo fare altro, “Tra poco” ha aggiunto il sindaco “Con profondo dispiacere umano, sospenderò gli assessori agli arresti domiciliari, Di Mezza e Laudadio. Di Mezza me lo ha già chiesto”.
La notizia dell’ondata di arresti è al centro dei commenti sia degli impiegati che dei cittadini che questa mattina entrano negli uffici municipali. Intanto il vicesegretario vicario del Movimento idea sociale con Rauti, Raffaele Bruno, ha inscenato un sit-in per sollecitare le dimissioni del sindaco di Napoli ed il ritorno alle urne.
Sindaco che per ora, invece, non ha intenzione di muove alcunché: “La discussione va aperta con i partiti politici con il mio partito e la coalizione, poi il sindaco vi comunicherà quello che deciderà”, ha proseguito Iervolino. “Per fortuna nessun rilievo di carattere penale viene fatto al sindaco”. “Ma quale giunta di Italia”, ha proseguito il primo cittadino partenopeo “ha al suo interno un ex ministro della Giustizia che ha fatto il magistrato per oltre 40 anni”, riferendosi all’assessore alla legalità Luigi Scotti (che sostituì per pochi giorni Clemente Mastella, quando il leader dell’Udeur rassegnò le dimissioni da Guardasigilli, provocando la caduta dell’esecutivo Prodi). Giudizi positivi sono stati espressi dal sindaco anche sui due assessori in carica coinvolti nell’inchiesta: Felice Laudadio, noto avvocato amministrativista e docente universitario e Fernando Di Mezza, gia esponente del mondo ambientalista.
La disamina attendista della Iervolino non ha soddisfatto l’opposizione napoletana di centrodestra: “Al punto in cui siamo le dimissioni del sindaco Iervolino e di quel che resta della sua giunta rientrano nella categoria degli atti dovuti”, ha dichiarato il Coordinatore regionale di An-Pdl per la Campania, Mario Landolfi. Più perentorio Amedeo Laboccetta che parla di “questione di ordine pubblico e dignità nazionale”: “Nei mesi scorsi ho depositato insieme a altri parlamentari la richiesta di discussione in aula di una mozione che si concluda con la richiesta di scioglimento del consiglio comunale”.
Una campanella per il “tutti a casa” che finora Rosetta non ha intenzione di suonare.
Il VIDEO servizio:

Alla fine è arrivata: la bufera giudiziaria di cui tanto si è parlato nei giorni scorsi si è abbattuta stamane su Palazzo San Giacomo. E non solo, perché ci sono anche due parlamentari in carica, Renzo Lusetti (Pd) e Italo Bocchino (vice capo dei deputati PdL), tra le persone coinvolte nell’inchiesta sulla delibera Global Service, approvata dal comune di Napoli, che ha portato stamani all’esecuzione di 13 misure cautelari nei confronti anche di alcuni assessori ed ex assessori della giunta Iervolino e all’arresto dell’imprenditore Alfredo Romeo (già coinvolto in un’inchiesta per corruzione a Roma).
Associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta, abuso d’ufficio e corruzione: sono queste le accuse contestate all’entourage di uomini d’affari e del Comune di Napoli che avrebbero favorito l’assegnazione di un super-appalto da 400 milioni di euro per la realizzazione di lavori pubblici e manutenzioni alla società sotto inchiesta.
Tra i destinatari delle misure cautelari emesse dal Gip di Napoli figurano gli assessori comunali Ferdinando Di Mezza (con deleghe al patrimonio e alla manutenzione degli immobili) e Felice Laudadio (edilizia), l’ex assessore alle Scuole, Giuseppe Gambale, l’ex assessore al Bilancio Enrico Cardillo (che si è dimesso il 28 novembre scorso, dicendo addio all’attività politica) entrambi agli arresti domiciliari, nonché un ufficiale della Guardia di Finanza in forza alla Dia, che avrebbe informato l’entourage dell’imprenditore Romeo delle indagini in corso.
Nell’inchiesta, partita da una indagine della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, emerge però uno spaccato i interessi comuni tra maggioranza e opposizione ancora più inquietanti che mirava, secondo i magistrati, al saccheggio delle risorse pubbliche a fini privati.
Un affare da 400 milioni di euro, in realtà mai partito per mancanza di copertura finanziaria. ”La prospettiva ultima è quella del saccheggio sistematico delle risorse pubbliche, spesso già di per sé insufficienti a rispondere alla drammatica situazione in cui versano Napoli e la sua provincia. Risorse che vengono veicolate verso l’esclusivo ed egoistico interesse di Alfredo Romeo e delle sue imprese in totale dispregio delle regole fondamentali della buona ed efficiente amministrazione” scrivono il procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti ed i sostituti Enzo D’Onofrio, Raffaello Falcone e Pierpaolo Filippelli nelle richieste di custodia cautelare al gip.
Dieci giorni fa, intervistata da Lucia Annunziata a In Mezz’ora, il sindaco Rosa Russo Iervolino si era soffermata su alcuni passaggi della vicenda. La delibera era stata ‘’sottoposta di corsa ad una commissione contro la corruzione nella pubblica amministrazione, guidata dal prefetto Serra e composta da magistrati. E ci ha detto che andava bene”. Poi era stata anche sottoposta a una commissione di giuristi e alti magistrati, ‘’secondo la quale le norme per la prevenzione degli incidenti sul lavoro non erano ancora forti”. In ogni caso ”non abbiamo fatto la gara, non abbiamo fatto assolutamente nulla. E chi vuole imbrogliare non sottopone i documenti approvati a verifiche non dovute”, si è giustificata.
Per i magistrati, secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa, dalle telefonate intercettate si evidenzierebbe una “commistione impressionante tra politici di ogni colore e provenienza, organi istituzionali, pubblici funzionari, appartenenti alle forze di polizia, appartenenti alle forze di polizia”. Tutti “convergenti” scrivono i pm “a soddisfare le piu’ diversificate pretese dell’imprenditore, autocompiacendosi e grossolanamente di se stessi e dei risultati conseguiti”.
La conversazione intercettata mostra “un esaltato assessore comunale nel parlare con Romeo dopo che è stato raggiunto l’obiettivo dell’approvazione del progetto Global Service per la manutenzione delle strada di Napoli nel senso voluto dall’imprenditore”.
Che riceveva “illecito sostegno”, “analogo” a quello che gli sarebbe stato offerto dal parlamentare del Pdl Italo Bocchino, anche dall’onorevole Renzo Lusetti del Pd: lo scrivono i pm che indagano sulle presunte irregolarità al Comune. In una conversazione intercettata vi è la dichiarazione di “un soddisfatto Bocchino” commentano i pm “all’esito del ritiro degli emendamenti più “fastidiosi” proposti dal gruppo consiliare di An con riferimento alla delibera avente ad oggetto il progetto Global Service”.
Lusetti, secondo i magistrati, “si è adoperato per consentire all’imprenditore il proseguimento dei propri fini illeciti nel settore degli appalti, sia nella città di Napoli che nella città di Roma, in questo secondo caso intervenendo presso esponenti del Consiglio di Stato per sostenere Romeo nell’atto di appello interposto contro una decisione del Tar favorevole a una impresa concorrente”.
La delibera “Global Service”, al centro dell’inchiesta, riguarda l’affidamento di appalti per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle principali strade della città, l’arredo urbano e alcune mense scolastiche. L’atto amministrativo fu approvato prima dalla giunta e poi portato in Consiglio alla fine dello scorso anno, ma in sostanza non è mai partito davvero per mancanza di fondi da parte del Comune. L’affare è di circa 400 milioni di euro e fu affidato ad un unico gestore, ossia alla società che faceva capo ad Alfredo Romeo.
Secondo quanto ricostruito dai magistrati napoletani, la delibera fu elaborata proprio da Romeo e dal suo staff e poi passata ai vari enti pubblici nei quali vi erano persone a loro compiacenti.
Per il procuratore aggiunto Franco Roberti e i sostituiti Raffaello Falcone, Pierpaolo Filippelli e Vincenzo D’Onofrio, Romeo aveva organizzato un vero e proprio “gruppo” di affari che, in cambio di posti di lavoro, incarichi e consulenze riceveva la certezza di ottenere gli appalti.
Nell’inchiesta non sono illecite le delibere, gli atti pubblici, quanto piuttosto “l’intero percorso procedimentale attraverso cui si è giunti all’approvazione e alla successiva emanazione dell’atto pubblico”, sottolinea una lunga nota firmata dal procuratore Giovandomenico Lepore che spiega che i pubblici funzionari o incaricati di pubblico servizio che di fatto si mettevano a disposizione dell’imprenditore Romeo, “fungendo da meri strumenti attuativi, si adoperavano stabilmente per rendere fluido il percorso delle pratiche.
Resta poi da capire, nel caso dei due parlamentari coinvolti, accusati anche loro di associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta, se i magistrati potranno utilizzare alcune intercettazioni telefoniche che vedrebbero il coinvolgimento dei due deputati. Sarebbe già stata chiesta l’autorizzazione a procedere alla Camera dei deputati.
Secondo la Procura di Napoli quella che ha preceduto l’emissione delle ordinanze è stata una “perniciosa fuga di notizie strumentalmente utilizzate per screditare l’imponente attività investigativa”. Alcuni degli indagati, secondo i magistrati napoletani, in particolare lo stesso Romeo e l’ex assessore all’Istruzione del Comune di Napoli Giuseppe Gambale da un certo momento in poi e in particolare dallo scorso mese di gennaio “sono venuti a conoscenza dell’indagine per effetto di illecite rivelazioni di atti investigativi e a partire da allora, temendo interventi coercitivi da parte dell’autorità giudiziaria, hanno cominciato a realizzare una serie di condotte finalizzate ad inquinare le prove e soprattutto ad attenuare il quadro cautelare a loro carico”. Funzionale a questo disegno criminoso, secondo la Procura, sarebbe stato il colonnello della Guardia di Finanza Vincenzo Mazzucco, destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, che era in servizio alla Dia di Napoli. È stata proprio la Dia, braccio operativo della Procura di Napoli, nell’indagine Global Service a svelare nome e ruolo della presunta talpa.

Antonio Bassolino, Rosa Russo Iervolino: da giorni, si aspettava la reazione di Walter Veltroni alle accuse (mosse da intellettuali e alleati) sulla cattiva gestione del partito negli enti locali. E la reazione è arrivata: la prima regione a finire nella black-list è stata, manco a dirlo, la Campania.
Stando a sentire alcuni uomini vicini al segretario, non ci sarebbe però nessuna nuova sortita. Anzi, “la posizione è quella concordata con lo stesso Bassolino durante la campagna elettorale: restare in carica fino a che non sarà risolta l’emergenza rifiuti, poi dimissioni da governatore”.
In realtà, la richiesta di Veltroni sembra essere più di un monito a rispettare i tempi e i patti. E infatti non è stata affatto una mossa isolata. Nelle stesse ore, il segretario del Pd avrebbe chiesto a Rosa Russo Iervolino un “ampio rinnovamento della giunta comunale”. Provocando la reazione piuttosto risentita del sindaco di Napoli :”ho mani pulite e spalle fortissime. Se ci sono problemi politici Veltroni lo dica e dica quali alternative hanno perché il vinavil non si addice a Rosetta Iervolino”.
In realtà, sulla questione Napoli peserebbero alcuni indescrizioni su un’indagine che travolgerebbe di fatto un’ampia parte del ceto politico napoletano. L’accusa sarebbe quella di turbativa d’asta, ma a scatenare il vortice contribuirebbero in realtà alcune conversazioni che dimostrerebbero - ha scritto Giuseppe D’Avanzo su La Repubblica - “quanto il parolaio guerresco del confronto pubblico tra destra e sinistra sia, a Napoli, soltanto una mascherata. In realtà, ogni rivolo della spesa pubblica si decide in un compromesso utile a proteggere gli interessi personali, la rendita politica, le quote di consenso di ciascun partito”.
Nei palazzi del potere napoletano si respira dunque un clima di assedio, con l’aria resa ancor più avvelenata dal suicidio dell’ex assessore comunale Giorgio Nugnes e dalle indiscrezioni sull’inchiesta che configura un accordo trasversale per pilotare l’aggiudicazione dell’appalto di “global service” sulla manutenzione stradale.
Il governatore per ora non si espone, non parla e si tiene defilato. L’ultimo suo intervento sul blog porta la data del 29 novembre e ha per tema la crisi finanziaria. Non quella del Pd in Campania.
Crisi che invece sta molto a cuore ad Antonio Di Pietro, ipotizzando una Mani Pulite di ritorno nel Golfo partenopeo, ha mandato un messaggio: “Noi dell’Idv chiediamo da due anni le dimissioni di Bassolino, sotto la sua gestione vi è stato un utilizzo non trasparente di fondi ed una insufficiente azione politica”.
Ciò detto, dentro il Pd non ci si nasconde il fatto che i fronti aperti sono anche altri, come quello fiorentino. Però è la Campania il vero caso. E nasconderlo alla fine non gioverebbe a nessuno. Nemmeno ai due eterni duellanti che in queste ore se le stanno dando di santa ragioe per la leadership democratica: Max e Walter.
Chiedendo una svolta al ticket Bassolino - Iervolino, il segreatrio spera anche nel calendario: fissata per mercoledì 10 dicembre, c’è una riunione a Roma con il segretario campano (Tino Iannuzzi) e napoletano (l’ex ministro Luigi Nicolais). Il futuro del partito in Campania passerà in buona parte da quell’incontro.
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