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Salvatore-Cuffaro

Sicilia: i gemelli diversi Cuffaro-Lombardo ai ferri corti?

Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo
Da “gemelli-diversi” a “fratelli-coltelli”. Tra il neogovernatore siciliano Raffaele Lombardo ed il suo predecessore Salvatore Cuffaro c’è aria di rottura insanabile. Motivo? Il ridimensionamento nella giunta regionale degli uomini di Totò, e nella fattispecie di Nino Dina, fino a poco tempo fa dato per certo come assessore al Bilancio.Cuffaro non usa giri di parole, sostenendo di essere stato colpito “sul piano umano, degli affetti”. “Quello a cui tengo di più” ha aggiunto malinconico. Per l’Udc isolana più di tutto brucia però il fatto di avere scoperto dell’esclusione direttamente dalle agenzie di stampa. Il ridimensionamento di Dina, che nell’ultima tornata elettorale ha raccolto più di 25.000 preferenze, ha permesso che un altro magistrato trovasse posto nella giunta guidata da Lombardo.
Oltre a Michelangelo Russo, che guiderà l’assessorato alla Sanità, c’è infatti Giovanni Ilarda che dovrebbe occuparsi del Bilancio isolano. L’accordo tra Udc e MpA - con l’eventuale alleanza dell’Udeur di Mastella - in vista delle europee dell’anno prossimo appare ora assai più precaria. E con essa anche il legame “di stima e amicizia” tra i gemelli diversi dell’autonomia siciliana.

Comincia la caccia ai fannulloni. Capofila la Sicilia di Lombardo

Raffaele Lombardo, leader del MpA | Ansa
All’inizio, ci aveva pensato il neoministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta: “bisogna colpirne uno per educarne cento”, aveva commentato quando gli era stata rivolta la solita domanda sugli impiegati fannulloni dell’amministrazione pubblica.

Altro che solita boutade post-elettorale: è tutto vero e concreto. La prima risposta pratica arriva infatti da una delle regioni che non t’aspetti, e per mano di un governatore da molti accusato, nei mesi della campagna elettorale, di pratiche clientelari. Il neopesidente isolano Raffaele Lombardo, dalle parole ha deciso di passare ai fatti. Dopo aver dichiarato che “licenziare i fannulloni è un sacrosanto principio di buona amministrazione”, la sua regione registra ora uno dei rarissimi casi di licenziamento per assenteismo, costato il lavoro ad un funzionario direttivo catanese, che (ferie escluse) nell’arco di un anno - il 2007- aveva pensato bene di assentarsi dal lavoro circa 300 volte.

Sgomento e incredulità tra i pubblici funzionari isolani (15mila in tutto, che hanno fatto schizzare la Sicilia verso uno dei suoi record meno positivi), ma Lombardo non si è fermato. Decidendo di passare ai giornalisti, ben ventitrè, assunti alle dipendenze della Presidenza della Regione. “Ho scoperto che nel mio ufficio stampa ci sono 23 giornalisti, mi dicono che George W. Bush ne abbia appena sei” ha commentato, minacciando una “ricollocazione produttiva” dell’intero apparato. E lasciando soprattutto intendere quale sarà il primo segnale di discontinuità con la precedente amministrazione, quella del “gemello (piuttosto) diverso” Salvatore Cuffaro.

Un Lombardo record per la Sicilia. Ma nel terremoto del Pd, Genovese non si sposta

Il leader del Popolo della Libertà , Silvio Belrusconi (D), con il neo governatore della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, dell'MpA | Ansa
K.O. al primo round e senza nemmeno diritto di replica. Che il Pdl, in Sicilia, fosse in netto vantaggio, si sapeva da molto tempo; nessuno, però, avrebbe potuto immaginare un simile risultato.

Il segretario dell’MpA Raffaele Lombardo, infatti, ha più che doppiato Anna Finocchiaro nella corsa alla Presidenza della Regione: 65,3% contro il 30,4% è un divario che non ammette alibi. Così è stata la stessa Finocchiaro ad iniziare la sua conferenza stampa con parole piuttosto chiare: “Siamo qui per commentare una sconfitta netta”. Aggiungendo: “se il 6 per cento dei siciliani ha votato il Pd alle nazionali e Lombardo alle regionali, evidentemente esiste un grave problema sul quale riflettere. Tra le regionali del 2006 e quelle del 2008, rispetto alla somma dei voti di Ds e Margherita, il Pd perde il 7 per cento, mentre la sinistra più la Borsellino dimezzano il consenso”.

Parole nette, che non sono però servite a frenare dissidi e malumori in casa democratica. A cominciare dagli esclusi e dai deputati uscenti che, anche a causa del pessimo risultato, non sono riusciti a rientrare in parlamento. Tra i più critici, c’è Franco Piro, alla Camera nella scorsa legislatura in quota Margherita: “C’è una parola che definisce il nostro risultato, senza infingimenti e senza inutili contorsioni: disastro. Si impone un cambiamento radicale e non sarebbe male se i responsabili della presente sconfitta cominciassero col prenderne atto e ne traessero tutte le conseguenze”.

Senza troppi giri di parole, Piro ha chiesto così le dimissioni di tutti dirigenti siciliani, per dare un “netto segnale di discontinuità”. Richieste che però non hanno convinto il principale “imputato” della debacle di domenica scorsa, il coordinatore regionale Francantonio Genovese, che anzi ha rilanciato, annunciando pure la sua personale candidatura a sindaco di Messina.

Il Pdl, nel frattempo, si gode la vittoria: con un milione e ottocentomila consensi, Raffaele Lombardo è l’uomo politico più votato nella storia della Sicilia; il suo exploit fa guadagnare alla sua coalizione una manciata di deputati regionali rispetto alle precedenti elezioni. Ora, all’Ars (l’Assemblea regionale: il parlamentino siciliano), il neo governatore potrà contare in 62 uomini, 7 in più di quelli previsti dal premio di maggioranza voluto dalla legge elettorale isolana per garantire la governabilità.

Il “dopo Cuffaro” e la sentenza di condanna in primo grado dell’ex governatore siciliano a 5 anni non hanno evidentemente condizionato l’elettorato. Anche perché, con il 9,6% delle preferenze, la Sicilia di “Totò vasa vasa” è stata l’unica regione a far superare la quota di sbarramento del Senato all’Udc di Pier Ferdinando Casini. E c’è già chi, nelle ultime ore, ha promosso Cuffaro da “numero due a numero uno-bis” del partito scudocrociato…

Con chi sta Famiglia Cristiana? L’ultima bordata è per Casini e Cuffaro

L'ex governatore della regione Sicilia Salvatore Cuffaro e il presidende del UDC Pier Ferdinando Casini
“‘Coatti’ al centro, pasticci nel Pd e anarchia dei valori nel Pdl”. E ancora: “Perché i voti e le presenze di certi candidati, tipo Cuffaro?”. “Ci saremmo aspettati qualcosa di diverso e di più innovativo, per allontanare il dubbio di una buona occasione (forse l’ultima?) sciupata malamente”. L’accusa è netta, le parole sono chiare. Non provengono dai leader della sinistra radicale, non escono nemmeno dalla bocca dei dirigenti isolani del Partito Democratico.
A scriverle è Famiglia Cristiana, che nel numero in edicola non usa mezzi termini per lanciare un atto d’accusa chiaro e tondo: aver candidato l’ex governatore isolano come capolista al Senato della Costituente per il Centro in quota Udc è una scelta che denota “mancanza di coraggio”.
E ora tutti a chiedersi con chi si schiererà il settimanale delle famiglie cattoliche. Che in soli tre numeri ha detto no al “pasticcio veltroniano in salsa pannelliana”; no alla “anarchia di valori berlusconiana”; no ai “cattolici con il bollino ma senza coraggio”.
L’ultima frecciata il giornale dei Paolini la spedisce all’Unione di Centro di Casini e Pezzotta. Ai quali tira le orecchie, bollando la nuova formazione come un “assemblaggio di due simboli”, e manda a dire che c’è delusione e che, dall’unica forza dichiaratamente cattolica, “ci aspettavamo di più”.

Alle attese (deluse) del giornale, cerca di rispondere Pier Ferdinando Casini. Che non ha fatto una piega, in pubblico: ha incassato con fair play. Probabile che in privato abbia anche masticato amaro perché dopo i ripetuti appelli al voto utile di Walter e del Cavaliere, tutto si sarebbe potuto aspettare tranne che di essere colpito dal fuoco amico. E dopo aver detto che condivide il giudizio dell’editoriale del settimanale paolino, chiede tempo perché: “È ovvio che un processo politico che si realizza in una settimana non può essere perfetto. Siamo consapevoli dei limiti di questo accordo, ma la risposta a Famiglia Cristiana arriverà con la costituente di centro che nascerà (dall’unione di Rosa Bianca e Udc) con le elezioni politiche”.

Dal canto suo, invece, Totò Cuffaro fa spallucce, ricordando che “il settimanale aveva già assunto posizioni precise, a me non favorevoli, durante la campagna elettorale del 2006″ in favore “della signora Borsellino e di una coalizione che si schierava a favore dell’aborto”, nella nuova coalizione di Centro i commenti del settimanale rischiano presto di diventare il detonatore per scelte mai condivise.

Non è un caso che proprio alla Regione Sicilia il movimento di Tabacci presenterà un candidato autonomo. Una decisione che ha già scatenato malumore e dissenso e che, insieme alla defezione di un altro “big” come Gerardo Bianco, potrebbe causare una piccola emorragia di voti (anche l’ex presidente dell’Azione cattolica, Alberto Monticone, ha abbandonato la Rosa) proprio nella roccaforte meridionale del partito di Pierferdy, che nell’isola mira a superare la quota di sbarramento regionale dell’8%. Senza contare che anche alle comunali romane udiccini e “tabaccini” correranno separati perché la candidatura di Luciano Ciocchetti non convince tutti. Ed è questo ora, più che le bordate cattoliche, a preoccupare il candidato premier dell’Udc.

Rosa Bianca e Udc: più che un matrimonio, un Pacs per superare gli sbarramenti

L'ex segreatrio della Cisl Savino Pezzotta stringe la mano al leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini | Ansa
Più che un’unione consensuale, sembra quasi un Pacs dettato da necessità elettorali.
Dopo la decisione di correre insieme alle prossime elezioni nazionali per una Nuova Costituente di Centro, nell’Udc e nella Rosa Bianca affiorano alcune contraddizioni su scelte che non sembrano essere poi così condivise.
E se, intervenendo a Panorama del giorno, Savino Pezzotta (che ha definitivamente sbarrato le porte al decimato partito di Clemente Mastella) si dice ottimista sulla possibilità di superare la soglia di sbarramento (8%) al Senato, al Sud per i neo-diccì iniziano i primi problemi.
Il caso più vistoso esplode proprio in Sicilia dove, per la corsa alla presidenza della Regione, le due formazioni correranno separate. Il partito di Salvatore Cuffaro appoggierà infatti “l’amico Raffaele Lombardo”, dai più ritenuto il vero erede dell’ex governatore isolano. La Rosa Bianca andrà invece in solitaria e candiderà la psicoterapeuta Vittoria Vassallo. “Qualcosa di più di un volto nuovo per la Sicilia. È una speranza concreta, una persona perbene, una donna impegnata da anni nel suo lavoro e nel volontariato” scrive Bruno Tabacci nel suo blog. Secondo alcuni una scelta coaraggiosa, per molti altri l’unica possibile dopo i distinguo e le riserve mosse proprio dallo stesso Tabacci sull’opportunità di cambiare passo per la Regione, in seguito alla condanna a cinque anni inflitta in primo grado a Salvatore Cuffaro.
In ogni caso, una vistosa contraddizione: la Costituente per il Centro candiderà infatti in Sicilia (quota Udc) proprio l’ex Presidente della Regione, affidandogli con ogni probabilità il comando delle truppe neodemocristiane alla Camera. E sarà lì che, verosimilmente, “Totò vasa vasa” si ritroverà gomito a gomito con alcuni dei suoi più caustici oppositori.
Unica certezza, di quest’alleanza bifocale, è il ritorno al passato. Già, perché in queste ore è successo proprio quanto Panorama.it aveva preannunciato da settimane: l’ottantenne Ciriaco De Mita, pensionato da Veltroni, è stato ripescato da Casini che lo candida come capolista dell’Udc al Senato in Campania (il suo territorio fin dall’entrata in Parlamento, nel lontano 1963). Il grande vecchio della Dc aveva scelto di aderire (non tralasciando critiche e distinguo) al Pd, che alla vigilia della formazione delle liste gli ha immediatamente comunicato l’amara notizia: troppo esperto, non sarai ricandidato. Ciriaco però non s’è perso d’animo. Ha girato i tacchi, ha sbattuto la porta e, in poche settimane di contatti, è rientrato in corsa con i centristi. Portando in dote lo zoccolo duro del suo elettorato e un buon bacino di voti.
Di fronte ai quali non pare pesare poi tanto, nelle valutazioni dei centristi, il fatto che nella Prima Repubblica De Mita fosse proprio il leader di quella Democrazia Cristiana “di sinistra” che guardava al Partito Comunista. Ciriaco cioè rappresentava l’ala laica del partito, esattamente l’opposto della linea della Dc di Forlani, quella dorotea, di cui Casini è oggi l’allievo prediletto.

Sicilia: Lombardo candidato per il Pdl. La Prestigiacomo si sfila, Miccichè rientra nei ranghi

Raffaele Lombardo, leader del MpA | Ansa
Alla fine, il figliol prodigo è tornato alla casa del padre, che a sua volta ha festeggiato raggiungendo un’intesa ormai insperata.

Sabato sera, attorno alle 21, Silvio Berlusconi ha concluso l’accordo con il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo. E lo ha fatto con la formula concordata quasi una settimana fa: apparentamento nelle regioni del Centrosud con il movimento autonomista, a imitazione dello schema attuato al Nord con la Lega, in cambio della garanzia di presentare il segretario dell’Mpa come candidato unico per il Pdl alla presidenza della regione Sicilia.

Un centrodestra unito, vecchio stile, che avrà anche l’appoggio dell’Udc siciliana di Totò Cuffaro, il primo deciso a scommettere sul nome “dell’amico Raffaele come mio successore”. E, al tempo stesso, una soluzione che ha evitato la defezione del più importante esponente azzurro dell’isola, quel Gianfranco Miccichè che fino a ieri scalpitava per non allargare la coalizione all’Udc di “Totò vasa-vasa”.

“Rivoluzione siciliana”, la lista ideata giorni fa dall’ex presidente dell’assemblea regionale siciliana per scardinare “il cuffarismo”, dunque non ci sarà. O comunque, se proprio dovesse esserci, sosterrà il leader dell’Mpa come candidato alla presidenza della regione.

Proprio questa mattina è stato infatti lo stesso Miccichè a dichiarare: “Silvio Berlusconi mi ha chiesto di essere il garante, a livello di governo nazionale, del rinnovamento e del cambiamento nella politica siciliana: io fino a oggi mi sono sempre rifiutato per non dare l’idea di alzare il prezzo ma oggi quella partita è finita e la situazione è diversa”.

“Sul piano siciliano - ha continuato Miccichè - sceglierò gli uomini della giunta Lombardo ed è possibile che presenti una lista composta da giovani, da nuove idee, per continuare la battaglia di rinnovamento. Al governo nazionale posso continuare questa lotta per un nuovo sviluppo della Sicilia e del Mezzogiorno in grado di governare al meglio l’importante capitolo del quinquennio di sviluppo Agenda 2007-2013″.

Pace fatta dunque. Con un patto: in caso di vittoria del Pdl, il fondatore isolano di Forza Italia sarà certamente ministro e avrà carta bianca da Silvio Berlusconi sulle questioni siciliane. Nell’isola, l’ex presidente dell’Ars, si ritroverà così alleato con il “nemico” Totò Cuffaro, criticato per l’atteggiamento tenuto dopo la sentenza di condanna di primo grado.

Una soluzione insperata anche perchè, tra i due, la rottura sembrava ormai insanabile. Per questo, Silvio Berlusconi aveva deciso di puntare sullo stesso Miccichè, a sua volta stoppato però dal “no” di Raffaele Lombardo. Allora, il Cavaliere aveva pensato a Stefania Prestigiacomo: una giovane candidata donna da contrapporre nella corsa, tutta al femminile, con Anna Finocchiaro e Rita Borsellino. Niente da fare: il segretario dell’Mpa non era arretrato di un millimetro.

Sabato sera, la svolta, dopo un colloquio a cui ha partecipato telefonicamente anche Gianfranco Fini, oltre che il coordinatore isolano del partito Angelino Alfano e il senatore Marcello Dell’Utri. Presenza quest’ultima importantissima per lo stesso Berlusconi: nei giorni scorsi , l’ex dirigente di Publitalia aveva appoggiato Miccichè contro la politica di Salvatore Cuffaro, “utile a prendere moltissimi voti”, ma non “a governare una regione” come la Sicilia. La sua partecipazione alla riunione di ieri è stata un chiaro messaggio per la ricomposizione delle divisioni interne al partito.

Pdl-Mpa in Sicilia: un accordo, due soluzioni e qualche mugugno

Raffaele Lombardo, leader del MpA | Ansa
Alla fine l’accordo è fatto. Per la Sicilia e per Roma. Dopo lunghissime trattative, il Pdl di Silvio Berlusconi e il Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo hanno raggiunto un’intesa per l’apparentamento nel sud e nelle isole. Il Mpa si presenterà con il simbolo apparentato al Pdl e il suo leader Raffaele Lombardo sarà sostenuto dal Cavaliere anche nella corsa alla presidenza della Regione Sicilia.
Un accordo che contiene due soluzioni e qualche mugugno, visto che resta da chiarire solo l’incognita Miccichè, che non sembra voler ritirare la propria candidatura alla Regione, forte del consenso che gli aveva dato Fi nelle scorse settimane. E comunque, da una parte Raffaele Lombardo ottiene l’appoggio del Pdl, necessario perché la sua corsa verso Palazzo dei Normanni non sia vana; dall’altra Silvio Berlusconi sceglie di non sostituire con i voti dell’Mpa in Sicilia il vuoto creato da Casini per la sua volata verso Palazzo Chigi.
Elezioni regionali e politiche, infatti, in Sicilia sono più aggrovigliate che mai. Non solo perché anche nell’isola sarà Election Day - il 13 e 14 aprile - ma pure perché è nell’isola che rischiano di consumarsi davvero le sorti dell’Udc dopo lo strappo tra Pier Ferdinando Casini e il Cavaliere. È lì, infatti, che Totò Cuffaro ha in mano l’ultima cassaforte di voti rimasta ai centristi. Voti che il governatore uscente è deciso a usare per sostenere l’amico di sempre Lombardo (”Lombardo è il nostro candidato, se tutto il centrodestra vuole fare una battaglia per vincere non può che stare con lui”) e soprattutto stroncare sul nascere la candidatura alla presidenza della Sicilia del plenipotenziario azzurro Gianfranco Micciché (che considera “inidoneo e inadeguato a governare”).
Tra i vari tasselli che Berlusconi e Lombardo hanno dovuto incastrare per comporre il puzzle dell’alleanza politica, lo scontro all’arma bianca Miccichè-Cuffaro ha rappresentato una variabile di non poco peso. L’ultimo colpo, in ordine di tempo, lo ha sparato lo stesso Gianfranco Miccichè, prima di incontrare Berlusconi, dal suo blog: “Non solo non ho mollato ma mi sento più carico che mai”. Cioè: “Non lasciate spazio alle delusioni solo per le notizie d’agenzia o dei Tg che non conoscono la reale situazione. Non mi farò convincere a fare qualcosa che possa aiutare il cuffarismo a sopravvivere. Io credo in un sogno che può diventare la speranza di tanta gente onesta che vuole una Sicilia diversa!”. E il sogno di Miccichè potrebbe sfociare in una lista che l’ex viceministro avrebbe in mente di presentare, sfidando la sua ex Cdl. Diverso l’approccio di Pier Ferdinando Casini che, a margine del ricevimento dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede per l’anniversario dei Patti Lateranensi, ha detto ai giornalisti: “Ma secondo voi io affido il mio futuro politico a Lombardo? L’Udc, nelle giunte locali, resta dov’è, ma certamente non con i vincoli di prima”.
Frase che toglie speranza alla possibilità che - nello stabilire in quali regioni, con quali candidati e con quale simbolo si presenterà l’Mpa al Sud, sulla falsariga del Carroccio al Nord - Lombardo chieda al Pdl un apparentamento con l’Udc per il voto del Senato e solo nell’isola. Magari sotto le insegne dello Scudocrociato di Giuseppe Pizza (il 27 febbraio è prevista un’altra udienza della lunga querelle giudiziaria per l’attribuzione del simbolo Dc).

È Lombardo l’alleato siciliano che tutti vorrebbero. Anche a Roma

Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l'autonomia, insieme a Gianni Alemanno
Da un lato, i parenti stretti dell’Udc, che lo pressano affinché sia il “loro” candidato per il “dopo Cuffaro”. Dall’altro, “gli amici del Popolo della Libertà”, come li ha chiamati più volte lui stesso, che premono affinché lasci gli ormeggi di una coalizione di centro ed entri nella nuova formazione di centrodestra.

Stretto tra questi due fuochi, Raffaele Lombardo, segretario del Movimento per le Autonomie, di una cosa è comunque certo: correrà alle prossime elezioni regionali siciliane per lo scranno più alto di Palazzo d’Orleans. E, in un modo o nell’altro, sarà uno dei candidati più temibili e difficili da battere per il ticket tutto femminile targato centrosinistra e composto da Anna Finocchiaro (che solo sabato scorso ha deciso di correre per la presidenza della regione) e Rita Borsellino.

Con chi deciderà di allearsi è invece ancora dubbio. Da diversi giorni Lombardo è infatti il candidato ufficiale dell’Udc, che non pone condizioni per appoggiarlo: “Purché sia lui e non Miccichè - dicono i dirigenti isolani del partito - la coalizione si può estendere anche a Forza Italia”. E in queste ore, il semaforo verde è arrivato anche dal segretario nazionale Pier Ferdinando Casini, che sabato scorso ha annunciato la sua corsa in solitaria: “In Sicilia abbiamo amici maggiorenni e vaccinati. Possono tranquillamente decidere loro cosa fare. Dove si raggiungeranno intese per presentare giunte di centrodestra non avremo difficoltà. Siamo aperti ad alleanze senza veti ideologici”.

Tutt’altra musica quella che proviene invece dai dirigenti azzurri: il candidato designato da Silvio Berlusconi, e cioè l’ex presidente dell’assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè,va ripetendo da giorni che è pronto a fare un passo indietro, “Purché la coalizione non si estenda all’Udc”. Aggiungendo: “Per quello che mi riguarda, se ci dovesse essere un accordo con Cuffaro, mi candiderei anche anche da solo”.
Una posizione netta, una distanza incolmabile, che sembra comunque essere più personale che programmatica, e che di certo ha a che fare con le parole di fuoco che lo stesso Miccichè destinò all’ex presidente della Regione, subito dopo la sentenza di condanna in primo grado.

Nel frattempo, a Forza Italia Lombardo ha posto le sue condizioni: nessun apparentamento, ma una coalizione estesa solo alle regioni del Sud, in modo da imitare lo schema attuato in Veneto, Piemonte e Lombardia con la Lega Nord. In più, l’impegno del Cavaliere, qualora dovesse tornare a Palazzo Chigi, alla costruzione del Ponte sullo stretto e all’introduzione della fiscalità di vantaggio per le imprese del Meridione.
Berlusconi, di rimando, l’avrebbe invitato ad entrare nel Pdl, “garantendogli” un “ministero pesante”, l’elezione di 15 deputati e accogliendo tutte le richieste programmatiche del movimento.

Una distanza ampia ma comunque colmabile, che ha portato proprio in queste ore Lombardo a dirsi “fiducioso”, garantendo che scioglierà le sue riserve entro oggi a ora di pranzo. Se si dovesse trovare un accordo tra il Pdl e l’Mpa , il sogno di un nuovo polo di centro vagheggiato da Casini e compagni troverebbe, almeno in Sicilia, uno stop decisivo e definitivo.

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