Leggi tutte le notizie su:
Sandra-Lonardo

La conferenza stampa di Clemente Mastella, nella sede Udeur di Napoli
Lei sulla moderna bacheca di Facebook, lui con una più “classica” conferenza stampa, convocata a Napoli. È il giorno della difesa per i coniugi Mastella, dopo le ultime vicende giudiziarie legate all’inchiesta sull’Arpac. Continua

Sandra Lonardo Mastella, presidente del consiglio regionale della Campania
Bufera giudiziaria all’ombra del Vesuvio: a quanto si apprende, 25 ordinanze di custodia cautelare, 63 indagati, 18 divieti di dimora e 6 misure interdittive costituiscono i provvedimenti emessi dal gip del Tribunale di Napoli eseguiti oggi dai carabinieri di Caserta e dalla Guardia di Finanza di Napoli. Nell’inchiesta su appalti e assunzioni all’Arpac (l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania) - come riportano siti (qui, qui, qui e qui) e agenzie di stampa - figura indagata anche Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania e moglie dell’ex Guardasigili e leader dell’Udeur Clemente Mastella, destinataria di un provvedimento di divieto di dimora in Campania, dove svolge la sua attività istituzionale. Leggi l’intervista Sandra Mastella
I magistrati della procura di Santa Maria Capua Vetere che hanno indagato su Clemente Mastella e hanno firmato la richiesta d’arresto di sua moglie, Sandra Lonardo, sono finiti sotto inchiesta a Roma. Le accuse (abuso d’ufficio, omissione di atti d’ufficio, ma si parla pure di calunnia) non riguardano direttamente quel procedimento, ma vicende che a esso si intrecciano. Nelle scorse settimane il pm romano Giancarlo Amato ha inviato diversi avvisi di garanzia. Due sono stati recapitati all’ex procuratore sammaritano Mariano Maffei (oggi presidente della commissione tributaria regionale, che dichiara: “Ufficialmente non mi risulta niente. Ma anche se fosse, questa notizia costituirebbe una grave violazione del segreto istruttorio”) e al pm Alessandro Cimmino. Entrambi avevano firmato la richiesta di misura cautelare per Lonardo. Sono finiti sotto indagine anche i pm Maria Di Mauro (accusata da alcuni colleghi di conflitto d’interessi per un paio di inchieste sulla asl di cui il marito è consulente legale) e Luigi Landolfi.
Le informazioni di garanzia sono la conseguenza di una guerra intestina alla procura, con accuse di mobbing, esposti, denunce e inchieste che sono stati esaminati nei mesi scorsi dall’ispettorato del ministero della Giustizia, dalla procura generale di Napoli e dal Consiglio superiore della magistratura. E ora sono finiti sul tavolo di Amato e del collega Antonangelo Racanello che si occupa di un filone collegato.
A gennaio la procura casertana era diventata la più famosa d’Italia. Infatti, dopo aver ottenuto l’arresto di Lonardo, presidente del consiglio regionale, aveva causato le dimissioni di Mastella che hanno portato alla caduta del governo Prodi. Per l’ex guardasigilli dietro quell’inchiesta c’era un mandante politico e aveva sottolineato i rapporti di parentela di Maffei con Alessandro De Franciscis, nipote della moglie e presidente della Provincia di Caserta, ex papavero dell’Udeur passato al Pd. Ma la sua era sembrata una difesa d’ufficio. Gli avvisi di garanzia spediti dalla capitale ribadiscono, invece, che in quella procura qualcosa, forse, non funzionava per davvero.
A mettere in moto l’inchiesta è stato un esposto inviato 10 mesi fa alla procura generale di Napoli da tre magistrati di Santa Maria Capua Vetere: il procuratore aggiunto Paolo Albano, i pm Donato Ceglie e Filomena Capasso. Nel documento parlavano di “un clima insostenibile di sospetti, di comportamenti vessatori, di illecite indagini condotte su colleghi del medesimo ufficio, tra i quali gli scriventi, e di iniziative spesso estranee a qualsiasi perimetro legale di corretto esercizio della funzione giudiziaria”. Comportamenti che avrebbero dilaniato la procura: “Un tale complesso di reiterate, indebite e ingiustificabili condotte poste in essere dal procuratore Mariano Maffei, con il concorso e il sostegno di tre suoi “fidati” sostituti, i dottori Maria Di Mauro, Alessandro Cimmino e Luigi Landolfi, non poteva non riverberarsi, con conseguenze non più rimediabili, sulla serenità di molti dei magistrati in servizio, nonché sulla corretta conduzione della procura”. Non basta. Per loro ci sarebbe stato un “accanimento nei confronti di coloro anche solo sospettati di non essere omologhi alla volontà di chi lo dirige”.
Ora i pm romani dovranno stabilire se queste accuse siano veritiere.
Una cosa è chiara: a Santa Maria Capua Vetere nei mesi scorsi si sono fronteggiati due schieramenti di magistrati con visioni molto diverse sulla conduzione delle inchieste e su chi indagare. Da una parte Maffei e i suoi, dall’altra Albano, Ceglie, Capasso, Carlo Fucci (già segretario dell’Associazione nazionale magistrati ritenuto vicino a Mastella) e Silvio Marco Guarriello.
Quasi tutti magistrati orientati a sinistra. I primi sono considerati vicini alla corrente Movimenti riuniti - Articolo3 (Cimmino è appena stato eletto nel consiglio giudiziario del distretto napoletano) e ad alcuni esponenti di rilievo della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, in particolare all’ex sostituto procuratore Raffaele Cantone, che nei giorni scorsi ha ricevuto un invito del Pd a candidarsi come presidente della Provincia di Napoli, offerta rifiutata.
I secondi sono quasi tutti iscritti a Magistratura democratica e sarebbero più autonomi rispetto al capoluogo. Come il nuovo procuratore Corrado Lembo che, la settimana scorsa, in una riunione riservata alla procura generale, ha discusso sul rispetto delle competenze con il collega della Dda Franco Roberti.
Sullo sfondo di questa guerra fra toghe ci sarebbe una faida interna al centrosinistra campano. Un legame con la politica che, se negli esposti è molto sfumato, nei corridoi della procura emerge rumorosamente. Secondo alcuni, esisterebbe un gruppo che avrebbe operato “con finalità extraistituzionali” provando a proteggere il consigliere regionale diessino (ora Udeur) Angelo Brancaccio, arrestato nel 2007 su richiesta del pm Cimmino con l’accusa di aver incassato tangenti. Altri (anche in questo caso non vengono allo scoperto) assicurano che la verità è opposta: esisterebbe, sì, uno schieramento, ma a difesa di quel De Franciscis, passato dall’Udeur al Pd, che nelle ultime inchieste, nonostante le accuse di un assessore provinciale e alcune intercettazioni (raccolte nella vicenda dei Mastella) ritenute dagli stessi investigatori “molto rilevanti”, è sempre stato ascoltato solo come persona informata sui fatti.
Nel fascicolo del capo degli ispettori del ministero, Arcibaldo Miller, sono finiti pure gli estratti catastali che dimostrerebbero come la moglie di Maffei, insieme con De Franciscis, fosse tra i proprietari delle cave che negli anni scorsi sono state sequestrate da Ceglie e Guarriello.
A questo rompicapo bisogna aggiungere un’altra tessera: Giacomo Caterino, 37 anni, docente universitario di economia politica, consigliere provinciale dell’Udeur e amico di Mastella. L’anno scorso è stato arrestato con l’accusa di falso ideologico e turbativa d’asta. Un’inchiesta da cui è partita quella sull’ex guardasigilli e la moglie. Uscito dal carcere Caterino ha denunciato Maffei, Cimmino, il pm Paolo Di Sciuva e il giudice per le indagini preliminari Giuseppe Maccariello: “Quei signori avevano in mano le carte che dimostravano che i reati di cui mi accusavano andavano contestati ad altri, per esempio a De Franciscis” sostiene il consigliere, che questi attacchi li ha formalizzati.
Per questo nei giorni scorsi è stato ascoltato a Roma dal pm Racanello. E anche se la vicenda non gli ha tolto il gusto della battuta (”Quando ero in prigione sono venuti a farmi visita i vertici regionali del partito. Sei mesi dopo ho potuto ricambiare la cortesia”), per lui l’Udeur in Campania è finita al centro di un complotto: “Ora, forse, qualcuno ci spiegherà se certe responsabilità erano da ascrivere a noi o a chi governa il nostro territorio con la protezione di procure amiche”.

di Laura Maragnani
“Con la presente comunico che il segretario politico del partito, senatore Clemente Mastella, ha sospeso dal partito la Signoria Vostra” e ha deciso “il deferimento al collegio dei probiviri per l’espulsione”. La firma è quella, fino a ieri sconosciuta, di Massimo De Luccia, neoresponsabile organizzativo dell’Udeur. Il destinatario? Non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Mauro Fabris, ex capogruppo alla Camera, uno che già nel ’99 era al fianco di Clemente, è telegrafico: “Ricevuta”. Antonio Satta, ex vicesegretario del partito: “Ricevuta”. Angelo Picano, già responsabile organizzativo: “Ricevuta”. Quanto a Pasqualino Giuditta, colui che si è seccato di essere “sbrigativamente definito” come il cognato di Mastella e ha osato criticare la moglie, Sandra Lonardo, allarga le braccia: “La sto aspettando”.
Quante sono le lettere? Duecento? Trecento? Praticamente tutti i membri del consiglio nazionale, si mormora, sono stati sospesi per indegnità morale e politica o danno all’immagine del partito. Sospesi i componenti del direttivo, i deputati, i fedelissimi, come quella Sandra Cioffi che andò a consolare, a nome delle donne udeur, la signora Sandra agli arresti domiciliari in quel di Ceppaloni. Sospesi consiglieri regionali come Rosa Mastrosimone, eletta in Basilicata, vicepresidente del consiglio nazionale. Sospesi potenti come Regino Bracchetti, assessore alla Regione Lazio. Sospesi quasi tutti i segretari regionali. Sospesa per indegnità Angiolina Boldo, segretario provinciale a Verona: “Indegno è un partito in cui la moglie del segretario è agli arresti”.
Cosa succede nell’Udeur? È in corso “un’epurazione di massa” ruggisce l’ex senatore Maurizio Calvi, di Latina, reo di “aver nociuto all’immagine del partito attraverso iniziative e dichiarazioni in contrasto con la linea politica”: sospeso.
E se c’è chi ci ride sopra, come il parlamentare Dante D’Elpidio di Pescara (”ho già dato mandato a un artigiano di mettere la lettera in cornice, è un attestato di benemerenza che va esposto”), molti la pensano come Calvi: “Denuncerò Mastella per diffamazione, calunnia e danno alla mia, di immagine. Voglio i danni morali e materiali e il rimborso di tutte le spese sostenute per il partito”. Mai rimborsate? “No. Io non ho mai capito come hanno speso i soldi del partito e su decisione di chi. Ma ora…”.
Ora è iniziata la resa dei conti. Tre settimane fa il deputato Antonio Satta ha per primo invitato Mastella a dimettersi, lanciando l’altolà sui rimborsi elettorali: “Clemente non può pensare di gestirli da solo, come faceva quando i bilanci si approvavano senza controllo”. Sospeso. Fuori tutti quelli in odor di fronda: in gioco, il controllo politico e il tesoretto del partito.
Ben 1,3 milioni di euro l’anno, per tre anni, come rimborso elettorale: totale 4 milioni; 1,5 milioni incassati grazie all’ultimo tesseramento noto, quello del 2005-2006: l’Udeur doveva restituirne due terzi alla periferia “ma nessuno ha mai accusato ricevuta” sostiene l’ex responsabile Pino Bicchelli, poi migrato nel Pd. E i finanziamenti al Campanile? Erano 1,153 milioni nel 2004; 1,331 milioni nel 2005; 1,179 nel 2006. Chi gestisce il “cucuzzaro”?
Nel bunker di piazza Argentina sono rimasti in pochi. Il primo fedelissimo è Pellegrino Mastella, primogenito del segretario, vero uomo ombra dell’Udeur. Ha esordito come giornalista praticante al Campanile insieme alla moglie, Alessia Camilleri, poi si è dato al business: socio della Sgai, società casertana di scommesse; padrone della Mape di Benevento, carburanti per aerei; proprietario al 50 per cento di un’agenzia di assicurazioni, la Acros Consulting di Verona, che ha assicurato Il Campanile e la festa di Telese. Pellegrino, insieme al fratello Elio, possiede la srl Servizi e sviluppo, società con cui Clemente ha acquistato dall’Inail, a buon prezzo, gli uffici del quotidiano. È membro del cda della cooperativa Il Campanile nuovo che incassa i contributi.
Alla Servizi e sviluppo, ossia ai fratelli Mastella, la cooperativa Il Campanile, ossia Pellegrino, paga ogni mese 6 mila euro di affitto pari al mutuo acceso per l’acquisto. Presidente della cooperativa è l’avvocato Davide Perrotta, socio di Pellegrino nello studio legale Criscuolo e associati, quello di riferimento del partito. Nel 2006, con un’interrogazione, la forzista Mara Carfagna chiese conto della consulenza data dall’Asl 2 di Salerno allo studio Criscuolo. Direttore generale della asl era Federico Pagano, indicato dalla presidente del consiglio regionale Sandra Lonardo.
Udeur di parenti e amici. Davide Perrotta, socio di Pellegrino, è stato nominato presidente del collegio dei probiviri al posto di Bruno Camilleri, fratello del suocero di Pellegrino, Carlo, indagato in Campania insieme a Lonardo. Perrotta deciderà le espulsioni? Probabile. Del tesoretto del partito si occupa un altro amico di Pellegrino, Pier Paolo Sganga, responsabile amministrativo dal 2006.
Tra i sospesi “per indegnità” cova la rabbia. Gino Capotosti, deputato umbro passato all’Udc, relatore della legge sulla class action, sta studiando un’azione collettiva degli ex iscritti. Nessuno nel partito ha dimenticato l’ultima telefonata preelettorale tra Mastella e Gianni Letta. Era giovedì 6 marzo, Clemente urlava: “O candidate mia moglie o mio figlio Pellegrino o non candidate nessuno!”. Nessuno? Nella stanza è sceso il gelo: era la morte politica dell’Udeur. Pellegrino ne scolpì la lapide: “Muoia Sansone con tutti i filistei”.

Scarcerata ma con l’obbligo di dimora nel comune di residenza, a Ceppaloni (Benevento). È questa la decisione presa dal Tribunale del Riesame su Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella e presidente del consiglio regionale della Campania. La Lonardo era ai domiciliari dal 16 gennaio per tentata concussione. L’ordinanza, già depositata in cancelleria, non ha accolto in toto la richiesta della Procura di Napoli che si era pronunciata per l’annullamento degli arresti domiciliari, ritenendo cessate le esigenze cautelari.
La richiesta avanzata dal pm Curcio, a cui è stata assegnata l’inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere, passata a Napoli per competenza, era arrivata dopo le parole del senatore Pd ed ex numero due di Mani Pulite Gerardo D’Ambrosio (”L’arresto di Sandra Lonardo Mastella è un errore, da parte dei magistrati ci vuole più rispetto per le istituzioni) e in seguito al giudizio del vice presidente del Csm, Nicola Mancino, per il quale “Non c’erano le condizioni per l’arresto” di Lady Mastella.
La decisione del Tribunale è stata accolta con grande soddisfazione a Ceppaloni, davanti alla villa dell’ex Guardasigilli. E cresce l’attesa per la decisione del riesame. Numerose le persone davanti ai cancelli della villa dei Mastella. Le donne dell’Udeur, che da giorni, in un gazebo, testimoniano la loro vicinanza a Sandra Lonardo, offrono caffè in attesa che “finalmente finisca questa brutta storia”. Che ha causato prima le dimissioni da ministro della Giustizia di Clemente Mastella e, conseguentemente, la crisi del governo Prodi.

Il leader dell’Udeur Clemente Mastella difende il suo partito e la sua famiglia. In un’intervista a Sky tg24 spiega le sue preoccupazioni sui rapporti tra magistratura e politica: “Neppure Caselli si arrischiò a dichiarare negli anni bui ‘associazione per delinquere’ un partito”. Dice di essere stato attaccato per lasciare il ministero della Giustizia, e domanda: “Chi mi ripagherà?”, annunciando una risposta politica “più in là”.

C’eravamo tanto amati. Da diverso tempo la famiglia del centrosinistra campano si presenta sempre più divisa e spaccata.
Ci mancava solo la notizia emersa in serata che anche il ministro Clemente Mastella risulta indagato per concorso in concussione ai danni del governatore della Campania, Antonio Bassolino. Con gli assessori dell’Udeur Luigi Nocera ed Andrea Abbamonte avrebbe costretto Bassolino ad assicurare loro la nomina a commissario dell’Asi di Benevento di una persona ”liberamente designata da Mastella”. Pressioni e retroscena che, con gli arresti domiciliari di Sandra Lonardo Mastella e degli altri dirigenti Udeur, non sono di certo un balsamo lenitivo per le ferite aperte dentro la coalizione. Le liti partenopee nascono insieme al Partito Democratico.
Le primarie del 4 ottobre lanciano sin da subito due segnali contrastanti: la Campania è una regione importante per Veltroni, perché capace di garantirgli un serbatoio enorme di voti; ma al tempo stesso è una grossa gatta da pelare, il più spinoso e il più difficile da risolvere tra i problemi regionali.
Per rintracciare il primo dissidio all’interno del Pd bisogna risalire a quattro mesi fa. Coincide con la decisione di Antonio Bassolino e di Ciriaco De Mita di candidare alla segreteria “l’uomo nuovo, il candidato ideale”, e cioè Tino Iannuzzi.
Da quella scelta, prende avvio la fronda interna al Pd, alimentata dai tre avversari del candidato più forte: Salvatore Piccolo della Margherita, segretario provinciale di Napoli; Eugenio Mazzarella, in quota Enrico Letta; Sandro De Franciscis, attuale presidente della provincia di Caserta, eletto deputato nel 2001 con la Margherita, poi passato con Mastella, e infine riavvicinatosi di nuovo a Rutelli.
Alle primarie, i tre non la spuntano: vince Iannuzzi, ma gli avversari contestano la vittoria, anche a causa della lentezza degli spogli, durati più di 48 ore. Esplodono polemiche, i dirigenti nazionali Dl si dicono “preoccupati” e deve intervenire lo stesso Veltroni per tacitare ogni reclamo di brogli. Ma quelle contestazioni sono solo la prima delle lotte interne al nuovo partito campano.
Nuove polemiche sorgono dopo l’elezione a presidente regionale del partito di Graziella Pagano, candidata dapprima vicina a uno dei tre sconfitti, Salvatore Piccolo, poi presentata dalla maggioranza del Pd contro il candidato di minoranza, e alla fine eletta.
Subito dopo, è il turno dello scontro tra Bassolino e il Ministro Luigi Nicolais, finito con l’elezione a coordinatrice provinciale dell’italianista Emma Giammattei, in netto contrasto con il governatore campano. L’incarico di mediare è affidato stavolta al braccio destro di Veltroni, Goffredo Bettini, che trova un compromesso insperato tra le correnti del Pd.
Ma nell’universo campano non c’è spazio solo per Bassolino e compagni. Svolge un ruolo decisivo anche l’Udeur di Clemente Mastella, rappresentato nel consiglio regionale da sette consiglieri oltre che da Sandra Leonardo, che ne è Presidente. In passato, gli attriti tra lei e il Pd non sono mancati: uno degli ultimi, risale ad un paio di mesi fa, ed è legato all’aumento delle indennità dei consiglieri regionali.
Situazione di incertezza anche al Comune, dove l’emergenza rifiuti non ha di certo aiutato a rasserenare il clima: Rifondazione Comunista si è detta contraria alla riapertura della discarica di Pianura, mentre i Comunisti Italiani hanno chiesto un rimpasto e la delega per la gestione della crisi. E gli uomini di Giordano hanno fiutato aria di crisi anche nella giunta regionale, annunciando che “in Campania si è chiuso un ciclo politico”.
LEGGI ANCHE: Lady Udeur e l’inchiesta che travolge i vertici del partito - Mastella day: la moglie agli arresti, il guardasigilli si dimette - Le notti insonni di Mastella, dall’indulto a De Magistris - Il dossier sul caso Mastella
- Tags: Antonio Di Pietro, Campanile, caso-mastella, Clemente Mastella, csm, indagini, luigi-de-magistris, Ministero-della-Giustizia, ordinamento-giudiziario, Sandra-Lonardo, Udeur, Why-Not
-

In principio era l’indulto. Poi la legge elettorale e il pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris. Così, da quando il ministro Clemente Mastella occupa il piano più alto della giustizia italiana, esattamente 608 giorni dal giuramento al Quirinale, le notti insonni del leader dell’Udeur non si contano.
Dopo un lungo braccio di ferro tra le forze politiche, il 29 luglio 2006, il Parlamento italiano ha approvato la legge sull’indulto. E dal quel giorno, per Mastella, non c’è stata pace. Il nemico numero uno è il collega ministro Antonio Di Pietro. Responsabile delle Infrastrutture ed ex pm di Milano. Tra loro il braccio di ferro è serrato (anche a colpi di blog). Uno, Mastella, sostiene che il collega voglia solo rubargli il posto, l’altro, Di Pietro, lo accusa di favorire i delinquenti e di incompetenza in materia di giustizia. Di fatto ancora oggi il Guardasigilli deve difendere con le unghie la sua legge sull’indulto.
Poi, più o meno un anno fa, senza contare le solite tensioni pre Finanziaria di dicembre, è stata la volta dei Dico. Mastella fa tremare Prodi e tutto il governo. Il suo è un no secco alle coppie di fatto. La crisi sembra oramai alle porte. Il Guardasigilli vota contro ma il testo in Consiglio dei ministri passa lo stesso. In piazza lo fischiano (ma i colleghi non lo difendono) e lui sbatte la porta anche al giornalista tv Michele Santoro, abbandonando gli studi televisivi di Annozero dopo un intervento del vignettista Vauro. Ma per Mastella le spine nel fianco non finiscono qui.
A settembre dello scorso anno (in tempi di Finanziaria e soprattutto di tagli alle spese) il vicepremier Rutelli e il Guardasigilli si sono fatti beccare su un aereo di stato, con il figlio di Mastella e altri ospiti, mentre andavano ad assistere al gran premio di Formula uno di Monza. Una gaffe che al ministro della Giustizia è costata quasi il posto.
Ma i veri guai per il ministro di Ceppaloni sono cominciati quando si è diffusa la notizia che era stato iscritto nel registro degli indagati nell’inchiesta “Why not” del pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Inbuona compagnia, s’intende (è indagato anche il premier Romano Prodi). Nel mirino, in particolare, le intercettazioni dei colloqui telefonici che il ministro della Giustizia avrebbe avuto con Antonio Saladino, figura chiave dell’indagine. Tra repliche e smentite, resta il fatto che nel frattempo il Guardasigilli, il 21 settembre, chiede al Csm di disporre il trasferimento cautelare d’ufficio nei confronti del pm.
Lo scorso 11 gennaio, è cominciato davanti alla sezione disciplinare del Csm il processo a carico di De Magistris. Al magistrato viene contestato di aver emesso provvedimenti abnormi o per lo meno anomali ma anche di essere responsabile delle ”incontrollate fughe di notizie” sulle sue indagini, e di aver diffuso ‘’sospetti” senza prove nei confronti di superiori e colleghi.
Infine la cronaca degli ultimi giorni. Mastella che apre alle modifiche sulla legge sull’aborto e lo scontro con la maggioranza per le legge elettorale che, secondo la bozza Bianco, prevede un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5 per cento. Anche in questo caso Mastella si è opposto e in una telefonata a Prodi ha minacciato di dare le dimissioni.
Fin dall’inizio della sua carriera il giovane giornalista Clemente Mastella, classe 1947, ebbe parecchie gatte da pelare. Agli inizi degli anni 70’ l’assunzione di Mastella in Rai si narra che i suoi colleghi proclamarono ben tre giorni di sciopero contro la sua nomina…
LEGGI ANCHE: La moglie sotto inchiesta, il Guardasigilli si dimette - Lady Mastella: l’inchiesta travolge il vertice dell’Udeur in Campania - Sandra Lonardo, per l’accusa è tentata concussione