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Rosa-Russo-Iervolino

Il pm napoletano Antonello Ardituro, nell’udienza preliminare per gli scontri scaturiti dalla protesta contro la discarica di Pianura, non ha risparmiato la sua memoria. Ma si sa, Giorgio Nugnes, ex assessore alla protezione civile di Napoli, morto suicida il 29 novembre a 48 anni, era considerato in procura il simbolo di quella “città senza capo né coda” che aveva rappresentato, con la fascia tricolore, il crocevia di molti affari illeciti, il bersaglio di inchieste più o meno coerenti.
Nell’ultimo anno di vita era un uomo braccato, non dai clan camorristici, ma dalla giustizia. Tutti indagavano su di lui: sei magistrati della Direzione distrettuale antimafia, Digos, Nucleo provinciale dei carabinieri, Dia, persino gli 007 dell’Aisi (l’ex Sisde). Il suo nome era in quattro inchieste: due riguardavano Pianura, altre due la presunta e, in questi giorni, annunciatissima Tangentopoli napoletana. In un paio di queste era intercettato. Alla fine, sentitosi sotto assedio, non ha retto. Ma aveva provato a difendersi.
Per esempio aveva studiato con attenzione l’elenco delle chiamate che lo accusavano di aver organizzato la resistenza di Pianura nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorsi. Per i pm telefonate inequivocabili. Ma lui era convinto che ne mancasse una, la 1378, diretta a una giornalista del Mattino. “Noto con tristezza che i magistrati attaccano Nugnes anche adesso che non può più ribattere” sottolinea il suo avvocato Nello Palumbo. “Ma quella chiamata a una cronista dimostra che il suo non era un ruolo occulto e che quella notte era uscito a comprare il giornale, non a organizzare barricate”. Il compito di selezionare le conversazioni da inviare in procura era stato affidato al capocentro della Direzione investigativa antimafia Adolfo Grauso. Che, però, oggi non può rispondere ai giornalisti: è stato trasferito all’ufficio napoletano dell’Aisi.
Nelle ultime ore di vita Nugnes aveva detto di sentirsi perseguitato pure dai nostri 007. Grauso aveva portato con sé il fascicolo che riguardava Nugnes o l’ex assessore, sotto pressione, immaginava complotti dove non c’erano? Su questo sta indagando la procura di Napoli, che ha aperto un fascicolo per induzione al suicidio.
Ma le accuse di associazione per delinquere, devastazione e interruzione di pubblico servizio per i fatti di Pianura sono solo la punta dell’iceberg. Infatti Nugnes era intercettato in altri due procedimenti.
I primi che chiedono di mettere sotto controllo le sue utenze sono i pubblici ministeri Raffaello Falcone, Pierpaolo Filippelli e Vincenzo D’Onofrio che indagano, con l’inchiesta “Magnanapoli”, su appalti e politica. Siamo alla fine del 2007 e i reati ipotizzati in quel momento sono la turbativa d’asta e l’associazione per delinquere (aggravati dall’agevolazione della camorra). Il procedimento è iscritto a carico di Mario Mautone, provveditore ai lavori pubblici di Campania e Molise (all’epoca il suo “superiore” è Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture), ma visto che nel mirino c’è “la prossima definizione dell’appalto di manutenzione ordinaria del Comune di Napoli”, sotto inchiesta finisce pure Nugnes, assessore con deleghe alla difesa del suolo, alla protezione civile, alle fogne e alle strade.
Il 30 marzo 2006 il sindaco Rosa Russo Iervolino aveva provato ad accelerare la pratica (con l’aperto sostegno di Nugnes, all’epoca capogruppo della Margherita), ma non era riuscita a indire la gara prima delle elezioni, anche a causa dell’opposizione del capogruppo di An Pietro Diodato che aveva paventato, in una riunione parzialmente segretata del consiglio, un concorso pilotato a favore dell’imprenditore Alfredo Romeo, il nuovo “re di Napoli”. Il 7 luglio 2006 Diodato viene ascoltato dal pm Giancarlo Novelli: è la prima inchiesta che, indirettamente, riguarda Nugnes. Il quale nel frattempo diventa assessore e firma la delibera sulla gara che il consiglio comunale approva il 3 aprile 2007. I magistrati chiedono di intercettarlo il 17 dicembre 2007 “con il sistema Mito”. Il 2 e il 3 gennaio 2008 la sua voce finisce nelle cuffie degli uomini della Dia mentre dà indicazione degli spostamenti dei blindati delle forze dell’ordine al consigliere comunale di An Marco Nonno, impegnato nella resistenza di Pianura; nei giorni successivi la trascrizione delle sue chiamate viene inviata al pm Milita che sta indagando sugli incidenti, ma non solo.
Inizia a questo punto forse la parte più sorprendente e meno esplorata della vicenda. Infatti la sera del 5 gennaio proprio Milita (prima di ricevere le carte dai colleghi) richiede di intercettare i telefoni di sette persone, sotto indagine per un presunto “traffico illecito di rifiuti aggravato dalla metodologia mafiosa e associazione per delinquere di stampo mafioso”.
Al centro dell’inchiesta c’è ancora una volta la discarica di Pianura e in particolare l’area, di proprietà della Elektrika srl, individuata dal commissario di governo per una discarica provvisoria. Secondo il magistrato, coadiuvato nelle indagini dai carabinieri, dietro agli incidenti c’è un affare saltato. Scrive Milita: L’ideatore di tali disordini sarebbe un “socio occulto” di Elektrica. Già sottoposto a sorveglianza speciale e libertà vigilata, avrebbe precedenti per “associazione per delinquere, estorsione, tentato omicidio, porto abusivo d’arma e danneggiamento”; secondo gli inquirenti sarebbe stato anche “affiliato alla Nuova camorra organizzata del noto Raffaele Cutolo”. L’uomo “agirebbe con il sostegno (…) del consigliere regionale di An Pietro Diodato”. Sorpresa: mentre la Dia intercetta Nugnes, Milita mette sul banco degli imputati proprio il suo accusatore. Ecco la motivazione: “Dapprima si esprimeva favorevolmente per la riapertura del sito, mutando successivamente opinione allorquando si conclamava che il provvedimento antimafia interdittivo, emesso nei confronti della società Elektrica avrebbe probabilmente potuto determinare la mancata erogazione di alcun indennizzo o compenso per l’uso dell’invaso”. Nelle ore successive, a Milita arrivano le trascrizioni delle intercettazioni della Dia e il magistrato si concentra su Nugnes, definendolo “uno degli organizzatori degli atti violenti”; il 7 gennaio chiede al gip l’autorizzazione a intercettarlo.
E Diodato? “Io dell’inchiesta su di me non so nulla” dice l’interessato a Panorama, “ma, come si evince da quelle telefonate, io sono la vittima, Nugnes e il mio collega di partito Nonno mi volevano vedere ‘politicamente’ morto”. Diodato non si ferma (sta indagando sull’acquisto dei palazzi che ospitano il consiglio comunale e la giunta regionale, di proprietà della Pirelli, costati circa 80 milioni di euro) e in una recente nota ha scritto: “Nugnes era convinto di meritare un assessorato (e lo meritava) per l’esperienza acquisita e il consenso elettorale espresso, ma gli sono state date deleghe pesanti, alcune delle quali (strade, fogne), nonostante il predecessore fosse stato confermato in giunta. Non è da escludere che sia stato usato. Lui si fidava del sindaco, con cui aveva un rapporto filiale”. Quella “cara Rosetta” (Russo Iervolino) a cui un Nugnes distrutto invia la lettera di dimissioni da assessore il 17 ottobre 2008. L’ultimo atto politico prima di morire. Travolto dall’assalto di magistrati che si sentono in missione in una città dove regna “lo spregio del principio del bene comune”.
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Di dimettersi, per ora, non ne parla. Prende tempo, il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, dopo che in mattinata la bufera di Global Service, tante volte evocata, è infine arrivata, abbattendosi su Palazzo San Giacomo e dimezzando, di fatto, la giunta (sono finiti agli arresti domiciliari due assessori in carica, Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio, e due ex componenti di Giunta, Giuseppe Gambale e Enrico Cardillo).
Prende tempo e chiede un confronto. Con la giunta stessa, con il Pd e la coalizione intera: “Il sindaco viene dalla conferma della fiducia votata dal consiglio comunale a larga maggioranza due giorni fa, ma adesso c’è una novità e su questa novità bisogna discutere”, ha detto di sé, conversando con i giornalisti. “Ancora non ho visto gli assessori, né i partiti della coalizione. Il discorso va aperto con loro. Dopo, il sindaco serenamente deciderà”, continua il sindaco di Napoli chi le chiede se intende dimettersi.
Non potendo fare altro, “Tra poco” ha aggiunto il sindaco “Con profondo dispiacere umano, sospenderò gli assessori agli arresti domiciliari, Di Mezza e Laudadio. Di Mezza me lo ha già chiesto”.
La notizia dell’ondata di arresti è al centro dei commenti sia degli impiegati che dei cittadini che questa mattina entrano negli uffici municipali. Intanto il vicesegretario vicario del Movimento idea sociale con Rauti, Raffaele Bruno, ha inscenato un sit-in per sollecitare le dimissioni del sindaco di Napoli ed il ritorno alle urne.
Sindaco che per ora, invece, non ha intenzione di muove alcunché: “La discussione va aperta con i partiti politici con il mio partito e la coalizione, poi il sindaco vi comunicherà quello che deciderà”, ha proseguito Iervolino. “Per fortuna nessun rilievo di carattere penale viene fatto al sindaco”. “Ma quale giunta di Italia”, ha proseguito il primo cittadino partenopeo “ha al suo interno un ex ministro della Giustizia che ha fatto il magistrato per oltre 40 anni”, riferendosi all’assessore alla legalità Luigi Scotti (che sostituì per pochi giorni Clemente Mastella, quando il leader dell’Udeur rassegnò le dimissioni da Guardasigilli, provocando la caduta dell’esecutivo Prodi). Giudizi positivi sono stati espressi dal sindaco anche sui due assessori in carica coinvolti nell’inchiesta: Felice Laudadio, noto avvocato amministrativista e docente universitario e Fernando Di Mezza, gia esponente del mondo ambientalista.
La disamina attendista della Iervolino non ha soddisfatto l’opposizione napoletana di centrodestra: “Al punto in cui siamo le dimissioni del sindaco Iervolino e di quel che resta della sua giunta rientrano nella categoria degli atti dovuti”, ha dichiarato il Coordinatore regionale di An-Pdl per la Campania, Mario Landolfi. Più perentorio Amedeo Laboccetta che parla di “questione di ordine pubblico e dignità nazionale”: “Nei mesi scorsi ho depositato insieme a altri parlamentari la richiesta di discussione in aula di una mozione che si concluda con la richiesta di scioglimento del consiglio comunale”.
Una campanella per il “tutti a casa” che finora Rosetta non ha intenzione di suonare.
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Alla fine è arrivata: la bufera giudiziaria di cui tanto si è parlato nei giorni scorsi si è abbattuta stamane su Palazzo San Giacomo. E non solo, perché ci sono anche due parlamentari in carica, Renzo Lusetti (Pd) e Italo Bocchino (vice capo dei deputati PdL), tra le persone coinvolte nell’inchiesta sulla delibera Global Service, approvata dal comune di Napoli, che ha portato stamani all’esecuzione di 13 misure cautelari nei confronti anche di alcuni assessori ed ex assessori della giunta Iervolino e all’arresto dell’imprenditore Alfredo Romeo (già coinvolto in un’inchiesta per corruzione a Roma).
Associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta, abuso d’ufficio e corruzione: sono queste le accuse contestate all’entourage di uomini d’affari e del Comune di Napoli che avrebbero favorito l’assegnazione di un super-appalto da 400 milioni di euro per la realizzazione di lavori pubblici e manutenzioni alla società sotto inchiesta.
Tra i destinatari delle misure cautelari emesse dal Gip di Napoli figurano gli assessori comunali Ferdinando Di Mezza (con deleghe al patrimonio e alla manutenzione degli immobili) e Felice Laudadio (edilizia), l’ex assessore alle Scuole, Giuseppe Gambale, l’ex assessore al Bilancio Enrico Cardillo (che si è dimesso il 28 novembre scorso, dicendo addio all’attività politica) entrambi agli arresti domiciliari, nonché un ufficiale della Guardia di Finanza in forza alla Dia, che avrebbe informato l’entourage dell’imprenditore Romeo delle indagini in corso.
Nell’inchiesta, partita da una indagine della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, emerge però uno spaccato i interessi comuni tra maggioranza e opposizione ancora più inquietanti che mirava, secondo i magistrati, al saccheggio delle risorse pubbliche a fini privati.
Un affare da 400 milioni di euro, in realtà mai partito per mancanza di copertura finanziaria. ”La prospettiva ultima è quella del saccheggio sistematico delle risorse pubbliche, spesso già di per sé insufficienti a rispondere alla drammatica situazione in cui versano Napoli e la sua provincia. Risorse che vengono veicolate verso l’esclusivo ed egoistico interesse di Alfredo Romeo e delle sue imprese in totale dispregio delle regole fondamentali della buona ed efficiente amministrazione” scrivono il procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti ed i sostituti Enzo D’Onofrio, Raffaello Falcone e Pierpaolo Filippelli nelle richieste di custodia cautelare al gip.
Dieci giorni fa, intervistata da Lucia Annunziata a In Mezz’ora, il sindaco Rosa Russo Iervolino si era soffermata su alcuni passaggi della vicenda. La delibera era stata ‘’sottoposta di corsa ad una commissione contro la corruzione nella pubblica amministrazione, guidata dal prefetto Serra e composta da magistrati. E ci ha detto che andava bene”. Poi era stata anche sottoposta a una commissione di giuristi e alti magistrati, ‘’secondo la quale le norme per la prevenzione degli incidenti sul lavoro non erano ancora forti”. In ogni caso ”non abbiamo fatto la gara, non abbiamo fatto assolutamente nulla. E chi vuole imbrogliare non sottopone i documenti approvati a verifiche non dovute”, si è giustificata.
Per i magistrati, secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa, dalle telefonate intercettate si evidenzierebbe una “commistione impressionante tra politici di ogni colore e provenienza, organi istituzionali, pubblici funzionari, appartenenti alle forze di polizia, appartenenti alle forze di polizia”. Tutti “convergenti” scrivono i pm “a soddisfare le piu’ diversificate pretese dell’imprenditore, autocompiacendosi e grossolanamente di se stessi e dei risultati conseguiti”.
La conversazione intercettata mostra “un esaltato assessore comunale nel parlare con Romeo dopo che è stato raggiunto l’obiettivo dell’approvazione del progetto Global Service per la manutenzione delle strada di Napoli nel senso voluto dall’imprenditore”.
Che riceveva “illecito sostegno”, “analogo” a quello che gli sarebbe stato offerto dal parlamentare del Pdl Italo Bocchino, anche dall’onorevole Renzo Lusetti del Pd: lo scrivono i pm che indagano sulle presunte irregolarità al Comune. In una conversazione intercettata vi è la dichiarazione di “un soddisfatto Bocchino” commentano i pm “all’esito del ritiro degli emendamenti più “fastidiosi” proposti dal gruppo consiliare di An con riferimento alla delibera avente ad oggetto il progetto Global Service”.
Lusetti, secondo i magistrati, “si è adoperato per consentire all’imprenditore il proseguimento dei propri fini illeciti nel settore degli appalti, sia nella città di Napoli che nella città di Roma, in questo secondo caso intervenendo presso esponenti del Consiglio di Stato per sostenere Romeo nell’atto di appello interposto contro una decisione del Tar favorevole a una impresa concorrente”.
La delibera “Global Service”, al centro dell’inchiesta, riguarda l’affidamento di appalti per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle principali strade della città, l’arredo urbano e alcune mense scolastiche. L’atto amministrativo fu approvato prima dalla giunta e poi portato in Consiglio alla fine dello scorso anno, ma in sostanza non è mai partito davvero per mancanza di fondi da parte del Comune. L’affare è di circa 400 milioni di euro e fu affidato ad un unico gestore, ossia alla società che faceva capo ad Alfredo Romeo.
Secondo quanto ricostruito dai magistrati napoletani, la delibera fu elaborata proprio da Romeo e dal suo staff e poi passata ai vari enti pubblici nei quali vi erano persone a loro compiacenti.
Per il procuratore aggiunto Franco Roberti e i sostituiti Raffaello Falcone, Pierpaolo Filippelli e Vincenzo D’Onofrio, Romeo aveva organizzato un vero e proprio “gruppo” di affari che, in cambio di posti di lavoro, incarichi e consulenze riceveva la certezza di ottenere gli appalti.
Nell’inchiesta non sono illecite le delibere, gli atti pubblici, quanto piuttosto “l’intero percorso procedimentale attraverso cui si è giunti all’approvazione e alla successiva emanazione dell’atto pubblico”, sottolinea una lunga nota firmata dal procuratore Giovandomenico Lepore che spiega che i pubblici funzionari o incaricati di pubblico servizio che di fatto si mettevano a disposizione dell’imprenditore Romeo, “fungendo da meri strumenti attuativi, si adoperavano stabilmente per rendere fluido il percorso delle pratiche.
Resta poi da capire, nel caso dei due parlamentari coinvolti, accusati anche loro di associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta, se i magistrati potranno utilizzare alcune intercettazioni telefoniche che vedrebbero il coinvolgimento dei due deputati. Sarebbe già stata chiesta l’autorizzazione a procedere alla Camera dei deputati.
Secondo la Procura di Napoli quella che ha preceduto l’emissione delle ordinanze è stata una “perniciosa fuga di notizie strumentalmente utilizzate per screditare l’imponente attività investigativa”. Alcuni degli indagati, secondo i magistrati napoletani, in particolare lo stesso Romeo e l’ex assessore all’Istruzione del Comune di Napoli Giuseppe Gambale da un certo momento in poi e in particolare dallo scorso mese di gennaio “sono venuti a conoscenza dell’indagine per effetto di illecite rivelazioni di atti investigativi e a partire da allora, temendo interventi coercitivi da parte dell’autorità giudiziaria, hanno cominciato a realizzare una serie di condotte finalizzate ad inquinare le prove e soprattutto ad attenuare il quadro cautelare a loro carico”. Funzionale a questo disegno criminoso, secondo la Procura, sarebbe stato il colonnello della Guardia di Finanza Vincenzo Mazzucco, destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, che era in servizio alla Dia di Napoli. È stata proprio la Dia, braccio operativo della Procura di Napoli, nell’indagine Global Service a svelare nome e ruolo della presunta talpa.

Antonio Bassolino, Rosa Russo Iervolino: da giorni, si aspettava la reazione di Walter Veltroni alle accuse (mosse da intellettuali e alleati) sulla cattiva gestione del partito negli enti locali. E la reazione è arrivata: la prima regione a finire nella black-list è stata, manco a dirlo, la Campania.
Stando a sentire alcuni uomini vicini al segretario, non ci sarebbe però nessuna nuova sortita. Anzi, “la posizione è quella concordata con lo stesso Bassolino durante la campagna elettorale: restare in carica fino a che non sarà risolta l’emergenza rifiuti, poi dimissioni da governatore”.
In realtà, la richiesta di Veltroni sembra essere più di un monito a rispettare i tempi e i patti. E infatti non è stata affatto una mossa isolata. Nelle stesse ore, il segretario del Pd avrebbe chiesto a Rosa Russo Iervolino un “ampio rinnovamento della giunta comunale”. Provocando la reazione piuttosto risentita del sindaco di Napoli :”ho mani pulite e spalle fortissime. Se ci sono problemi politici Veltroni lo dica e dica quali alternative hanno perché il vinavil non si addice a Rosetta Iervolino”.
In realtà, sulla questione Napoli peserebbero alcuni indescrizioni su un’indagine che travolgerebbe di fatto un’ampia parte del ceto politico napoletano. L’accusa sarebbe quella di turbativa d’asta, ma a scatenare il vortice contribuirebbero in realtà alcune conversazioni che dimostrerebbero - ha scritto Giuseppe D’Avanzo su La Repubblica - “quanto il parolaio guerresco del confronto pubblico tra destra e sinistra sia, a Napoli, soltanto una mascherata. In realtà, ogni rivolo della spesa pubblica si decide in un compromesso utile a proteggere gli interessi personali, la rendita politica, le quote di consenso di ciascun partito”.
Nei palazzi del potere napoletano si respira dunque un clima di assedio, con l’aria resa ancor più avvelenata dal suicidio dell’ex assessore comunale Giorgio Nugnes e dalle indiscrezioni sull’inchiesta che configura un accordo trasversale per pilotare l’aggiudicazione dell’appalto di “global service” sulla manutenzione stradale.
Il governatore per ora non si espone, non parla e si tiene defilato. L’ultimo suo intervento sul blog porta la data del 29 novembre e ha per tema la crisi finanziaria. Non quella del Pd in Campania.
Crisi che invece sta molto a cuore ad Antonio Di Pietro, ipotizzando una Mani Pulite di ritorno nel Golfo partenopeo, ha mandato un messaggio: “Noi dell’Idv chiediamo da due anni le dimissioni di Bassolino, sotto la sua gestione vi è stato un utilizzo non trasparente di fondi ed una insufficiente azione politica”.
Ciò detto, dentro il Pd non ci si nasconde il fatto che i fronti aperti sono anche altri, come quello fiorentino. Però è la Campania il vero caso. E nasconderlo alla fine non gioverebbe a nessuno. Nemmeno ai due eterni duellanti che in queste ore se le stanno dando di santa ragioe per la leadership democratica: Max e Walter.
Chiedendo una svolta al ticket Bassolino - Iervolino, il segreatrio spera anche nel calendario: fissata per mercoledì 10 dicembre, c’è una riunione a Roma con il segretario campano (Tino Iannuzzi) e napoletano (l’ex ministro Luigi Nicolais). Il futuro del partito in Campania passerà in buona parte da quell’incontro.

Sarà il quartiere di Agnano, alla periferia occidentale del capoluogo, ad ospitare il termovalorizzatore della città di Napoli. Lo ha reso noto poco fa in una conferenza stampa a palazzo San Giacomo il sindaco Rosa Russo Iervolino. La decisione è stata presa alla scadenza del termine previsto dal decreto legge in materia di rifiuti, a breve ci sarà la comunicazione ufficiale al sottosegretario Guido Bertolaso, che dovrà procedere alle verifiche del caso e dare il via libera definitivo.
“Dopo un’analisi molto lunga e molto attenta”, ha detto il sindaco, “abbiamo fatto questa scelta”. Che a molti, però, non piace, perché l’impianto sorgerebbe in una zona densamente abitata. Su questo punto il sindaco ha pochi dubbi: “Il termovalorizzatore non è una apparecchiatura mortifera”, ha precisato, “ci è parso giusto scegliere un territorio che fosse facilmente accessibile, il cui terreno non fosse inquinato. Le dimensioni dell’impianto basteranno per servire la città”. Insomma, non sarà “un bestione che bruci l’immondizia di tutte le regioni, servirà solo per Napoli”.
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Quarantamila tonnellate in tutta la regione Campania, cinquemila nella sola città di Napoli. Anche se “non ci sono nuovi rischi per la salute”, l’emergenza rifiuti sembra pronta di nuovo a riesplodere, dopo un breve periodo di “tregua”.
E la spazzatura torna, soprattutto, a invadere le strade di buona parte del territorio regionale, innervosendo i cittadini: in queste notti sono stati oltre 60 gli interventi dei vigili del fuoco per spegnere roghi nel capoluogo e in tutta la provincia. Le squadre dei pompieri hanno lavorato a pieno ritmo, per placare i roghi più importanti, divampati nella elegante zona di via Chiaia, ma anche a Piazza Garibaldi, nei pressi della stazione ferroviaria, a via Don Bosco e nella zona dei Ponti Rossi dove sono stati tre gli incendi appiccati. Interventi anche in tutta la provincia, soprattutto nei comuni vesuviani.
A divampare però sono anche le polemiche e le ripicche all’interno del gruppo dirigente democratico, che per il futuro non promette nulla di buono. A mettere il carico, ci ha pensato ieri Claudio Velardi, neo-assessore regionale al Turismo. E le sue parole, pubblicate sul suo blog, non sono state di certo miele per l’amministrazione comunale di Napoli: “La classe dirigente della città ha firmato una dichiarazione collettiva di incapacità di governo abdicando totalmente al proprio ruolo”. Aggiungendo: “È sbagliato pensare che arriva Berlusconi e risolve tutto. Sbagliato e immorale consegnare tutto a lui. Abbiamo visto nelle ultime settimane sfilare insieme, in tutta la regione, politici e piccoli delinquenti contro i timidi tentativi di affrontare l’emergenza”.
Tanto è bastato a scatenare un pandemonio in casa democratica. Per primo, ci ha pensato il deputato azzurro Paolo Russo: “Se pensa veramente ciò che ha detto deve dimettersi immediatamente”. Mentre i suoi compagni di partito al comune non gli sono stati da meno: “Velardi non può fare il moralizzatore, proprio lui che siede nella giunta guidata da Antonio Bassolino, il principale responsabile dell’emergenza rifiuti”. Gli hanno fatto eco tutti gli altri alleati, sottolineando come “spari a zero e sul bersaglio sbagliato”. Nessuna reazione dalla Iervolino che però, stando alle cronache dei suoi più fedeli collaboratori, avrebbe usato parole di fuoco contro l’ex collaboratore di D’Alema, “strapazzandolo ed invitandolo a una pronta smentita”.
Nel frattempo, un sempre più preoccupato commissario Gianni De Gennaro, dopo il colloquio con Silvio Berlusconi, ha confermato che “solo le discariche possono scongiurare la crisi”. E proprio in queste ore un nuovo sito di stoccaggio è stato aperto a San Tammaro, nel Sannio. Fino a quando non si troveranno altre e più definitive soluzioni, sarà solo una delle altre discariche che tenteranno di arginare un’emergenza che pare condannata a rimanere in eterno.

Il sindaco Rosa Russo Iervolino e l’amministrazione comunale dovuto abbandonare le sale di Palazzo San Giacomo, sede del municipio di Napoli. Almeno per una giornata. Sono stati costretti alla fuga da una bomba inesplosa da anni: non si tratta della rabbia degli abitanti di Pianura con la sua discarica intasata da 20mila tonnellate di rifiuti, ma di un vero ordigno della Seconda guerra mondiale ritrovato durante i lavori per la costruzione della nuova linea della metropolitana. Gli artificieri sono al lavoro per disinnescare la bomba.
Questa volta, però, a dover scendere in strada non sono gli abitanti della periferia, ma la Napoli dei cittadini benestanti: saranno accolti nella vicina stazione marittima del molo Beverello aspettando che “passi la nottata”, come dice Edoardo de Filippo in “Napoli milionaria”. Alcuni “sfollati”, comunque, hanno sdrammatizzato dicendo che “i disagi sono all’ordine del giorno, non è una bomba ad aumentarli” mentre c’è chi ricorda che “dal sottosuolo di Napoli esce di tutto, quindi perché meravigliarsi dell’ordigno?”. Non manca un collegamento all’attualità: una coppia di coniugi evidenzia: “Dopo spazzatura, criminalità e tanti altri problemi, non vogliamo farci mancare proprio nulla, nemmeno un ordigno della Seconda guerra mondiale”.
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di Antonio Rossitto
I cassonetti di Napoli erano già sepolti dal pattume. Eppure il 7 dicembre la giunta regionale campana, guidata con mano ferma da Antonio Bassolino, si mostrava ottimista. Lo stesso presidente, nel primo pomeriggio, firmava la delibera 2104, che elargiva 245 mila euro, “oltre iva”, per l’organizzazione di un convegno sulla “Sostenibilità ambientale”. Non soddisfatti, due settimane dopo, con l’articolo 13 della Finanziaria, venivano assegnati 150 mila euro per lo studio di un “progetto di vivibilità”: per valutare i bisogni dei cittadini.
Spesucce, per una regione abituata a spandere. Ma che danno una chiara idea di cosa sia diventata la Regione Campania.
Un carrozzone dove i costi scriteriati sono ordinari: convegni di dubbia utilità, corsi fantasma, ben pagati consulenti, società create per far poco o niente.
“La corruzione moderna non si fa con le mazzette, ma con le iniziative inutili, i posti di lavoro, le poltrone nei consigli d’amministrazione” sostiene il senatore Massimo Villone, un passato da fedelissimo di Bassolino e un presente da strenuo polemista contro il governatore. “Un meccanismo quasi sempre lecito, perfetto. Ma basato sugli sprechi. Che impedisce la modernizzazione e influenza la vita dei campani”. Le tonnellate di rifiuti che soffocano la città lo dimostrano.
La Finanziaria approvata dalla Regione a fine anno è stata annunciata come rigorosissima. Eppure, a leggerla attentamente, qualche dubbio viene.
Tenete a mente questa sigla: Arcadis. In futuro potrebbe far parlare di sé. Dietro il nome poetico si nasconde la nascitura Agenzia regionale per la difesa del suolo. Secondo quanto scritto nella Finanziaria, verrà costituita in primavera. Ricordate la frana che il 5 maggio del 1998 seppellì il Sarno e uccise 136 persone? Allora venne creato un commissariato guidato da Antonio Bassolino, dello stesso tipo di quello per l’emergenza rifiuti. Altrettanto elefantiaco: 185 dipendenti. Ugualmente succhiasoldi: tanto da aver già bruciato 650 milioni di euro. E i risultati? Non disastrosi come la struttura che avrebbe dovuto risolvere il problema dell’immondizia, ma nemmeno confortanti. Ci sono paesi come Bracigliano e San Felice a Cancello dove, ammette il coordinatore Agostino Magliulo, “i lavori sono fermi al 30 per cento”.
Adesso c’è chi teme il peggio. La struttura, per volere della giunta regionale, confluirà nell’Arcadis. Non da sola, ma assieme al Commissariato per l’emergenza bonifica e tutela delle acque, guidato ancora da Bassolino. Con quali risultati? “Modestissimi: solo qualche pulizia superficiale” sostiene il forzista Paolo Russo, ex presidente della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti. “Anche perché i fondi di questo ente sono stati dirottati altrove”. Ciò non ha impedito di assumere nel corso degli anni 97 dipendenti.
Come questo commissariato confluirà nell’Arcadis quello per la bonifica del fiume Sarno: altri 49 lavoratori. Il totale fa 331. “Un carrozzone annunciato” secondo il capo dell’opposizione alla Regione, Francesco D’Ercole. “E di scarsa utilità, visto che di queste cose si occupano già altri”.
L’assessore regionale all’Ambiente, Luigi Nocera (uomo di Mastella e finito nell’inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere), afferma che nell’Arcadis confluiranno “non più di 200 dipendenti”. Però i precedenti non fanno ben sperare. Resta comunque il dato storico: tre commissariati straordinari finanziati dal governo procedono senza nessuna urgenza, a una velocità da bradipo. Fino a essere inglobati nei ranghi della Regione.
I soldi chi li mette? Nessuno lo sa. Un aiutino lo Stato non potrà probabilmente negarlo. Il resto lo sborserà la Regione. Significa trovare risorse per centinaia di stipendi e alti costi di funzionamento. Ma la Finanziaria appena approvata non prometteva rigore?
Non sempre. Non per tutti. Come giustificare altrimenti i 5 milioni di euro destinati al Madre, il museo d’arte contemporanea diventato il fiore all’occhiello di don Antonio? Un fiore costosissimo. I conti li ha fatti recentemente il consigliere regionale di An Salvatore Ronghi: “Più di 61 milioni di euro spesi in meno di 4 anni. Per un museo che ha pochissimi visitatori e non espone un solo artista napoletano”.
In effetti, l’ex viceré di Napoli per l’arte non lesina. Alla mostra Un anno al Madre il 17 dicembre 2007 sono stati concessi 3.812.939 euro. Il 7 dicembre si sono volatilizzati altri soldi: 1.009.330 euro. Il 28 settembre, per le esposizioni di Rachel Whiteread, Marisa Merz e Claude Closky la giunta ha elargito 1 milione tondo. Lo stesso giorno altri 300 mila euro sono serviti ad acquistare un cavallo dello scultore Mimmo Paladino; e qualche tempo prima alcune opere dell’artista indiano Anish Kapoor erano costate oltre 2 milioni di euro (spesa “molto contenuta” secondo la delibera d’acquisto).
Ora, anche a rischio di apparire insensibili verso l’arte: più di 10 milioni di euro in 3 mesi per autori contemporanei sono o no un’enormità? Soprattutto in Campania, e in questo momento. Specialmente con i soldi dei cittadini.
E come considerare i 750 mila euro stanziati, ancora nell’ultima Finanziaria, per la Fondazione culturale Ezio De Felice? Ha avuto addirittura l’onore di meritare da sola l’articolo 77 della legge. Di che si occupa? Mistero. L’unica cosa certa è il nome della presidentessa: Eirene Sbriziolo, ex assessore regionale all’Urbanistica, di sicura fede bassoliniana.
Enti, fondazioni, istituzioni: i beneficiati dagli stanziamenti sono innumerevoli. “Anche negli ultimi tempi, sebbene il mastodontico debito regionale continui a crescere, l’andazzo non cambia” lamenta il consigliere regionale azzurro Fulvio Martusciello.
Le voci di spesa sono le più fantasione. Il 29 gennaio 2007 viene comunicato che 211 mila euro andranno all’Università Federico II per il progetto di ricerca “Valutazione dei rischi per il consumatore da molluschi bivalvi”. Il 2 marzo è approvato l’ennesimo finanziamento per la scorsa edizione del Vinitaly: 200 mila euro da sommare a 1,1 milioni già concessi e a 1,850 milioni serviti per allestire lo stand della Regione Campania.

Cifra alta, ma giustificata dal coinvolgimento dell’architetto Gae Aulenti, incaricato di progettare una struttura “a cielo capovolto”. A fare due conti, 3,150 milioni di euro per promuovere i vini campani. Attività forse utile, certamente cara.
L’11 maggio la giunta decide di finanziare con la bellezza di 400 mila euro il progetto “Una voce per Padre Pio”, programma tv condotto da Massimo Giletti. Mentre risale al 9 luglio l’attesissima comunicazione dell’accordo per l’”Osservatorio sul nocciolo“.
C’è poco da ridere. Già nel 2004 la Campania aveva incaricato la Nomisma, società di studi economici fondata da Romano Prodi, di svolgere uno studio di fattibilità. Ottenuto parere positivo, Bassolino e i suoi si erano industriati. Il contributo concesso ammonta a 334.772 euro: Giffoni Valle Piana, Salerno, diverrà la capitale del noto frutto. Per l’Osservatorio non si baderà a spese: sono previste sette assunzioni. Tra cui un coordinatore, che percepirà 100 mila euro l’anno.
A Giffoni hanno gradito l’interessamento. Difatti lo scorso 16 dicembre il Comune ha consegnato nelle mani di Andrea Cozzolino, assessore regionale alle Attività produttive e bassoliniano di ferro, il premio Nocciola d’oro.
È andata peggio all’assessore per le Politiche giovanili Rosa D’Amelio, fischiata a più non posso lo scorso 18 luglio mentre annunciava trionfale, a nome del governatore si capisce, lo stanziamento (regionale, ovviamente) di 30 milioni per la nascita della Multimedia Valley.
Con Giffoni la regione non ha fatto economia. Altri 5 milioni di euro serviranno per un altro ambizioso progetto: il Museo del mare. Splendida idea, non fosse che a Giffoni il mare non lo vedono neppure con il binocolo. Come si giustifica tanto attivismo? L’ex sindaco della città, Ugo Carpinelli, compagno di partito di Bassolino, siede in consiglio regionale. Sarà un caso?
Progetti, programmi, tavole planimetriche: attività in cui a Palazzo Santa Lucia, sede della giunta, sembrano eccellere. Lo scorso 17 luglio la giunta si è però superata: 21,385 milioni da investire in 36 studi di fattibilità. Il bello però deve ancora venire. Il 15 per cento di questa montagna di soldi servirà per gli studi di prefattibilità. Che significa? Con più di 3 milioni si stabilirà se è davvero il caso di avviare un progetto, che a sua volta studierà la possibilità di avviare lo stesso progetto di prima. In una parola: fuffa.
Miriadi di dettagli inutili, cavilli buoni per sperperare. Qualche esempio: per 1,5 milioni un gruppo di teste d’uovo pagate dalla Regione stabilirà se e come “valorizzare le risorse endogene” del turismo; un altro manipolo, grazie a 700 mila euro, dirà quanto è stringente “la riqualificazione urbana dei siti Unesco”.
UNA PIOGGIA DI FINANZIAMENTI IN CAMPANIA
211 mila euro: all’Università Federico II. Studio sui rischi dei consumatori da molluschi bivalvi nel 2007.
3,150 milioni di euro: Vinitality 2007. Partecipazione alla fiera, progettazione e allestimento dello stand.
245 mila euro: Città della scienza. Convegno sulla sostenibilità ambientale nel 2007.
650 milioni: a Sarno. Spesa per la ricostruzione e la messa in sicurezza dal 1996 a oggi.
400 mila euro: a Padre Pio. Finanziamento di una trasmissione tv sul santo di Pietrelcina nel 2007.
61,5 milioni:. Museo madre di napoli. Acquisto dell’immobile, gestione e promozione artistica dal 2004.
3,171 milioni: Portale del turismo. Finanziamento per il sito www.turismocampania.it concesso nel 2006.
335 mila euro: Osservatorio del nocciolo. Stanziamento nel 2007 per studiare la tipica pianta di Giffoni Valle Piana.