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Salvatore-Cuffaro

Il senatore ed ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro ( EPA/CLAUDIO PERI)
Braccio g8, ultima cella in fondo al corridoio. Salvatore Cuffaro, per tutti Totò, si è alzato alle 7 di mattina dalla sua branda dopo la solita notte insonne, divisa tra invocazioni alla Madonna e sottaciuti patimenti. Ha risposto a qualche lettera, dopo aver bevuto il caffè. Ha corso per un’ora. Poi ha fatto la doccia: «Lunga e calda, il momento più bello della giornata». Tornato in cella, si è vestito con cura: pantaloni blu, camicia bianca a quadretti, maglia di lana viola e orologino di plastica al polso. Arriva in una stanza di Rebibbia rasato, con qualche chilo di meno e l’aria provata. L’uomo più potente e votato della politica siciliana del dopoguerra è in carcere dal 21 gennaio 2011. Sette anniper favoreggiamento aggravato alla mafia: condanna sancita dalla Cassazione. Continua

Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni
«Il governo condivide pienamente l’appello del capo dello Stato a interrompere “una spirale insostenibile di contrapposizioni, arroccamenti, prove di forza da cui può soltanto uscire ostacolato ogni processo di riforma”, con un riferimento esplicito al federalismo e al carattere “decisivo di un clima corretto e costruttivo confronto in sede istituzionale”. La nostra condivisione non è di parte ed è esente da ogni strumentalismo». Continua


di Giancarlo Mazzucca *
«Non mi sento tradito dalla Sicilia, semmai sono io ad avere tradito la Sicilia». Bussi alla cella di Salvatore Cuffaro, laggiù in quella piccola stanza del primo piano di Rebibbia, e trovi il Totò che meno t’aspetti.
Ti immagini un uomo distrutto, disperato, rancoroso, incupito, ma l’uomo che hai di fronte è sereno, forte e coraggioso. Anche se, in fondo, mi appare rassegnato all’ineluttabilità di una sentenza definitiva. Continua
- biker
- Lunedì 31 Gennaio 2011


Il senatore ed ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro attende pregando nella chiesa Minerva a Roma la sentenza della Cassazione, il 22 gennaio 2011 ( EPA/CLAUDIO PERI)
Salvatore Cuffaro è in carcere a Rebibbia, dove è entrato sabato nel primo pomeriggio da un portone laterale così da rimanere lontano dai flash e dalle telecamere. La mattina l’aveva passata nella chiesa della Minerva, a pregare per quattro ore, in attesa del verdetto dei giudici della Corte suprema: sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato alla mafia e rivelazione di notizie riservate. Continua

Stavolta, il nodo è la sanità. In queste ore, l’ultimo duello del governatore siciliano Raffaele Lombardo e dell’ex presidente isolano, l’udc Salvatore Cuffaro, si sta giocando su uno dei territori politicamente ed elettoralmente più insidiosi nell’isola, quello della riforma sanitaria.
Uno scontro aperto ormai da mesi, e iniziato con la scelta del leader dell’Mpa di nominare l’ex pm Massimo Russo a capo dell’assessorato più delicato della giunta.
La querelle, nelle ultime settimane, è continuata in sordina. Ma le ultime notizie che arrivano dal capoluogo siciliano hanno lasciato presagire il peggio. Specie dopo la decisione di Lombardo di nominare i direttori generali e i superburocrati senza consultare anticipatamente i propri alleati.
Una scelta, questa, che ha favorito l’ala di Forza Italia che gravita attorno a Gianfranco Miccichè e che avrebbe penalizzato proprio l’Udc. Nonostante i bellicosi intenti di buona parte dell’esecutivo, Lombardo per il momento va avanti. Forte, tra l’altro, dell’appoggio del premier, che in un incontro di qualche giorno fa avrebbe confermato piena fiducia al governatore e alle sue scelte.
Ora, resta da capire quali saranno le future mosse del governo regionale. Sulle nomine dei dirigenti, l’Udc si è schierata compatta con il capogruppo all’Assemblea regionale Rudy Maira che ha detto: “Non si possono varare le nomine dei dirigenti generali se sono assenti gli assessori che devono fare le proposte. Quegli atti sono illegittimi e qualsiasi tribunale amministrativo darà ragione ai ricorrenti”.
Ma è piuttosto evidente come il problema, più che giuridico, sia politico. Aldilà di ricorsi e cavilli, è probabile che l’unica soluzione passi per un chiarimento definitivo tra Udc e MpA e i rispettivi leader.

Lombardo - Cuffaro ultimo atto? Forse. Da molti mesi ormai i “gemelli diversi” della politica isolana viaggiano su binari distanti, per non dire contrapposti. Un diverbio vecchio, una storia di malintesi, nata con la composizione della giunta regionale che, secondo gli uomini di “Totò vasa-vasa”, ha sacrificato troppo gli esponenti della Balena bianca per tecnici e figure estranee alla politica isolana.
Dunque, la freddezza tra i due alleati va avanti da tempo. Ora, però, è quasi gelo. L’ultimo terreno di scontro è la riforma della burocrazia e il taglio degli enti regionali voluta fortissimamente da Lombardo e alcuni suoi assessori, e invece aspramente osteggiata dall’Udc.
Troppi tagli, troppi poteri al presidente: queste le due obiezioni principali che muovono i centristi dello scudo crociato. E se Lombardo nelle ore scorse ha gettato benzina sul fuoco, accusando “disonesti che siedono in parlamento”, l’Udc con gli altri alleati ha risposto a muso duro, firmando l’emendamento che evita l’abolizione dell’Agenzia regionale per i rifiuti e le acque, terreno - si dice - di area cuffariana.
Ma non è solo il governo regionale a subire certe fibrillazioni. Un altro braccio di ferro, sempre con l’MpA, sta consumandosi al comune di Palermo, dove il partito di Lombardo è guardato con sempre maggiore sofferenza. Giorni fa, il sindaco del capoluogo isolano Diego Cammarata ha ritirato le deleghe ai due assessori di Lombardo. Motivo? L’astensione durante il voto per il bilancio consuntivo del 2007.
Ora, la prossima data da tenere d’occhio è quella del 12 dicembre, quando inizierà il congresso del partito autonomista. Lì, il presidente della Regione e i suoi uomini dovranno chiarire i rapporti con gli alleati, “che” assicurano “a livello nazionale restano comunque buoni”.
A meno che, tra una proposta di taglio e una soppressione di un ente, non si trovi prima una composizione che lasci tutti soddisfatti. Udc in testa.
K.O. al primo round, e senza possibilità di riprese al ballottaggio. In Sicilia, il centrodestra conquista tutte le otto province in cui si votava per il rinnovo delle amministrazioni. Avendo la meglio anche sulle ultime roccaforti del Pd, e cioè Enna, Caltanissetta e Siracusa. La prova della disfatta della sinistra? Tutta in queste percentuali. Alla Provincia di Palermo, arriva Giuseppe Avanti, candidato del centrodestra eletto con il 72,3%, lasciando le briciole a Giovanni Piro del centrosinistra. A Catania (fortino del Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo, neogovernatore siciliano) vince Giuseppe Castiglione con oltre il 77% delle preferenze. Il suo principale sfidante, Salvatore Leotta del centrosinistra (Pd, Idv, Pdci), si è fermato prima dei 95mila voti. A Messina, dove erano quattro gli sfidanti, la vittoria è andata a Giovanni Ricevuto (detto Nanni), sostenuto da tutte le sigle del centrodestra. Anche in questo caso una vittoria strabordante: 76%, contro il 21,49 di Paolo Siracusano del centrosinistra.
Anche gli elettori della Provincia di Caltanissetta hanno scelto di andare a destra. Mettendo sulla poltrona di presidente Giuseppe Federico del centrodestra (con il 63,5% del totale delle schede), lasciando al principale sfidante, Salvatore Messana, attuale sindaco di Caltanissetta, sostenuto da Pd e Idv, solo il 29,89%. Il centrosinistra, dopo dieci anni di potere, perde così il suo fortino. E non è il solo: è caduto anche quello di Enna, dove la provincia è stata guidata da uomini della sinistra negli ultimi quindici anni. Qui il centrodestra conquista la presidenza della Provincia con Giuseppe Monaco a cui è toccato il 53,87%. Ad Angelo Muratore. detto Nino e sostenuto da Pd, Italia dei valori e socialisti, è andato poco più del il 41%.
Ad Agrigento è Eugenio D’Orsi a conquistare la poltrona di presidente della Provincia con il 67,88% delle preferenze. Una debacle per i tre candidati della sinistra: Bruno Renato (Idv, Sinistra, Prc) ha ottenuto il 7,22%; Giuseppe Arnone dei Democratici per Agrigento l’8,31%. Mentre Vivacqua Giandomenico del Pd il 14,89. Corsa a due, invece, a Siracusa dove è uscito vincitore Nicola Bono, sostenuto da tutto il centrodestra (68,55%). Il candidato del centrosinistra, Giuseppe Zappulla, ha di poco superato il 31%. Infine a Trapani, dove gli sfidanti erano tre, la vittoria è andata a Girolamo Turano, uomo del centrodestra, eletto con più di 130mila voti pari al 65,79% delle preferenze espresse dai trapanasi alle urne. Il suo principale sfidante, Camillo Oddo, sostenuto dal centrosinistra, si è fermato al 30,78%.
Con queste elezioni l’Udc ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, che ha corso insieme al Pdl così come aveva fatto nelle regionali e in controtendenza con le scelte fatte a livello nazionale, si conferma come il secondo partito della Sicilia, conquistando con i suoi due uomini Avanti e Turano le due province rispettivamente di Palermo e Trapani.
Alle comunali non è andata meglio per il centrosinistra. Dopo essersi aggiudicato ieri i presidenti in tutte le 8 Province dove si è votato, il centrodestra alleato di Udc e Mpa conquista dunque al primo turno anche i sindaci nei tre capoluoghi chiamati alle urne. A Catania il senatore Raffaele Stancanelli (Pdl) è al 54,59% e distacca il deputato regionale del Pd Giovanni Burtone e Nello Musumeci candidato in una propria lista civica. A Messina torna sindaco Giuseppe Buzzanca che è al 51,37% mentre il segretario regionale e deputato del Pd, Francantonio Genovese, che aveva retto il Comune fino al commissariamento, si ferma al 38,4%. Infine a Siracusa, il centrodestra mantiene l’amministrazione eleggendo sindaco Roberto Visentin, attestato al 56,45% mentre il suo sfidante Roberto De Benedictis, deputato regionale Pd, è al 33,15%.
Per i democratici isolani quindi ci sono solo ferite brucianti che non ammettono repliche, e che nel frattempo hanno scatenato una vera e propria resa dei conti.
A essere chiaro e netto è proprio uno dei candidati, Franco Piro, che guidava i democratici alla riconquista della provincia del capoluogo isolano: è lui a parlare di “sconfitta netta”, è lui - a scrutini conclusi - a dire che “c’è un problema di direzione politica e di quadri dirigenti nel Pd, oltre che complessivamente nel centrosinistra. All’interno del Partito democratico in Sicilia va ricostruita l’iniziativa politica e non si può fare con gli stessi uomini e la stessa classe dirigente”. Detto in altri termini: a casa.
Una richiesta forte, che potrebbe aumentare di intensità se il coordinatore regionale Francantonio Genovese non dovesse spuntarla per la riconferma di Messina. Il vortice potrebbe così persino farsi più grande, rischiando di contribuire al periodo non proprio felicissimo di Veltroni e del loft romano del Pd.
Molti, troppi soldi. Talmente tanti da fare parlare di “scippo” ai governatori delle due regioni interessate. E da far sfiorare quasi un conflitto d’interessi che ora rischia di destabilizzare i rapporti all’interno del centro-destra. Protagonista della querelle è Raffaele Lombardo e il suo MpA, che contesta una delle più popolari mosse del neonato esecutivo. Perché le mancate entrate del taglio dell’Ici, approvato lo scorso fine maggio dal governo Berlusconi, saranno “momentaneamente” coperte dai due miliardi destinati per le infrastrutture siciliane e calabresi, e in particolare per il Ponte sullo Stretto.
Una misura che ha fatto infuriare Agazio Loiero e Raffaele Lombardo, quest’ultimo determinato ad arrivare fino alla Corte Costituzionale per bloccare la legge che per il momento fermerà Ponte e ferrovie. Nella prima riunione della giunta targata centrodestra, il segretario dell’MpA ha fatto approvare infatti all’unanimità (e quindi anche coi voti del Pdl) un ricorso alla Consulta. Motivo? Un articolo della Costituzione che prevede la presenza del primo cittadino siciliano alla riuione del Consiglio dei Ministri che decide misure riguardanti l’Isola.
E sul provvedimento “anti-Sicilia”, l’amministrazione guidata da Lombardo sembra essersi perfino ricompattata, dopo i malumori dell’Udc per essere stata ridimensionata in giunta. Il partito di Salvatore Cuffaro è infatti entrato a gamba tesa contro la decisione dell’esecutivo Berlusconi: “Altro che Robin Hood, Tremonti sembra lo sceriffo di Nottingham” ha detto “Totò vasa-vasa”, dimenticando per un attimo la sua ormai proverbiale bonomia.
Se la Corte Costituzionale darà ragione a Lombardo e ai suoi alleati, resterà solo da capire come la prenderanno le altre diciotto regioni, destinatarie dirette della norma.