
di Paola Ciccioli
“Alle mogli dei boss mafiosi vanno tolti i figli”. Dopo l’arresto a Reggio Calabria del capo della ‘ndrangheta Pasquale Condello, la direzione distrettuale antimafia tenta una clamorosa e inedita strada per colpire alle radici le le organizzazioni criminali italiane. Il tribunale per i minorenni del capoluogo calabrese ha ritenuto fondata la richiesta della procura per escludere la moglie del boss catturato dopo 20 anni di latitanza dall’esercizio della potestà sulla figlia di 16 anni che vive con lei. E che, secondo gli accertamenti eseguiti dai pubblici ministeri Salvatore Boemi, Giuseppe Lombardo e Domenico Galletta, sarebbe stata usata dalla madre Maria Morabito per “coprire la latitanza” del padre.
Il caso verrà esaminato il 29 febbraio dal tribunale per i minorenni di Reggio Calabria che, se dovesse ritenere motivata la richiesta, aprirebbe una nuova strada per la lotta alla criminalità mafiosa.
“La nostra riflessione è stata questa” spiega a Panorama il pubblico ministero Lombardo: “come è possibile che la decadenza dalla potestà venga applicata quando è accertato che un minore è vittima di maltrattamenti, mentre l’identico istituto civilistico non è mai stato applicato per i ragazzi e i bambini che vengono allevati respirando un’aria distorta, la cultura mafiosa?”. Il magistrato antimafia fa un’altra riflessione: “Ai figli dei latitanti viene perfino insegnato a non chiamare papà il loro genitore. Devono abituarsi a usare nomi diversi perché i grandi insegnano loro che potrebbero essere intercettati e portare gli inquirenti a scoprire il nascondiglio dei latitanti”.
La scelta dei tre magistrati della Dda di Reggio Calabria, che hanno lavorato in stretto rapporto con i carabinieri del Ros comandati dal colonnello Valerio Giardiana, tenta di colpire al cuore il primo collante delle ‘ndrine calabresi: la famiglia. “Una delle regole fondamentali della ‘ndrangheta” spiega a Panorama il procuratore aggiunto Salvatore Boemi “è che i figli maschi dei mafiosi sono dei mafiosi, dei predestinati”. “Ma qualcosa sta cambiando anche nel coinvolgimento diretto del mondo femminile, storicamente rimasto ai margini” aggiunge Lombardo. Ora i magistrati stanno esaminando la posizione familiare di tutti i maggiori latitanti della zona, molti dei quali compaiono nella lista dei 30 più pericolosi ricercati. Nell’elenco c’è, primo fra tutti, il fratello di Pasquale Condello, alias il Supremo.
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I magistrati ricordano che il familiare che favorisce un ergastolano (e Condello ne deve scontare nove) che ha subito una sentenza passata in giudicato e si sottrae alla giustizia, è punibile. Dunque, se la moglie di Condello dovesse avere usato per esempio la figlia sedicenne per fare arrivare alcuni dei pizzini che il boss custodiva nel suo rifugio, la donna non solo avrebbe commesso un reato lei stessa, ma avrebbe istigato la ragazzina a violare la legge. E dunque a quella donna, a quella madre, la figlia deve essere tolta. Perché venga affidata (ed educata) da un tutore nominato dal Tribunale per i minorenni.
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Il magistrato è un uomo (o una donna) in carne e ossa che può esprimere le proprie opinioni in pubblico come fa un qualunque cittadino? Oppure è un funzionario dello Stato che deve rimanere chiuso nella torre d’avorio del proprio ruolo istituzionale, votato alla solitudine e al silenzio? Dopo le puntate di Anno Zero in cui Clementina Forleo e Luigi De Magistris hanno denunciato intimidazioni e ostacoli al proprio lavoro, nei corridoi dei tribunali non si parla d’altro che delle toghe in tv.
Tra i magistrati c’è chi prende le difese dei colleghi milanese e calabrese, chi richiama al basso profilo e chi arriva a ipotizzare che le dichiarazioni a mezzo stampa siano finalizzate alla ricerca del consenso per una futura discesa in campo politico. Di certo la questione non si risolve nella lettera delle norme da seguire in questi casi. “Norme che sono carenti”, spiega Salvatore Boemi, numero uno dell’Antimafia a Reggio Calabria. “Mancano disposizioni precise, ad esempio, sulle comunicazioni dei giudici, mentre per quanto riguarda i pm l’unico autorizzato a rilasciare dichiarazioni è il loro procuratore capo. In generale credo sia buona regola non parlare mai delle inchieste in corso o appena concluse, perché si possono generare fraintendimenti e polemiche che danneggiano la magistratura stessa. Il privato di un magistrato non esiste, esiste solo la sua dimensione pubblica che rende inopportuno chiamare in causa altri poteri dello Stato”.
È d’accordo Giuseppe Scelsi, procuratore della Divisione antimafia di Bari che si è occupato di affari illeciti tra la Puglia e i Balcani: “Se avessi problemi personali nello svolgimento del mio lavoro, riferirei agli organismi preposti alla nostra tutela, in primo luogo il Csm”. “Mi sono chiesto cosa possa portare un magistrato a fare certe esternazioni in televisione”, dice Francesco Bretone, sostituto procuratore a Trani che in passato ha guidato le indagini sull’omicidio della piccola Graziella Mansi ad Andria. “Può capitare di sentirsi isolati, di non sapere più a chi rivolgersi e di sfruttare lo spazio mediatico a disposizione. Ma a conti fatti credo che la sovraesposizione individuale per la nostra categoria sia controproducente”.
Quando ha avuto dei problemi legati a un’inchiesta su alcuni esponenti della Lega, il procuratore capo di Verona Guido Papalia si è sentito tutelato dalle istituzioni. “Mi sono sempre rivolto agli organismi competenti, non ho mai scelto la via pubblica e finora mi è andata bene. Anche se non voglio criticare i colleghi che fanno scelte diverse”. Simonetta Matone, sostituto procuratore del Tribunale dei minori di Roma, frequenta i salotti televisivi. “Ho una regola: non mi sottraggo ai microfoni, ma non parlo mai dei casi che riguardino me o il mio ufficio”, risponde mentre si prepara alla registrazione della nuova puntata si Porta a Porta su Cogne. “Mi occupo solo di vicende che non ho trattato direttamente. In ogni caso mi limito a spiegare atti già noti, a fine divulgativo, e riduco al minimo i commenti”.
Angelo Canale, viceprocuratore generale della Corte dei Conti del Lazio, che ha all’attivo le indagini sullo scandalo della missione Arcobaleno, lamenta invece la scarsa attenzione dell’opinione pubblica nei confronti del suo ufficio. “Abbiamo il problema contrario alla sovraesposizione”, afferma, “a volte sui procedimenti che riguardano lo sperpero di denaro pubblico, e che quindi hanno importanti ripercussioni sulla vita dei cittadini, regna il totale silenzio mediatico”.
Nei giorni successivi alle dichiarazioni di De Magistris e della Forleo altri magistrati o ex magistrati hanno espresso la propria opinione. Su La Stampa Francesco Saverio Borrelli ha detto di aver apprezzato la collega milanese: “Mi è sembrata non solo determinata, anche coraggiosa. È giusto che i cittadini ci vedano come siamo in carne e ossa”. Mentre Piero Alberto Capotosti, ex vicepresidente della Corte costituzionale, sul Messaggero ha ammonito: “La solitudine è la condizione esistenziale del giudice, altrimenti diventa di parte. I giudici dovrebbero agire in silenzio”. Felice Casson, oggi senatore Ds, all’Unità ha dichiarato: “Difendo, per chiunque sia accusato, la facoltà di ricorrere a qualsiasi strumento di difesa, purché siano rispettate le regole. Ma non si possono tenere discorsi politici dal palco della magistratura”.
Luciano Violante, intervistato in 1/2 ora da Lucia Annunziata, ha definito “pericolosa” la ricerca del consenso dell’opinione pubblica da parte di un magistrato, nonostante le difficoltà . Per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso infine, “i magistrati che vanno in tv possono tranquillamente parlare di politica giudiziaria e legislativa. A parte questi temi non ne vedo però la necessità ”.
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“Questi sei morti ne chiamano almeno sette”. Salvatore Boemi non è tipo che si nasconda dietro le parole. E quando si parla di ‘ndrangheta poche persone in Italia ne sanno più di lui. Coordinatore della Direzione distrettuale Antimafia di Reggio ha una lunga storia di lotta ai clan in Calabria, che proprio per questo gli hanno recapitato più d’una volta minacce di morte. Commenta con Panorama.it la strage di Duisburg e descrive gli scenari, drammatici, che si aprono adesso. Per la Calabria e non solo.
Si poteva immaginare un’azione tanto feroce della ‘ndrangheta, per di più all’estero?
Quando ho ripreso servizio alla Dda, alcuni mesi fa, leggendo le carte che mi sono state messe a disposizione, l’omicidio di Maria Strangio a Natale mi è saltato subito agli occhi. L’uccisione di una donna o di un bambino sono capaci di suscitare un odio supplementare anche nella faida più violenta e determinano la necessità di una risposta ancor più eclatante. Per questo mi sono permesso di consigliare ai carabinieri, che sono gli unici a operare sul campo nella zona di San Luca, di avviare attività ancor più intense e particolari.
Ma proprio per questo, la vendetta è scattata all’estero.
Quello che è accaduto non è casuale. Agire in Europa, e anche farlo a Ferragosto, quando i politici sono in vacanza e i media danno ancora più risalto alla strage, è una decisione presa con lucidità per creare un effetto traumatico, per dare un segnale forte: per questa, che tra le mafie è la più tradizionale, era quasi un obbligo morale rispondere con un pluriomicidio che avesse la sua chiara firma.
Che succederà ora?
Questi sei morti, ne chiamano sette. E’ una faida aperta su cui è difficile intervenire. I clan ionici sono refrattari a qualsiasi tipo di accomodamento. A Reggio Calabria c’è una sorta di pax mafiosa proprio perché l’hanno decisa i sanlucoti e i sinopolesi: sono le famiglie della grande montagna che si impongono in città . Ma nel loro territorio la regola della faida prevale.
Non c’è quindi un padrino che possa imporre la tregua?
Nel sistema federalista della ‘ndrangheta, la vendetta e la ritorsione sono una delle prime norme previste dal codice mafioso. Nessuno oserà suggerire di abbassare il livello dello scontro anche se, certo, questa mattanza, e l’esplosione del caso ‘ndrangheta in tutto il mondo, darà fastidio a qualcuno.
Ad esempio?
Alla mafia bianca, quella che condiziona l’economia e preferisce che i fenomeni criminali restino nell’ombra. Non escludo che si vendano qualcuno, per placare le acque. Ma poi la faida continuerà . Sa cosa è agghiacciante?
Cosa?
Per anni, l’antimafia calabrese ha pontificato che ormai la ‘ndrangheta avesse un impero economico da tutelare e che perciò fosse cambiata che non aveva interesse a delinquere in modo evidente. La strage di Duisburg è una batosta per questa interpretazione. I boss di queste parti continuano ad ammazzarsi anche con il coltello. E non c’è nessun padrino in grado di dire ai clan ionici “State al posto vostro”.
Dunque, con San Luca presidiato e gli uomini del paese lontani dalle loro case, la vendetta potrà colpire ovunque.
C’è un problema di ordine pubblico. Non siamo in grado di garantirlo in Calabria, figuriamoci in Italia o nel resto d’Europa. I killer però non sbagliano: sparano al momento giusto (anche in Germania hanno colpito tutte persone che c’entravano qualcosa) e evitano di entrare in conflitto con i siciliani o i napoletani.
Si può sperare nel cedimento di qualche componente di queste famiglie devastate, di una madre che vuole fermare il destino di morte dei suoi figli?
Non in quello che io chiamo il triangolo della morte: tra San Luca, Platì, Natile di Careri dove c’è il gotha della mafia ionica. Lì non parla nessuno, non ci sono cedimenti, non abbiamo mai avuto nessuna forma di collaborazione con la giustizia.
Davvero tutto questo nasce da un lancio di uova a Carnevale degenerato in rissa?
Lo scontro non è direttamente legato a un fatto economico, ma non c’è dubbio che nasconda una gara conquistare il maggior prestigio sul campo. Questa violenza è funzionale ai boss che vogliono imporsi sul potere politico locale. D’ora in poi, quando vorranno infiltrarsi in qualche business potranno sfoggiare il biglietto da visita con su scritto “noi siamo quelli di Duisburg”.
E lo Stato non potrà fare nulla?
Adesso si stanno muovendo tutti, tutto il mondo si è accorto della ‘ndrangheta. Ma per ora generano più confusione che altro. Comunque, io sono qua ancora sei mesi: qualcosa di sicuro, vedrete che la faremo. Basta che poi non ci ritirano fuori le scarcerazioni facili e il garantismo…
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