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Nel Casertano bufale “dopate” per produrre più latte

Produzione delle mozzarelle di bufala

C’era l’ombra dei Casalesi anche dietro un traffico illecito di sostanze utilizzate nel Casertano per dopare le bufale, in modo da favorire la produzione di latte per le mozzarelle. Questo è ciò che emerge dall’indagine condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e dai Nas che ha portato all’arresto di 19 persone, tra cui tre veterinari compiacenti.
A sottolineare il coinvolgimento del clan dei Casalesi, le dichiarazioni dei pentiti che hanno confermato le ipotesi investigative degli inquirenti. “L’intero traffico era gestito dal clan” ha affermato Franco Roberti, coordinatore della Dda di Napoli “mensilmente percepivano del denaro proveniente da questa attività”.
Sono state 47 le perquisizioni eseguite in provincia di Caserta, tra abitazioni e allevamenti bufalini: di questi 25 sono risultati coinvolti nel giro delle bufale dopate. Un giro “transnazionale” quello venuto alla luce, che coinvolge l’Italia, sede direttiva dei traffici illeciti, l’Albania, dove l’associazione criminale si riforniva di stupefacenti e farmaci, la Svizzera, dove altri componenti dell’organizzazione gestivano il traffico di somatotropina e la Corea, dove il farmaco, vietato in Europa, viene prodotto.
Agli animali veniva somministrata appunto la somatotropina, anche conosciuta come “ormone della crescita”, in grado di aumentare la produzione di latte fino al 20%. La somatotropina, sottolineano gli inquirenti, è una sostanza vietata in Europa, ma non in altri Paesi. I Nas rassicurano: non ci sono rischi per la salute. Come ha spiegato il procuratore capo Giovandomenico Lepore, gli arresti di oggi servono a mostrare ai cittadini che “la guardia non è mai abbassata e che i controlli sono continui”. Soprattutto, ha aggiunto, “non bisogna colpire nè penalizzare un tessuto economico” come quello della provincia di Caserta. Sono, infatti, quasi 2 mila gli allevamenti presenti in quel territorio, 47 quelli controllati e di questi solo 25 sono risultati coinvolti. Una sparuta minoranza, dunque, a fronte di una maggioranza di allevatori che lavora onestamente.
L’indagine condotta sulle bufale dopate nasce come “costola” di una precedente inchiesta che portò gli inquirenti a conoscenza della frode nelle competizioni sportive del settore ippico, attraverso la somministrazione ai cavalli di sostanze dopanti. Il proseguimento delle indagini ha evidenziato due traffici di sostanze illecite. Da un lato la somatotropina somministrata poi alle bufale, dall’altro ketamina, psichedelico dagli effetti più potenti derivanti dall’assunzione di Lsd, e olio di hashish, ottenuto dalla mistura di hashih e marijuana.
Maggiori controlli sull’intera filiera, dall’allevamento di bufale alla produzione di mozzarelle, sono stati chiesi da Legambiente, mentre la Confederazione italiana agricoltori (Cia) propone la sua ricetta: “Tolleranza zero” per chi sofistica ed inquina gli alimenti, continui e rafforzati controlli, indicazione d’origine in etichetta, dura lotta alle falsificazioni

In Calabria lo scandalo degli ospedali ad personam

Lo scandalo degli ospedali ad personam

Anche la scorsa settimana non è stata troppo disagevole per i chirurghi dell’ospedale di Oppido Mamertina, 5.484 abitanti alle pendici dell’Aspromonte. Una banale operazione per rimuovere un’ernia, il martedì. Poi normale amministrazione: un buffetto sulla guancia ai malati, due chiacchiere con i colleghi nei lunghi e deserti corridoi, qualche controllo di routine. Dopo mesi di duro lavoro, una settimana per tirare il fiato? Non esattamente: qui l’inattività è ormai endemica. Nel 2008, per dirne una, gli interventi con un ricovero di mezza giornata sono stati 53. A fare due calcoli, la media è sconcertante: un’operazione a settimana, weekend esclusi. Perfettamente in linea con le medie di questa stagione.
L’ospedale di Oppido Mamertina compendia perfettamente lo sfascio della sanità calabra. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, qualche giorno fa ha ragguagliato: “Due miliardi di debiti”, “servizi inadeguati”, “pessima gestione”. Lo spauracchio imminente, ha aggiunto, è il commissariamento.
Decisione già presa nell’azienda sanitaria della provincia di Reggio Calabria, l’Asp 5, sciolta per infiltrazioni mafiosa meno di un anno fa. Adesso è guidata da Massimo Cetola, 61 anni, un passato da vicecomandante generale dell’Arma dei carabinieri. “Bisogna mettere mano a tutto: abbiamo trovato una situazione disastrosa” spiega con risolutezza militare. “Un debito mastodontico che ancora non riusciamo a quantificare con precisione, ma che si aggira attorno al mezzo miliardo di euro”.
Come si è arrivati a questa situazione? Semplice, trasformando la sanità in un ricettacolo di sprechi di ogni genere, fomentati da interessi personali e politici. Un sistema in cui la cosa pubblica è diventata cosa privata. L’elenco è lungo: gestione contabile truffaldina e scriteriata, bustarelle per avere una pensione di invalidità, fannullonismo dilagante, guardie mediche inutili. E ospedali fantasma.
Come alcuni tra quelli che affollano la piana di Gioia Tauro. Poco distanti l’uno dall’altro, hanno in apparenza forte penuria di posti letto: 18 a Taurianova, 20 a Palmi, altrettanti a Oppido Mamertina. Ma hanno una media strabiliante di dipendenti per degente: sei. A cui si contrappongono servizi eufemisticamente approssimativi. Come testimonia la storia, successa lo scorso anno, di Flavio Scutellà, 12 anni: cade dall’altalena, batte la testa sul selciato e comincia a girare in ambulanza per tutte e sette le strutture della piana. Nessuno riesce a intervenire sul suo ematoma, che intanto si allarga. Nove ore dopo l’incidente Scutellà muore a Reggio Calabria, ottava tappa del vergognoso pellegrinaggio.

Ospedali fantasma: potrebbe sembrare un titolo a effetto. Invece in questo caso vale il contrario: la realtà supera l’immaginazione. Basta fare un giro nello scrostato casermone color crema di Oppido Mamertina in un giorno infrasettimanale, poco prima dell’ora di pranzo, quando dovrebbe pullulare di persone. Nel semideserto corridoio al primo piano c’è la chirurgia. Vicino a una finestra, due uomini in camice bianco parlottano annoiati: “In effetti non c’è molto da fare” si lascia andare il medico. “L’anestesista c’è solo per sei ore a settimana. Si fa qualche interventino: una fistola, una cisti, poco altro”.
Anche negli altri reparti non si lavora come dannati. I laboratori totalizzano 90 mila esami all’anno. Sono pochi? Peggio: sono pochissimi. Il Lazio, per esempio, ha stabilito che quelli che ne eseguono meno di 750 mila dovranno chiudere.
Le conclusioni le tira il direttore sanitario dell’Asp 5, Enzo Rupeni, un garbato trevigiano mandato in Calabria con l’arduo compito di frantumare clientele e sperperi: “Tenere aperto un ospedale del genere è ridicolo. Abbiamo proposto di riconvertirlo, ma le popolazioni locali si sono opposte fermamente, spalleggiate da politici di ogni parte”.
Del resto si tratta di battaglie elettorali molto remunerative: tutti vogliono il reparto sotto casa e per questo sono pronti a dare voti al capopopolo di turno. “Bisogna uscire dalla logica per cui chiudere equivale a ledere il diritto alla salute” dice Rupeni. “Strutture così piccole sono pericolose, ancor prima che inefficienti”.
A 15 chilometri da Oppido c’è un altro ospedale piccolissimo: quello di Taurianova. Anche qui una visita è chiarificatrice. Primo pomeriggio: stanze chiuse, silenzio irreale, nessuno in giro. Il giovane infermiere della guardia medica distoglie per un attimo gli occhi dal televisore: “Gli uffici chiudono alle 2″ informa. “E di pomeriggio restano non più di tre medici”. Eppure, ci sono 107 dipendenti: 6 per potenziale ricoverato.
Il record del rapporto tra dipendenti e posti letto va però a Palmi: 20 per 143 lavoratori, tra cui 32 dirigenti. Anche qui serpeggia desolazione: tutte le poltroncine marroni per le attese sono vuote. Ma a sentire parlare di inefficienza Vincenzo Rondanini, primario di nefrologia, si accalora: “In vent’anni hanno chiuso 13 reparti. Ci hanno affossato i politici, avvantaggiando i paesi vicini. A Palmi gente influente non ce n’è mai stata”. I soldi però si sono continuati a spendere: gli ultimi 20 mila euro in due sale operatorie mai utilizzate.
Di chiudere i piccoli ospedali della piana si discute da tempo. A dicembre del 2007 fu l’allora ministro della Salute, Livia Turco, ad annunciare austerità. Non è cambiato niente. Anche i tentativi della commissione incontrano pervicaci resistenze: “E purtroppo i nostri poteri sono straordinari solo a parole” sostiene il generale Cetola. “La sensazione è che molti aspettino la scadenza del mandato per riprendere la solita piega”.
A perpetrare cioè quegli sprechi ben sintetizzati dalla proliferazione delle guardie mediche. Nella piana ci sono un dottore ogni 1.700 abitanti, il triplo della media nazionale, e 23 ambulatori, il doppio di quanti ne servano. Per la commissione non ne occorrono più di 11. Cinque presidi sono stati soppressi lo scorso giugno: ad Anoia, Melicuccà, Feroleto della Chiesa e Terranova. Chiuso anche quello di Serrata, 928 abitanti, che distava solo 2 chilometri da Maropati, 1.737 residenti.
Moltissimo però resta da fare. Nella guardia medica di Cosoleto, 951 abitanti, lavorano a rotazione quattro medici. E Varapodio, poco più di 2 mila anime, è una struttura fondamentale per la sanità della zona? Non proprio: l’ospedale di Oppido Mamertina dista solo 3 chilometri.
A Roccaforte del Greco, 666 abitanti, gli ispettori hanno voluto controllare di persona la produttività. Aperto il registro, hanno trasecolato: i medici avevano fatto due misurazioni della pressione in mezza giornata.
Gente infaticabile come gli infermieri della chirurgia di Gioia Tauro. Negli ultimi due mesi 11 su 22 hanno presentato certificati medici che li impossibilitavano al lavoro, per un totale di 251 giorni di infermità.
A Melito Porto Salvo, invece, le malattie colpiscono durevolmente e senza guardare in faccia nessuno: il 35 per cento dei dipendenti ha cicliche inidoneità fisiche: mal di schiena, allergie al sangue, depressione. Stati clinici che li costringono a lavori d’uffico invece che a turni di notte o in sala operatoria.
In una parola: situazione sconfortante. Così come lo sguardo del bracciante Salvatore Maurici, 58 anni, seduto nella sala d’attesa al secondo piano dell’ospedale di Palmi. Fuori è buio, il corridoio è tetro e, come sempre, non c’è nessuno con cui parlare. Capita sempre così. Lui lo sa bene, dato che per tre giorni alla settimana accompagna il padre a fare la dialisi: “Se qui non c’è mai nessuno, un motivo ci sarà. Del resto, lo sanno tutti qual è il miglior reparto della zona: l’aereo che parte da Reggio Calabria e atterra a Roma”.

Ospedali fantasma, Loiero: “Li chiuderemo entro il 2010″

Il governatore della Calabria è a Roma, reduce dall’incontro con il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. La sanità della regione che guida da quasi quattro anni rischia il commissariamento. È ormai un’idrovora che ha accumulato 2 miliardi di deficit.
La situazione è allarmante.
Difficilissima, davvero. Non possiamo più nasconderci. È uno sconquasso.
Cosa le ha detto il ministro Sacconi?
Che bisogna incidere sul personale: organizzare meglio i manager e bloccare le assunzioni.
E voi le bloccherete?
Questo è sicuro. Il personale è decisamente ipertrofico. Ma del resto in Calabria le imprese stentano, le infrastrutture mancano, la criminalità è fortissima…
Quindi?
La sanità è il settore che dà più lavoro. Siamo sottoposti a pressioni drammatiche per assunzioni inutili e il mantenimento dei privilegi: io, i politici, i dirigenti. Ma non c’è scelta: interverremo con coraggio.
Qualcuno remerà contro.
Senza dubbio. Ma il rischio di saltare all’aria, alla fine, convincerà anche i più riottosi. Tutti capiranno che la situazione è insostenibile. E un commissario calato dall’alto può solo peggiorare la situazione. La falce manzoniana “che pareggia tutte le erbe” non la vuole nessuno. Anche chi punta a mantenere i privilegi.
Il piano di rientro è pronto?
Lo sarà tra due settimane. Ridurremo sprechi e personale, costruiremo nuovi ospedali.
Basterà a risanare?
Fra le tante misure, stiamo studiando l’ipotesi di ripristinare il ticket. La gente spesso da noi tende a fare incetta di medicinali e ricoveri. Tanto tutto, o quasi, è gratuito.
Del disastro della sanità calabrese si parla da anni.
Ho ereditato una situazione drammatica: il deficit si è accumulato dal 2001, all’epoca del centrodestra.
Durante la sua presidenza però è raddoppiato.
È l’effetto anche degli interessi passivi sul debito. Noi stiamo andando spediti, ma a Roma devono capire che qui intervenire non è difficile solo a parole. Ci sono distorsioni, sprechi, collusioni. Le cose più torbide.
Come si ridimensiona l’influenza della ‘ndrangheta?
Ci vorrà tempo. Intanto abbiamo istituito la stazione unica appaltante per le gare sopra i 150 mila euro. La guida Salvatore Boemi, un ex procuratore aggiunto di Reggio Calabria esperto di criminalità.
Chiuderete i piccoli ospedali come quelli di Oppido Mamertina, Taurianova, Palmi?
Sono diventati strumenti di morte, non di vita. Un rischio per i pazienti.
Le sembrano più pericolosi o diseconomici?
Entrambe le cose: avere 20 posti letto non è solo uno sperpero. Se manca la tac, come si fanno certe diagnosi?
Quando verranno chiusi?
Entro un anno e mezzo. Prima costruiremo gli altri: siamo già nella fase dei progetti preliminari. In alcuni ospedali soppressi allestiremo case della salute, per le prime diagnosi. Così da scoraggiare ricoveri inappropriati.
Supererete la logica di un politico per ogni reparto?
Dobbiamo: questi piccoli ospedali ormai sono diventati una palla al piede.

Referendum sul testamento biologico? Così Marino divide il Pd

Ignazio Marino
Il referendum come arma, se non si riuscisse in Parlamento a modificare il disegno di legge della maggioranza sul testamento biologico, rischia di far male soprattutto al Pd.
L’affondo contro il ddl arriva da Ignazio Marino, senatore-medico del Pd che ha guidato fino a pochi giorni fa i democratici in commissione Sanità. Ma la prospettiva di una consultazione popolare, dalla quale gli esponenti della maggioranza dicono di ”non essere spaventati”, spacca i democratici, con la nuova capogruppo in commissione Dorina Bianchi che bolla l’uscita di Marino come ”grave errore”.
Ospite di un convegno organizzato dai Radicali per ‘’smascherare tutte le menzogne raccontate su Eluana”, Marino ha fatto un intervento lungo e appassionato, ricevendo più volte l’ovazione di una platea gremita da oltre mille persone. Dopo aver smontato pezzo per pezzo il testo al vaglio della commissione Sanità di Palazzo Madama e chiarito che si tratta di ”una battaglia per la difesa della nostra libertà di scelta sancita dalla Costituzione”, Marino ha garantito di essere pronto a fare di tutto per ”cancellare” il provvedimento qualora diventasse legge. Fino a spingersi a prevedere la necessita’ ”di un referendum abrogativo” se il disegno di legge passasse cosi’ com’è. Allora ‘’si vedrà se valgono di più le parole di 400 parlamentari o del 90% degli italiani. Credo che per molti sarà un brusco risveglio”.
Se la proposta ha trovato subito l’approvazione dei Radicali, che il senatore aveva indicato come ”trasparenti e leali molto più di altri”, non si è fatta troppo attendere una nuova spaccatura all’interno dello stesso Partito Democratico. In serata infatti Dorina Bianchi, che guida ora la compagine del Pd in commissione, ha fatto sapere di non condividere affatto la posizione del collega di partito: ”Spostare lo scontro dalle aule delle Camere e portarlo nelle piazze” ha detto “significa alimentare uno scontro sbagliato fra due radicalismi. Dovremmo impegnarci tutti per approvare una buona legge”. E aggiunge la vicepresidente della Camera Rosy Bindi: ”Parlare ora di referendum è un regalo a chi non vuole fare la fatica di definire una buona legge sul fine vita”.
Pronta la replica di Marino: gli sforzi per ”lavorare su tutti gli emendamenti possibili si dovranno moltiplicare in questi giorni”, ha assicurato, mantenendo però’ il punto: ”Se ci fosse veramente la volontà del Pdl di non recepire gli emendamenti, bisognerà utilizzare tutti gli strumenti che la Carta costituzionale mette a disposizione perché siano tutelati i principi in essa contenuti”.
La maggioranza, intanto, non si sente per niente scalfita dalla minaccia di una consultazione popolare: gli italiani, èil pensiero di Raffaele Calabrò, relatore del ddl in commissione, boccerebbero un eventuale referendum, perché il testo ”ricalca i valori più profondi della nostra civiltà”.
Anzi, per il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, il referendum si trasformerebbe in ”un’altra grande sconfitta” proprio per il Pd. ”La questione legata a nutrizione e idratazione artificiale” ha rilevato Roccella “è divenuta piuttosto la ‘guerra’ del senatore Marino, ma non credo sia una questione così dirimente per gli italiani”.
Il referendum, insomma, sarebbe una debacle per il Pd come accadde per ”il referendum sulla legge 40”. E proprio perché non si ripeta ”lo schema della legge sulla procreazione assistita”, Emma Bonino lancia un appello ”a tutti i liberali e i laici se ancora ci sono nel Paese” perché ci sia una ”mobilitazione preventiva. Altrimenti si perde questa battaglia, che non è di destra o di sinistra, ma per la libertà”.

Su Eluana, Sacconi al contrattacco: “Non mi faccio intimidire”

Maurizio Sacconi

“Assurdo che questo atto sia stato attratto in una dimensione penale. Questa sì che è un’intimidazione, ma io non sono un tipo che si fa intimidire”. Così il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha commentato da Londra la sua condizione di indagato presso la procura di Roma in seguito alla denuncia dei radicali sull’atto di indirizzo collegato al caso di Eluana Englaro. Il responsabile del Welfare, a Londra per un incontro con il suo omologo britannico, ha spiegato nel corso di un incontro con la stampa italiana: “È stato un atto di governo doveroso, di indirizzo al servizio sanitario nazionale affinchè avesse comportamenti omogenei sul dovere di alimentazione ed idratazione delle persone in disabili, in ossequio alla legislazione italiana e alle carte dell’Onu”.
Non molla Sacconi: “Si è trattato” ha proseguito “di un atto responsabilmente assunto. Ho sempre detto che Ponzio Pilato non fu un buon esempio di governo. Tutte le posizioni, in una materia così delicata, vanno rispettate. Ma è assurdo che un atto del genere sia stato attratto in una dimensione penale. Questa sì che è un’intimidazione, ma io non sono un tipo che si fa intimidire”.
E sono in tanti a pensarla come il minsitro. Pier Ferdinando Casini, per esempio: “Io sto con il ministro Sacconi senza se senza ma, anzi colgo l’occasione per esprimergli solidarietà”, ha affermato Pier Ferdinando Casini, intervistato a Panorama del Giorno su Canale 5, da Maurizio Belpietro. “Il ministro Sacconi” ha proseguito Casini “ha posto una questione di ordine generale inerente al rispetto della legge. Francamente mi verrebbe da dire che è quasi uno scherzo la notizia dell’indagine giudiziaria che può riguardarlo su questo punto, noi stiamo con Sacconi evidentemente”.
Intanto torna a muoversi anche la Chiesa: il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, interviene sul caso di Eluana Englaro per chiedere che la donna in stato vegetativo non venga fatta morire in una struttura sanitaria dell’Emilia Romagna. Un’eventualità, afferma il porporato in una nota, che sarebbe “contro Dio” e contraria alla Costituzione. “A quanto è dato fino a questo momento di sapere” afferma Caffarra “l’ipotizzato ricovero di Eluana Englaro in una struttura sanitaria della nostra Regione sarebbe non per la vita ma per la soppressione della vita. Come cristiano e come Vescovo - sicuro interprete anche dei miei confratelli dell’Emilia Romagna - debbo denunciare con ogni forza che il porre in essere una tale eventualità sarebbe un atto gravissimo in primo luogo contro Dio, Autore e Signore della vita; e poi contro ogni essere umano, che vedrebbe così violata, perché negata nei fatti e anche in linea di principio, quella dignità della persona che invece permane sempre, in ogni circostanza, e sopravvive alle più crude offese della malattia: persino nella estrema fragilità e impotenza di una condizione deprivata della coscienza”.

LEGGI ANCHE: Eluana, tutte le tappe della vicenda e partecipa al FORUM

Le dritte di Altroconsumo: etichette europee contro “maiale pazzo”

maiale italiano

Dopo i polli, il maiale. L’inquietudine sul fronte della sicurezza alimentare continua, questa volta a fare paura è la diossina presente nella carne suina di provenienza irlandese.
Perché l’ennesimo scandalo? Ancora una volta il problema nasce dai mangimi, contaminati da un olio contenente diossina. In pratica, scarti di produzione industriale si sono mischiati con mangimi destinati alla catena alimentare. O almeno questa sembra essere l’unica spiegazione che ha portato a rilevare concentrazioni di diossina 100 volte superiori ai limiti di legge.
Una pericolosa falla nei controlli sui mangimi destinati agli allevamenti animali, che espone i consumatori a rischi per la salute (sul sito della nostra associazione è disponibile un dossier sulla diossina negli alimenti e informazioni sugli effetti sull’organismo, notizie utili e consigli pratici).
Altroconsumo aveva già denunciato in passato la fragilità del sistema di vigilanza, in occasione di altri scandali causati dalla scarsa sicurezza nel trattamento delle farine. Era successo nel 1999, in Belgio, con i polli alla diossina, e con lo scandalo della mucca pazza, che provocò il tracollo economico dei settori di produzione e commercializzazione della carne bovina. Gli scandali alimentari di circa dieci anni fa obbligarono a introdurre nuove regole: il cosiddetto “pacchetto igiene”, che ha imposto sia per gli alimenti sia per i mangimi controlli rigorosi di uguale misura. Il provvedimento è da ricordare soprattutto per l’adozione dell’etichettatura della carne bovina. Nessuno, invece, si è preoccupato finora di garantire la tracciabilità anche per la carne suina, che Altroconsumo invece aveva chiesto proponendo l’adozione di un’etichettatura ad hoc. Purtroppo c’è voluto un altro scandalo per capire l’importanza della nostra proposta. Solo adesso, dopo l’emergenza, il sottosegretario alla Salute, Francesca Martini, ha annunciato che chiederà l’etichettatura di origine anche sulla carne suina. Ancora una volta l’intervento legislativo arriverà solo dopo l’allarme. A danno avvenuto.

Appello del Papa ai chirurghi: non si abbandonino i malati terminali

Il papa all'udienza di Castel Gandolfo, non si faceva da Paolo VI

È giusto tutelare la dignità del malato anche quando questi non è più in condizione di guarire. È quanto ha affermato questa mattina il Papa ricevendo in udienza i partecipanti al 110° congresso nazionale della società italiana di chirurgia. “Se anche la guarigione non è più prospettabile - ha affermato il Pontefice nel suo discorso - si può ancora fare molto per il malato: se ne può alleviare la sofferenza, soprattutto lo si può accompagnare nel suo cammino, migliorandone in quanto possibile la qualità di vita”.
“Nel passato spesso ci si accontentava di alleviare la sofferenza della persona malata, non potendo arrestare il decorso del male e ancor meno guarirlo. Nel secolo scorso gli sviluppi della scienza e della tecnica chirurgica hanno consentito di intervenire con crescente successo nella vicenda del malato”, ha detto Benedetto XVI ricordando che la guarigione, che precedentemente in molti casi era solo una possibilità marginale, “oggi è una prospettiva normalmente realizzabile, al punto da richiamare su di sé l’attenzione quasi esclusiva della medicina contemporanea”. “Un nuovo rischio, però, nasce da questa impostazione” ha tenuto a sottolineare il Papa “quello di abbandonare il paziente nel momento in cui si avverte l’impossibilità di ottenere risultati apprezzabili”.

Secondo il Santo Padre resta vero, invece, che, “se anche la guarigione non è più prospettabile, si può ancora fare molto per il malato: se ne può alleviare la sofferenza, soprattutto lo si può accompagnare nel suo cammino, migliorandone in quanto possibile la qualità di vita”. Ogni singolo paziente, anche quello inguaribile, “porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico”, ha detto Benedetto XVI puntualizzando che il rispetto della dignità umana “esige il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione esso si trovi”.
Le tecnologie avanzate in medicina possono salvare molte vite, ma “nei contesti altamente tecnologizzati dell’odierna società”, il paziente rischia di essere in qualche misura “cosificato”. Benedetto XVI precisa, quindi, che “a ragione si parla oggi, in un tempo di grande progresso tecnologico, della necessità di umanizzare la medicina, sviluppando quei tratti del comportamento medico che meglio rispondono alla dignità della persona malata a cui si presta servizio”.
Vanno guardati con sospetto e quindi respinti quei tentativi di intromissione nel rapporto medico-paziente svolti in funzione di accentuare un esaltazione individualista del malato di fronte alale cure. “Anche l’insistenza con cui oggi si pone in risalto l’autonomia individuale del paziente - ha spiegato Benedetto XVI - deve essere orientata a promuovere un approccio al malato che giustamente lo consideri non antagonista, ma collaboratore attivo e responsabile del trattamento terapeutico”. “Bisogna guardare con sospetto” ha quindi aggiunto “qualsiasi tentativo di intromissione dall’esterno in questo delicato rapporto medico-paziente. Da una parte, è innegabile che si debba rispettare l’autodeterminazione del paziente, senza dimenticare però che l’esaltazione individualistica dell’autonomia finisce per portare ad una lettura non realistica, e certamente impoverita, della realtà umana”. “Dall’altra” ha spiegato il Papa “la responsabilità professionale del medico deve portarlo a proporre un trattamento che miri al vero bene del paziente, nella consapevolezza che la sua specifica competenza lo mette in grado in genere di valutare la situazione meglio che non il paziente stesso”.

Gli italiani e la salute: preoccupati per l’inquinamento e pronti a curarsi da sé

Farmaci
Non più solo stili di vita scorretti sul banco degli imputati: a far paura oggi agli italiani, per le conseguenze sulla salute, sono sempre di più l’ambiente e la minaccia dell’inquinamento. A rivelarlo è l’indagine del Censis Trent’anni di ricerca biomedica e di lotta alle malattie realizzata su un campione di mille cittadini, operando anche un confronto con indagini analoghe fatte negli ultimi 30 anni che evidenzia anche un’altra tendenza: un sempre maggiore ricorso all’autocura per le patologie lievi.
La “responsabilizzazione individuale come veicolo della buona salute, ad esempio con l’assunzione di stili di vita salutari, segna il passo” afferma il Censis “tanto che sembrano lontani i giorni eroici dei ministri-oncologi impegnati in prima fila contro il fumo e gli altri comportamenti nocivi per la salute”. Non bastano quindi stili di vita salutari, perché “cresce la paura per l’inquinamento, per i suoi effetti sulla salute e nell’insorgenza delle patologie”. Aumenta dunque in modo “significativo” il richiamo alle condizioni ambientali rispetto alla salute: sono indicate dal 22,2% degli intervistati, +10% rispetto al 1998. Si riduce invece la quota di italiani che individua nelle abitudini e nello stile di vita i fattori che promuovono la buona salute (-9,1% rispetto al 1987 e -21,6% rispetto al 1998). È come se “l’onda dei ministri della salute schierati apertamente nella battaglia contro il fumo e a favore della diffusione di stili di vita salutari, anche attraverso martellanti campagne, sia in pieno rallentamento”.
Altro dato, la crescita dell’autocura, ovvero la tendenza a curarsi da sé soprattutto in presenza di patologie lievi. Ma si tratta di un’autocura “matura, responsabile, che non si nutre di ostilità verso gli operatori sanitari, anzi parte da una valorizzazione del rapporto con il medico”: in caso di sintomi gravi oltre il 73% degli italiani consulta subito il medico, quota stabile rispetto al 1998. Con sintomi lievi, invece, il 47,6% tenta di curarsi stando a casa, curando alimentazione e risposo, e questa quota cresce al crescere dell’età e anche del titolo di studio: l’autocura è infatti più diffusa tra anziani e laureati.
Alte le aspettative rivolte all’ingegneria genetica, ovvero alla possibilità di ricorrere alla capacità di intervenire direttamente sui geni, purché abbia scopo terapeutico: il 66% degli italiani condivide infatti la necessità di potenziare l’ingegneria genetica, purché sia orientata a correggere geni che determinano patologie. Ma c’è anche un 10% di italiani per i quali è lecito puntare sull’ingegneria genetica come ”mezzo di potenziamento dei caratteri estetici o di performance dei figli”.
Le cure non convenzionali convincono sempre di più gli italiani: Il 23,4%, nell’ultimo anno, si è infatti rivolto a cure alternative, e si tratta soprattutto di donne e laureati. In testa l’omeopatia, mentre segna un calo la medicina cinese. Secondo la rilevazione, nel 2008 è il 13,9% ad avere fatto ricorso all’omeopatia (era il 13,7% nel 2001); il 5,1% ha invece utilizzato tecniche di manipolazione e massaggio, con un incremento del +1,9% rispetto al 2001; il 4,1% si e’ rivolto alla fitoterapia (+1%); l’l,4% alla pranoterapia o al reiki (+0,2%). A subire invece una netta contrazione è la medicina cinese, praticata da meno dell’1% nel 2008 (contro il 2% nel 2001). Quanto al paziente “tipo”, si tratta soprattutto di donne (quasi il 26%), laureati (oltre il 36%) e residenti del Centro Italia (circa il 25%).
Ma quali sono le opinioni più diffuse sulla medicina non convenzionale? Per il 30,5% degli intervistati, i farmaci non convenzionali sono prodotti naturali che non possono fare male, quota diminuita rispetto al 2002 (-3,0%), mentre è aumentata la percentuale di italiani che li ritiene prodotti generalmente inutili e qualche volta dannosi (15,2%, +1,5% rispetto al 2002).
In aumento anche coloro che li ritengono espressione di concezioni diverse della medicina (27,0%, +1,3% rispetto al 2002) e di quanti li ritengono prodotti validi solo per i piccoli disturbi (27,3%, +0,2). Gli italiani promuovono comunque il servizio sanitario nazionale per quanto riguarda la copertura pubblica per i farmaci, anche se non in tutte le regioni, e il 69% è favorevole alla vendita dei medicinali anche nei supermercati.

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