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Santa-Rita

Clinica degli orrori: tutti gli audio delle intercettazioni alla Santa Rita

La clinica Santa Rita di Milano

Un chiodo non più sterile, ma che costa 455 euro più iva e che quindi può essere tranquillamente impiantato in un paziente novantenne. Un ragazzo con la tubercolosi operato come un malato di tumore, che tra l’altro rischia di contagiare le persone che incontra. La cruda contabilità delle migliaia di euro guadagnate per ogni operazione effettuata. Le telefonate intercettate degli indagati e delle persone coinvolte nell’inchiesta sugli interventi inutili o dannosi fatti alla clinica Santa Rita di Milano fanno capire meglio di ogni altra prova su cosa si basano le accuse della procura.

Le intercettazioni sono state fatte sentire ieri nell’aula bunker di piazza Filangeri a Milano durante il processo. I pm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano hanno ottenuto l’ascolto delle registrazioni effettuate dalla Guardia di finanza e senza le quali, probabilmente, l’indagine partita da un sospetto di truffa al sistema sanitario nazionale non avrebbe portato alle accuse più gravi, fino all’omicidio. Ecco gli audio più significativi.

Il dottor Renato Scarponi (che ha patteggiato 21 mesi) parla di un chiodo da 455 euro che non è più sterile, perché la confezione è stata aperta per errore. Ma non è necessario buttarlo, spiega, lo impianterà lui in un paziente di 90-95 anni, con un’aspettativa di vita breve:

le intercettazioni (Scarponi-Cuzzolin)
La dottoressa Arabella Galasso si lamenta del fatto di dover rispondere in prima persona delle irregolarità della clinica e spiega che il proprietario, Francesco Paolo Pipitone (che ha patteggiato 4 anni e 4 mesi) assume “i più delinquenti” come medici. Quelli pronti a gonfiare i drg e a fare operazioni non necessarie, per fargli guadagnare più soldi possibile coi rimborsi:

le intercettazioni (Galasso-Clara)

le intercettazioni (Galasso-Clara 2)

Il notaio Pipitone ascolta le valutazioni di un suo consulente dopo la revoca della convenzione al reparto di Brega Massone. L’esperto spiega che in quel reparto sono successe cose “incredibili”, “disastrose”, “sconcertanti”, “terribili”, con interventi non giustificati e fatti senza anamnesi. “Non si può fare a tutti la toracotomia…”, dice tra l’altro lo specialista:

le intercettazioni (Pipitone-Legnani)

Santa Rita, giudizio immediato: il processo inizierà a dicembre

La clinica Santa Rita di Milano

Il gip di Milano Micaela Curami ha disposto il giudizio immediato nei confronti della 14 persone arrestate nell’ambito dell’inchiesta sulla clinica Santa Rita di Milano.
Il processo inizierà nei primi giorni di dicembre davanti alla quarta sezione penale del Tribunale di Milano. Le accuse per le quali è stato disposto il giudizio sono le lesioni (una novantina di casi) e truffa aggravata al sistema sanitario.
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Clinica Santa Rita

La vicenda della clinica Santa Rita, inquietante esempio di macelleria sanitaria, fortunatamente è un caso estremo, che però nel panorama sanitario italiano non è un episodio del tutto isolato. La brutale mercificazione dei malati, che la vicenda ha messo in luce, deve far riflettere sui rischi legati alla sanità convenzionata. Il modello lombardo, infatti, che prevede un rimborso per ogni prestazione effettuata, apre il fianco a logiche di profitto economico che allontanano il sistema sanitario dagli interessi e dai bisogni del paziente: fornire non la cura che serve davvero, ma quella che più remunera l’ospedale. Lo scandalo della Santa Rita potrebbe esser solo la punta dell’iceberg. Infatti, in totale sono 35 i centri ospedalieri convenzionati con la Regione finiti sotto la lente della Procura. Staremo a vedere.
Ma la vicenda ha anche minato un aspetto fondamentale del rapporto medico-paziente: la fiducia. Seppur lontano dalla realtà abituale, quest’ultimo episodio di malasanità alimenta la paura del medico spietato e senza scrupoli, ormai entrato nella coscienza collettiva italiana come spregiudicato modello “dottor Tersilli”, dal nome del cinico medico della mutua interpretato da Alberto Sordi.
Altroconsumo da anni offre informazioni ai cittadini per aiutarli a scegliere nella maniera più consapevole i medici e le strutture ospedaliere. Sono molte le lacune emerse nella nostra ultima inchiesta sulla qualità degli ospedali. La nostra associazione ha messo a confronto la qualità delle cure fornite da 14 tra i maggiori ospedali italiani. Qualche pillola? In circa metà degli ospedali esaminati non esistono procedure specifiche per ridurre al minimo il rischio legato a errori medici: operazioni all’arto sbagliato, dosaggi errati di farmaci, strumenti o garze dimenticati nella ferita. Diverse strutture non prevedono alcun programma specifico per combattere il dolore postoperatorio, prassi che lede appieno la dignità del paziente. I moduli per il consenso informato, che dovrebbero tutelare il malato e consentirgli di scegliere con consapevolezza se sottoporsi a un intervento, spesso sono concepiti più per tutelare l’ospedale che il paziente e quasi sempre sono sottoposti al malato talmente a ridosso dell’operazione che non resta il tempo né per riflettere con calma, né per consultarsi con un familiare o con un altro medico.
Eppure è pieno diritto del paziente essere informato. I dubbi sono legittimi e sono tanti: l’intervento è indispensabile? Quali sono le conseguenze se non viene eseguito? Quali sono i rischi? Non ci sono soluzioni alternative? Non si può aspettare per vedere l’evoluzione spontanea del disturbo? Se non si è convinti, è buona regola chiedere un secondo parere a un altro medico, soprattutto se si tratta di operazioni importanti. Abbandonate ogni timore reverenziale e fate al medico tutte le domande che possono chiarirvi le idee. Chiedete al vostro interlocutore di parlare in modo chiaro e semplice. Solo dopo aver ricevuto ogni informazione necessaria, sarete in grado di decidere se accettare oppure no la cura o il trattamento proposto. Infine un ultimo accorgimento: dopo un ricovero fatevi consegnare la cartella clinica. Lì dentro è racchiusa la vostra storia ospedaliera, una documentazione necessaria in caso di problemi. Il caso Santa Rita, purtroppo, insegna.

Oltre lo scandalo Santa Rita: rimborsi connection per la sanità

La clinica Santa Rita di Milano

Di Gianna Milano e Chiara Palmerini

Che cosa ha fatto emergere il bubbone della clinica Santa Rita di Milano? È la punta visibile di un problema che riguarda solo le cliniche private, come si è sentito dire, o coinvolge tutta la sanità? Colpa di singoli medici, “mele marce”, o di un sistema che spinge chi cura a trasformarsi in procacciatore di prestazioni, fino alle lesioni o, anche se penalmente meno rilevante (ma non moralmente), allo spregio di ciò che è meglio per la salute della gente?
Da una parte c’è chi si stupisce che il Servizio sanitario nazionale paghi gli ospedali, pubblici e privati, a prestazione, sistema ormai in vigore da 15 anni, analogamente a quanto avviene in quasi tutti i paesi industrializzati. Dall’altra le parole e i toni di alcuni dei medici intercettati nella clinica milanese, intenti a “tirar fuori mammelle”, “pescare polmoni”, “investire nei tumori”, sembrano la materializzazione del peggiore degli incubi. Sbrogliare la matassa di ciò che è successo, e soprattutto di come è potuto succedere senza che nessuno se ne accorgesse, non è facile. Gli esperti interpellati da Panorama hanno individuato una serie di punti deboli del sistema di cui i furbi possono approfittare.

Rimborsi gonfiati. Per capire bisogna partire analizzando il sistema dei rimborsi agli ospedali. Ai tempi della mutua, alle cliniche andava una cifra fissa per ogni giornata di degenza. Quel sistema incentivava una sorta di sequestro di persona: più a lungo un paziente era ricoverato, più l’ospedale guadagnava. Per il ricovero di un paziente con tumore riceveva quanto per uno operato di tonsille. In seguito si è passati al rimborso a piè di lista: agli ospedali erano pagate le spese affrontate durante l’anno. Così i conti lievitavano senza controllo. Per porre un freno, nel 1995 sono stati scelti i cosiddetti Drg (”diagnosis related group” o raggruppamenti omogenei di diagnosi), un’invenzione americana: alla dimissione del paziente, in base alla diagnosi e all’intervento, a eventuali complicazioni, alle condizioni del malato, l’ospedale riceve una certa cifra. Una sorta di listino prezzi che può produrre due effetti, secondo Francesco Taroni, professore di medicina sociale all’Università di Bologna: “L’aumento del numero di ricoveri e la diminuzione della durata. Conseguenze positive se servono a smaltire le liste d’attesa e a non trattenere inutilmente i malati, negative se i ricoveri sono immotivati o se i pazienti vengono mandati a casa troppo presto”. In più i Drg si prestano a possibili abusi.
Sostiene Americo Cicchetti, della facoltà di economia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma: “I Drg hanno creato incentivi per una maggiore efficienza ma hanno anche generato meccanismi perversi per ottenere rimborsi gonfiati”. Dato che assistere un paziente operato di appendicite costa di più se ha pure, mettiamo, il diabete, il suo ricovero comporta una tariffa più alta. E questo può indurre in tentazione, facendo passare per diabetico chi non lo è, o esagerando un’influenza in una bronchite. O, ancora, far figurare il trasferimento di un paziente al reparto di riabilitazione, rimborsato a giornate, anche se resta fermo nel suo letto (è una delle accuse mosse agli imputati della Santa Rita). Infine, tocco di furberia, dimettere i pazienti dal pronto soccorso a mezzanotte e 5 minuti per far scattare un giorno di degenza. Per scoraggiare piccoli e grandi imbrogli, innanzitutto, suggerisce Cicchetti, «il tariffario dei Drg andrebbe aggiornato ogni 6 mesi per adeguarlo alle tecnologie che cambiano e agli sviluppi della medicina». Una commissione ci sta lavorando, per ora senza risultati: i membri, tutti medici, non si trovano d’accordo su quali prestazioni devono valere di più.

Il sistema dei controlli. Poi c’è il problema di scoraggiare le truffe sistematiche. Chi deve controllare e come? “Gli strumenti peggiori sono le denunce e le inchieste della magistratura; la logica peggiore è quella del tutto o niente: ti faccio o non ti faccio lavorare” sostiene Francesco Longo, direttore del Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria sociale (Cergas) della Bocconi. “A controllare dovrebbero essere le Asl, concedendo o sottraendo incentivi”. Questi, afferma Fabio Turazza, cardiologo al Niguarda di Milano, “dovrebbero essere finalizzati alla qualità delle prestazioni, non solo al controllo della spesa”. E se si individuano infrazioni, secondo Silvio Garattini, direttore del Mario Negri di Milano, «devono scattare sanzioni pesanti».
Il nodo è proprio sui controlli. La Lombardia è la regione che ne fa di più in Italia (le Asl esaminano fino al 5% delle cartelle cliniche, contro una media nazionale del 2), ma se sono solo “formali” non è detto che servano a molto. La verifica a campione di cartelle cliniche e schede di dimissione (tra l’altro annunciata, non a sorpresa) nasce da esigenze amministrative di verifica della spesa e non sempre rileva le magagne, per esempio interventi su pazienti che non ne avevano bisogno. Ogni tanto però qualcosa salta fuori. Nel Lazio, nell’ultimo anno, è emerso che per il 49% i casi classificati come traumi cranici con stato di coma, ma con degenze curiosamente brevi, altro non erano che ricoveri per lievi botte alla testa con qualche abrasione e contusione. Altri controlli possono essere anche più efficaci. “Come un’analisi in chiave statistica dei dati aggregati sulle prestazioni per vedere se ci sono campanelli d’allarme” raccomanda Longo. Un esempio evidente di intervento troppo spesso inappropriato è il taglio cesareo, rimborsato in alcune regioni assai di più del parto naturale. Secondo l’Oms, un tasso di cesarei superiore al 15% è anomalo. In Italia la media è del 32, superiore al Sud, con punte del 62% in Campania.

Le soluzioni delle Regioni. Alcune regioni hanno attivato sistemi per individuare le sacche di mediocrità. L’Agenzia di sanità pubblica della Regione Lazio ha istituito un sistema di 42 indicatori per valutare la qualità delle prestazioni: si controlla che la mortalità a 30 giorni da un bypass aortocoronarico, la tempestività dell’intervento per frattura del femore, la riammissione in ospedale dopo una colecistectomia non superino standard fissati a livello internazionale. “Nel Lazio stiamo valutando l’opportunità di fissare una soglia: gli ospedali che non raggiungono una certa percentuale di esiti virtuosi chiudono il reparto” dice Carlo Perucci, direttore del dipartimento di epidemiologia della Asl Roma/E. Sistemi simili hanno attuato Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte.
Un altro di tipo di controllo è legato al cosiddetto accreditamento, l’iter attraverso il quale le regioni riconoscono a strutture già autorizzate, cioè in possesso di requisiti minimi uguali in tutta Italia, caratteristiche di qualità aggiuntive per esercitare l’attività per conto del servizio sanitario nazionale. Ogni regione pretende il rispetto di requisiti di accreditamento diversi, da quelli puramente formali, come il numero di bagni in rapporto ai posti letto, ad altri più sostanziali.
La Lombardia è stata la prima ad avviare il processo di accreditamento, basato su requisiti di carattere gestionale, cui si è poi aggiunta la certificazione di qualità secondo il sistema Iso. In alcune regioni, come la Sicilia, il processo non è neppure iniziato per le strutture pubbliche (la scadenza è fissata a dicembre 2009), mentre le private hanno completato l’iter a giugno 2007, per un totale di 1.683 cliniche cui è stata concessa l’autorizzazione. “In Emilia-Romagna verifichiamo il rispetto di standard gestionali, come pure quello di requisiti per diverse specialità correlati a indicatori di performance: come la mortalità per gli interventi di cardiochirurgia o il tempo che intercorre tra una diagnosi di tumore al polmone e l’intervento” riferisce Renata Cinotti, responsabile dell’area accreditamento e qualità dell’agenzia sanitaria dell’Emilia-Romagna. Questa regione è capofila in Italia di un progetto interregionale per la formazione di valutatori da ingaggiare nei controlli della qualità degli ospedali.
C’è inoltre un problema di programmazione. Se, per fare un esempio, in Lombardia si è autorizzata l’apertura di 21 reparti di cardiochirurgia, mentre alcuni esperti stimano che ne basterebbe la metà per un bacino di 9 milioni di abitanti (vengono infatti operati molti pazienti di altre Regioni), c’è forse da aspettarsi che le sale operatorie cerchino di funzionare a più non posso. “Il criterio della produttività, da quando gli ospedali sono diventati come aziende, vale sia nel pubblico sia nel privato” aggiunge Ettore Vitali, cardiochirurgo passato dall’ospedale milanese Niguarda alle cliniche Gavazzeni di Bergamo.
Una nota dolente che vale solo per la sanità privata è il tipo di contratto tra la clinica e il medico. Mentre negli ospedali pubblici il 20% al massimo dello stipendio può derivare da incentivi basati sulla produttività, nel privato in teoria non ci sono limiti. “Se il medico è una persona perbene, il meccanismo è benevolo. Se non lo è … l’appetito, si sa, vien mangiando” commenta l’oncologo Ermanno Leo, dell’Istituto dei tumori di Milano. Alla Santa Rita, secondo gli inquirenti, la disinvoltura nell’usare il bisturi poteva portare lo stipendio di alcuni medici da 2mila euro fino a 20mila.
La gestione delle spesa sanitaria. A incidere sono anche questioni di politica economica. Ci sono regioni, come la Lombardia, in cui il fatturato per la spesa sanitaria ha un tetto unico per ospedali pubblici e privati, superato il quale le prestazioni vengono rimborsate meno. Questo sistema vuole promuovere la concorrenza e migliorare i servizi. Il rischio è che certe piccole strutture private operino a più non posso senza subire gli effetti negativi dell’abbassamento dei rimborsi, penalizzazione che si diluisce nel totale a disposizione di tutti gli ospedali. “Nel caso di un tetto di fatturato per ogni struttura, meccanismo molto più rigido e contrario alla concorrenza, aumentare il numero dei casi diventa invece inutile, perché non porta benefici economici” ritiene Taroni. Trovare soluzioni facili per sistemi complessi come quelli sanitari è arduo. Ma vengono in mente le parole profetiche di George Bernard Shaw nel Dilemma del dottore: “Che una nazione ragionevole, avendo osservato che ci si può procurare il pane offrendo un interesse economico ai fornai che ce lo fabbricano, seguiti a offrire a un chirurgo un interesse per le gambe che ci amputa, è quanto basta per farci disperare dell’umanità politica”.
(hanno collaborato Donatella Marino e Fabio Turone)

Santa Rita, il Riesame scagiona il primario dalle accuse di omicidio

L'istituto clinico Santa Rita

Pierpaolo Brega Massone resta in carcere, ma non per omicidio.

Il tribunale del Riesame lo ha formalmente scarcerato per il reato di omicidio volontario. Nelle motivazioni dei giudici del Tribunale della Libertà si spiega che le consulenze agli atti definiscono ”in termini astratti un possibile nesso di causalità” tra gli interventi chirurgici ai cinque pazienti e la loro morte, ”che però non risulta adeguatamente delineato in concreto”.

Cioè, nonostante fossero interventi “inutili”, secondo i giudici non è dimostrato che le morti fossero causate dagli interventi del primario alla chirurgia toracica della clinica Santa Rita di Milano, arrestato il 9 giugno scorso assieme ad altre 12 persone nell’ambito dell’inchiesta sui Drg gonfiati e la morte di cinque pazienti.
Il primario rimane comunque a San Vittore per “pericolo di inquinamento probatorio e reiterazione del reato”, ma limitatamente alle accuse di tutti gli altri reati contestati che sono parecchi casi di lesioni gravi e gravissime e la truffa al Servizio Sanitario Nazionale.

Truffe alla sanità: altre due cliniche (e due frati) sotto inchiesta a Milano

Istituto Clinico San Siro

L’inchiesta sulla sanità privata milanese dei pm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano accelera. Panorama in edicola da venerdì 13 giugno, rivela infatti che dopo la casa di cura Santa Rita i magistrati si starebbero concentrando su altre due cliniche (l’Isitituto Clinico San Siro del gruppo ospedaliero San Donato e la casa di cura San Pio X gestita dai frati camilliani) e due particolari tipi di intervento: quelli per le emorroidi e quelli di chirurgia estetica sui malati di hiv.

Alla San Pio X ci sarebbero 13 indagati, accusati di associazione per delinquere e truffa aggravata, tra cui due religiosi (uno dei quali è il padre economo), 4 chirughi plastici e il loro primario. Curare i sieropositivi consentirebbe di chiedere rimborsi cospicui alla regione, in questo caso intorno ai 6 mila euro (secondo i consulenti dell’accusa, il costo reale dell’intervento dovrebbe essere di circa 500 euro e non richiederebbe ricovero).
Le operazioni di questo tipo, solo alla San Pio X, sarebbero state circa 7 mila. Ma la vera novità che coinvolge sia l’istituto clinico San Siro sia la San Pio X sta negli interventi per le emorroidi: nelle due cliniche sotto inchiesta questo tipo di operazione sarebbe stata catalogata quasi sempre come un ben più complicato intervento all’intestino crasso, consentendo rimborsi di circa 11 mila euro invece che meno di 2 mila. Alla San Pio X sarebbero state circa 3 mila le operazioni realizzate secondo questa procedura.

Clinica Santa Rita, nelle intercettazioni chirurgia choc

La clinica Santa Rita di Milano

Polmoni aperti. Tendini scambiati. Mammelle asportate. Ogni pezzo, un prezzo. Un guadagno. Sembrano provenire da una macelleria le conversazioni intercettate nell’ambito dell’inchiesta sui Drg gonfiati alla clinica Santa Rita di Milano. “Io ho sempre pensato al bene dei miei pazienti”: il primario di chirurgia toracica Pier Paolo Brega Massone, arrestato lunedì e rinchiuso a San Vittore, si difende così nel corso degli interrogatori del Gip Michaela Curami dalle numerose accuse dei Pm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano, tra le altre quella pesantissima di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Il suo collaboratore Fabio Presicci si rifiuta invece di rispondere senza aver visto gli atti dell’inchiesta.
Intanto si diffondono sulla stampa gli stralci delle conversazioni intercettate e inserite nell’inchiesta. Al centro del “sistema” di truffa ai danni del sistema sanitario nazionale sembra esserci proprio Brega Massone. Parlando di ”redditività” con un tale Aldo dice: ”No… sai qual è il problema?.. il problema… secondo me che dovresti cercare di investire su qualcuno che ha principalmente una patologia oncologica”, “qualcosa sulla mammella eccetera…o…avere qualcuno…tipo di senologia che vi mandi i tumori…” perché più redditizi. Parlando invece delle operazioni di un professore universitario, il primario dice: “Si ciucciava tutto lui, si faceva venire quei quattro sfigati, con la storia che era dell’università, gratis, che lo portavano in macchina avanti e indietro e si beccava lui alla fine il Drg e faceva 6/7 massimo.. .gli ho visto fare sette pazienti ma neanche tutti polmoni….sette, non so se tu prendi 800 euro per… per polmone, 7 per 8 fa 5.600 euro lordi….”
Sempre dalle carte dell’accusa emerge un altro episodio di malasanità all’interno della Santa Rita: la conversazione, datata 6 febbraio 2008 e riportata dall’Ansa, avviene tra la dottoressa Arabella Galasso, ortopedico indagato, e una collega:
“Galasso: ciao gioia senti abbiamo un casino…
collega:”… Allora, ma non gliel’avete poi messo il tendine?”
Galasso: “Sì, no no quello di ieri non era nostro…”
collega: “…ah non era suo?”
Galasso:”…Oggi l’abbiamo ritirato…”
collega: “…Non er…ah non era il medico quello che si era rotto!”
Galasso: “…No…si il medico che si è rotto l’abbiamo operato oggi, so che ieri ti hanno restituito un tendine……ma non era roba nostra…”
collega: “Ah……e di chi era…?”
Galasso: “…Non era della mia equipe, non so dirti chi l’ha ordinato e l’ha rimandato indietro. Senti abbiamo un problema sul tendine di oggi… perché voi mi avete mandato questo emitendine rotuleo con tutto il certificato di idoneità e il codice del donatore, la data di nascita, di morte, gruppo sanguigno peccato che la busta che m’avete mandato è un tendine tibiale anteriore…nato in una data diversa da questo qua, cioè non c’è corrisponde… noi abbiam dovuto usare il tibiale purtroppo perché ormai il paziente era aperto…”
collega: “… vabbe’…”
Galasso: “… quindi l’a. . l’abbiamo usato…”
collega: “Cosi è andato bene il tibiale?”
Galasso: “…Si non era fantastico rispetto al…a..al rotuleo che ci aspettavamo anche perché qui abbiamo tutta la descrizione del tendine…”
collega: “… ma porco giuda…”
Galasso: “Ma non era quello descritto qui…”
collega: “Ma guarda te…”
Galasso: “Quindi adesso io ti telefonavo proprio per la corrispondenza della documentazione che ho in mano, perché ho la busta con d…con un gruppo A negativo ricevente R.D. C’è scritto, tendine tibiale anteriore…”

Il primario della Santa Rita: “Pensavo al bene dei pazienti”

”Ho sempre pensato al bene degli ammalati”. Così Pier Paolo Brega Massone, l’ex primario della clinica Santa Rita di Milano, ha risposto al Gip Micaela Curami, durante l’interrogatorio di garanzia nel carcere di San Vittore. L’ha detto il suo avvocato, Giuseppe Cannella, che ha aggiunto: “Il mio assistito ha sempre operato secondo coscienza. Ha spiegato che le operazioni da lui eseguite erano necessarie e proporzionate alle patologie e ha gridato la sua innocenza”.
Il medico, primario di chirurgia toracica della casa di cura, è uno dei protagonisti al centro dello scandalo della clinica milanese. Autodefinitosi in un sms “l’Arsenio Lupin della chirurgia”, nell’ambito dell’inchiesta sui Drg gonfiati coordinata dai Pm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano Brega è stato arrestato ieri insieme ad altre tredici persone (dodici ai domiciliari). L’altro medico in carcere, Pietro Fabio Presicci non ha voluto rispondere al Gip perché vuole leggere prima le carte dell’inchiesta. Secondo la convinzione dei pubblici ministeri, nella clinica ben 88 pazienti avrebbero subito interventi inutili e lesioni gravissime, anche su malati terminali. Altri cinque sarebbero addirittura morti in seguito a un’operazione fatta esclusivamente per far lievitare i conti da presentare al Servizio sanitario nazionale.
La Regione Lombardia intanto ha sospeso oggi ”a tempo indeterminato” il contratto alla clinica milanese Santa Rita al centro di una inchiesta che ha portato all’arresto di 14 persone.
A dare l’annuncio della sospensione firmata dal direttore generale dell’Asl Milano Città è stato il presidente della Lombardia Roberto Formigoni. E in tutta la Lombardia si preannuncia severità nei confronti delle cliniche private: oggi la Guardia di Finanza di Milano ha svolto accertamenti di natura economica su una decina di altre strutture sanitarie del capoluogo e della provincia. ma i controlli, ha confermato all’Ansa il colonnello delle Fiamme gialle Cesare Maragoni, sono solo di natura economica e non riguardano presunti episodi di malasanità.

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