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Savino-Pezzotta

Ad annunciare la chiusura dell’accordo tra Udc e Rosa Bianca è stato proprio l’uomo che ha dovuto ingoiare il boccone amaro e spendere notti intere (scrive sul suo blog) a rimuginare sul che fare. Ovvero quel Bruno Tabacci che era il candidato premier della Rosa Bianca e che ora dovrà rinunciare in favore di Pier Ferdinando Casini.
Tabacci, nella sua dichiarazione, sembra fare sfoggio di fair play e filosofia. La prende bene e la butta in alto, argomentando sulla costruzione del nuovo soggetto centrista: “Nel lungo termine c’è la costruzione di un nuovo soggetto politico, nel breve, per le politiche, la presentazione di una lista unitaria”. Lo schema dell’accordo? Casini candidato premier, mentre l’ex leader cislino Savino Pezzotta sarà il segretario della nuova formazione centrista. Il nome che gli elettori troveranno sulla scheda elettorale sarà “Costituente di Centro per Casini”.
Il vicepresidente del Senato, Mario Baccini - che dell’accordo è stato il vero deus ex machina e che nelle prossime ore potrebbe sciogliere la propria riserva sulla candidatura per il Campidoglio - ha spiegato: “Casini premier e Pezzotta ci guiderà nella costituente del centro”. Poi il boccone amaro per Tabacci: “Farà un passo indietro per farne due avanti, con la nascita della costituente di centro”.
Dunque, come anticipato da Panorama.it la settimana scorsa, la Cosa Bianca torna insieme sotto le insegne elettorali dello scudocrociato. Mentre alle amministrative, spiegano fonti della Rosa Bianca i due partiti dovrebbero andare separati e con i propri simboli (in Sicilia soprattutto per motivi di ordine “cuffariano”).
Rimangono i problemi sulle candidature, che peraltro stanno impegnando in queste ore tutte le coalizioni. Baccini ufficialmente fa proclami nobili: “Ci siamo lanciati nel progetto della Rosa Bianca senza paracadute. Figuriamoci se ora ci mettiamo a lottare per chi entra e chi no in Parlamento”. Ma è ovvio che la battaglia per le liste (tra candidature pulite e collegi sicuri) è tostissima. Specie se fatta da “vecchie volpi democristiane”, come rivela un deputato centrista. Come finirà? I bene informati di cose centriste dicono 75% di posti all’Udc, 25% ai Rosabianchisti.
Infine Ciriaco De Mita: il reprobo del Pd di Walter Veltroni su cui era stato impostato l’inizio di accordo: “Mi auguro e faccio a lui un appello” conclude Baccini “perché faccia parte del nostro progetto”. Un appello che il vecchio leader Dc difficilmente farà cadere nel vuoto.

Non è più solo un’idea. È pronto lo slogan (”Più vita per tutti”), sono stati commissionati i primi sondaggi (che darebbero il nuovo movimento in costante crescita, tra il 3 e il 6per cento), si riscontrano le prime dichiarazioni di simpatia tra alcuni movimenti cattolici.
Quasi certamente, alle prossime elezioni politiche, Giuliano Ferrara si presenterà con una lista tutta sua. Di Pro life (o, nella variante nostrana, “Pro vita”), il direttore del Foglio ne parla e ne scrive da diversi giorni. L’idea di una moratoria dell’aborto, lanciata mesi fa dal quotidiano di Largo Corsia dei Servi, a breve si dovrebbe trasformare in un vero e proprio movimento, che abbia come principale obiettivo la difesa della vita fin dal suo concepimento. L’editoriale odierno di Ferrara sul Foglio non lascia dubbi: “Faremo di tutto perché cambi una specifica mentalità culturalmente indifferente, quella che dice: occupiamoci della privatizzazione di Alitalia o delle licenze dei taxi o dell’Ici sulla seconda casa, cose decisive per vivere bene, e tralasciamo il resto, quelle cose atroci e complicate che abbiamo sistemato nel ripostiglio dei nostri comodi o degli affari degli esperti”.
Un movimento caratterizzato e autonomo, che secondo un sondaggio Ipsos commissionato dal Foglio avrebbe già una buona dose di consensi: alla domanda se ritiene corretto “introdurre nella politica italiana un partito con queste finalità”, il 6 per cento degli intervistati ha dichiarato che “è molto utile”, l’11 per cento “abbastanza utile”.
Confortato dai numeri (anche se proprio sabato scorso ha scritto “credo poco nei sondaggi”), in queste ore Giuliano Ferrara starebbe sondando la disponibilità di alcuni leader politici che potrebbero guidare il movimento (leggi qui l’editoriale su Panorama). Ha così chiesto al presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni (che però avrebbe nicchiato, preferendo la candidatura nella lista di Forza Italia), e all’ex segretario della Cisl, Savino Pezzotta (che non ha intenzione di abbandonare la carica di presidente della neonata Rosa Bianca).
Se nessuno dei due dovesse convincersi, Ferrara ha confidato ai suoi collaboratori più vicini che sarebbe pronto ad un impegno diretto (anche a rischio di una debacle elettorale), “per dare quantomeno prova di una testimonianza morale del più grande dramma del nostro tempo”.
Pro life è guardata con simpatia da una parte della dirigenza di Comunione e Liberazione (specie nell’area che fa riferimento al direttore di Tempi Luigi Amicone) e da alcuni movimenti di ispirazione cristiana (tra cui Rinnovamento nello spirito, che però è sempre stato restio a dare indicazioni politiche).
Con questa legge elettorale, la lista di Ferrara dovrebbe comunque apparentarsi con il Popolo delle Libertà, in modo tale da evitare di superare uno sbarramento elevato sia alla Camera (dove, presentandosi da sola, dovrebbe raggiungere il 4%) che al Senato (l’8% su base regionale).
È però vero che il movimento si scontrerebbe con l’intenzione, più volte dichiarata da Silvio Berlusconi, di presentarsi alle prossime elezioni con un unico simbolo, quello del Pdl, federato al nord con la Lega. Il “no” a Casini, restio a confluire con l’Udc nel nuovo soggetto, dovrebbe quindi ripetersi per Pro life.
Ma per alcuni tra gli addetti ai lavori potrebbe essere proprio questo uno dei motivi che indurrebbe il Cavaliere a guardare di buon occhio una lista autonoma collegata a quella del Popolo della Libertà.
Nei giorni scorsi, infatti, il direttore dell’Avvenire Dino Boffo, aveva auspicato che fosse “salvaguardata la persistenza di un partito che fa direttamente riferimento alla dottrina sociale cristiana”. Un’affermazione che aveva fatto molto discutere e che a molti era sembrata una difesa dell’Udc da parte della Conferenza episcopale italiana, ma che oggi potrebbe invece risultare decisiva nelle scelte del Cavaliere.
In caso di una mancata intesa col partito di Pier Ferdinando Casini, un movimento di ispirazione cattolica collegato al Pdl potrebbe infatti conquistare anche i voti incerti dell’elettorato più vicino alla Chiesa.

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Il popolo del Family Day è ancora vitale. Si mobilita di nuovo contro le tasse per chi ha figli.
Lo fa con la stessa filosofia del 2007 ma cambiando formula, si allarga sull’intero territorio nazionale, opta per una ”rete”.
Non sceglie quindi una sola piazza ma ben 134, seppure abbia in attivo una scenografia e un risultato imponente come fu quello di Roma dello scorso maggio.
L’appuntamento è per domenica 2 marzo. Ha per l’occasione un progetto: raccogliere quante più firme per una petizione popolare in cui si chiede una riforma fiscale a dimensione familiare: deduzioni dall’imponibile pari al costo di mantenimento di ogni soggetto a carico. Le aspettative dei promotori sono ambiziose visto che nelle piazze saranno complessivamente a disposizione 18 milioni di schede. Potranno dare la loro adesione anche i minorenni.
Da oggi per il popolo del Family Day2 - una settantina di associazioni guidate dal Forum delle associazioni familiari in rappresentanza di 3 milioni di nuclei - comincia la campagna elettorale. ”Non per candidare una persona - ha spiegato il vertice del Forum, il presidente Giovanni Giacobbe e i due vicepresidenti Paola Soave e Giuseppe Barbaro - ma per inserire nel programma elettorale dei partiti la nostra proposta su un sistema fiscale più equo per le famiglie. Siamo convinti che il fisco è il portale della politica familiare”. Una decisione che potrebbe avere qualche effetto sul risultato elettorale del 13 e 14 aprile.
Come? ”Siamo autonomi” hanno tenuto a dire i tre. Ma ”informeremo le famiglie su chi si impegna per un’equità fiscale. I nostri interlocutori sono tutti i partiti a cui vogliamo presentare la nostra proposta. Chi la realizzerà avrà il nostro placet. Non sarà una vera e propria indicazione di voto ma crediamo che l’impegno di un partito orienterà le scelte delle famiglie, non sarà un impegno ininfluente. Noi però non siamo collaterali a nessuno, tant’è vero che abbiamo amici in tutti i partiti”. La strategia del popolo del Family Day2 è quindi politica.
Ora è anche alla ricerca di un Garante per le firme, di alto profilo. Ha infatti perso il leader della prima edizione, Savino Pezzotta che ha scelto un impegno diretto con la Rosa Bianca.
”Pezzotta - hanno spiegato - ha adempiuto alla funzione che aveva e di questo gli siamo grati. Il rapporto con lui è esaurito. La sua scelta politica è personale. Noi siamo autonomia, non siamo collaterali a nessun partito”.
La misura che propone il Family Day2 (deduzioni di 7 mila euro a figlio) potrebbe interessare 10 milioni di famiglie e il costo per lo stato si aggirerebbe intorno ai 3 miliardi di euro, secondo stime del primo governo del centrosinistra. Per loro la famiglia è quella fondata sul matrimonio; tutele però vanno assicurate, come dice la Costituzione, anche ai figli nati al di fuori. Il Family Day 2 marzo si terrà in tutta Italia ma in alcune città (Roma, Napoli, Milano, Parma, Assisi, Verona) saranno organizzati eventi più articolati. I sindaci di queste città sono stati invitati a firmare la petizione. Per ora ha dato la sua adesione - secondo quanto riferiscono gli organizzatori - il vicesindaco di Roma Mariapia Garavaglia. La raccolta firme durerà fino al 15 maggio, Giornata internazionale della famiglia. Le adesioni saranno presentate al presidente Giorgio Napolitano.
- Tags: accordo, Cgil, Cisl, contratto, flessibilità, Giuliano-Cazzola, giuslavorista, intervista-canaglia, lavoro, Legge-Biagi, Pdci, Pietro-Ichino, Prc, precariato, Savino-Pezzotta, Uil, welfare
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Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta ha svolto gran parte della sua carriera in Cisl, sindacato cui si iscrisse nel 1964 quando lavorava come operaio tessile. È stato segretario organizzativo della Cisl di Bergamo, poi, dal 1993 al 1998, segretario della Cisl lombarda. Il 4 dicembre 2000 viene eletto segretario generale della Cisl, carica confermata nel 2001 e nel 2005. Nell’aprile dell’anno successivo si dimette con oltre due anni di anticipo sulla scadenza del mandato. Da allora inizia la sua attività politica nelle file del centrosinistra, maturando posizioni critiche che lo porteranno a non partecipare alla costituzione del Partito democratico. Recentemente Pezzotta è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007.
Sabato 20 ottobre marce parallele, pro e contro la legge Biagi. Lei da buon ex democristiano che fa, sta nel mezzo?
Il problema non è essere pro o contro, ma capire che la legge Biagi è stato un passaggio importante per regolare posizioni di lavoro non regolamentate. Detto questo, penso che la legge esiga un completamento recuperando molti degli spunti offerti dal libro bianco scritto dal professore bolognese.
Vuol dire che la legge 30 ha tradotto male il pensiero di Biagi?
Voglio dire che c’è una differenza. Il libro bianco di Biagi era una visione organica del mercato del lavoro, ma con tanto di tutele e garanzie. Non a caso prevedeva uno statuto dei lavori per tutti coloro che non rientravano nella legge 30. In fase di stesura poi si è persa ogni traccia, come se tutti si fossero dimenticati del libro bianco.
Sa che ci sono insospettabili critici della Biagi anche tra gli industriali? Dicono che ha complicato loro la vita.
Nel libro bianco c’erano una semplificazione del modello contrattuale, un suo decentramento e una comparazione tra mercato del lavoro italiano ed europeo. La legge 30 è un’incompiuta, riflette poco o nulla del disegno organico su cui Biagi aveva lavorato.
D’accordo con chi dice che la Biagi scarica su 2 milioni di lavoratori i costi della precarietà, lasciando intatti privilegi e tutele degli altri 20?
Non è così. La Biagi regola quello che era un mercato del lavoro frammentato. Che poi occorra accompagnare la flessibilità con le garanzie è ovvio.
Non le piace la proposta del contratto unico targata Treu-Boeri?
Mi sembra una proposta velleitaria. In primis perché il mondo del lavoro è differenziato e i contratti devono mantenere la capacità di cogliere le specificità dei diversi settori. Non si può mettere insieme lo statale e il metalmeccanico.
Non crede che il problema della Biagi sia di non risolvere in modo convincente i problemi di ingresso e di disoccupazione temporanea?
Sì, ma non bisogna fare una battaglia contro la flessibilità che è insita nel nostro sistema produttivo. Bisogna combattere perché la precarietà venga riportata a normalità. Ma sbaglia chi pensa che la precarietà sia colpa della Biagi.
Non è velleitario proporre riforme del mercato del lavoro che siano a costo zero per le casse dello Stato?
Le riforme a costo zero non sono riforme, è una follia pensarlo. È sbagliato l’approccio mentale: la riforma non è un costo, ma un investimento. Dovrebbe produrre nel tempo dei miglioramenti. E se investi ci devi mettere qualcosa.
Il Pd e il suo leader Walter Veltroni hanno recuperato in extremis il tema della precarietà. Sa un po’ di posticcio.
Non si capisce ancora bene che posizione avrà il Pd sui temi del lavoro. Sicuramente dovrà cogliere quello che un certo tipo di riformismo ha messo in campo. Per fare questo bisogna però capire le alleanze che fa. Se si allea con la sinistra radicale avrà gli stessi problemi che ha oggi Romano Prodi.
Accetterebbe la libertà di licenziamento in cambio di un convincente sistema di ammortizzatori?
In Italia la libertà di licenziamento c’è già. Per giusta causa, non arbitrariamente. Anche il licenziamento collettivo è sempre stato fatto, da sindacalista ho gestito ristrutturazioni tremende.
Stiamo parlando di un’altra cosa.
Per poter licenziare ci deve essere un motivo. Il problema vero è la riforma della giustizia: una controversia di giusta causa non può durare 5 anni.

Non è un colpo di sole? Cioè: è un piano vero quello che porta in calce la firma di due centristi di peso come Clemente Mastella e Lorenzo Cesa e che vorrebbe rimettere in piedi la Dc (o come da tempo lo chiamano loro il “grande centro”)? O è una boutade, un bluff, un giochino ferragostano?
Fosse un giochino, va detto che i due l’hanno bene orchestrato: con due interviste parallele, e non alle Iene ma a due quotidiani nazionali. Il Guardasigilli, dalle pagine di Repubblica, annuncia di voler dar vita a un “nuovo” partito chiamando a raccolta Casini, personalità del mondo dell’impresa (Montezemolo), Savino Pezzotta, la star del Family Day e, guarda un po’ le stranezze della politica, quell’Antonio Di Pietro, il ripudiato dal Pd, che della Dc aveva fatto un boccone negli anni di Tangentopoli e con il quale fino a ieri Mastella si dava battaglia e spettacolo, tanto via blog e quanto nei consigli dei ministri.
“Una forza di questo tipo non scenderebbe sotto il 10%. Probabilmente sarebbe il terzo partito in ampie zone del Paese, a cominciare dal Mezzogiorno, supereremmo An”, pronostica il ministro, che sogna di riunire tutte le “sardine bianche” in vista delle europee del 2009 o anche in caso che il governo Prodi cadesse e si votasse il prossimo anno.
“Proviamo ad aggregare quell’area moderata, cattolica e riformista che al momento non si sente rappresentata da nessun partito”, (cioè gli scontenti del Partito democratico e gli orfani del Cavaliere) fa eco il segretario Udc dalle pagine del Messaggero. “Ne discuteremo a Chianciano alla nostra festa, alla quale abbiamo invitato molti personaggi del riformismo moderato, a cominciare dal presidente del Senato Marini, ma abbiamo un dialogo aperto anche con i teodem Carra, Binetti, Baio Dossi, che hanno vita dura nella Margherita”.
Fanno sul serio? Dalle critiche degli alleati, piovute unanimi da destra e da sinistra, verrebbe da dire sì. Anche se l’Udc si affretta a precisare che l’intenzione non è quella di “entrare nel centrosinistra”, come molti accusano, “ma essere un’alternativa al nascente Pd”. E allora il sogno sarebbe quello di poter mettere in piedi un soggetto in grado di parlare (e condizionare) sia a destra che a sinistra (dipende da chi sarà al governo): un ago della bilancia.
Ma sono anche i contenuti del piano Mastella-Cesa che portano a pensare che il “grande centro” non sia solo frutto di immaginazione o del solleone agostano. I nomi citati dal leader Udeur sono quelli di Luca Cordero di Montezemolo (che nei mesi scorsi aveva messo sotto accusa questo bipolarismo, ricattato dalle estreme), cioè il rappresentante di un ceto industriale deluso dai due poli e che da mesi si interroga su un eventuale ruolo di supplenza. E poi di Pezzotta, ex leader della Cisl, ma soprattutto animatore della giornata dell’orgoglio delle famiglie cattoliche e gran collettore di quelle anime, di quei credenti (e forse di quei voti) che mal sopportano il supposto laicismo del governo Prodi, sempre sotto scacco da parte della sinistra radicale.
E c’è un altro elemento importante che il piano centrista porta in dote. Finora ciò che ha trattenuto queste forze dal rifondersi è stato l’attuale sistema elettorale che rende velleitaria qualunque avventura fuori dai due schieramenti. Ora, assediati dai sostenitori del referendum, tra i partiti va molto di moda il modello tedesco: proporzionale con sbarramento del 5%. Un sistema che piace un po’ a tutti: a Prc, Verdi, Lega (e si capisce), ma anche ai grandi partiti come Ds, Margherita e Forza Italia perché ognuno farebbe pesare i voti che ha preso e in Parlamento e nei futuri partiti unici (non è un caso che Walter Veltroni e Silvio Berlusconi si siano mostrati tiepidi sul referendum). Un sistema che costringerebbe i nanetti da zero-virgola-per cento a fondersi per non morire: a sinistra del Pd nascerebbe la “cosa Rossa” e al centro, mettendo insieme i loro voti (6,8% dell’Udc più l’1,4% dell’Udeur fa già più dell’otto per cento), troverebbero casa tutti gli eredi della Dc, che infatti sono eccitatissimi all’idea.
Dunque fanno sul serio: approfittando delle falle interne al modello tedesco, le ambizioni di Mastella e dei neocentristi diventerebbero molto più d’un sogno di mezza estate. Altro che “oggetto inesistente” citato da Maurizio Gasparri, altro che “mostro di Lochness, usato per ravvivare le cronache” estive. A ricomparire sarebbe la “Balena Bianca”
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Che siano stati un milione, un milione e mezzo, oppure “solo” 700.000, poco importa. Il Family Day di piazza San Giovanni è stato un successo al di sopra di ogni attesa, così come fu il 2 dicembre 2006 il Tax Day voluto dalla Cdl, con l’eccezione allora di Pier Ferdinando Casini. Questo dato produce almeno tre conseguenze.
Primo: nell’immediato la più che probabile sepoltura dei Dico e di ogni altra legge che legalizzi le unioni di fatto, etero ed omosessuali. Ci si potrà a lungo lamentare dell’ingerenza della Chiesa negli affari interni italiani, ma il motivo è un altro: l’Unione non ha la maggioranza per fare approvare i Dico, una legge nata male e destinata finire peggio. Quindi, prima di accusare, magari con qualche ragione, il potere cattolico, il centrosinistra ed il governo dovrebbero guardare al proprio interno.
Secondo: il successo del Family Day e la sproporzione con la giornata del Coraggio Laico hanno colto in contropiede i maggiorenti dell’Unione - i Ds soprattutto, clamorosamente assenti su tutto il fronte - ed hanno costretto ad una precipitosa operazione di accodamento quelli della Cdl . È il caso tipico nel quale la base, organizzata o meno - tutte le adunate di piazza sono organizzate - ha prevalso sugli stati maggiori.
Terzo. Esiste ormai una opinione pubblica moderata pronta a mobilitarsi. Dalla famiglia alle tasse. Le piazze non sono più il territorio riservato della sinistra e dei sindacati: è un dato certificato da molti sondaggi e istituti, ultimo l’Ispo (Istituto di Studi sulla Pubblica Opinione) di Renato Mannheimer. Romano Prodi deve tenerne conto; alzare lo sguardo dagli infiniti organigrammi dell’erigendo Partito democratico non guasterebbe.
Lo stesso discorso si può ovviamente fare per Silvio Berlusconi e il centrodestra. Con la differenza, però, che loro stanno all’opposizione.
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Siamo abbastanza certi che il Family Day sarà un successo, e che comunque farà molto dibattere nei giorni successivi. Di luce riflessa vivrà anche il suo opposto speculare, la giornata del Coraggio laico organizzata da radicali e sinistra in piazza Navona. Del resto le motivazioni degli uni e degli altri appaiono egualmente legittime. Ciò che fa un po’
sorridere sono i leader politici impegnati su entrambi i fronti in queste operazioni.
Partiamo dal centrodestra. Se i leader vanno in piazza San Giovanni, quale famiglia si portano dietro? La prima? La seconda? La terza? I figli e nipoti - si sarebbe detto una volta - “di quale letto”? Ovviamente storie e scelte individuali non significano che sia illegittimo o ipocrita chiedere politiche a sostegno della famiglia. Ma sarebbe un grande segno di buon senso che, salvo eccezioni, almeno i big si astenessero dallo sfilare.
Altrettanta bizzarria dall’altra parte. In questo caso non personale, ma politica. Francesco Rutelli dichiara che “se non avesse responsabilità ministeriali” andrebbe al Family Day. Forse il leader della Margherita si riferisce al fatto di essere anche vicepremier, visto che un paio di ministri della sua area al Family Day hanno annunciato di andarci, Clemente Mastella e Beppe Fioroni. E quest’ultimo è oltretutto uomo di strettissima fiducia di Rutelli.
Speculare l’opinione di Massimo D’Alema, anche lui “con responsabilità ministeriali e anche lui vicepremier”: “Non ci andrei in nessun caso, neppure se non fossi ministro”.
Quanto al Coraggio laico, l’unica presenza ministeriale certa è quella di Emma Bonino (ministro del Commercio Internazionale). Barbara Pollastrini, ministra delle Pari opportunità, ha annunciato da tempo la sua scelta: “Sarò a Milano, ma vicina con lo spirito a piazza Navona”. Un po’ come vedere una partita in pay tv.
Piero Fassino invece è impegnato a Genova per la campagna elettorale, e dunque niente Coraggio laico neppure per lui (sua moglie, Anna Serafini, ha espresso perplessità sulle coppie di fatto).
Rosy Bindi, coautrice con Pollastrini della legge sui Dico, sembra prendere le distanze da se stessa: da giorni ripete ai quattro venti che alla prossima Conferenza nazionale della famiglia, organizzata a Firenze per il 24-26 maggio al fine di “elaborare nuove strategie economiche e di welfare” non saranno invitate le associazioni degli omosessuali.
Motivo: “Si terrà conto della famiglia prevista dalla Costituzione”.
Escluse anche le famiglie di fatto, anticostituzionali pure quelle. Domanda: ma allora perché la Bindi ha coprodotto la legge sui Dico? Non sarà che anche lei capisce che quella legge rischia di diventare (tanto per rimanere in tema) figlia di nessuno, e dunque cerca di lavarsene le mani?
All’irrigidimento della Bindi corrisponde quello opposto del ministro rifondarolo della Solidarietà, Paolo Ferrero, il cui ministero doveva egualmente essere coinvolto nella Conferenza di Firenze: “Allora non ci vado neppure io”.
Insomma, se la Cdl nasconde un bel po’ di code di paglia, nell’Unione accade il contrario: volano gli stracci. È con questi presupposti che nasce il Partito democratico? Forse urge un Dico.
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Ci risiamo. Anzi, ci risono. Non soddisfatti delle divisioni sul Family Day del 12 maggio (in piazza San Giovanni in Laterano ci saranno Giuseppe Fioroni e Clemente Mastella; mentre radicali, socialisti e diessini fuorisciti andranno in piazza Navona per la giornata, del Coraggio laico), i ministri del governo Prodi si ri-spaccano intorno alla conferenza nazionale sulla famiglia, in programma il 24 e 26 maggio.
A promuovere l’incontro il ministro deputato agli affari familiari, Rosy Bindi, che ha invitato a Firenze oltre agli attori governativi, le regioni, gli enti locali e le realtà sociali a vario titolo impegnate sulle tematiche familiari. Insomma, tutti. O quasi: l’invito del ministro Bindy (che con la collega Barbara Pollastrini ha buttato giù il disegno di legge sui Dico) non è infatti rivolto ai gay: “A Firenze non ho invitato le associazioni omosessuali, ma solo quella dei genitori di persone gay”. E al primo accenno di polemiche, la pasionaria toscana non è retrocessa di un millimetro: “So bene che questo causerà molte polemiche, ma alla conferenza i destinatari delle legge sulle convivenze non sono legittimate a partecipare”.
Finita qui? Manco per sogno, visto che a 24 ore dalla dichiarazione della Bindi, il Prc prende nettamente le distanze: “tutto il partito non parteciperà alla conferenza”, sostiene il capogruppo alla Camera, Gennaro Migliore.

Tutto il partito seguirà quindi la scelta del proprio esponente nell’esecutivo, Paolo Ferrero, ministro della solidarietà, che dice: “Non condivido la scelta del ministro Rosy Bindi di non invitare le organizzazioni omosessuali al convegno nazionale sulla famiglia di Firenze. Ritengo pertanto che nemmeno la mia partecipazione sia opportuna”. E ancora: “I temi dei diritti di cittadinanza di tutti i cittadini al di là del loro orientamento sessuale e delle loro scelte di vita, avranno evidentemente altre sedi di discussione”.
E ora sono in molti a chiedersi quale sia la posizione del ministro Bindi che dopo aver scritto il Ddl sui Dico, dopo aver litigato con Mastella e Fioroni, invitandoli non partecipare al Family Day, chiede ai gay di non prendere parte all’assise sulla famiglia, aprendo con il ministro Ferrero un altro fronte di crisi.
Già, perché pur non essendo ancora al fatidico settimo anno, si può sostenere che intorno ai temi della famiglia è la “famiglia” del governo a essere entrata in crisi, con ministri che non lasciano passare giorni senza polemizzare tra loro. E pensare che alla firma del patto per la nascita del Prodi-bis, l‘ultima ma fondamentale condizione posta dal capo famiglia fu, più o meno: basta scontri tra ministri, decido io e per me parla Sircana…