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Sardegna
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Doveva brillare come la stella del firmamento della sinistra, rischia di trasformarsi in un buco nero. La parabola di Renato Soru è di quelle che richiedono le cinture di sicurezza ben allacciate. Sparato come un missile nello spazio lunare della politica, s’è ritrovato senza carburante (i voti), sconfitto da una nave avversaria armata di raggio laser (Silvio Berlusconi) e senza neppure un vecchio Lem per fare l’atterraggio morbido. Risultato: un ritorno sulla Terra (ironia della sorte, nella sua Sardegna) segnato dal clangore della ferraglia. Crash. E ora?, si chiedevano a urne ancora calde i suoi adepti, interrogandosi sulla sorte dei mirabolanti piani del tycoon della Tiscali che avrebbe dovuto scalare la vetta del Pd e fare dell’Unità un grande giornale.
Immerso nelle rovine fumanti della caduta, Soru sulle prime aveva conservato l’aureola dell’imprenditore illuminato, ma già pochi giorni dopo il suo groppo in gola, gli occhi lucidi la sera della sconfitta e il suo silenzio sono divenuti un incubo per L’Unità e la Tiscali. Il Cavaliere aveva detto: “Soru è un fallito in tutto”. Di certo non naviga in buone acque. Il 19 marzo la Tiscali riunisce il suo consiglio d’amministrazione per approvare un bilancio annuale zavorrato dai debiti. Il 23 marzo L’Unità, se non trova nuovi capitali (e capitani), potrebbe cessare le pubblicazioni e portare i libri contabili in tribunale. Due date, pochi soldi da mettere sul piatto.
Il red carpet dell’”Unità“. Partiamo dal giornale fondato da Antonio Gramsci. Soru nel maggio 2008 firma l’accordo con la Nie (società editrice dell’Unità), in giugno perfeziona il contratto e si impegna a gestire il quotidiano con una fondazione. Quanto sborsa davvero non si è mai capito. “Non era giusto che il giornale di Gramsci e di Enrico Berlinguer, che ha rappresentato tanto nella storia del nostro Paese, fosse trattato come una merce qualsiasi” si limita a pontificare il neoeditore gonfio d’orgoglio.
Respinto l’ingresso della famiglia Angelucci, editori di Libero e Il Riformista, la gestione Soru parte in quarta. La vecchia guardia dell’Unità viene rasa al suolo: il direttore Antonio Padellaro viene fatto accomodare ed entra, sotto gli auspici di Walter Veltroni, una firma della Repubblica, Concita De Gregorio. Grandi progetti, pubblicità osé firmata da Oliviero Toscani, assunzioni. Stile red carpet. I giornalisti passano da una settantina a un centinaio, il formato viene clonato dal quotidiano free press E-Polis (inventato da Nichi Grauso). Squilli di tromba, si parte. Otto mesi dopo L’Unità vende 47 mila copie. Meglio della gestione passata (+10 per cento), ma insufficienti per raggiungere il pareggio dei conti.
Cuore a sinistra, portafoglio a destra. La partita doppia diventa un problema quando Soru perde la partita politica. Addio presidenza della Regione Sardegna. Impossibile la scalata al Pd. E L’Unità? È una fornace, va ricapitalizzata, ma Soru, e lo annuncia personalmente a Piero Fassino, anticipandogli il suo smarcamento, non ha intenzione di scucire più un solo euro. Figurarsi i 4 milioni che servirebbero per arrivare senza acqua alla gola al consiglio d’amministrazione fissato per il 23 marzo, lunedì, giorno di San Turibio di Mogrovejo, difensore degli indios e nemico dei conquistadores.
Nella redazione dell’Unità l’inquietudine che aleggiava dopo la sconfitta elettorale si è materializzata pochi giorni fa davanti ai piani dell’amministratore: serve capitale fresco, bisogna contenere i costi. Traduzione: non si cercano solo nuovi soci (le voci parlano di un ingresso di Carlo Feltrinelli, Fassino sta facendo appello al movimento cooperativo e all’Unipol), bisogna chiudere alcune redazioni, ridurre le pagine e tagliare i contratti a termine. Via la cronaca di Roma e quella di Milano, la redazione ambrosiana (che segue l’economia) si sposta nella capitale, a casa una ventina di giornalisti con contratto a termine, riduzione degli stipendi con l’applicazione di un contratto di solidarietà.
Un piano di lacrime e sangue (tutto da discutere) che si specchia nella profonda crisi del mercato editoriale, ma anche nella delusione politica di Soru e nei travagli del suo gioiello di un tempo, la Tiscali.
Tiscali e il gorilla game. L’avventura su internet comincia nel 1998. La Tiscali offre carte telefoniche prepagate, parte il mito della new economy e l’anno dopo il piccolo provider sardo si quota al Nuovo mercato. Scatta l’euforia irrazionale, capitalizzazione di borsa superiore a quella della Fiat. Soru usa la sua abilità finanziaria e gioca a quello che gli americani chiamano “gorilla game”: diventare più grande di tutti per abbattere i concorrenti. Fa shopping globale, inghiotte la Worldonline: la Tiscali dalla pianura campidanese si erge fra i titani del mondo.
Il sogno dura poco: nel 2000 la bolla di internet fa bum, la capitalizzazione crolla, la Tiscali diventa il titolo che fa la gioia dei trader più scaltri e i dolori dei piccoli azionisti che, dopo aver comprato ai massimi, si ritrovano spennati. Otto anni dopo l’azienda di Soru come Crono si mangia i suoi figli. Partono un lungo rosario di dismissioni e un taglio annunciato di 250 posti di lavoro su 850 in Italia.
Oggi la Tiscali si dibatte in un mercato travolto dalla crisi e concentra i suoi sforzi su Regno Unito (68 per cento dei ricavi) e Italia (30 per cento dei ricavi). Secondo uno studio societario firmato dal Citigroup il 21 gennaio scorso, la società “brucia ancora cassa”; lo conferma il resoconto intermedio di gestione: “Al 30 settembre 2008, il gruppo Tiscali può contare su disponibilità liquide per 34,4 milioni di euro, a fronte di una posizione finanziaria netta alla stessa data negativa per 556,7 milioni di euro”.
Secondo gli analisti del Citi, “il nuovo business plan non è convincente”: è simile a quello di altre aziende del settore e “non c’è un chiaro vantaggio competitivo, se si escludono i prezzi bassi”.
Il tentativo di cedere il ramo delle attività inglesi alla BSkyB di Rupert Murdoch si è arenato di fronte al crollo delle borse e alla svalutazione del cambio con la sterlina. Il debito netto calcolato dagli analisti del Citi è di circa 605 milioni di euro, il ramo inglese vale 400 milioni, quello italiano 300 milioni. Risultato: il valore dell’attività Tiscali è di circa 100 milioni, cioè 15 centesimi di euro per azione.
La Banca Imi in novembre mostrava più fiducia: “Il business plan presentato dall’amministratore delegato Mario Rosso potrebbe generare positive sorprese”.
Intanto il vertice societario ha subito due perdite. Mauro Mariani, uno dei pionieri dell’azienda, l’11 novembre 2008 ha lasciato l’incarico di amministratore delegato della Tiscali Italia. E qualche giorno fa è uscito il consigliere Arnaldo Borghesi, esperto di finanza straordinaria. Ufficialmente nessun dissidio con Rosso, ma la sua sostituzione con Gabriele Racugno, il fiduciario del blind trust creato prima del voto per evitare le accuse di conflitto di interessi, è il segnale che Soru si sta blindando.
La Tiscali in Sardegna è una presenza importante, nella sede cagliaritana di Sa Illetta c’è preoccupazione. Soru giustamente si è sempre vantato di aver creato nell’isola centinaia di posti di lavoro e ora, ironia della sorte, il neopresidente della regione Ugo Cappellacci potrebbe essere costretto a occuparsi non solo della crisi della chimica, ma anche di quella della Tiscali.
In questo scenario all’Unità si interrogano: abbiamo respinto gli Angelucci, ma davvero era meglio Soru?

È già scattato, questa mattina, il primo dei 5 giorni di sciopero indetti dalla redazione dell’Unità contro il piano presentato dall’amministratore delegato, che prevede una drastica riduzione degli organici del giornale e il taglio delle cronache locali. Da stamattina è ferma per 24 ore unita.it, l’edizione on line del quotidiano, che domani non sarà in edicola.
Oggi doveva esserci un incontro con la proprietà, ma è slittato, di qualche giorno.
In un comunicato della redazione, pubblicato dall’Unità oggi in edicola, si dice che la decisione di attuare la giornata di sciopero è stata presa “all’unanimità dalle redazioni di Roma, Bologna, Firenze, Milano e dell’on line, per respingere l’ipotesi di drastico ridimensionamento aziendale prospettato dall’amministratore delegato”. Ridimensionamento “che provocherebbe gravissime ripercussioni sugli organici e sulla fisionomia stessa del prodotto. Tutto questo” continua la nota delle redazione “malgrado i positivi risultati di vendita e i piani di rilancio della testata messi in atto non più di quattro mesi fa”.
L’assemblea respinge, inoltre, “i tempi strettissimi della trattativa e, in particolare, ritiene inaccettabile la data ultimativa del 23 marzo, fissato come termine ultimo per la scongiurare lo stato di insolvenza”.
Una situazione precipitata in poco tempo, anche se - dopo l’esito delle elezioni sarde - qualcuno l’aveva temuto. L’editore Renato Soru, chiede una “cura drastica” per il quotidiano, rilanciato con la nuova direzione di Concita De Gregorio pochi mesi fa, con esiti soddisfacenti dal punto di vista della credibilità del progetto e delle vendite. A quanto scrive il quotidiano Italia Oggi, nel 2008 la perdita è stata di quasi 8 mln di euro, nel 2007 il rosso di 5 mln di euro, e poi -1,4 mln nel 2006, -1,1 mln nel 2005 e -248 mila euro nel 2004. E Soru non sarebbe pronto a ricapitalizzare l’azienda con 4 milioni di euro, come dovrebbe avvenire entro l’ormai prossimo 23 marzo.
Al momento si salverebbero le cronache locali di Bologna e di Firenze (tradizionali roccaforti, specie l’Emilia-Romagna delle vendite del quotidiano), ma ci sono timori per il dopo elezioni. Infatti a Bologna e Firenze si volta per il Comune e la chiusura potrebbe essere solo prorogata di qualche mese.

C’è il bang e non c’è più un big. L’esplosione del Partito democratico dopo il voto in Sardegna fa secco il segretario Walter Veltroni, i morti e feriti sul campo non si contano. Il Pd è in coma, al punto che la parola scissione non è più tabù. O meglio, viene evocata attraverso un’altra formula, più gentile ma dagli stessi esiti: “scioglimento dell’associazione”, un esodo volontario da una casa non più comune. Silvio Berlusconi in Sardegna ha fatto una vera e propria (s)elezione darwiniana provocando l’estinzione dell’Homo Sorus (Renato Soru, l’aspirante segretario) e del Veltrosauro (Walter Veltroni, il leader), costringendo l’ircocervo del Pd alla mutazione genetica. Il problema infatti investe non solo la leadership, ma il dna del partito. E mentre i riflettori s’accendono sulla galleria di personaggi che hanno fatto (e disfatto) la storia degli ultimi venti anni del Pci-Pds-Ds, in un cono d’ombra sono cominciate le manovre dei centristi.
Il sismografo rutelliano. “Walter è il Pd e se lui se ne va che resterà di questo partito?” si chiedeva Linda Lanzillotta mentre infuriava il caos. Parole che non si potevano classificare alla voce scossa d’assestamento. In quella frase c’è molto di più: un terremoto. C’è il Francesco Rutelli che non vuole passare per un subalterno “del partito contadino polacco”, c’è il gruppo inquieto degli ex Popolari, c’è un Franco Marini a dir poco preoccupato e confuso, c’è “una base che non vede l’ora di sciogliere questo equivoco”.
I pochi petali rimasti di quella che un tempo era la Margherita si sentono in balìa di un vento minaccioso e, al di là delle dichiarazioni ufficiali, il tam-tam parlamentare è quello di un esercito in rotta che cerca di salvare il resto delle truppe. “Finito Veltroni non siamo più garantiti”. “Nonostante le rassicurazioni ricevute da Rutelli, il segretario ha lasciato e ora la società non è più quella: o si trova un nuovo amministratore o è meglio scioglierla”. Chi lo conosce bene, assicura che Rutelli ora non farà niente e lascerà che il gruppo dirigente ds commetta altri fatali errori. Fino alla sconfitta alle elezioni europee e amministrative di giugno. E poi? “Poi dovrà inventarsi qualcosa” dicono le frequenze clandestine di Radio Margherita. Sì, ma cosa?
Exit strategy. La via più logica è quella di un atterraggio morbido in zona Udc prima che la frana veltroniana travolga tutto e tutti. Qualcuno pensa a un progetto di partenza, minimo, per uscire dalle macerie. Con l’Udc c’è un terreno politico comune sui temi della bioetica e dell’economia e soprattutto c’è un patto generazionale da stringere per il futuro. Rutelli e Pier Ferdinando Casini sono politicamente giovani. Alternative? Poche: la via per un rilancio del Pd è strettissima e impervia.
La Caporetto al voto europeo è già messa nel conto, con relativa perdita di finanziamenti e risorse vitali, ma le mine sparse sono tante. “Napoli è una bomba a orologeria ed è già persa a tavolino. Grazie a Veltroni abbiamo rotto con Ciriaco De Mita, non abbiamo recuperato Clemente Mastella e abbiamo espulso Riccardo Villari. Chi troverà i voti al centro? A Firenze abbiamo salvato la situazione per il rotto della cuffia con Matteo Renzi e i suoi volontari che hanno vinto le primarie contro i candidati di Veltroni e D’Alema. Abbiamo davanti il deserto” commentano i centristi in cerca di una exit strategy.
C’è già chi è uscito allo scoperto, come Pierluigi Mantini (”per restare chiedo scelte nette e uno stop alla sinistra”), ma la scelta per ora è stare sotto coperta. Per quanto tempo? Difficile resistere a lungo in una posizione d’attesa: l’elettorato cattolico è in fuga dal Pd e la prova generale c’è stata con l’elezione del sindaco di Roma e i preti in virata verso Gianni Alemanno. “L’elettorato cattolico è libero e legge molto” osserva chi conosce l’urna centrista, così “di disfatta in disfatta si arriverà alla scissione”.
Ulivo reloaded. È uno scenario dove personaggi diversi con biografie lontane come Sergio Chiamparino (preoccupato come tutti i sindaci del Pd per le elezioni amministrative che s’annunciano perigliose) e Arturo Parisi cercano una nuova versione dell’Ulivo. Il professore sardo prova a suggerire una via d’uscita, ma non prima di aver picconato un’ultima volta l’ex segretario: “Le dimissioni sono tardive e comunque fuori tempo” dice a Panorama “quando le propose ad aprile fui l’unico a condividerle. Condivisi in particolare l’idea di chiudere il percorso il 14 ottobre in occasione del primo anniversario delle primarie. Sarebbe stato meglio. Molto meglio”.
Parisi individua il percorso in quelle che lui chiama “le vie ordinarie”. “Chiediamo fino alla noia il rispetto della democrazia, con la convocazione del parlamento del Pd, l’assemblea eletta dalle primarie, la stessa che Veltroni ha di fatto sciolto preferendo rimettersi ai caminetti e agli organi nominati dalle correnti, salvo poi lamentarsi di esse. Vuoi vedere che prima o poi se ne ricordano?”. Parisi ribadisce che la liquidazione del partito non può essere la soluzione. Bisogna ritornare allo spirito originario, quello dell’Ulivo: “Nel 2000, quando Veltroni era segretario dei Ds e io dei Democratici, gli dissi: perché non pensiamo di sciogliere almeno in un futuro i nostri partiti in uno nuovo? Il Partito democratico, appunto, nel solco dell’Ulivo. Fui considerato un provocatore. Ricordo ancora il suo no e quello corale del congresso di Torino. Lo ricordo per dare un senso al sì di oggi, e alla nostra fatica di allora. La Sardegna è una realtà a sé, ma la nettezza della sconfitta di una personalità forte come Renato Soru e il crollo del Pd fanno capire che questo partito oramai, non solo non tira, ma sta diventando una palla al piede”. Campane a morto per la forza veltroniana autosufficiente dall’ala sinistra. La parola d’ordine degli ulivisti (e non solo) oggi è di nuovo includere e non escludere.
L’8 settembre di Walter. Riuscirà il Pd a salvarsi dal richiamo della foresta delle vecchie sigle? Impresa davvero ardua, perché il gruppo dirigente “farà di tutto per non morire” e la scelta di Dario Franceschini come reggente non è vissuta come un’apertura al centro perché il numero due del Pd è considerato “uno che si è legato mani e piedi a Veltroni”. L’uscita di Veltroni è vissuta come un 8 settembre, la fuga prima del disastro delle elezioni europee. Nessuna autocritica sulla linea da parte di Veltroni, quasi che la sconfitta fosse arrivata per caso. “Si è dimesso davanti al caminetto dei suoi quattro amici, gli stessi che ora devono nominare un reggente”.
Servirebbe tornare alla logica di un centrosinistra bipolare e a un leader autorevole. Servirebbe, paradossalmente, una figura dal carisma di ferro, un Silvio Berlusconi. Piuttosto che sottoscrivere pubblicamente una dichiarazione del genere, un alto esponente del Pd si farebbe impalare, ma in privato non ci sono remore: “Alla nostra assenza di linea corrisponde, dall’altra parte, un leader che ha sempre resistito, ha portato An al governo e non è mai scappato dopo una sconfitta”. Freccia che va a segno, perché nelle dimissioni veltroniane molti colgono la recidiva: “Già nel 2001 si dimise affondando i Ds e lasciandoli in balia di Pietro Folena”. La soluzione è disarmante nella sua semplicità: serve una persona capace di alzare la mano e dire “ho un’idea”. Chi?

A un anno e mezzo dalla sua nascita il Pd è chiamato domani alla prova piè difficile.
All’Assemblea Nazionale, tocca ai 2800 delegati, convocati per sabato 21 febbraio alle ore 10, presso il Padiglione 1 della Nuova Fiera di Roma, scegliere tra elezione di Dario Franceschini a segretario, un congresso immediato e le primarie, è in gioco la stessa sopravvivenza del partito.
Sono (forse è meglio usare il condizionale sarebbero) per la prima opzione i big nazionali e lo vanno ripetendo nelle numerose telefonate fatte ai responsabili locali. “In questo momento” ragiona un esponente degli ex Ppi vicino a Franceschini “forse prevale l’emozione, ma il problema è che se non si elegge il segretario, salta tutto, di fatto si azzera ogni struttura e rimangono in piedi solo i gruppi parlamentari, è questo che stiamo cercando di fare capire”. Oltretutto, ragiona la stessa fonte “se vai alle primarie è solo una resa dei conti, non c’è nessun discorso politico, ma solo uno scannatoio”.
Un “pressing” sui territori che oggi ha portato a un primo significativo segnale con un documento siglato da diversi amministratori locali “di peso”, da Mercedes Bresso (governatore del Piemonte) a Vasco Errani (governatore della rossa Emilia Romagna), da Sergio Chiamparino (sindaco di Torino) a Leonardo Domenici (primo cittadino fiorentino). Un documento che dice sì all’elezione di Franceschini, ma a patto che ci siano “immediati segnali di discontinuità” a partire “dall’azzeramento del coordinamento politico e del governo ombra” e la “costruzione di un organismo di carattere straordinario e temporaneo che faccia leva sui segretari regionali e su una rappresentanza significativa dei territori”.
Le incognite in campo, comunque, sono ancora molte a partire dalla questione della governabilità di una assemblea che si prevede molto partecipata, con la presenza di almeno 1.800 dei 2.800 delegati aventi diritto al voto. Ad aprire, e presiedere, i lavori sarà Anna Finocchiaro, che farà una introduzione istituzionale e politica.
Poi l’Assemblea sarà chiamata a votare sull’opzione, elezione del segretario o primarie subito ed è probabile che si voti a scrutinio segreto. Con il punto interrogativo del “partito delle primarie subito”, una componente trasversale della quale è difficile prevedere l’entità.
In campo comunque, oltre alle mille (e diverse) opinioni, ci sono già due candidature: di Dario Franceschini si è già detto; l’altra è quella dell’ulivista Arturo Parisi sostenitore della necessità di andare subito alle primarie. Quest’ultimo non le manda a dire ai suoi “amici” di partito: “Il tempo per fare le primarie è abbondante. La casa brucia, guai se quelli che la abitano non si accorgono dell’incendio. Meritano di perire con essa”, ha detto ai microfoni di Radio24. Il leader ulivista indica come obiettivo immediato dell’assemblea del Pd “consentire al partito di scegliere un segretario con la stessa legittimazione del segretario che ha dato le dimissioni” e quindi propone le primarie: “Poiché la legittimazione di Veltroni, come lui ha ripetuto in tutti questi mesi, derivava dal coinvolgimento di una larga base di cittadini, su questa stessa larga base di cittadini deve essere fondata la scelta del nuovo segretario”.
Ma anche i veltroniani annunciano battaglia: Stefano Ceccanti è pronto a presentare una mozione perché si vada subito alla consultazione popolare, mentre cresce il “partito dei sindaci e dei governatori” che chiedono la convocazione in tempi brevi del congresso.
Si è fatto sentire anche Massimo D’Alema, che in un’intervista, ha replicato alle accuse smentendo qualsiasi complotto, ma rileva che la crisi del Pd “nasce da scelte insufficienti e confuse” e auspica che ora “si creino le condizioni per una migliore collaborazione e si possa finalmente lavorare insieme”. Quanto alla guida veltroniana, per D’Alema l’errore è stato aver imboccato una “scorciatoia” incentrando tutto sul rapporto “taumaturgico tra il leader e le masse”. Il risultato, un partito “ircocervo”. Ora, conclude D’Alema, servono 2decisioni chiare e condivise”. Non ci sono i tempi per un congresso, riconosce, e se Franceschini è la soluzione bene, purchè “abbia un forte consenso”. Attenzione quindi “a non creare uno strappo tra il vertice e la base”.
Ad appesantire il clima c’è poi l’ultimatum contenuto del nuovo “manifesto dei coraggiosi” di Francesco Rutelli (in traferta, insieme a Enrico Letta, alla convention dei centristi a Todi, per entrambi gli ideali e nuovi alleati del Pd): “O cambiamo” ha attaccato l’ex leader margheritino “o rischiamo l’estinzione”. Se tutto andrà secondo quanto deciso al coordinamento, e Franceschini verrà eletto segretario, l’ipotesi è quella che il nuovo leader venga affiancato da una segreteria politica comprensiva delle varie componenti. Con Piero Fassino che viene dato come probabile responsabile dell’organizzazione. Verrebbe poi previsto un organismo di raccordo con i territori, una sorta di “conferenza” dei segretari locali da convocare a scadenze fisse, attivamente coinvolta, insomma, nelle decisioni del partito.
Ma mai come oggi la storia del Pd è stata piena di “se e ma”. E il timore - per i big e per la base - è che quella di domani sia un’Assemblea “ingovernabile”.

Via Veltroni, ma non le polemiche, i distinguo, le distinzioni. Anche per il dopo-Walter, a poche ore dall’amaro addio del segretario, il Pd si divide. Sul cosa fare: dare il partito a Franceschini (gemello post Dc dell’ex sindaco di Roma, da lui stesso definito “leale”) fino alle europee, anzi fino al congresso di ottobre (i segretari regionali hanno approvato la nomina, ma Cofferati ha già fatto conoscere la propria contrarietà). Oppure andare subito alla conta dell’assise (ma senza un “traghettatore”, seppur temporaneo)?
Certo, la strada del dopo-Veltroni sarebbe scritta nello statuto dei Democratici, approvato con la nascita del nuovo partito, che contempla espressamente il caso delle dimissioni anticipate del segretario nazionale. Le opzioni previste dall’articolo 3 della carta statutaria sono due: l’Assemblea nazionale in carica può riunirsi e procedere all’elezione di un nuovo segretario “per la parte restante del mandato”, oppure può sciogliersi e avviare la normale procedura per la scelta del leader. Se dovesse essere quest’ultimo il percorso prescelto, la parola tornerebbe agli iscritti del partito. Stando agli ultimi dati disponibili, il tesseramento (che è iniziato nel giugno scorso e avrebbe dovuto concludersi a dicembre 2010) è arrivato a quota 350mila unità. Ma in molte realtà la raccolta delle iscrizioni è andata a rilento o non è proprio cominciata.
E allora? Allora “Primarie subito”, anzi subito il congresso: Walter Veltroni ha appena chiesto scusa per aver non essere risuscito a fare il Pd che sognava, spiegando i perché dell’addio alla segreteria e dal socialnetwork del Pd arriva il pressing per voltare pagina con determinazione. “Chiediamo nuove primarie tutti insieme”, dice Riarch. L’appello è “ad ascoltare la base e non i dirigenti”.
“Rinnovamento, rinnovamento, rinnovamento”, chiede Dany; “Decidete per il congresso subito”, incalza Bright. C’è anche chi ha più dubbi che certezze: “E adesso che si fa?”, si domanda Freddy71, che intravede un rischio: “prendiamo qualcun altro e bruciamo anche questo. Solito bla, bla. Solita storia”.
La maggioranza sogna comunque “un ripulisti dei dinosauri” (Maxikk) e i big del partito sono infatti presi di mira da molti internauti: “Scongiuriamo - afferma sempre Riarch - la reggenza di Franceschini, dopo la quale non ci sarà più un Pd”. Per 13.Matteo e Lucifero “é ora che tutte quelle facce che hanno rovinato il partito vadano via”. “Walter si è dimesso! E D’Alema, La Torre, Binetti & Co e tanti altri restano? Il futuro è Bersani? Ci deve essere qualcosa” afferma Marioingl “che non quadra”.
Il web unito nella richiesta di rinnovamento, è invece diviso sul giudizio su Veltroni e la scelta di lasciare la segreteria: “Un atto intempestivo - dice Vandac - dettato dalla sindrome di Sansone. Amore per il Pd avrebbe voluto dire tenere i denti stretti”. C’é poi chi, come Frapem, “non è dispiaciuto neanche un po’”, chi definisce l’ex segretario “inadeguato”, chi lo accusa “di aver commesso troppi errori”.
Un fronte al quale si contrappongono i nostalgici: “Ho appena finito di ascoltare Walter…l’amarezza” scrive invece Pippins “è troppa. Senza di lui non esiste più il Pd”. “Grazie per quello che hai fatto” scrive Fune 42 “e grazie anche per le tue dimissioni. Si tratta di un gesto di responsabilità”.
Intanto l’addio del segretario beffardamente è il programma più visto della breve storia della tv on-line del Pd: per la diretta del discorso di Walter Veltroni da Piazza di Pietra, trasmessa dai siti youdem.tv e partitodemocratico.it. sono stati infatti oltre 300mila i visitatori unici che si sono collegati ai siti e 250mila secondo le richieste di accesso”. E a Youdem, c’è da scommetterlo, sperano che non sia stata la loro ultima trasmissione.
Dall’altra parte, “il principale esponente della coalizione avversa”, cioè il premier Silvio Berlusconi, ha commentato in serata l’uscita di scena dell’ex sindaco di Roma: “Volevo telefonargli per esprimergli solidarietà, ma dopo aver letto le sue dichiarazioni mi è passata la voglia”.
Pd nel caos dopo l’addio di Veltroni. Per la nuova leadership chi scegliereste?

Non accetta domande, perché forse non ha tutte le risposte. Non le ha o non le vuole dare, per opportunità politica, per il bene del partito, perché Uolter è buono dentro.
Di fatto l’addio dell’ex segretario del Pd, da oggi deputato semplice Veltroni, è un vero e proprio comizio di commiato, davanti ai vertici del partito, nella sala Adriano di piazza Di Pietra.
Intervento amaro (qui il VIDEO da RaiNews24), pieno di rimpianti e speranze frustate: specchio dei 16 mesi più difficili della sua vita politica al vertice del partito. Nonostante dica di lasciare “sereno e senza sbattere la porta” il suo discorso è pieno di rammarico.
“Sognavo un partito nuovo e aperto. Non ce l’ho fatta e chiedo scusa per questo. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione”. Tutto ciò è accaduto per un motivo, precisa, “ho seguito un riflesso antico che io considero un valore: il tentativo di tenere tutti uniti. Anche se poi, come spesso succede, non ci si riesce”. E sul futuro apre ai giovani: “Penso che il passaggio dei prossimi giorni si dovrà accompagnare all’avanzare di forze e energie nuove, ad esperienze legate ai territori e ai nostri amministratori”.
Il ricordo più bello? La manifestazione del 25 ottobre con le bandiere del Pd che sventolavano, simbolo della consapevolezza della gente dell’identità democratica, che a volte è mancata nella classe dirigente del partito. “Lascio” dice “senza sbattere la porta». Le dimissioni sono state una «scelta giusta per mettere al riparo il Pd da ulteriori logoramenti. Perché serve un nuovo clima per costruire quella solidarietà” interna che é necessaria al progetto del Pd. “A chi viene dopo di me” chiude Veltroni “non chiedetegli con l’orologio in mano di ottenere dei risultati. Un grande progetto politico si misura nel tempo”. Veltroni biasima proprio quella “sindrome di logoramento” che ha portato a “bruciare molte leadership nel centrosinistra. Liberiamoci dalla logica che ci ha portati in sei anni a cambiare sei o sette leadership, mentre Berlusconi, se vincesse o perdesse, è rimasto al suo posto. Questa logica ci ha fatto male perché ha trasmesso un’idea di precarietà”. Agli avversari interni la promessa: “Non farò agli altri quello che è stato fatto a me”.
Ce n’è anche per Berlusconi, l’ex leader dei democratici. “Berlusconi ha vinto la battaglia dell’egemonia perché con i suoi mezzi ha stravolto il sistema dei valori e ha costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio” si lascia sfuggire. L’ultimo attacco all’avversario che, insieme ai contrasti interni, l’ha affossato: “Berlusconi ha stravolto i valori e costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, va fatto un lavoro profondo nella società. Dire queste cose non è anti-berlusconismo, ma è esercizio della critica che in democrazia è un valore”.
Poi rivendica i suoi successi: “La vocazione maggioritaria del Pd è la cosa a cui tengo di più”. Per Veltroni, l’obiettivo del Pd deve essere “conquistare la maggioranza dei consensi”, una cosa che finora non è mai accaduta neanche quando si sono vinte le elezioni. Un obiettivo da raggiungere “ovviamente non solo con il Pd, ma certamente con una maggioranza riformista. Il Pd non deve essere il vinavil che tiene incollate cose diverse”. Poi una sferzata al centrosinistra: “Bisogna eliminare i personalismi, basta con la sinistra salottiera e giustizialista, la sinistra dev’essere capace di recuperare il giusto rapporto con la vita reale dei cittadini. Serve più solidarietà tra di noi”. Fa degli esempi del “masochismo” del Pd: “Se a un congresso di destra si attacca la sinistra si attirano consensi. E se a un congresso di sinistra si attacca la sinistra si attirano consensi. Bisogna stroncare questo meccanismo. Tornare a essere orgogliosi dei valori che ci tengono uniti”. Quindi un messaggio a come si fa l’opposizione: “Serve un’opposizione riformista. Non serve urlare. Bisogna preparare un’alternativa, cambiare le regole del gioco. Essere anche duri, ma essere riformisti. Che sono sempre stati l’obiettivo dei conservatori”. Quindi sul futuro si lascia sfuggire un: “Annaffiate e amate questa pianta. Non bisogna tornare indietro o il sogno svanisce”. Confermando il proprio impegno: “Da una posizione molto discreta cercherò di dare una mano al progetto del Pd, che è stato la speranza e il sogno politico della mia vita perseguito con tetragona coerenza”.
Si va verso la conclusione: e Veltroni, esperto homo mediaticus, chiude con un classico: i ringraziiamenti. Che vanno alle persone che “nessuno cosnosce”, ovvero gli uomini della sua scorta: “Questa mattina ho scritto una lettera al prefetto per chiedergli di togliermi la scorta”, ha detto, usando parole affettuose anche per gli uomini del suo staff. Poi: “Ringrazio Dario Franceschini per la sua lealtà e solidarietà, che sono virtù rare in un uomo politico”, ovvero quella capacità “per cui anche se non si è d’accordo su qualcosa alla fine si dicono le stesse cose e si condividono le idee di fondo”. E ancora, ecco i grazie al capo dello Stato Giorgio Napolitano, gli ex presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi ma anche i presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani “per la correttezza dimostrata in questi mesi”.
Per quanto lo riguarda, Veltroni assicura che darà il suo contributo ma da una “posizione assolutamente discreta”. In realtà, dopo 30 anni ai vertici della politica, dice di voler guardare oltre: “Comincia per me un tempo nuovo”, annuncia l’ex sindaco di Roma che lascia intravedere un’esperienza in Africa: “Si è spesso ironizzato” dice “ma l’Africa è un luogo naturale per chi ha una coscienza civile e ora ho la possibilità di scoprirlo”.
Sono le 12 passate quando Veltroni chiude la sua storia da segretario Pd: “Ho chiesto a Dario (Franceschini, il suo vice, ndr) di assumere le responsabilità di questo momento nella speranza che si possa dare rapidamente certezza; ma poi, senza concitazione, si deve svolgere un congresso con una vera discussione politica, non imbrigliata”: questa la rotta che Walter Veltroni indica.
E infatti: “Il coordinamento ha deciso di dare corso agli adempimenti statutari e, quindi, convocare per sabato l’assemblea costituente, che o eleggerà un nuovo segretario, oppure aprirà il percorso congressuale, come previsto dallo statuto”. Così il portavoce del Pd Andrea Orlando, al termine della riunione del coordinamento. Dunque, per ora, nessuna proposta ufficiale da parte del vertice del partito, ma restano in piedi sia l’ipotesi di eleggere un segretario pro tempore fino alle europee e quindi al congresso di ottobre, sia di aprire la fase congressuale e, nel frattempo, il partito sarebbe retto da una sorta di direttorio collegiale. Orlando specifica che “la decisione sarà presa dopo la riunione dei segretario regionali che si terrà nelle prossime ore. A breve saranno riuniti anche i segretari provinciali del Pd”. È certo, conclude Orlando che “andremo all’assemblea costituente con una proposta che però prima passerà dalla conferenza dei segretari regionali”.
Il VIDEO servizio:
Pd nel caos dopo l’addio di Veltroni. Per la nuova leadership chi scegliereste?

Kennedy e Berlinguer, le figurine Panini e l’Unità, le camice botton down e l’Africa, il “ma anche” e Facebook. Chi non riconoscerebbe da questi indizi il profilo di Walter Veltroni? Il segretario dimissionario del Pd, in trent’anni di onorata carriera, si è costruito un’immagine molto forte ed è stato un grande “sdoganatore” di miti che riempissero il cuore della sinistra orfana delle ideologie e delle vecchie icone.
Di fronte al crollo del muro di Berlino e al naufragio definitivo del socialismo realizzato, il giovane Walter (già leader dei giovani del Pci quando era segretario Enrico Berlinguer) si è rimboccato le maniche e ha cercato di immaginare nuove strade su cui far marciare il popolo della sinistra. Veltroni, forse già prima di Berlusconi, ha intuito la dimensione emozionale della politica, legata al mondo della comunicazione.
Nella società postmoderna con sempre meno fabbriche e operai e sempre più precari e lavoratori intellettuali, è stato Veltroni a immaginare le battaglie contro la proliferazione degli spot nei film in tv (”non si interrompe un’emozione”); e per cementare la fedeltà dei lettori dell’Unità, giornale del quale è stato direttore a metà degli anni ‘90, potevano servire anche le ristampe degli album dei calciatori offerti in allegato.
Le sue idee un pò eretiche (voleva il Partito democratico con Prodi quando pensare a uno scioglimento dei Ds era una bestemmia) e il modo di presentarle (con certe frasi un pò enigmatiche, come “si poteva stare nel Pci senza essere comunisti”) gli sono costate l’ostilità di una fetta consistente del suo partito d’origine.
La competizione con Massimo D’Alema, al di là delle differenze di carattere, è stata soprattutto uno scontro tra due diversi modi di interpretare la funzione del partito dei riformisti. Se D’Alema è sempre stato favorevole alle alleanze, Veltroni (in questo paradossalmente più “comunista” del suo antagonista) ha sempre avuto in mente l’idea di un partito “egemone”, in grado di fare il pieno dei voti di tutti i progressisti, come il partito democratico negli Usa: di qui il suo amore per i Kennedy e lo slogan elettorale ricalcato sullo “Yes we can” di Obama.
Oggi però, Veltroni rischia di passare alla storia come il segretario delle sconfitte. La prima volta nel 2001, quando i Ds da lui guidati batterono tutti i record negativi finendo a un misero 16,6%. La seconda, in circostanze tutte nuove, alle politiche del 2008, seguita dalle due batoste in Abruzzo e in Sardegna.
Certo non pensava di arrivare lì quando il 27 giugno 2007 l’ex sindaco di Roma, si candidava alla segreteria del Pd, con un discorso al Lingotto di Torino. Per Veltroni, il partito sarà la forza riformista che l’Italia non ha mai avuto; tra le righe c’è già la rottura con la sinistra.
24 agosto 2007: Veltroni avverte gli alleati, il suo Pd andrà al voto da solo se non sarà possibile concludere un’alleanza politicamente omogenea. 14 ottobre 2007: primarie del Pd, Veltroni ottiene il 75,81 per cento. “Già oggi penso che siamo il primo partito italiano. Ora dobbiamo andare avanti”. 30 novembre 2007: Veltroni e Berlusconi trovano vari punti di convergenza in un incontro sulla legge elettorale, per un nuovo bipolarismo.
10 febbraio 2008: A Spello, in Umbria, Veltroni lancia la campagna del Pd. “Si può fare” è lo slogan che ricalca lo “Yes, we can” di Obama. Il segretario conferma che l’Unione è finita. Il 13 febbraio, conclude accordo per l’apparentamento con l’Idv di Di Pietro, il 21 febbraio intesa sulle candidature dei radicali nel Pd.
Il primo aprile 2008: in un comizio a Frosinone, Veltroni afferma che “a novembre eravamo sotto di 22 punti, ora siamo lì lì”, come dimostra il nervosismo del “leader dello schieramento a noi avverso”, come chiama Berlusconi per tutta la campagna elettorale.
13-14 aprile 2008: il Pd perde le elezioni: Veltroni rivendica “una grande rimonta” e promette un’ opposizione “riformista” e “di responsabilità nazionale”. 14 maggio 2008: Dibattito sulla fiducia alla Camera, Veltroni promette “un’opposizione civile e non pregiudiziale”; Berlusconi risponde che non ci sarà alcun rifiuto pregiudiziale alle proposte del Pd. 15 maggio 2008: alla direzione del Pd, Veltroni, difende le sue scelte ed in particolare la rottura con la sinistra radicale. “Indietro non si torna”. 20 giugno 2008: aavanti all’assemblea del Pd, Veltroni conferma la rottura del dialogo con il governo e annuncia una manifestazione contro il governo per l’autunno. L’assemblea, cui partecipano 562 delegati su circa 2800 componenti, elegge la direzione del partito. Resta fuori Parisi.
25 ottobre 2008: Manifestazione al Circo Massimo a Roma, il Pd dichiara due milioni e mezzo di presenti. Per Veltroni, l’Italia è migliore della destra che la governa. 5 novembre 2008: Veltroni saluta la vittoria di Obama: “l’aria è cambiata”. 19 dicembre 2008: dopo la sconfitta in Abruzzo e le inchieste su diversi amministratori locali, Veltroni afferma alla direzione del partito che il Pd deve innovarsi profondamente, se non vuole soccombere. Per D’Alema, finora il Pd è un amalgama mal riuscito.
Epilogo il 17 febbraio 2009 - Veltroni mette a disposizione il mandato dopo la sconfitta in Sardegna; il coordinamento del partito gli chiede di restare, ma lui conferma le dimissioni.

Le dimissioni di Walter Veltroni dopo la disfatta elettorale in Sardegna possono essere interpretate in due modi: o come tentativo di bruciare sul tempo gli avversari interni, Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani su tutti, anticipando i tempi del congresso; oppure come una vera presa d’atto di un fallimento personale e politico. Cioè come il primo – e per molti indispensabile - passo verso una rifondazione ex novo del Partito democratico, della sinistra e dell’opposizone in generale.
Nel primo caso saremmo di fronte alla classica operazione di palazzo: un regolamento di conti interno ad una classe dirigente sempre più logora; una sorta di “crisi controllata”, ammesso che sia ancora possibile. Nel secondo caso Veltroni, abbandonando definitivamente la scena, provocherebbe l’azzeramento anche dei vertici a lui ostili, aprendo ad una dirigenza e ad una formula di partito tutti da inventare. Crisi al buio, insomma.
Di certo è che la decisione di confermare le dimissioni ha spiazzato la nomenklatura del Pd, che puntava e punta ad una soluzione di transito: commissariamento del segretario fino alle Europee di giugno, e poi sostituzione con il ticket Bersani-Bindi. Intendiamoci: nessuno, neppure nei dintorni di D’Alema, si illude che questa operazione possa rivelarsi vincente. Servirebbe però nelle intenzioni a trasmutare il Partito democratico in una riedizione dell’Ulivo, stringendo alleanze con l’estrema sinistra ed aprendo all’Udc, il tutto in attesa delle Politiche 2013. E magari sperando che da qui a quattro anni qualche volto nuovo, spendibile come leader, salti fuori. Soprattutto, nella mente di Bersani e D’Alema, la soluzione-ponte dovrebbe mettere in sicurezza il nocciolo duro degli ex Ds, dall’apparato al patrimonio.
Veltroni, sempre più convinto che ci sia una fronda cospicua che gli rema contro, sembra preferire giocarsi il tutto per tutto. O affrontare un congresso a viso aperto, oppure affondare assieme ai compagni-nemici.
Né la prima né la seconda ipotesi tengono però conto della realtà, che a sinistra si è messa a correre e rotolare molto più velocemente dei calcoli del quartier generale romano.
La periferia è in piena rivolta. Ventiquattrore prima della sconfitta in Sardegna, un segnale più piccolo ma altrettanto significativo era venuto da Firenze, dove il 34 enne Matteo Renzi, proveniente dalla Margherita, ha vinto le primarie per la candidatura a sindaco, scombinando il meccanismo ideato da Veltroni e assecondato da D’Alema. Renzi ha infatti battuto sonoramente i due avversari diessini, guarda caso un veltroniano (Lapo Pistelli) e un dalemiano (Michele Ventura). Eppure questo trentenne non è un absolute beginner: a 29 anni era stato eletto presidente della provincia.
Quanti Renzi ci sono in giro per l’Italia, desiderosi di mandare al diavolo i vertici del Pd e i loro diktat? Sicuramente molti più di quanto pensino i Veltroni e i D’Alema nel chiuso delle loro trame romane. Accanto a questa generazione ancora da scoprire, ci sono poi gli amministratori in carica che non ne possono più di ciò che si decide al vertice. Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso a Torino, Massimo Cacciari a Venezia, lo stesso Sergio Cofferati a Bologna, in attesa di ritirarsi a vita privata.
Anche Renato Soru era partito con l’idea di dare dalla Sardegna l’assalto al vertice, sconfessando un’ala del partito, indicendo elezioni anticipate, sopportando a stento i big nazionali nella campagna elettorale. Ma soprattutto Soru aveva fatto capire le proprie ambizioni acquistando l’Unità, una iniziativa non propriamente imprenditoriale. La sua doveva essere assieme una ribellione e un takeover sul Pd. Ha fallito anche lui in entrambi i casi.
Altra variabile a rischio nell’orizzonte Democratico: finora la guerra ha visto protagonisti Veltroni e D’Alema, ma non bisogna dimenticare la sempre più marcata insofferenza di Francesco Rutelli e della sua pattuglia di moderati, compreso Enrico Letta. Una scissione della ex Margherita non è affatto da escludere, anche se c’è da chiedersi dove andrebbero questi transfughi. Probabilmente cercherebbero un’alleanza con l’Udc. Ma il cuore e i voti del partito di Pier Ferdinando Casini sono a destra; e infatti l’Udc vince solo quando è alleato con il Pdl.
La scissione resta tuttavia nell’ordine delle cose possibili; anzi probabili. La Margherita verso il centro; gli ex Ds e qualche cattolico di sinistra di nuovo assieme a ciò che resta di Rifondazione, dei Verdi, e alla Cgil. La certificazione del fallimento del Pd e la nascita di due minoranze, politiche e sociali.
Nel mezzo, tutto ciò che Veltroni ha fatto e disfatto dal discorso del Lingotto del giugno 2007 ad oggi. Una sconfitta elettorale prevedibile, e nessuno l’ha imputata all’ex segretario. Ma dopo l’alleanza con Antonio Di Pietro, il ritorno all’antiberlusconismo d’antan, gli appelli contro il “regime” e le piazze in difesa della Costituzione. I giri di valzer con la Cgil. Soprattutto il non aver proposto ricette credibili sulle due priorità degli italiani: l’economia e la sicurezza.
Il risultato è che l’Italia è in pratica l’unico paese occidentale privo di fatto di una opposizione; l’unico anche in cui – nel mezzo della burrasca economica – il governo continui ad aumentare i consensi. Mentre a sinistra, e perfino nel centrodestra, c’è chi riabilita Romano Prodi.
Come fallimento non è di pococonto, per chi aveva promesso una sinistra riformista e si era impegnato a rompere i ponti con il passato. Eppure Veltroni, con una lunga opposizione davanti, avrebbe avuto tutto il tempo di dedicarsi al suo progetto di due anni fa. Non che D’Alema sarebbe stato meglio di lui. E infatti il Pd riparte praticamente da zero.
Come un computer incapace di funzionare, deve essere completamente resettato. Con la perdita di tutti i dati.
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