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Nichi Vendola, classe 1958, governa la Puglia da sei anni.
Lo 007 si aggirava per i corridoi dell’azienda sanitaria barese con aria circospetta e una gonfia cartellina sottobraccio, piena di chissà quali scottanti dossier. L’incarico era delicatissimo: “Monitoraggio della sicurezza ambientale”. L’”agente segreto” doveva bonificare gli uffici della asl da eventuali cimici ed eliminare i programmi spia dai computer. I magistrati lo hanno denunciato per “esercizio abusivo della professione”: lo 007, insomma, sarebbe stato pure farlocco. Ma le sue “indagini” sono state comunque retribuite. E anche lautamente: 63 mila euro, tra il 2008 e il 2009. Soldi sborsati dai cittadini, ovviamente: quegli stessi che possono aspettare anche sei mesi per un elettrocardiogrammma. Continua


di Fabrizio Paladini e Antonio Rossitto
C’è l’ospedale fantasma di Pizzo Calabro, dove hanno costruito ascensori tanto minuscoli da non fare passare nemmeno le lettighe. C’è il mastodontico ospedale di Cagliari: nacque per la bellezza di 1.040 posti letto e adesso ne ospita appena un centinaio. E c’è pure l’ospedale di Turi, nel Barese, che doveva essere un centro per curare le tossicodipendenze. Invece è diventato regno di spacciatori e drogati. Tre eclatanti casi di sprechi all’italiana. Continua

Una manifestazione di alcuni disoccupati napoletani a Roma (Ansa)
Il 2009 non è stato certo un anno roseo per il nostro Paese.
Ma quali sono le paure degli italiani per il 2010? Ne parla, tra gli altri, anche il terzo Rapporto sulla sicurezza in Italia, realizzato da Demos e Osservatorio Pavia, presentato a Milano, a cura del professor Ilvo Diamanti per la Fondazione Unipolis. Continua
- Tags: Associazione degli ospedali privati, classifica, degenti, Lombardia, malato, medici, ospedali, panorama in edicola, pronto-soccorso, salute, sanità, sistemi sanitari
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Un intervento in ospedale
La Lombardia è in testa. Al suo fianco Emilia-Romagna e Toscana sono sul podio. Al vertice opposto invece Sicilia, Sardegna e Calabria. È questa l’ultima classifica della qualità della sanità regionale italiana (vedere il grafico a fondo pagina).
A stilare la graduatoria è stato Gabriele Pelissero, presidente per la Lombardia dell’Aiop, l’Associazione italiana dell’ospedalità privata. Continua

La cosiddetta Sanitopoli pugliese potrebbe diventare anche Rifiutopoli. Quattro anni fa il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola aveva lanciato un grande piano che avrebbe dovuto risolvere l’emergenza rifiuti e portare al 55 per cento la raccolta differenziata nello spazio di un lustro. Quattro anni dopo l’obiettivo è un sogno infranto (attualmente viene separato poco più di un decimo della spazzatura), mentre la Direzione distrettuale antimafia di Bari e i carabinieri del nucleo investigativo e di quello ecologico (Noe) indagano sul ciclo di smaltimento.
Nell’inchiesta della procura sulla sanità regionale un filone importante è rappresentato dal presunto inquinamento ambientale e dal business dei rifiuti.
L’indagine della pm antimafia Désirée Digeronimo è partita da Altamura (Bari), ascoltando le telefonate di Carlo Dante Columella, 65 anni, sponsor elettorale dell’ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco e dello stesso Vendola, oltre che imprenditore specializzato nello smaltimento dei rifiuti. Per Columella gli investigatori ipotizzano i reati di associazione per delinquere e corruzione, presunta gestione non autorizzata dei rifiuti e un loro traffico illecito. Gli inquirenti hanno avviato controlli sulla sua discarica in contrada Le Lamie, che invece dei previsti 900 mila metri cubi di spazzatura è arrivata a contenerne il doppio e oggi è chiusa. Una montagna di rifiuti su cui indagano i carabinieri del Noe e un consulente della procura.
L’imprenditore nel 2006 era stato arrestato su richiesta del tribunale di Trani, insieme con altre 12 persone, accusato fra l’altro di avere inquinato una falda acquifera. Però due anni dopo è stato assolto (oggi è in attesa dell’appello). Le sue attività quindi procedono, grazie ad appalti per la gestione e il trattamento dei rifiuti urbani.
Di questa attività si occupa la sua Tradeco, che in alcune aree pugliesi agisce in associazione temporanea d’impresa (Ati) con il “consorzio stabile di gestioni ambientali” Cogeam.
Ne è presidente, e socio al 48 per cento, tramite la Cisa spa, Antonio Albanese, 46 anni. Un’altra quota del 51 per cento fa capo alla Marcegaglia spa. Va sottolineato che nessun dirigente di questo gruppo risulta coinvolto nell’inchiesta di Digeronimo.
L’azienda di proprietà della famiglia del presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, in Puglia ha un forte ruolo nel ciclo dei rifiuti. Per esempio gestisce tre dei quattro termovalorizzatori, realizzati sotto diverse insegne, sempre insieme con la Cisa. A Massafra (Taranto) brucia ecoballe (il cdr, combustibile derivato dai rifiuti) e produce energia, 12 megawatt l’ora, da quasi quattro anni l’impianto della Appia energy (presidente Albanese, amministratore delegato Roberto Garavaglia, 55 anni, manager del gruppo Marcegaglia). A Manfredonia (Foggia) è stato autorizzato lo stabilimento dell’Eta Energie tecnologie ambiente (presieduta da Garavaglia). A Modugno la Eco energia (sempre guidata dal tandem Albanese-Garavaglia, nel cda Antonio Marcegaglia, presente anche nell’Appia energy) ha costruito un termovalorizzatore che nell’ottobre 2008 è stato sequestrato dalla procura di Bari per la mancanza di alcune autorizzazioni; il pm ha iscritto sul registro degli indagati Albanese, i due progettisti, Carmine Carella e Nicola Trentadue, e l’ex dirigente regionale del settore ecologia (oggi trasferito alla programmazione e finanza) Luca Limongelli, quest’ultimo accusato di falso ideologico e abuso d’ufficio. Attualmente la struttura non è più sotto sequestro, per le accuse deciderà il gip.
Tutti questi impianti funzionano bruciando cdr e sono costruiti e consegnati chiavi in mano dall’Euroenergy group srl (presidente Garavaglia), anch’essa controllata dalla famiglia Marcegaglia.
L’unico “inceneritore” pubblico è quello di Taranto. “La precedente giunta ne aveva previsti tre” ricorda il consigliere regionale del Pdl Rocco Palese “ma il presidente Vendola, quando è arrivato, ha detto che erano troppi e che la Puglia rischiava di diventare la pattumiera d’Italia, così ne ha cancellati un paio. Successivamente ne ha autorizzati tre, tutti privati”.
Pierfelice Zazzera, medico e parlamentare dell’Idv, afferma: “Da un governo di centrosinistra ci saremmo aspettati un forte controllo pubblico nella gestione dei rifiuti, che è stata invece affidata a una sorta di monopolio privato”.
L’incarico non riguarda solo i termovalorizzatori ma anche la “gestione unitaria” dei rifiuti urbani, comprese la raccolta differenziata e la produzione di ecoballe (prevista entro questo novembre in quattro siti). Delle dieci gare del 2004 promosse dal commissario straordinario Raffaele Fitto con fondi europei, il successore Vendola ha confermato solo sei aggiudicazioni, in altrettanti bacini di utenza (tre in provincia di Lecce, due a Bari, uno a Foggia). Gli appalti sono stati tutti vinti dal consorzio specializzato Cogeam che ha superato 84 ricorsi davanti a tar e Consiglio di Stato. In tre zone al consorzio è associata la Tradeco della famiglia Columella. Oltre che nelle province di Lecce e Foggia, a Spinazzola, borgo della Murgia barese.
Qui la discarica è stata progettata nei pressi di un sito archeologico (in località Grottelline) dove sono stati scoperti resti neolitici e una chiesa rupestre. Di conseguenza il pm della procura di Trani Michele Ruggiero ha posto sotto sequestro l’area. La procura ha iscritto sul registro degli indagati, come a Modugno, Albanese, Carella e Limongelli, quest’ultimo con l’accusa di avere “falsamente” indicato come destinata a verde una parte di cava occupata dalla discarica.
Nel novembre 2008 dai computer della Regione Puglia sono spariti i dati necessari alla valutazione d’impatto ambientale di Spinazzola. Zazzera ha presentato un’interrogazione parlamentare. “Subito dopo un vicepresidente della Confindustria ha telefonato a un importante esponente del mio partito per chiedere chiarimenti sulla vicenda” sostiene il deputato.
Il gruppo Marcegaglia commenta con fermezza, attraverso l’ingegnere Garavaglia, le accuse di politici e comitati locali: “Siamo ovviamente attenti alle indagini che riguardano le nostre iniziative, ma non mi risultano coinvolgimenti nel caso dell’inchiesta di Bari”. E per quanto riguarda la discarica di Spinazzola e il termovalorizzatore di Modugno? “Si tratta di situazioni in via di chiarimento, tuttavia è preferibile non parlare di indagini in corso” risponde il manager.
Garavaglia, visti i comuni impegni di lavoro, è in compagnia di Albanese. E il socio annuncia di attendere serenamente le decisioni dei magistrati: “Il sito per la discarica di Spinazzola era stato individuato dal commissario straordinario per i rifiuti. La sovrintendenza archeologica ha dato parere favorevole alla discarica e noi non abbiamo certo fornito falsa documentazione”.
Albanese è coinvolto in un’indagine della Guardia di finanza su una presunta frode. La Aleco srl (secondo la camera di commercio l’impresa appartiene al gruppo Albanese, lui assicura di avere ceduto le quote, seppure in via preliminare, mentre Garavaglia ne è stato consigliere) avrebbe percepito finanziamenti pubblici non dovuti. “Si è parlato di molti milioni di euro, invece il contributo in questione è di 1,8 milioni, di cui solo 700 mila a fondo perduto, e non credo proprio ci siano state irregolarità” replica Albanese.
Di fronte a tutte queste vicende, Garavaglia, accento e stile laborioso lombardi, resta imperturbabile: “Queste società sono state scelte perché erano autorizzate a fare un certo tipo di lavoro. In ogni caso le vicende giudiziarie di cui si parla sono iniziate dopo che abbiamo partecipato alle gare, dove nessuno ha sollevato obiezioni sui nostri soci e alleati, anche se, immagino, ci sono stati controlli rigorosi”. Poi aggiunge: “Certo il mondo dei rifiuti è un po’ difficile e non solo al Sud: questo è un dato di fatto”.
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E adesso nella zona (a Sampieri, tra Scicli e Modica: location prediletta per gli omicidi della serie tv del Commissario Montalbano) è caccia al branco. Con i fucili in grado di sparare proiettili con effetto sonnifero, si cercano i cani killer. E si tenta di abbassare il livello della paura. Perché qui, domenica Giuseppe Brafa, 10 anni, è stato sbranato da un branco di cani, un altro ragazzo e un uomo sono finiti all’ospedale e, nella prima mattina di martedì, una turista di 24 anni è in grave condizioni. In tutto fanno quattro persone aggredite dal branco, in tre giorni. Situazione difficile, di emergenza.
I cacciatori sono carabinieri del Noe, dei Nas e delle due società incaricate della cattura. Di cani ce n’è ovunque. A dare manforte all’azione delle forze dell’ordine, la decisione del procuratore della Repubblica di Modica, Domenico Platania: i cani randagi che sono liberi e che “costituiscono un pericolo sociale per la comunità” potranno “essere abbattuti dalle forze dell’ordine se necessario” ma per “quelli già catturati la decisione spetta all’autorità amministrativa e non a quella giudiziale”, ovvero devono “decidere la Asl e le organizzazioni amministrative preposte”.
Sceglie invece l’appello all’evacuazione della zona di contrada Pisciotto - tra Marina di Modica e Sampieri - il sindaco di Scicli, Giovanni Venticinque, dopo la nuova aggressione di questa mattina. La giovane tedesca è stata salvata dall’intervento di alcune persone, tra cui proprio il sindaco Venticinque che, insieme ad alcuni funzionari del Comune, stava effettuando un sopralluogo. Ieri, peraltro, i cani killer stavano per aggredire una donna di 74 anni che è riuscita fortunatamente a chiudersi in casa e al branco inferocito non è rimasto che avventarsi su una bambola lasciata in giardino: sbranata, come se fosse un bambino in carne e ossa.
La caccia al branco non si ferma, quindi. E nemmeno le polemiche. A cominciare dallo stato igienico sanitario della “casa-canile” Virgilio Giglio, 64 anni, proprietario e affidatario dei cani (in carcere, con l’accusa di concorso in omicidio colposo). L’abitazione, sequestrata dai carabinieri della compagnia di Modica la notte scorsa, è considerata dagli animali la loro tana e potrebbero farvi rientro. “Servirebbe una task force”, dice a ScicliNews Nunzio Firrincieli, dei servizi veterinari dell’Ausl. “Eravamo stati qui in settembre, i cani erano ben nutriti, il recinto sicuro, il luogo sufficientemente pulito”. Oggi appare come un immondezzaio, un cimitero di cani e di ossa, con una puzza nauseabonda di escrementi, carcasse di cani, polli e bovini serviti da cibo ai cani.
La visita è stata confermata dal procuratore Platania, che ha anche detto che l’Ausl 7, in una relazione del 5 settembre 2008, dopo il ferimento di una turista nella zona di contrada Pisciotto avvenuto il 2 settembre, “aveva certificato che i locali dove Virgilio Giglio teneva i cani, erano idonei allo scopo”.
A Scicli e a Modica tutti si chiedono di chi sia la responsabilità di ciò che è accaduto. Intanto va precisato che i cani della casa di Giglio non sono randagi, ma stanziali. Hanno un padrone. Sergio Bramante, uno dei responsabili della ditta che si sta occupando della cattura dei cani, sempre dal sito Sciclinews conferma: “C’era un rapporto morboso tra gli animali e Giglio. Il padrone non aveva una leadership sugli animali, non aveva delimitato il loro territorio. Dormiva in una brandina, poco distante dal canile, in un rapporto di compenetrazione con gli animali. Procurava carcasse di bovini, di pollame, nutriva i cani, e nutrendoli si sentiva parte del branco. I cani sono, da un punto di vista ancestrale, dei lupi, e se non vengono educati mostrano la loro peggiore componente asociale. Asocialità che aveva colpito il loro padrone”.
Ma poteva un uomo che viveva accampato in una brandina a fianco ai suoi animali provvedere alla cura e alla sicurezza del branco?
Per saperne di più, l’assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, ha chiesto ai dirigenti del servizio veterinario dell’assessorato e dell’Ausl 7 di Ragusa una relazione urgente. Russo si è impegnato anche a varare un piano straordinario di interventi per ridurre il fenomeno del randagismo, che in Sicilia ha raggiunto “livelli di emergenza”. L’assessore chiederà un incontro al sottosegretario del ministero della Salute, Francesca Martini. “Sono rimasto molto scosso” ha commentato “è incredibile e inaccettabile che un bambino possa morire così e sono vicino ai familiari in questo momento di dolore. Voglio conoscere tutti i contorni di questa raccapricciante storia” ha assicurato. “Non intendo sottrarmi alle responsabilità, anche quelle indirette, e farò tutto quello che è nelle competenze del mio assessorato per migliorare una situazione che ha assunto proporzioni allarmanti”.
Il piano straordinario di interventi chiesto dall’assessore Russo prevederà l’adozione di un bando per l’immediata attuazione dei piani di sterilizzazione di cani randagi ricorrendo alle somme accreditate dal ministero della Salute per il 2009, l’adozione di un piano territoriale di interventi per la costruzione di rifugi sanitari, il risanamento delle strutture comunali esistenti, la predisposizione di ambulatori veterinari pubblici e l’adeguamento strutturale di rifugi già esistenti, insieme alla costruzione di nuove strutture gestite dalle associazioni per la protezione degli animali. Secondo le ultime stime regionali che risalgono al 2008 il numero dei cani randagi è di circa 75.000 unità mentre il numero dei cani di proprietà regolarmente iscritti all’anagrafe canina regionale è di 200 mila.
Ventuno milioni e 117.988 mila euro. Questa la cifra che una clinica privata pugliese è riuscita a truffare in sei anni allo Stato. La struttura, convenzionata con il Servizio sanitario nazionale, dal 2000 fatturava ricoveri inesistenti, analisi e cure mediche per le quali non era stata autorizzata. A scoprire la truffa ai danni del Ssn e a denunciare il direttore sanitario, quello amministrativo e l’amministratore delegato è stato il nucleo di Polizia tributaria del Comando provinciale della Guardia di finanza di Foggia. Dall’indagine, iniziata nel 2004, sono emersi migliaia di ricoveri di pazienti “fantasma”, cure mediche e ambulatoriali mai effettuate e di ricoveri prolungati artificiosamente nel tempo di centinaia di persone con patologie non gravi che potevano essere curate ambulatorialmente. Ovviamente, i costi dei soggiorni che in alcuni casi superano le decine di miglia di euro, delle cure e delle analisi veniva interamente fatturato al Ssn. L’inchiesta della magistratura foggiana è iniziata dopo un normale controllo delle spese sanitarie della Regione Puglia e dall’analisi documentale effettuato dalle fiamme gialle presso la clinica; “Dopo aver acquisito e esaminato le fatture e i documenti della struttura convenzionata” spiega il tenente colonnello Giacomo Ricchitelli, comandante Nucleo polizia tributaria di Foggia “abbiamo ascoltato decine e decine di pazienti che hanno confermato le anomalie che avevamo riscontrato nelle fatture e nei rimborsi presentati al Ssn”
Ma sulle truffe allo Stato delle cliniche private la Finanza foggiana continuerà ad indagare. Intanto è stata presentata anche un’informativa alla procura della Corte dei conti per cercare di recuperare parte della somma truffata. Dal Sud al Nord Italia.
Sempre per truffa al Servizio sanitario nazionale anche la Finanza di Treviso ha denunciato 157 persone che non ne volevano proprio sapere di pagare il ticket. Dichiaravano di essere disoccupati o di avere un reddito pari o inferiore a quello previsto dalla legge per usufruire dell’esenzione. A finire nei controlli delle fiamme gialle professionisti, imprenditori e agenti immobiliari con redditi da capogiro. La denuncia per falso ideologico e truffa è scattata anche per la titolare di un’agenzia immobiliare della cittadina veneta, sposata con un commercialista e con un reddito complessivo annuo lordo di 500 mila euro. Anche lei, pur di non pagare il ticket, aveva dichiarato più volte di essere disoccupata. “Status” di disoccupato anche per un collezionista d’armi e per un altro di auto d’epoca. Quest’ultimo autocertificava la propria condizione di esente da ticket dichiarando anche di essere titolare di un assegno sociale e di pensione al minimo; in realtà la Finanza ha scoperto che era l’intestatario di oggetti di pregio dal valore di migliaia di euro. Tra i 40 mila nominativi che avevano ottenuto e richiesto l’esenzione nel 2006 e presi in esame dalla Procura della Repubblica della città veneta all’inizio dell’indagine, è spuntato anche un imprenditore trevigiano che aveva comprato nello stesso anno terreni e beni immobiliari all’estero per centinaia di migliaia di euro.

Anche la scorsa settimana non è stata troppo disagevole per i chirurghi dell’ospedale di Oppido Mamertina, 5.484 abitanti alle pendici dell’Aspromonte. Una banale operazione per rimuovere un’ernia, il martedì. Poi normale amministrazione: un buffetto sulla guancia ai malati, due chiacchiere con i colleghi nei lunghi e deserti corridoi, qualche controllo di routine. Dopo mesi di duro lavoro, una settimana per tirare il fiato? Non esattamente: qui l’inattività è ormai endemica. Nel 2008, per dirne una, gli interventi con un ricovero di mezza giornata sono stati 53. A fare due calcoli, la media è sconcertante: un’operazione a settimana, weekend esclusi. Perfettamente in linea con le medie di questa stagione.
L’ospedale di Oppido Mamertina compendia perfettamente lo sfascio della sanità calabra. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, qualche giorno fa ha ragguagliato: “Due miliardi di debiti”, “servizi inadeguati”, “pessima gestione”. Lo spauracchio imminente, ha aggiunto, è il commissariamento.
Decisione già presa nell’azienda sanitaria della provincia di Reggio Calabria, l’Asp 5, sciolta per infiltrazioni mafiosa meno di un anno fa. Adesso è guidata da Massimo Cetola, 61 anni, un passato da vicecomandante generale dell’Arma dei carabinieri. “Bisogna mettere mano a tutto: abbiamo trovato una situazione disastrosa” spiega con risolutezza militare. “Un debito mastodontico che ancora non riusciamo a quantificare con precisione, ma che si aggira attorno al mezzo miliardo di euro”.
Come si è arrivati a questa situazione? Semplice, trasformando la sanità in un ricettacolo di sprechi di ogni genere, fomentati da interessi personali e politici. Un sistema in cui la cosa pubblica è diventata cosa privata. L’elenco è lungo: gestione contabile truffaldina e scriteriata, bustarelle per avere una pensione di invalidità, fannullonismo dilagante, guardie mediche inutili. E ospedali fantasma.
Come alcuni tra quelli che affollano la piana di Gioia Tauro. Poco distanti l’uno dall’altro, hanno in apparenza forte penuria di posti letto: 18 a Taurianova, 20 a Palmi, altrettanti a Oppido Mamertina. Ma hanno una media strabiliante di dipendenti per degente: sei. A cui si contrappongono servizi eufemisticamente approssimativi. Come testimonia la storia, successa lo scorso anno, di Flavio Scutellà, 12 anni: cade dall’altalena, batte la testa sul selciato e comincia a girare in ambulanza per tutte e sette le strutture della piana. Nessuno riesce a intervenire sul suo ematoma, che intanto si allarga. Nove ore dopo l’incidente Scutellà muore a Reggio Calabria, ottava tappa del vergognoso pellegrinaggio.
Ospedali fantasma: potrebbe sembrare un titolo a effetto. Invece in questo caso vale il contrario: la realtà supera l’immaginazione. Basta fare un giro nello scrostato casermone color crema di Oppido Mamertina in un giorno infrasettimanale, poco prima dell’ora di pranzo, quando dovrebbe pullulare di persone. Nel semideserto corridoio al primo piano c’è la chirurgia. Vicino a una finestra, due uomini in camice bianco parlottano annoiati: “In effetti non c’è molto da fare” si lascia andare il medico. “L’anestesista c’è solo per sei ore a settimana. Si fa qualche interventino: una fistola, una cisti, poco altro”.
Anche negli altri reparti non si lavora come dannati. I laboratori totalizzano 90 mila esami all’anno. Sono pochi? Peggio: sono pochissimi. Il Lazio, per esempio, ha stabilito che quelli che ne eseguono meno di 750 mila dovranno chiudere.
Le conclusioni le tira il direttore sanitario dell’Asp 5, Enzo Rupeni, un garbato trevigiano mandato in Calabria con l’arduo compito di frantumare clientele e sperperi: “Tenere aperto un ospedale del genere è ridicolo. Abbiamo proposto di riconvertirlo, ma le popolazioni locali si sono opposte fermamente, spalleggiate da politici di ogni parte”.
Del resto si tratta di battaglie elettorali molto remunerative: tutti vogliono il reparto sotto casa e per questo sono pronti a dare voti al capopopolo di turno. “Bisogna uscire dalla logica per cui chiudere equivale a ledere il diritto alla salute” dice Rupeni. “Strutture così piccole sono pericolose, ancor prima che inefficienti”.
A 15 chilometri da Oppido c’è un altro ospedale piccolissimo: quello di Taurianova. Anche qui una visita è chiarificatrice. Primo pomeriggio: stanze chiuse, silenzio irreale, nessuno in giro. Il giovane infermiere della guardia medica distoglie per un attimo gli occhi dal televisore: “Gli uffici chiudono alle 2″ informa. “E di pomeriggio restano non più di tre medici”. Eppure, ci sono 107 dipendenti: 6 per potenziale ricoverato.
Il record del rapporto tra dipendenti e posti letto va però a Palmi: 20 per 143 lavoratori, tra cui 32 dirigenti. Anche qui serpeggia desolazione: tutte le poltroncine marroni per le attese sono vuote. Ma a sentire parlare di inefficienza Vincenzo Rondanini, primario di nefrologia, si accalora: “In vent’anni hanno chiuso 13 reparti. Ci hanno affossato i politici, avvantaggiando i paesi vicini. A Palmi gente influente non ce n’è mai stata”. I soldi però si sono continuati a spendere: gli ultimi 20 mila euro in due sale operatorie mai utilizzate.
Di chiudere i piccoli ospedali della piana si discute da tempo. A dicembre del 2007 fu l’allora ministro della Salute, Livia Turco, ad annunciare austerità. Non è cambiato niente. Anche i tentativi della commissione incontrano pervicaci resistenze: “E purtroppo i nostri poteri sono straordinari solo a parole” sostiene il generale Cetola. “La sensazione è che molti aspettino la scadenza del mandato per riprendere la solita piega”.
A perpetrare cioè quegli sprechi ben sintetizzati dalla proliferazione delle guardie mediche. Nella piana ci sono un dottore ogni 1.700 abitanti, il triplo della media nazionale, e 23 ambulatori, il doppio di quanti ne servano. Per la commissione non ne occorrono più di 11. Cinque presidi sono stati soppressi lo scorso giugno: ad Anoia, Melicuccà, Feroleto della Chiesa e Terranova. Chiuso anche quello di Serrata, 928 abitanti, che distava solo 2 chilometri da Maropati, 1.737 residenti.
Moltissimo però resta da fare. Nella guardia medica di Cosoleto, 951 abitanti, lavorano a rotazione quattro medici. E Varapodio, poco più di 2 mila anime, è una struttura fondamentale per la sanità della zona? Non proprio: l’ospedale di Oppido Mamertina dista solo 3 chilometri.
A Roccaforte del Greco, 666 abitanti, gli ispettori hanno voluto controllare di persona la produttività. Aperto il registro, hanno trasecolato: i medici avevano fatto due misurazioni della pressione in mezza giornata.
Gente infaticabile come gli infermieri della chirurgia di Gioia Tauro. Negli ultimi due mesi 11 su 22 hanno presentato certificati medici che li impossibilitavano al lavoro, per un totale di 251 giorni di infermità.
A Melito Porto Salvo, invece, le malattie colpiscono durevolmente e senza guardare in faccia nessuno: il 35 per cento dei dipendenti ha cicliche inidoneità fisiche: mal di schiena, allergie al sangue, depressione. Stati clinici che li costringono a lavori d’uffico invece che a turni di notte o in sala operatoria.
In una parola: situazione sconfortante. Così come lo sguardo del bracciante Salvatore Maurici, 58 anni, seduto nella sala d’attesa al secondo piano dell’ospedale di Palmi. Fuori è buio, il corridoio è tetro e, come sempre, non c’è nessuno con cui parlare. Capita sempre così. Lui lo sa bene, dato che per tre giorni alla settimana accompagna il padre a fare la dialisi: “Se qui non c’è mai nessuno, un motivo ci sarà. Del resto, lo sanno tutti qual è il miglior reparto della zona: l’aereo che parte da Reggio Calabria e atterra a Roma”.