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Sandro-Bondi

Tradizionalmente considerato il salotto pacato dell’approfondimento di Rai Tre, Ballarò del 26 maggio è stato invece denso di polemiche e battibecchi. Ci si è parecchio scaldati in studio, sul caso Noemi: Ezio Mauro, il direttore di La Repubblica, solitamente restio alle comparsate in tv, contro Maurizio Belpietro; Dario Franceschini ancora contro il direttore di Panorama; il coordinatore del Pdl e ministro della Cultura Sandro Bondi contro Repubblica e il segretario del Pd… “Quando l’argomento è piccolo ci sono le risse”, commenta a fine puntata Marco Pannella, ospite in studio. Sarà…
Eppure la vicenda che ruota intorno alla ragazza napoletana è da tanti giorni al centro del dibattito mediatico e politico. Argomento piccolo e di poco conto? Di fatto interessa e divide. E, a quanto pare, piace al pubblico televisivo: a seguire la trasmissione di Giovanni Floris sono stati 4 milioni 218 mila spettatori con il 17,73% di share, record stagionale di ascolti.
I toni si accendono con il botta e risposta tra Ezio Mauro e Belpietro. Dopo un’introduzione di Mauro che ha chiesto a Silvio Berlusconi di rispondere alle dieci domande che sta ponendo da giorni sul caso Noemi, è toccato a Belpietro prendere la parola, osservando che “quelle domande non sono domande dirette ma provocatorie, insinuanti”. “Avete intervistato l’ex fidanzatino di Noemi che si chiama Gino Flaminio. Ebbene, al casellario giudiziario risulta che esiste un Gino Flaminio condannato a due anni per rapina. È lo stesso che avete intervistato voi?”. Mauro ha provato a rispondere ma Belpietro è tornato alla carica: “Le avete fatte o no le verifiche su questo ragazzo? Quello che avete intervistato è lo stesso che era stato condannato?”. Il direttore di Repubblica ha dovuto ammettere che non è stato effettuato il controllo ma ha spiegato che Flaminio “ha raccontato un pezzo della sua vita”.
Ecco allora scendere in campo il segretario del Pd, Franceschini: “Quello che a me preoccupa è l’intolleranza verso la libera stampa e non Noemi. Vedo un fastidio micidiale verso le inchieste e stasera, qui, contro il direttore di Repubblica è stato aperto un fuoco di fila da un giornalista che per la cronaca è dipendente di Berlusconi. In qualsiasi democrazia di fronte a una vicenda così la stampa avrebbe vivisezionato la storia. Ed invece io sono preoccupato da un’intolleranza che vedo verso chi cerca di vederci chiaro nella storia”. Belpietro non ci sta ad essere definito dipendente del presidente del consiglio Silvio Berlusconi: “Lei” attacca rivolto a Franceschini “non ha titoli per darmi lezioni di indipendenza che io ho sempre dimostrato. La realtà è un’altra: quando io pubblicai la vicenda che riguardava il portavoce di Prodi fui assalito da tutti”.
Contro Franceschini e Mauro si è scagliato anche il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi: “Berlusconi ha già chiarito, la realtà è che Franceschini non è un moderato ma un estremista ed è più irriguardoso delle persone di Di Pietro. Lei e Mauro vi dovete vergognarmi”. Bondi ha anche accusato il direttore di Repubblica, di essere andato a “rimestare nella pattumiera” e ha chiesto a Mauro se il giornale abbia pagato un cachet per l’intervista all’ex ragazzo di Noemi. “La sfido a dimostrare una cosa del genere”, si è ribellato Ezio Mauro.
Dopo che l’esponente del Pdl ha accusato il segretario Pd di essere “un estremista che sta bene con Di Pietro”, il leader democratico, nella replica, si rivolge al ministro con un “vedi Bondi”. Dura reazione del minsitro: “Mi dia del lei, non ho amicizia con lei”. Gelido Franceschini: “Sì, eccelenza…”. . E quando Ezio Mauro ha detto che Bondi “ha perso la testa”, il ministro ha protestato: “Non ho perso la testa ma sono indignato per la vostra ipocrisia”.
Il VIDEO del battibecco da YouTube:
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Era la città delle 99 Cannelle, famosa per le 55 Chiese, bella come un presepe: L’Aquila. Già, era…
Ora è un ammasso di macerie, con pochi monumenti in piedi e la maggior parte delle chiese distrutte. La mano infernale che nel buio della notte ha stritolato l’Abruzzo, ha prodotto lesioni gravi alla totalità del patrimonio artistico e culturale dell’Aquila e della zona del cratere. E a essere a rischio è la memoria storica, culturale, della città.
Non si è salvato praticamente nulla, conferma l’architetto Augusto Ciciotti del Dipartimento dei Beni Culturali d’Abruzzo.
Anzi, qualcosa che si è salvato c’è: la teca che contiene le spoglie di Papa Celestino V (il “Papa del gran rifiuto” che già si salvò nel terremoto del 1703, quando venne giù il soffitto dell’edificio costruito nel 1287). L’operazione di recupero è stata condotta da Vigili del Fuoco, Protezione Civile, con la collaborazione della Guardia di Finanza e sotto la supervisione del rettore della Basilica di Collemaggio, don Nunzio Spinelli. La teca è stata trasferita dal complesso di Collemaggio, gravemente danneggiato dal terremoto: “Si tratta di un altro grande miracolo di papa Celestino V - ha commentato Fabio Carapezza Guttuso, responsabile Commissione Sicurezza Beni Culturali -. Le spoglie di Celestino sono state conservate in perfetta sicurezza”. La volta della Basilica di Santa Maria di Collemaggio è infatti crollata proprio nel punto in cui si trovava la teca, che era rimasta quindi sotto un cumulo di macerie.
Il sisma di lunedì scorso ha fatto precipitare la volta della chiesa romanica. E non solo di quella, visto che per Daniel Noviello, responsabile nazionale di Legambiente Protezione Civile, raggiunto telefonicamente dall’Adnkronos: “Il 70% dei beni culturali de L’Aquila è andato distrutto”. E il resto “ancora non lo abbiamo visto” perché i lavori di recupero “si stanno concentrando soprattutto sul centro storico del capoluogo, che è andato giù tutto”.
Insomma, è gravissima la situazione delle chiese del capoluogo, da Collemaggio alle Anime Sante, drammatica quella dell’Archivio di Stato che aveva sede nel Palazzo del Governo totalmente crollato. “Non sappiamo in che condizioni sono i documenti medioevali, libri e quant’altro riguarda la storia dell’Aquila” racconta Ciciotti “ma la stima dei danni complessivi è al momento incalcolabile. E ci vorranno anni per ricostruire”.
Il danno non riguarda solo monumenti o palazzi storici - non è rimasto in piedi neanche un campanile del cratere - ma anche l’indotto turistico che ha sempre portato un notevole introito all’Aquila e all’aquilano. “Ora non possiamo fare nessun intervento. Ci vorranno mesi per fare un inventario, puntellare gli edifici, fare una lista dei danni, evacuare biblioteche, quadri, statue, cioè i beni mobili culturali e poi mettere in depositi, da individuare perchè non sappiamo ancora dove metterli - riprende affranto Ciciotti - Prima va messo tutto in sicurezza per provare a salvare il salvabile. Ci sono riflessi sul tutto il territorio incalcolabilì’.
L’Aquila ferita, tutto l’aquilano e parte delle provincie limitrofe violentate dalle scosse che continuano a scuotere la terra. Distrutta la torre medicea di S.Stefano di Sessanio, gioiello architettonico del Gran Sasso - in cui sono crollate molte case ricostruite di recente - crollato in pezzi il bellissimo castello-rocca di Ocre, lesionata la chiesa sul tratturale di S.Stefano a S.Pio delle Camere, capolavoro romanico, lesionati o inagibili altri conventi e chiese in Val Peligna e nel pescarese, campanili sbriciolati a Rovere sull’Altopiano delle Rocche.
Pochi i miracoli, poche le strutture che hanno resistito alla furia del terremoto. Proprio a S.Pio delle Camere, paese natale dell’ex presidente del Senato Franco Marini, nessun danno al triangolare castello fortezza abbarbicato, mentre a pochi chilometri nella frazione di Castelnuovo ci sono stati crolli e vittime.
E salva anche la Rocca di Calascio, splendido baluardo mediceo che fu abbandonato assieme al borgo nei secoli scorsi proprio a causa di un sisma.

Aspettando anche gli aiuti americani (concordati telefonicamente tra il premier Berlusconi e il presidente Usa Obama), per cominciare a mettere “fondi in cascina”, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha attivato il conto corrente postale “Salviamo l’arte in Abruzzo”, contando di raccogliere le donazioni di contributi dall’Italia e da tutto il mondo. “Di fronte a questa immane tragedia” ha dichiarato il Ministro Sandro Bondi nel corso del Consiglio dei Ministri svoltosi oggi a Palazzo Chigi “che rischia di cancellare intere comunità locali, credo sia particolarmente importante l’impegno del Governo per assicurare che anche il patrimonio artistico distrutto o danneggiato possa essere al più presto restituito agli abitanti delle zone colpite. Le chiese, le piazze, i palazzi antichi esprimono infatti in modo simbolico la memoria e l’identità più profonda di questi luoghi. In tutto il mondo, oltre il cordoglio per i numerosi lutti, non a caso c’è preoccupazione soprattutto per lo stato del patrimonio artistico, che anche all’estero viene percepito come vera essenza del nostro paese”. In campo anche una task force di esperti, già intervenuti sui monumenti danneggiati dal sisma del 1997 in Umbria e Marche, in supporto ai funzionari locali.
Sessantuno minuti di discorso, interrotti da sessantuno appassionati applausi della platea dei seimila delegati a cui si aggiungevano circa altri tremila ospiti del primo congresso nazionale del Popolo della Libertà. Questo il tributo a Silvio Berlusconi, che in mattinata era stato acclamato all’unanimità primo presidente del Pdl. E proprio i delegati sono stati investiti direttamente dal leader ‘missionari delle libertà’. Nel lungo intervento il Cavaliere ha toccato tutti gli aspetti della politica nazionale e internazionale, ma ha anche voluto dare una spiegazione sulla nascita del Pdl. In apertura subito l’omaggio all’unico big non presente (ma Berlusconi ne era al corrente) al padiglione 8 della Nuova Fiera di Roma, il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, che dice Berlusconi “mi ha riconosciuto una lucida follia. Un po’ matto lo sono stato davvero” ma senza questa lucida follia che viene da quella descritta da Erasmo da Rotterdam “non sarebbe mai nato il Pdl. Non vi deluderò”.
Subito la prima stoccata alla sinistra “è arretrata e faziosa, fa opposizione non al governo ma al Paese”. Grande lo spazio che il premier ha riservato alla crisi economica internazionale in atto “diffusa nel mondo – ha detto – ad opera di un virus venuto dagli Stati Uniti. Nessuno al mondo può avere una ricetta sicura per debellare questo virus”, e ha rivendicato i meriti dell’esecutivo “abbiamo agito tempestivamente e con saggezza facendo in modo che non venisse modificata la certezza del consumo e anche per il welfare a sostegno della parte povera della società per la quale” altra stoccata all’opposizione “i governi di sinistra non avevano fatto nulla”. Ecco per il premier questa è la strada su cui proseguire. Compito del Pdl sarà quello di “guidare la terza ricostruzione dell’Italia” perchè “la crisi non ci impedirà di andare avanti, cambiare il Paese e costruire per i nostri figli un nuovo miracolo italiano come avvenne nel ‘94”. Poi la solenne promessa “usciremo dalla crisi più forti di prima”.
Ed ecco un attacco alla sinistra “noi abbiamo introdotto nella politica la vera moralità, quella del fare”. Non basta eleggere i politici, bisogna sempre pretendere che chi è stato eletto onori il programma sul quale ha avuto la fiducia”. Perché se per “loro il programma è un pezzo di carta da stracciare, per il Pdl il programma è un patto vincolante”. Tra i temi toccati dal Cavaliere il federalismo (“quando andrà a regime, porterà a una riduzione delle spese inutili. Tutto ciò che sarà risparmiato verrà utilizzato per diminuire le tasse.”), l’università (“deve cambiare”. No alla moltiplicazione dei corsi di laurea a vantaggio di parenti e amici per dare gli incarichi da docenti e ricercatori. Sì, invece, a premi solo per le università migliori: “135mila studenti meritevoli di fasce sociali più deboli avranno vere borse di studio per andare avanti”), e sull’ambiente dice sì alla proposta del presidente americano “Barack Obama di organizzare un forum sull’energia e sui cambiamenti climatici abbiamo dato il nostro via libera affinché si tenga la riunione durante il G8 alla Maddalena”.
Quindi il decoro urbano: bisogna far rispettare il divieto di lordare le strade con mozziconi e cartacce, di imbrattare i muri. E il piano casa? Berlusconi dice che ci sarà a breve. E sarà anche per i giovani: “mettere insieme una famiglia – dice il leader del Pdl – è una decisione diventata una scelta diciamolo pure coraggiosa. Per questo una parte importante del piano casa che realizzeremo tra breve sarà dedicata proprio alle giovani coppie per cui la ricerca di un’abitazione non dovrà rappresentare più un freno all’uscita dal guscio rappresentato dalla famiglia da rinnovare”. Insomma, stop alla logica dei ‘bamboccioni’.
Ma l’intervento del Cavaliere ha tenuto a sottolineare l’importanza delle riforme istituzionali e costituzionali. “La Costituzione va rivitalizzata e arricchita. Una delle missioni della nostra maggioranza – ha aggiunto – è ammodernare l’architettura istituzionale dello Stato”. Ha dato ragione a Fini, che aveva usato la metafora del calabrone e della farfalla. “È il tempo di passare dal calabrone alla crisalide ed è tempo che la crisalide diventi finalmente farfalla. E che l’Italia, come una farfalla, possa spiccare finalmente il volo”. Le riforme dovranno dare più poteri al premier, che “al contrario delle favole scritte su di me dalla sinistra, non ho poteri, se non quelli che derivano dalla mia autorevolezza”. I poteri che la Costituzione assegna al presidente del Consiglio sono praticamente inesistenti (li ha definiti “finti”).
Il punto di partenza deve essere la riforma dei regolamenti parlamentari, che per il Presidente del Consiglio sono “immutati dai tempi della prima Repubblica. Non è più rinviabile e non mortificherà il Parlamento ma gli restituirà il giusto ruolo e la piena dignità”. Una riforma necessaria che il Cavaliere ritiene necessaria “per evitare che i regolamenti siano lo strumento e il pretesto per l’ostruzionismo da parte dell’opposizione. Il Parlamento potrà così valutare i provvedimenti secondo tempi che non sono posti dal governo ma dall’urgenza delle circostanze”. Poi, confermando la sua discesa in campo alle europee, sferra un altro attacco diretto a Dario Franceschini: “Non ho esitazioni ad impegnarmi concretamente alle prossime europee. Un leader – ha sottolineato – deve avere il coraggio di farlo. Dicono che è una candidatura di bandiera? Ma è una bandiera dietro la quale ogni vero leader chiama a raccolta il proprio popolo”. E lo sfida: “Se è un vero leader faccia lo stesso”. Conferma che “le prossime elezioni europee sono molto importanti. Puntiamo – dice Berlusconi – a diventera il primo gruppo nel Ppe”. E rivela che “in Italia ora siamo al 44%, ma un grande partito non si accontenta e si candida a ottenere il 51 per cento dei consensi”.
Rivolgendosi alla platea chiede “Cos’è dunque il Popolo delle Libertà?” Il Cavaliere non ha dubbi e spiega: “Siamo il Popolo della libertà e alla libertà, alla dignità dell’uomo, ai pari diritti tra uomo e donna, alla sacralità della vita e alla difesa della famiglia naturale, noi non rinunciamo. Gli altri – attacca – chiamo tutto questo ‘berlusconismo’ ma i nostri riferimenti sono gli stessi del Partito dei popoli europei”. Il Premier si dice convinto che “Il Pdl sarà fucina di idee e programmi e durerà nel tempo. Sopravviverà ai suoi fondatori”. Finale con tutti sul palco. Inno alla gioia e di Mameli. Prima della chiusura di Berlusconi, il congresso aveva approvato lo Statuto con 4 voti contrari e 5 astenuti. E oltre ai 34 membri dell’ufficio di presidenza a governare il nuovo partito, insieme al Cavaliere, ci sono i tre nuovi coordinatori: Ignazio La Russa, Denis Verdini, e Sandro Bondi.
I triumviri avevano parlato nella mattinata. L’ex reggente di An aveva sottolineato che “non è una colpa avere tanti leader. E poi tra la coppia Fini-Berlusconi e quella Franceschini- Veltroni passa la stessa differenza che c’è tra il giorno e la notte”. Quindi un avviso all’Udc: “Casini non accetta il bipolarismo, ma noi non torniamo indietro”. Il ministro della Cultura, Sandro Bondi – che ha promesso che sarà “coordinatore con tenerezza” - ha aperto sul testamento biologico dicendo “un fermo no all’eutanasia, ma un altrettanto cristiano no all’accanimento terapeutico che deve lasciare il posto ad un atto di libera volontà della famiglia in accordo con i medici”. Infine l’ex coordinatore azzurro, Denis Verdini, ha parlato di “fusione riuscita tra An e Fi”, e ha rivendicato l’importanza e la grande innovazione dello statuto che “ci permetterà di consultare i nostri elettori in maniera costante anche grazie al web”.
Il VIDEO servizio:
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Battute parlamentari: “La voluminosa biografia di von Verdini racconta che un giorno il centrodestra italiano passò dal Parteienstaat teorizzato da Hans Kelsen al Gazebostaat…”. Evocato al cospetto dei gonfi arancini di riso della buvette di Montecitorio, il von Verdini (per la storia contemporanea di nome fa Denis), ultimo coordinatore dell’età di mezzo di Forza Italia, prossimo triumviro con Sandro Bondi (sì, a volte ritornano) e Ignazio La Russa dell’età del partito unico, il Popolo della libertà che il 27 marzo prossimo alla Nuova Fiera di Roma celebra il congresso fondativo. Sarà un venerdì, giorno dedicato a San Ruperto, predicatore itinerante dell’Ottavo secolo, a tenere a battesimo il Pdl. Due i padrini: Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, tanti gli invitati a un evento che però è più interessante nella preparazione piuttosto che nella celebrazione. Partiamo comunque da quest’ultima, visto che Panorama è in grado di anticipare la scaletta della due giorni congressuale. Possono cambiare ancora i nomi di alcuni personaggi, ma la sceneggiatura del film è scritta. Chi immagina un’assemblea che sia occasione per un confronto tra correnti, visioni del mondo differenti o più modestamente visioni del partito, può chiudere il taccuino. La ferraglia del partito novecentesco, superstrutturato, è archiviata. Il partito secondo Berlusconi è la fucina di due prodotti: nuova classe dirigente ed esperienza di governo. Fine dell’ideologia, spazio al pragmatismo.
Il programma. I lavori si apriranno alle 17 con i saluti dei rappresentanti del Partito popolare europeo (Hans-Gert Pöttering e Wilfried Martens), ai quali seguiranno gli interventi di cinque giovani rappresentanti di circoli, fondazioni culturali, associazioni del mondo del lavoro e della scuola. I giovani, insieme al governo, rappresentano il leitmotiv dell’assemblea. Berlusconi già a Palazzo Chigi ha rinnovato la sua squadra nell’anagrafe e nella sostanza, nell’immagine del Pdl che verrà proiettata durante il congresso questo aspetto sarà accentuato. Il presidente del Consiglio prenderà la parola alle 18.30 per ripercorrere le tappe dell’avventura politica del centrodestra: “Dal 1994 a oggi: la storia del Popolo della libertà”. Il primo giorno si chiude così, con la prima performance del Cavaliere. Punto e a capo.
Si riparte sabato, dopo aver consumato cappuccino e cornetto è il turno di quattro parlamentari trentenni (per Forza Italia saranno Simone Baldelli e Beatrice Lorenzin) ai quali poi seguirà il primo blocco dei big: Franco Frattini, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Gaetano Quagliariello, Stefania Prestigiacomo, Giorgia Meloni, Claudio Scajola, Italo Bocchino, Altero Matteoli. Sono ministri e capigruppo, non esponenti del vecchio apparato di Forza Italia e An.
E Gianfranco Fini, socio fondatore, alleato-concorrente del Cav? Il Fini day sarà proprio sabato e forse dal suo intervento verranno gli spunti più stimolanti rispetto alla futura dialettica interna del Pdl. Qualcuno si attende scintille, ma è difficile che il presidente della Camera (destinato a essere l’ambasciatore del Pdl dentro la famiglia dei Popolari europei) voglia esibirsi in un discorso ad alto voltaggio. Ci sarà qualche scarica, ma non il cortocircuito.
Pomeriggio “a specchio”: altri quattro giovani e seconda tranche di big: Giulio Tremonti, Fabrizio Cicchitto, Mariastella Gelmini, Gianni Alemanno, Mara Carfagna, Angelino Alfano, Maurizio Gasparri, Raffaele Fitto, Elio Vito e Andrea Ronchi. Ancora ministri e capigruppo con l’eccezione della figura istituzionale del sindaco di Roma, uno degli astri della futura galassia postberlusconiana e postfiniana. La seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Renato Schifani, parlerà subito dopo; quindi si aprirà una serie di interventi ancora da definire.
Il terzo giorno nella Genesi “nelle acque inferiori viene separata la terra e viene generato il regno vegetale”, nella storia del Pdl invece sarà domenica e dopo aver votato l’ufficio di presidenza e i coordinatori, cioè lo stato maggiore del partito, ci sarà l’intervento di chiusura del congresso di Berlusconi dal titolo: “Il nuovo partito e il futuro”. Bottiglia che s’infrange sulla chiglia, varo del partito-transatlantico, apoteosi finale.
A tutto questo si arriva attraverso un percorso lungo, difficile, a tratti tormentato, che in queste ore giunge al rush finale. Forza Italia e An hanno storie profondamente diverse: partito pragmatico con le sue radici nella rivoluzione reaganiana il primo, figlio della drammatica storia del Novecento, post-fascista, poi approdato alla destra europea il secondo. È lo scontro-incontro di culture diverse e sistemi di potere ormai consolidati. Una fusione tutt’altro che fredda (i lettori pensino all’esperimento malriuscito del Partito democratico); piuttosto, rovente. La ripartizione della rappresentanza tra Forza Italia e An sarà quella racchiusa nella formula 70-30. Così agli azzurri andranno due coordinatori (Bondi e Verdini) e uno al partito di Fini (La Russa). Forza Italia avrà 14 coordinatori regionali e sei ne spetteranno ad An (due regioni grandi, due medie e due piccole). Con un occhio all’incrocio fra poteri, perché dove c’è una forte presenza istituzionale ci sarà un bilanciamento. Per esempio a Roma, dove An esprime il sindaco, il coordinamento dovrebbe essere di Forza Italia.
In ogni caso al Nord An avrà un suo proconsole, probabilmente nel Veneto, superando così un gap che costringerebbe la classe politica proveniente da An a riversarsi nel Centro-Sud.
Il diavolo si annida nei dettagli e in queste ore si curano proprio questi: la direzione del partito, inizialmente di 20 elementi compresi i ministri, sarà allargata a 50-60 persone per evitare lo schiacciamento sul governo. Da questo organismo poi uscirà un comitato esecutivo, l’ufficio di collegamento tra il leader e la macchina del partito.
L’esperimento del Pdl è un caso unico. Un partito carismatico strutturato su vari livelli: eletti, iscritti e, come aveva spiegato Mario Valducci su Panorama il 21 gennaio scorso, “partito dei registrati che non sono interessati a impegnarsi nella vita politica, ma vogliono dire la loro”. I primi nelle istituzioni, i secondi nel partito, i terzi nella società civile che di volta in volta si mobilita ai gazebo per scegliere i suoi rappresentanti. Funzionerà? La risposta arriverà con il tempo, di certo per la politica italiana è qualcosa di nuovo, di moderno. Vedremo, e non solo per il Pdl, se sarà il futuro.

Il libro era uscito già in estate. Ma la Finanziaria in discussione in Parlamento in questo periodo rende la fatica editoriale di Gabriella Carlucci e Willer Bordon, Il mercante e l’artista, un libro di piena attualità per comprendere il funzionamento dell’industria del cinema. La deputata Pdl, Gabriella Carlucci, racconta le novità per il mondo del cinema a Panorama.it.
Onorevole Carlucci, qual è la novità del libro che avete scritto e che sta pure nella Finanziaria?
Il credito d’imposta e il tax shelter.
Ci spieghi.
Il tax shelter e credito d’imposta sono agevolazioni fiscali che si sostanziano in risparmi che il contribuente ottiene dal fisco. Col credito d’imposta l’agevolazione si manifesta con maggiore facilità (il contribuente nonn paga Iva, Irpef, Irap o contributi e li reinveste nella produzione cinematografica) e quindi la sua utilizzabilità è più ampia. Con il tax shelter il contribuente è ammesso a ridurre il proprio reddito imponibile, purchè l’utile detassato sia reinvestito nella produzione. In entrambii casi di tratta di molto denaro che sarà a disposizione della produzione cinematografica.
E ci sono in questa Finanziaria?
Per la verità c’erano già nella precedente. Io mi ero battuta per anni per averle. Poi ho incontrato Willer Bordon. Lui mi disse che d’accordissimo con me.
E insieme, in maniera bipartisan, le avete presentate?
Esatto. Lui, che aveva i pochi voti disponibili con cui teneva in vita il governo Prodi, riesce a farle inserire nella Finanziaria 2007.
E quando siete andati voi al governo?
Bondi le ha mantenute. E nei prossimi giorni, dopo i pareri attuativi della Ue, saranno legge. Tra l’altro con valenza retroattiva.
Ovvero?
Cioè tutti gli sgravi fiscali potranno essere utilizzati nell’Iva fino da settembre 2008.
Ma cosa vi proponete?
Vogliamo aiutare il cinema a finanziarsi da solo. E a non essere dipendente dallo Stato.
Parla del FUS? Del Fondo unico per lo spettacolo?
Esattamente. Dal 1985 esiste il Fondo unico spettacolo. Che negli ultimi anni è andato via via diminuendo. E poi essendo fondi dati da una commissione non avete idea degli sprechi.
Amici degli amici…
Pensi che Veltroni nel 1996 da vicepremier e ministro della Cultura aveva dato un sacco di soldi a fondo perduto. Anche a film che erano brutti e non andavano in sala.
Con le misure defiscalizzanti Bordon e Carlucci invece?
Noi siamo per promuovere il merito. Ci saranno soldi solo che verranno assegnati solo tramite una graduatoria. E solo a film con cast di livello. E che, magari, ricevono pure dei premi e dei riconoscimenti a livello internazionale.
Significa che vedremo anche film con attori celebri?
Con il nostro sistema tornerà lo star system. Sapendo che pantalone non paga più i produttori si ingegneranno. E richiameranno grandi attori nei loro film, se vogliono avere un aiuto dallo Stato. Inoltre chi investirà in un film diventerà titolare dei diritti di sfruttamento di quel film e ci guadagnerà nella quota commisurata al suo investimento. E di conseguenza avrà tutto l’interesse che il film incontri i gusti del pubblico ed è ovvio che un attore molto amato può fare la fortuna di una pellicola.
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È dal 1992 che non c’è più lo scudo crociato sulle cartelle elettorali. Non ci sarà nemmeno alle prossime elezioni. “Costretto, per il bene del Paese, a ritirare la lista Democrazia cristiana-Dc dalla prossima competizione elettorale, riservando ogni tutela dei relativi diritti nelle sedi competenti, salvo che quella di contestare la validità delle elezioni”, Giuseppe Pizza, segretario della Dc, ha infatti annunciato, nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Marini, con Sandro Bondi e Maurizio Gasparri, la rinuncia a partecipare alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile.
Ai giornalisti, il segretario ha illustrato il contenuto di una lettera che ha inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al presidente del Consiglio Romano Prodi e al ministro dell’Interno Giuliano Amato.
Nei confronti del quale Pizza lancia le maggiori critiche, e per l’esclusione del simbolo del suo partito, e per il ricorso giurisdizionale da lui promosso dopo la decisione del Consiglio di Stato di riammettere la Dc. “Tali iniziative rivelano un intento politico nelle decisioni assunte dagli Organi preposti che avrebbero dovuto rispettare le procedure elettorali; queste invece, dopo aver operato scelte dimostratesi errate, hanno persistito nell’intento, facendo trovare il Paese di fronte all’incresciosa realtà secondo cui al legittimo riconoscimento del diritto della Dc,a prescindere dalla buona volontà di questa, non avrebbe potuto che corrispondere un rinvio delle elezioni”.
Il simbolo della “sua” Dc - in coalizione al Senato con Pdl, Lega ed Mpa - non era stato ammesso dal Viminale perché troppo simile a quello dell’Udc, ma il Consiglio di Stato ha poi bocciato questa decisione, riammettendo la Dc alla competizione e causando un mezzo pasticcio istituzionale. Il ricorso davanti alla Corte di Cassazione contro la decisione del Consiglio di stato era stata prevista per l’8 aprile.
Sandro Bondi ha definito “incredibili” le affermazioni di Amato con le quali ipotizzava il rinvio delle elezioni, fatte “senza quella prudenza tipica di chi ricopre il ruolo di ministro dell’Interno”. Al titolare del Viminale il coordinatore di Forza Italia attribuisce “un pressappochismo allarmante”, e “un comportamento non limpido, non trasparente sul piano politico e formale”. Tutto ciò “ha avvantaggiato il Pd e svantaggiato il Pdl, dando all’Udc dell’onorevole Casini un indebito vantaggio”.
Gasparri “in rappresentanza di An” ha portato la solidarietà a Pizza, che ha mostrato di essere una persona “responsabile”. Alla domanda su come il Pdl ripagherà la Dc per la sua rinuncia, Gasparri ha risposto: “Non ci sono accordi segreti o protocolli segreti, però c’è la necessità di assicurare la presenza politica ad una forza il cui peso non si può misurare, perchè non ha potuto presentarsi alle elezioni. Ma queste sono decisioni che saranno prese insieme da tutti gli alleati”.

Dopo il pressing di Fini e della Lega, arriva il via libera di Forza Italia alle “liste pulite”. Nel Popolo delle libertà, alle prossime elezioni, non sarà candidato chi ha procedimenti penali in corso. E così, fra i partiti, è iniziata la gara fra chi presenterà la lista di candidati più “pulita”. Il tema, sollevato a suo tempo dalla campagna di Beppe Grillo sul Parlamento pulito, di non candidare i condannati in via definitiva, dopo essere stata accolta dal Pd, viene recepita anche dal coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi. Che ne parla in una lettera inviata ai coordinatori regionali, ai membri del comitato candidature e al presidente Silvio Berlusconi. Bondi appellandosi alla tradizione di onestà che contraddistingue il partito ha precisato che tale criterio di esclusione non si applica a coloro che hanno subito procedimenti di carattere politico.
Recita la comunicazione: “Eventuali procedimenti penali che riguardano nostri parlamentari o eventuali candidati, esclusi naturalmente quelli che, come sappiamo, hanno un’origine di carattere politico, costituiscono un motivo sufficiente di esclusione dalle liste, soprattutto per un partito come il nostro dalla sua nascita ha sempre potuto vantare”. È una delle regole per la formazione delle liste elettorali contenuta in una lettera che Sandro Bondi, coordinatore di Fi, ha inviato ai coordinatori regionali del partito e ai membri del comitato candidature.
“Nel corso del nostro primo incontro” scrive Bondi nella lettera “abbiamo delineato e concordato i criteri essenziali per la formazione delle liste elettorali. Fermo restando la decisione di riconfermare in linea di massima i parlamentari uscenti che abbiano lavorato con lealtà ed impegno in questa legislatura e riconfermando l’esclusione della candidatura per i consiglieri regionali e per i parlamentari europei, salvo per coloro che ricoprono responsabilità politiche nazionali o svolgono rilevanti funzioni in questa campagna elettorale, ti invito” continua la lettera “a tenere in considerazione nella formulazione di nuove proposte del loro grado di rappresentatività sul territorio locale di carattere locale o nazionale”.
“Per quanto riguarda la riconferma dei parlamentari uscenti è necessario valutare il numero delle legislature ricoperte, il loro radicamento territoriale, l’impegno profuso a favore del partito specialmente in occasione delle grandi manifestazioni promosse in due anni di opposizione, con l’obiettivo” prosegue la missiva di Bondi “di favorire un necessario e naturale ricambio della nostra rappresentanza parlamentare, con particolare attenzione alle donne ed ai giovani”.
Il VIDEO servizio:
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Mancava solo la sua. E infatti è arrivata: la benedizione della senatrice Paola Binetti contro la legge 194. Per nulla intimorita da chi la voleva fuori dal Pd per aver votato contro, lo scorso dicembre, al primo e pasticciato pacchetto sicurezza voluto da Veltroni; per nulla imbarazzata dalla lettera che lo stesso segretario le ha inviato per dirle che affermare che “i gay vanno curati” è “pericoloso e sbagliato”, ora la cattolica Binetti interviene nel dibattito sulla revisione della legge sull’aborto.
E c’è poco da sorprendersi, visto che la senatrice non è nuova nel giocare ruoli di rottura, sui temi etici, con le posizioni laiche della sinistra della propria maggioranza.
Esponente di punta dei teo-dem - corrente del Partito Democratico di stampo democristiano e cristiano-sociale (ne fanno parte Luigi Bobba, Emanuela Baio Dossi, Enzo Carra e Marco Calgaro), molto vicina alle posizioni dottrinali propugnate dalla Chiesa sulla procreazione assistita e sui Dico - alla vigilia di Natale, per far capire di che pasta è fatta, la Binetti ha rincarato la dose contro le dure critiche del suo leader e le accuse di “nazismo” delle associazioni Lgbt: “È grave che Veltroni, spinto dalle pressioni degli omosessuali, voglia soffocare il confronto su temi così importanti. No, Walter, non è con i diktat su unioni civili e omosessuali che si costruisce il partito Democratico”. E a conferma della sua tesi, la Binetti ha rispolverato i suoi trascorsi professionali. La senatrice, che in passato non ha nascosto di usare il cilicio come forma di penitenza, altri non è che una neuropsichiatra. Una scienziata, insomma. “Ho esperienza decennale di omosessuali che si fanno curare” scriveva sulla Stampa “non sono andata a cercarli io, sono loro che sono venuti in terapia da me”.
Veltroni o non Veltroni, scienza o non scienza, comunque Paola Binetti le idee chiare le ha sempre avute: “La mia coscienza resta qua”. Senza uscire o farsi cacciare, come vorrebbero in tanti, dal Pd. Ma ora la posizione della senatrice si è fatta ancor più estrema, dicendosi pronta non solo a sostenere la crociata lanciata dal direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara e dal Cardinale Ruini, ma anche di essere disposta a votare con Forza Italia e con una formazione trasversale in Parlamento: “Sulla salvaguardia della vita” spiega “non valgono logiche di schieramento o posizioni di partito”. Altro che inciucio, insomma: “Sono convergenze alla luce del sole”.
A raccogliere politicamente le proposte del giornalista e del cardinale, è stato Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia, che ha confermato di aver presentato, già tre mesi fa, una mozione parlamentare per”l’istituzione di linee guida (attualmente non previste dalla 194) per permetterne un’applicazione piena, coerente e omogenea”. E la Binetti si è accodata: “Nel Pd e in Parlamento” rivela “siamo in più di quanti si creda a ritenere indispensabile la rivisitazione della legge 194″.
Un numero che non contempla certo Marina Sereni, vice capogruppo del Pd alla Camera: “La legge 194 è stata un’ottima legge che ha contribuito a sconfiggere l’aborto clandestino e a dare alle donne tutele e aiuti per una maternità consapevole. Mi auguro” ha aggiunto Sereni “che l’iniziativa a titolo personale dell’onorevole Bondi, che sa tanto di speculazione politica, resti assolutamente tale”. Dice sì al dialogo, ma no alla modifica della legge, il ministro della Salute Livia Turco. Che ha lanciato un messaggio forte e chiaro: “È una legge applicatissima”. La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, infatti, “ha fatto sì che da trent’anni ad oggi gli aborti si siano praticamente dimezzati riducendosi del 45% e sia stato cancellato l’aborto clandestino e la conseguente altissima mortalità materna”.
Va dritta al bersaglio, invece, la capogruppo del Pdci al Senato Manuela Palermi: “La senatrice Binetti sta coprendo di vergogna e di ridicolo l’intera coalizione di governo. Affermare di essere pronta a sottoscrivere la mozione di Forza Italia contro la 194, significa insultare tutte le donne”. Ma non è solo vergogna, è totale incompatibilità: “Il suo incredibile comportamento” prosegue ancora la Palermi “rende incompatibile la sua presenza in un centrosinistra che nel suo programma ha riaffermato la laicità dello Stato. che Veltroni intervenga”.
Ma, essendo lei una senatrice, con i numeri risicati che il governo si trova a Palazzo Madama, a dover intervenire per quietare gli animi e accontentare tutti i riottosi alleati, sarà, come al solito, Romano Prodi. Che non aveva messo in conto una tegola di queste proporzioni, nella già delicata agenda d’inizio anno.
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