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Rotte clandestine: ecco dove passa lo straniero

Percorsi clandestini

L’immigrazione clandestina verso i paesi Ue mostra una battuta d’arresto nei primi 4 mesi del 2009.
Stando ai dati raccolti dall’agenzia europea per il controllo delle frontiere, Frontex, il calo è di circa il 16 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Forse anche per effetto della crisi. “Ci sono molti fattori alla base di questa tendenza” dice a Panorama Gil Arias Fernandez, vicedirettore esecutivo di Frontex, “ma la crisi fa senz’altro da deterrente. Al momento ci sono meno aspettative di trovare lavoro nei paesi Ue e quindi la disponibilità a tentare un viaggio della speranza è più bassa”. Non durerà a lungo. “In estate la pressione cresce sempre significativamente, soprattutto ai confini marittimi” prevede lo stesso Arias Fernandez. “Anche quest’anno ci aspettiamo un aumento dei tentativi di raggiungere le coste europee”.
Alla Frontex sperano, però, che non si ripeta quanto accaduto nel 2008. Il bilancio conclusivo dello scorso anno, tirato in questi giorni, è impressionante: 24 per cento in più di ingressi clandestini rispetto al 2007; e 15 per cento in più di persone che soggiornavano illegalmente nella Ue.

All’Italia tocca il primo posto per gli ingressi via mare: 37 mila gli sbarchi accertati, il 41 per cento del totale Ue. I barconi dalla costa africana si sono presentati anzitutto all’isola di Lampedusa (approdi raddoppiati a 31.300 rispetto all’anno precedente), poi in Sicilia (3.300), Sardegna (1.600) e nel resto della Penisola (800). In aumento anche i boat people nella vicina Malta: da 1.700 a 2.800.
E così nel Mediterraneo orientale. I casi di quanti hanno varcato illecitamente i confini marittimi dalla Turchia verso la Grecia sono raddoppiati, toccando quota 29.100. Bersagliate le sei isole più vicine alla costa turca: Lesvos, Chios, Samos, Patmos, Leros e Kos. Meno forte il flusso nel Mediterraneo occidentale: 16.200 i clandestini arrivati dal mare in Spagna, con un sensibile calo alle Canarie e alle Baleari, in seguito al muro alzato dal governo Zapatero.
Che cosa sta succedendo nel Mediterraneo ora, dopo l’accordo siglato fra Italia e Libia? “Il numero dei clandestini in rotta verso l’Italia è sceso in misura marcata” registra il vicedirettore di Frontex. “Il confine, ovunque sia, è controllato da due parti. Se queste non collaborano, gestirlo diventa difficile. Ecco perché il rafforzamento della cooperazione con i paesi terzi è sempre un fattore decisivo contro l’immigrazione clandestina. E non dimentichiamo che prevenire le partenze dalla costa libica alla sponda europea significa anche salvare molte vite umane, visto che i viaggi sono spesso intrapresi in condizioni di mare pessime”.
Nessuno esclude che i trafficanti di uomini (4.565 quelli fermati l’anno scorso nella Ue) possano riorganizzarsi cambiando rotte, secondo quello che in gergo viene chiamato “effetto spostamento”. “Ma è difficile prevedere dove avverrà nell’immediato futuro” avverte il responsabile di Frontex. “Le rotte non cambiano spesso perché prima di iniziare un nuovo itinerario i trafficanti fanno una prova per sondare la capacità di reazione nel contrasto: solo se questa è bassa inaugurano il tragitto. Il nostro centro d’attenzione resta il bacino mediterraneo, lungo i confini greco-turco e spagnolo”.
Via terra il numero massimo di clandestini, 38.600, è stato accertato fra Grecia e Albania. Si tratta per lo più di albanesi che, pur essendo riportati immediatamente indietro, in virtù di un trattato di riammissione fra i due paesi, provano subito a riattraversare il confine.
La rotta seguita da turchi e iracheni dalla Turchia alla Grecia, invece, ha registrato 14.500 ingressi clandestini. Al terzo posto la frontiera fra il Marocco e le enclave spagnole di Ceuta e Melilla (7.500 casi). Mentre al confine terrestre orientale che corre dalla Finlandia alla Romania, meta di moldovi, bielorussi e ucraini, gli arrivi sono stati 6.200.
Circa 140 mila i rifiuti di ingresso: 60 mila ai confini terrestri, 65 mila negli aeroporti, solo 6.700 in mare. Il record spetta alla Spagna con 400 mila rifiuti opposti solo al confine marocchino (un caso unico nella Ue), altri 13.600 negli aeroporti iberici. Al primo posto per i rifiuti aerei c’è, però, il Regno Unito: 17.600 i passeggeri arrivati con voli extra Ue o interni all’area Schengen non lasciati passare.
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Francia e Spagna sono i paesi che hanno denunciato più casi di soggiorni illegali: rispettivamente, 81.200 e 77 mila. Seguono Italia e Grecia, che hanno segnalato circa 50 mila clandestini ciascuno nei rispettivi territori nazionali.
Nella Unione Europea resta sempre preponderante, infatti, il numero dei cosiddetti overstayer: coloro che arrivano, per lo più via aerea, con regolare visto turistico o permesso di soggiorno temporaneo senza fare ritorno a casa, una volta scaduto: restano cioè illegalmente sul territorio europeo, magari spostandosi da un paese all’altro dell’area Schengen. Di fatto, però, non esiste una stima affidabile di quanti siano realmente i clandestini che vivono nel Continente.

Quei leghisti con lo straniero in casa

Una badante

di Paola Sacchi
Non è esattamente un Gran Torino in versione leghista. Il sindaco veneto di Cittadella, e deputato per il Carroccio, Massimo Bitonci non è come Clint Eastwood, che nel film è l’ultimo bianco in guerra contro gli orientali che hanno invaso il quartiere. Bitonci è un campione della guerra allo straniero clandestino, la sua ordinanza antisbandati (niente residenza senza una soglia minima di reddito) gli ha fatto piovere addosso una caterva di accuse di razzismo, xenofobia e quant’altro. Ma proprio nei confronti di un’extracomunitaria Bitonci ha un debito di riconoscenza: se non fosse stato per Maria, la collaboratrice domestica moldava che da anni tiene le chiavi di casa sua, il sindaco antisbandati non avrebbe più ritrovato l’adorato bastardino di nome Gigio. “Senza di lui i miei figli erano disperati. Maria per giorni fece ricerche finché lo ritrovò” racconta Bitonci a Panorama. Precisa: “Maria è sempre stata in regola. D’altronde tra gli immigrati ci sono quelli che come lei vogliono integrarsi e quelli che vengono qui per delinquere. È solo questi ultimi che non vogliamo”.
Sentimenti condivisi, come dimostra quel che è accaduto a Oppeano, 8 mila anime (di cui oltre 1.000 stranieri), vicino a Verona. Qui è capitato che una famiglia di romeni abbia chiesto al sindaco in camicia verde di fare da padrino a un battesimo. “In 15 anni da sindaco mai nessuno me l’aveva chiesto” riferisce, ancora un po’ sorpreso, Alessandro Montagnoli, che è anche deputato del Carroccio.

Dunque c’è un cuore leghista che batte per gli immigrati? Non proprio. Ricorrenti sono le uscite provenienti dalla pancia dei lumbard che sparano nel mucchio. Tanto più a ridosso delle elezioni. Se anni fa Erminio Boso, detto Obelix per la mole, invitava a prender loro le impronte dei piedi e a rispedirli a casa con gli Hercules dell’Esercito, ora il parlamentare e vicesegretario della Lega lombarda Matteo Salvini ha riproposto una vecchia ricetta di Mario Borghezio: vagoni riservati per i milanesi. E solo pochi anni fa il ministro della Semplificazione normativa Roberto Calderoli non resistette in tv allo sfizio di definire la giornalista palestinese Rula Jebreal “una signora abbronzata”. Esternazioni che non hanno mai fatto la felicità dello stesso leader della Lega Umberto Bossi.
Che i leghisti fossero accompagnati da una certa fama lo sapeva bene anche Sofia, 43 anni, peruviana, da anni badante di Angela, madre del deputato ligure Giacomo Chiappori, leghista verace, uno nel cuore del Senatùr, leader di Alleanza federalista, cioè il Carroccio lato Sud. Racconta scherzandoci sopra lo stesso Chiappori: “Sofia ignorava il mio incarico. Quando mi vide a Tele Imperia tutto incravattato e vestito di verde, a momenti le prendeva un colpo. E sorpresa mi chiese se io fossi davvero un dirigente leghista. Sì, era proprio sorpresa, perché i rapporti che abbiamo con lei cozzavano con l’immagine esterna che si dà della Lega. Lei è da sempre una di famiglia. Non c’è domenica, Pasqua o Natale che non sia invitata”.
Anche Chiappori puntualizza: “Vi dovete mettere bene in testa che noi non siamo razzisti. Vogliamo chi rispetta le nostre regole, chi non butta i crocefissi nel cesso e paga le tasse. Come le due imprese edili di marocchini che operano a Villa Faraldi, il piccolo comune di cui sono sindaco. Quello sì che è un esempio di integrazione. La differenza, quindi, è tra chi si comporta bene e chi si comporta male”.
La stessa linea Maginot tracciata da Gianni Fava, deputato e coordinatore leghista del Centro-Sud. Quando era sindaco di Pomponesco, nel Mantovano, decise di “scommettere su Mohammed, un marocchino che mi dette più di una prova di volersi integrare”. Per Fava “uno diverso dai suoi connazionali che andavano in giro con le mogli piene di lividi per le botte prese. Lui, invece, con la moglie andava al bar, un rapporto alla pari: per un laico come me questo è un test fondamentale”. Mohammed, attraverso regolari graduatorie (”Per lui applicai la riserva” dice Fava), ottenne casa e lavoro.
Anche Manuela Dal Lago, ex presidente della Provincia di Vicenza, vicecapogruppo a Montecitorio, racconta di aver dato una mano a un’albanese a trovare lavoro come infermiera: “Era onesta e perbene e decisi di aiutarla”.
Ma ora che le regole sono più rigide e i respingimenti dei clandestini, secondo il provvedimento sicurezza, vessillo della Lega, avvengono via mare, potranno ripetersi queste storie di integrazione? Angelo Alessandri, presidente federale del Carroccio e candidato sindaco a Reggio Emilia, ricorda che il premier socialista spagnolo José Luis Zapatero “è ancora più duro di noi”. Poi una battuta sferzante: “Si vede che i comunisti scemi stanno solo in Italia”. Alessandri nella sua campagna elettorale a Reggio ha come sostenitori anche due albanesi. “Uno dei due, Altin Alla, da 12 anni in città” sottolinea Alessandri “è fidanzato con Isabella Rossi dei giovani padani”.
Albanese è anche Entela Melani, che, come riferisce il giornale online Varese news, da domestica di una famiglia leghista varesina è diventata candidata del Carroccio al Comune di Golasecca, nella Padania profonda. Chissà se un giorno si candiderà anche Maria, la cameriera romena che lavora nell’agriturismo dello zio del deputato Maurizio Fugatti, segretario leghista del Trentino. Racconta: “Ogni volta mi saluta con un “Viva la Lega””.
Sorpresa finale, anche in casa del cattivissimo Salvini c’è stata una badante straniera: “Rosa, peruviana, accudiva mia nonna morta 4 anni fa. L’avevamo trovata tramite la parrocchia”. Ha mai redarguito le sue intemperanze? “Scherza? Semmai, avveniva il contrario. Era imbufalita con i connazionali che nel parco sotto casa di notte sporcavano, schiamazzavano e facevano molto altro. Diceva che questa gente rovinava soprattutto l’immagine delle persone perbene come lei. E quando non ne poteva più gridava: “Questi cacciateli via tutti, qui siete troppo tolleranti””.
Si Salvi(ni) chi può.

Migranti, triplice affondo dei cattolici: “Respinti su strade di fame e morte”

immigrati sbarcati

Famiglia Cristiana, la Cei, l’Arcivescovo di Milano. Insieme, a più voci, per un unico bersaglio: la politica del governo per il contrasto all’immigrazione clandestina.
Parte la Cei. E va all’attacco contro la decisione delle “nostre autorità di riportare sulle sponde africane coloro che cercavano di raggiungere il nostro Paese”, perché corrisponde a farli tornare indietro “su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo”. Così scrive il bollettino del Sir, l’agenzia stampa dei vescovi, monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, presidente del Comitato scientifico delle Settimane Sociali e vescovo di Ivrea. Monsignor Miglio, a pochi giorni dall’inizio dell’assemblea generale dei vescovi italiani, restituisce un quadro complessivo della posizione della Chiesa sul dibattito relativo all’immigrazione in corso nel nostro Paese.
Il vescovo disegna un parallelo fra gli episodi di questi giorni e quanto avvenuto nei rapporti con i flussi migratori dall’Albania negli anni ‘90. Gli albanesi di allora erano “naufraghi sepolti in mare”, scrive il vescovo, così come “naufraghi del mare e della vita” sono “questi ultimi, con i loro stracci e i loro occhi che ci interrogano sulla nostra crisi e specialmente sulle nostre pubblicità tese a farci consumare di più e di tutto. Sono stati riportati d’autorità su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo e in questa occasione sono divenuti assai simili a Cristo, scaricato da Pilato a Erode e viceversa; i due in quel giorno divennero amici, dopo essere stati nemici. A questa cronaca triste e umiliante si sono aggiunte le proposte - poi declassate a battute - di un inedito apartheid da sperimentare a Milano”.

Milano, quindi. Da dove arrivano, inderettamente, altre critiche. Sono quelle del
cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della città
. Che, intervistato da Fabio Fazio per lo speciale di Che tempo che fa, in onda questa sera su Rai Tre, invita la politica - di fronte al fenomeno dell’immigrazione - a non limitarsi a gestire solo la fase di emergenza, cedendo alla paura, ma a pensare ad una soluzione progettuale di un fenomeno di così grande portata. “La politica deve partire da progetti grandiosi, e soltanto in questo quadro è possibile allora attivare le diverse forze sociali, culturali istituzionali, di volontariato, religiose”. “Milioni di Italiani hanno lasciato il loro Paese per trovare un ambiente di vita, di lavoro e di realizzazione della propria dignità” ricorda il porporato “In questo senso dobbiamo saper onorare la memoria del passato, non per essere nostalgici, ma per essere più coraggiosi nell’affrontare il futuro che ci vedrà molto più impegnati in un confronto inter-etnico, inter-culturale e inter-religioso”. L’emergenza si accompagna alla paura, ha detto ancora il cardinale. “E la paura non è la consigliera più saggia per affrontare il problema nella sua ampiezza e nella sua profondità”.

Batte il chiodo della paura, anche il nuovo (ennesimo) attacco al governo di Famiglia Cristiana. Il settimanale dei Paolini prende di mira la politica del Pdl in materia di immigrazione, traendo spunto dalle recenti polemiche sugli sbarchi dei clandestini e sui “respingimenti”. “Per un pugno di voti in più, il migrante è un nemico”: è il titolo scelto dal settimanale cattolico che, sulle sue pagine, punta il dito contro le decisioni di Palazzo Chigi e Viminale. “Lo stigma del reato di clandestinità - si legge in un editoriale pubblicato sul numero di questa settimana del settimanale - crea le condizioni perché i migranti vengano messi fuori dal consorzio umano. Si continua ad attizzare il fuoco della paura, tutto per una manciata di voti in più. Abbiamo trasformato il migrante in diverso, in nemico. La deriva xenofoba che sta prendendo piede in Italia dovrebbe preoccupare tutti, i cattolici in particolare”.
Ma ce n’è anche per le parrocchie: “L’indifferenza e il gelo della chiusura soffiano anche nelle parrocchie. Possibile che i cattolici facciano prevalere la paura e un ‘pacchetto propagandà sui principi evangelici?”. “Con il voto di fiducia sul pacchetto sicurezza” prosegue l’editoriale “il Parlamento è stato espropriato della libertà di coscienza su un tema molto delicato che riguarda la vita di uomini, donne e bambini”. “Il disegno di legge sulla sicurezza approvato dalla Camera con il voto di fiducia (evidentemente nella maggioranza c’è qualche ‘mal di pancia’), si intreccia con i respingimenti dei clandestini verso la Libia, ignorando i più elementari diritti d’asilo di chi fugge da guerra, tortura e, spesso, da una condanna a morte. Che ne sarà di questa gente una volta fatta sbarcare sul suolo libico” si domanda il settimanale dei Paolini “in un Paese che non riconosce le convenzioni internazionali sui rifugiati?”. “Perchè l’Italia, da sempre considerata la culla del diritto e della civiltà giuridica, Paese di profonde radici cristiane” prosegue il settimanale diretto da don Antonio Sciortino “antepone qualsiasi esigenza di sicurezza (vera o fittizia) ai diritti inalienabili dell’uomo? Sarebbe stata molto più efficace una seria politica di programmazione dei flussi e di sanatorie per regolarizzare quegli stranieri già inseriti nella società, come le badanti, che svolgono un ruolo prezioso e, molto spesso, insostituibile”.

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Napolitano duro: troppa retorica xenofoba. Maroni critico: “La Cei? Pregiudizi infondati”

Immigrati sbarcati a Porto Empedocle

È con una certa durezza che il Colle entra nel dibattito su immigrati e respingimenti. Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esiste il rischio del “diffondersi di una retorica pubblica che non esita - anche in Italia - ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia”.
Intervenendo alla ventesima edizione della Conferenza annuale del Centro Europeo delle Fondazioni Napolitano ha anche parlato della crisi economica internazionale, sostenendo che “la crisi non ha ancora generato tutti gli effetti di povertà”.
Per il Capo dello Stato la crisi economica globale impone un maggiore impegno nella lotta contro la povertà, che rischia di aggravarsi ed estendersi. Per questo richiede iniziative pubbliche e private di prevenzione: una mobilitazione a tutti i livelli, da quello europeo a quello nazionale.
Napolitano ha evidenziato come povertà e disuguaglianza siano “strettamente connesse” e che quindi “le misure rivolte a ridurre la povertà e quelle contro l’esclusione sociale devono andare di pari passo”. Secondo Napolitano, “solo in questo modo si può evitare che coloro che si trovano in fondo alla scala sociale
rimangano confinati in quella posizione”. Questo, avverte il presidente della Repubblica, “è tanto più importante nei nostri paesi dove le differenze in termini di origini etniche, religiose e culturali sono aumentate”. Qui, prosegue, “il rischio che queste differenze si traducano in un fattore di esclusione è sempre presente ed è aggravato dal diffondersi di una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia”.
Di fronte alla crisi economica che allarga l’area delle povertà e i rischi di intolleranza, Giorgio Napolitano indica l’Europa come uno dei soggetti che devono scendere in campo per lottare contro l’impoverimento, non solo in Europa ma in tutto il mondo, a cominciare dall’Africa dove secondo stime recenti del Fondo monetario internazionale 90 milioni di esseri umani rischiano di precipitare sotto la soglia di povertà a causa della crisi.
“Il processo di integrazione europeo attraverso un momento difficile” ha detto Napolitano “ma non si può negare una permanente inadeguatezza delle istituzioni europee e delle azioni comuni europee”. Occorre lavorare a “un’Europa politica davvero integrata” e a “costruire in Europa una società civile e una sfera pubblica che evolvano nel tempo fino a diventare una vera e propria comunità politica”.
“Se si vuole far fronte alle sfide che provengono dalla povertà vecchia e nuova e dalle disuguaglianze inaccettabili fra le nazioni e al loro interno, non possiamo certo rispondere con la mera conservazione e la difesa degli interessi nazionali”. “Abbiamo bisogno” ha aggiunto - di elaborare strategie innovative, nuovi metodi. Le fondazioni possono essere utili in questa funzione. La progettazione e la valutazione di nuove soluzioni non spetta esclusivamente alla politica. È una funzione che in società molto differenziate deve scaturire dal dialogo e dalla collaborazione tra tutti gli attori sociali”.

Dell’Europa, del suo ruolo, dell’aiuto che dovrebbe e potrebbe dare in tema di immigrazione, ha parlato anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni, nel corso della cerimonia di consegna alle autorità Libiche, di tre motovedette per fare i pattugliamenti: “L’Italia è in prima linea nella lotta all’immigrazione clandestina, noi investiamo le nostre risorse per proteggere anche i paesi europei, ma vogliamo che la Ue prenda decisioni che finora non ha preso e aiuti i paesi più esposti su questo fronte”. Oggi, ha continuato il responsabile del Viminale: “è una giornata importante ed è una ulteriore tappa della svolta iniziata nella lotta all’immigrazione clandestina”. “Le forze dell’ordine italiane” ha spiegato il ministro “hanno molti strumenti a disposizione per il contrasto all’immigrazione clandestina, ma non sono sufficienti se manca la collaborazione internazionale che è indispensabile per contrastare il traffico di essere umani, il più indegno che ci sia”. Le sei unità che saranno cedute alla Libia, “costituiranno un sistema di controllo e sorveglianza che si aggiunge ai mezzi navali italiani presenti nelle acque internazionali e a quelle europee”. trova tempo, Maroni, anche di rispondere alle critiche mosse dalla Cei sul ddl sicurezza: “Si sono dette cose infondate, bisogna leggerlo ed allora tanti pregiudizi cadranno”.

Accordi bilaterali sull’immigrazione: noi paghiamo, loro sbarcano

Un barcone di immigrati irregolari

Un fiume di denaro che solo in parte ha consentito all’Italia di frenare l’enorme flusso di immigrati dalle coste africane. Un fiume di denaro che il ministero degli Esteri da anni gestisce in base agli accordi bilaterali firmati dai governi succedutisi dalla metà degli anni Novanta. Centinaia di milioni di euro finalizzate allo sviluppo di paesi come Tunisia, Marocco o Egitto alle quali vanno aggiunti i 5 miliardi di dollari in 20 anni (pari a 250 milioni l’anno) compresi nel trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato da Italia e Libia nei mesi scorsi.
Un tema delicato quello degli accordi bilaterali e della lotta all’immigrazione clandestina, che sarà al centro del G8 dei ministri dell’Interno e della Giustizia, in programma a Roma alla fine di maggio, e della conferenza dei paesi mediterranei che sempre l’Italia ospiterà entro la fine dell’anno.
Fra i tanti accordi degli ultimi anni quello con la Libia è certamente il più importante. Da anni, infatti, è noto che sulle coste libiche i trafficanti di esseri umani concentrano la moltitudine di disperati provenienti da tutta l’Africa e il 15 maggio è la data in cui finalmente cominceranno i pattugliamenti congiunti nelle acque libiche, un elemento che potrebbe rivelarsi decisivo.
Nell’agenda della Farnesina contatti con quei paesi sono all’ordine del giorno. Il ministro Franco Frattini è atteso il 12 maggio al vertice italo-egiziano a Sharm el-Sheikh e nei due giorni successivi, il 13 e il 14, visiterà Tunisia e Marocco.
Pur nella complessità dei rapporti bilaterali, spesso in atto da anni, che rende difficile avere un quadro esatto del costo sopportato dall’Italia, vediamo alcuni punti fermi. Sul fronte immigrazione va ricordato anzitutto che l’Italia è membro dell’Organizzazione internazionale migrazioni (Oim) dal 1952 e che ogni anno, in base a una legge del 1968, versa un contributo: nel 2007 è stato pari a 1,250 milioni di euro, l’anno scorso a 1,296 milioni e nel 2009 è prevista una quota di 1,315 milioni di euro, anche se l’erogazione non è stata ultimata. Ecco invece la situazione nei singoli paesi.
Marocco. La Cooperazione italiana ha in piedi oltre 20 iniziative che nel 2008 sono costate 50 milioni di euro. Riguardo ai cosiddetti progetti a dono, nel 2007 il contributo è stato di 6,9 milioni, destinati tra l’altro alla valorizzazione delle risorse umane, alla tutela del patrimonio culturale, al miglioramento dell’accesso all’acqua potabile e al tema della migrazione. Nel triennio 2008-2010 l’Italia aumenterà l’impegno nella lotta alla povertà, nello sviluppo del microcredito e nei servizi essenziali come l’accesso all’acqua potabile e i servizi sanitari. In particolare, un progetto dal costo di quasi 1,2 milioni di euro intende valorizzare il potenziale rappresentato dalla migrazione qualificata verso l’Italia. Tra le iniziative concluse, è costata 15,5 milioni di euro una linea di credito per le piccole e medie imprese per l’acquisto di beni in Italia.
Egitto. L’accordo sottoscritto al Cairo nel febbraio 2002 costa all’Italia 247,8 milioni di euro, cifra che però comprende la conversione del debito nei confronti del nostro Paese. Debito che all’epoca era pari a 149 milioni di dollari. La strategia della Cooperazione italiana punta a sostenere le piccole e medie imprese e i privati, oltre a interventi mirati in settori chiave per lo sviluppo sociale. In dettaglio, circa 1,2 milioni di euro vengono impiegati per guidare il Dipartimento per l’impiego all’estero a gestire i flussi migratori regolari, attraverso un sistema informatizzato.
Tunisia. Le principali iniziative in corso finanziate dal ministero degli Esteri costano quasi 88,5 milioni di euro. Le più importanti riguardano una linea di credito alle piccole e medie inprese che operano nei settori industria, agricoltura, pesca e servizi, pari a 36,9 milioni, e un programma integrato per la valorizzazione delle regioni del Sahara e del sud della Tunisia. Costo: 44 milioni. Tra gli aiuti avviati dal 1988 e oggi conclusi, spiccano sei linee di credito alle pmi che costarono 190 milioni di euro per 450 progetti imprenditoriali, in particolare nel settore agroalimentare e per materiali da costruzione.
Ghana e Senegal. Il programma Migration for development in Africa è un progetto pilota promosso dall’Oim e sostenuto dal governo italiano: punta a rilevare l’interesse e le potenzialità degli immigrati dell’Africa subsahariana in Italia che intendono contribuire allo sviluppo socioeconomico dei loro paesi di origine. Le comunità ghanesi in Italia si sono mobilitate e ciò ha permesso lo sviluppo di cooperative di emigrati. Nel caso del Senegal, invece, il progetto punta a canalizzare le rimesse verso le piccole e medie imprese, favorendo i contatti tra le comunità di origine e le associazioni di senegalesi in Italia. Il costo è stato di 600 mila euro per ciascuno dei due paesi.
Nel complesso, cifre impegnative e lavoro che dura molti anni a fronte di una situazione di quasi costante emergenza. Non a caso nei giorni scorsi il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha rilanciato il tema di un maggiore impegno da parte dell’Unione Europea. «Le intese bilaterali sono fondamentali e rappresentano la strada maestra per governare l’immigrazione, tanto che l’Italia ne ha sottoscritte 30 ottenendo risultati positivi» ha commentato Maroni. Il punto è che questa strategia «va superata e migliorata» perché rischia di essere insufficiente. E dunque, secondo il titolare del Viminale, le intese bilaterali vanno sostituite con «accordi che vedano la Commissione europea come protagonista».
Restano le aride cifre della lotta all’immigrazione clandestina. Dal 1° gennaio al 27 aprile scorso sono transitati nei Cie (centri di identificazione ed espulsione) 4.474 clandestini dei quali sono stati rimpatriati solo 1.640 per la difficoltà di identificarli. Resta infatti irrisolta la questione della permanenza nei Cie che per dissensi politici rimane di 2 mesi invece dei 6 voluti dal Viminale e dei 18 autorizzati dall’Europa. E sebbene il capo della polizia, Antonio Manganelli, abbia più volte sottolineato l’impossibilità di identificare tutti i clandestini in due mesi.

LEGGI ANCHE: La Chiesa contro il rimpatrio dei migranti: “Lesi i diritti umani” Ue, perché non funziona la lotta all’immigrazione clandestina - Clandestini riportati in Libia, la levata di scudi delle Ong - Osservatorio sulle politiche dell’immigrazione

Approderà in Italia il “Pinar” con 140 immigrati

Una barca con gli immigrati
Sarà l’Italia, alla fine, la loro porta per l’Europa. O per il ritorno in Africa. I 140 immigrati salvati in alto mare dall’equipaggio del mercantile turco Pinar toccheranno terra dopo 10 giorni in mezzo al mare probabilmente a Porto Empedocle, in Sicilia. Alcuni di loro in cattive condizioni mediche (una donna incinta, diverse persone con varicella e febbre) sono già stati trasportati da una motovedetta della guardia costiera. Si è sbloccato in serata lo stallo che riguardava i migranti: soccorsi al largo di Lampedusa (porto più vicino) ma su segnalazione delle autorità maltesi, nessuno dei due paesi li voleva sul proprio territorio.
Così la nave turca è rimasta in mare per tre giorni senza poter attraccare. I 140 “ospiti” sul ponte, perché le stive erano piene. Una situazione insostenibile, alleviata dalle cure mediche e dai viveri arrivati via elicottero dall’Italia. Mentre tra Roma e La Valletta andava in scena lo scontro diplomatico, con il ministro Roberto Maroni e il suo omologo maltese a chiedere l’intervento dell’Unione Europea per dirimere la questione.
Nel pomeriggio i membri dell’equipaggio della nave avevano dovuto soccorrere anche tre giornalisti, due italiani e un tedesco, giunti su un gommone. Alla fine, anche per le pressioni di politici di maggioranza e opposizione, l’Italia ha deciso di accogliere la Pinar. Ma lo scontro diplomatico non è stato risolto, lo evidenzia una nota emessa dal ministero degli Esteri e degli Interni poco dopo che si è diffusa la notizia: Maroni e Frattini sottolineano al contempo “che la decisione, assunta esclusivamente in considerazione della dolorosa emergenza umanitaria verificatasi a bordo del mercantile, non deve in alcun modo essere intesa nè come un precedente nè quale riconoscimento delle ragioni addotte da Malta nella vicenda.
Il Ministro Maroni sta già predisponendo un dettagliato dossier sul caso, che sarà portato agli inizi della prossima settimana alla diretta attenzione della Commissione Europea, affinchè quest’ ultima intervenga per assicurare una soluzione politica, necessariamente da ricercarsi in sede europea e non circoscrivibile alla sfera dei rapporti bilaterali fra Italia e Malta”.

Il mare in burrasca non ferma gli sbarchi: in due giorni, più di 600 immigrati in Sicilia

Una barca con gli immigrati

Il mare in burrasca non ha fermato i barconi della speranza. E in più di 600, in meno ventiquattr’ore, sono sbarcati sulle coste siciliane. Dopo i 240 migranti giunti domenica sera a Lampedusa, altri due sbarchi si sono registrati nella notte sul litorale siciliano tra Siracusa e Ragusa. Cento sono giunti a Scoglitti, nel Ragusano, dopo essere stati soccorsi dalla capitaneria di porto di Pozzallo, altri 250 a Portopalo di Capo Passero, nel Siracusano. Questi ultimi sono approdati dopo la segnalazione della presenza di un barcone diretto verso le coste siciliane.
Il gruppo aeronavale della Fiamme gialle di Messina aveva attivato il dispositivo di sorveglianza delle coste comunitarie e nazionali con l’impiego del guardacoste “g.105 Ballali” della stazione navale di manovra di Messina. Verso le 23, il mezzo della Guardia di finanza ha avvistato il barcone a poca distanza da Portopalo: un natante di 20 metri con a bordo i 200 migranti. Il guardacoste, in collaborazione con una motovedetta della capitaneria di porto, già in zona, ha scortato gli extracomunitari in porto.
Successivamente sono stati affidati alle cure del personale medico prontamente allertato per poi essere trasferiti presso le strutture di prima accoglienza. I militari della Guardia di finanza e i responsabili del gruppo di contrasto all’immigrazione della procura di Siracusa hanno subito avviato le attività investigative per individuare gli scafisti.

E a proposito il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis ha lanciato un appello per avere sull’isola un presidio sanitario permanente: “È necessario ripristinare a Lampedusa un servizio medico di pronto intervento da utilizzare per i migranti che sbarcano come quello di Medici senza Frontiere cui non è stata rinnovata la convenzione”.
Il sindaco dice di aver notato i ritardi nel soccorso ad alcuni migranti fatti sbarcare nel molto di punta Favaloro dovuti alla presenza di un’ unica ambulanza: quella del poliambulatorio di Lampedusa. ”È necessaria” aggiunge il sindaco “la presenza di medici e di più ambulanze per potere soccorre al meglio gli immigrati. I Medici senza Frontiere operavano bene. Ora ci sono troppi militari e pochissimi medici di pronto intervento”

Rifugiati, Boldrini: ecco perché l’Italia è un modello

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Molti rifugiati scelgono come approdo le coste dell’Italia, quarto paese al mondo per numero di domande di asilo. Nel 2008, le richieste sono state 31 mila, il 75 per cento delle quali da clandestini sbarcati nelle coste del Meridione. Una cifra molto alta. Panorama.it ha sentito Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite in Italia, nel giorno della presentazione dei dati mondiali sulle richieste di asilo.
Perché questo afflusso sulle coste italiane?
C’è stato un aumneto delle domande dovuto alla presenza di conflitti vicini al nostro paese. Un fenomeno analogo si è regitrato nel 1999 con la guerra in Kosovo (sono 10 anni oggi da quando l’aviazione della Nato iniziò i bombardamenti a cui partecipò anche l’Italia, sotto il governo D’Alema, ndr), quando a Roma le richieste di asilo furno addirittura 33 mila. Insomma, quando c’è una guerra è naturale che molte persone cerchino di mettersi in salvo, soprattutto nei paesi più vicini.
In Italia è più facile fare domanda di asilo e ottenerlo?
Da noi il tasso di riconoscimento di una qualche forma di protezione delle persone arrivate via mare è stato di circa il 50 per cento, ossia ottengono lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria o umanitaria.
Chi gestisce questo processo?
È intermanete gestito dallo Stato conla supervisione delle Nazioni Unite. L’Italia è uno dei pochi paesi in Europa dove i commissari delle Nazioni Unite lavorano in stretto coordinamento nelle commissioni governative di valutazione delle domande di asilo, con gli enti locali e le prefetture. Possiamo dire che siamo un modello, anche se ogni paese Ue ha la propria struttura legislative e amministrativa. Per questo ci vorrebbe una maggiore omogeneità: non è possibile che la Grecia non riconosca alcun iracheno come rifugiato, mentre la Svezia ne riconosca circa il 90 per cento. Questo spiega i flussi maggiori verso i paesi dove il riconoscimento è più veloce.
Quanto tempo restano da noi?
I rifugiati hanno un permesso di 5 anni e sono mantenuti dallo Stato solo nei primi sei mesi. Poi, devono cercarsi un lavoro e una casa come tutti gli immigrati regolari. Per questo chiediamo un maggiore impegno finanziario da parte dello Stato. Oggi, devo dire che c’è una tendenza a rimanere e ad integrarsi, mentre anni fa l’Italia era considerata un paese di transito verso altre mete in Europa.
Considerando i dati, gli italiani sono molto ospitali…
Non dobbiamo parlare di ospitalità. Non si tratta di una questione morale, ma siamo nel campo del diritto. È un nostro dovere dare il diritto di asilo e riconoscere varie forme di protezione umanitaria. Se l’Italia ha ratificato dei trattati internazionali, allora deve rispettare tutti gli oneri e i doveri che ne conseguono. E devo dire che il nostro paese lo sta facendo bene.

Rifugiati: boom di domande. Italia quarta al mondo per richieste di asilo politico

Rifugiati in Italia

L’Italia è il quarto paese al mondo scelto dai richiedenti asilo, con oltre 31 mila richieste presentate nel 2008, il 75% delle quali presentato da immigrati clandestini sbarcati sulle coste meridionali. Il dato emerge da un rapporto dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, pubblicato in questi giorni.

Davanti all’Italia, gli Stati Uniti, che continuano a rappresentare anche nel 2008 il principale paese di destinazione per i richiedenti asilo, di qualsiasi nazionalità, con circa 49 mila nuove richieste, poi il Canada con 36.900 domande e la Francia con 35.200. Dietro il Regno Unito, a quota 30.500.
Ogni anno i rifugiati politici costano in media agli italiani, secondo i dati del ministero dell’Interno, circa 25 euro al giorno per il loro mantenimento nelle strutture di accoglienza, circa la metà della spesa media per un clandestino nei centri di permanenza, dove si aggiunge l’addizionale per la sicurezza. Ma quanto tempo rimangono in Italia? Dei richiedenti asilo, secondo i dati della sezione italiana dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, solo al 10 per cento viene riconosciuto lo status con un relativo permesso di soggiorno per 5 anni, mentre il restante 40 per cento riesce ad ottenere altri benefici, come la protezione sussidiaria (permesso di soggiorno di 3 anni) e la protezione umanitaria (permesso di soggiorno di un anno).

Un sistema che funziona rispetto a quelli vigenti in altri paesi europei e che ha spinto circa il 75 per cento circa dei 36 mila migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2008 - due su tre - a presentare domanda d’asilo, sul posto o successivamente.
A richiedere asilo in Italia nel 2008 sono stati soprattutto i cittadini provenienti dalla Nigeria, seguiti da persone in fuga dalla Somalia e dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dalla Costa d’Avorio e dal Ghana.
Nel mondo gli iracheni restano in testa alla classifica dei richiedenti asilo, seguiti dai somali dai russi dagli afghani e dai cinesi. Nel 2008 c’è stato un incremento del 12% delle domande d’asilo in termini assoluti sono state 383 mila le nuove richieste in 51 paesi industrializzati.

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