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Bnl-Unipol, Consorte chiama Bersani, D’Alema e mezzo Pd. Come testimoni

L'ex amm. delegato di Unipol, Giovanni Consorte | (Marco Merlini/LaPresse)

L’ex amm. delegato di Unipol, Giovanni Consorte | (Marco Merlini/LaPresse)

Tutto lo stato maggiore del centrosinistra, una spruzzata di centrodestra, i vertici della Banca d’Italia, delle Generali, funzionari delle maggiori banche d’affari nazionali sfileranno al palazzo di Giustizia. O almeno è quello che ha chiesto Giovanni Consorte, ex amministratore delegato dell’Unipol, al tribunale di Milano che il primo febbraio inizierà a celebrare il processo di primo grado contro lo stesso Consorte e Ivano Sacchetti per la vicenda della mancata scalata della compagnia assicurativa bolognese alla Bnl. Continua

“Incompatibile”, il Csm trasferisce Forleo. Il giudice: “Lotterò fino alla fine”

Il gip Clementina Forleo

Deve lasciare Milano il gip dell’inchiesta sulle scalate bancarie Clementina Forleo. Lo ha deciso a maggioranza il plenum del Csm, che ha disposto il suo trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale. La decisione del trasferimento è passata con 20 voti a favore e tre contrari dei consiglieri di Magistratura indipendente e l’astensione del procuratore generale della Cassazioni Mario Delli Priscoli. A favore del trasferimento gli interi gruppi di Magistratura democratica, Movimento per la Giustizia, Unità per la Costituzione, e dei Laici di Sinistra. Favorevoli anche il vice presidente del Csm Nicola Mancino e il primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone.
Per il csm la Forledo non è in grado di svolgere le sue funzioni con piena “indipendenza e imparzialità “. Con i suoi comportamenti ha creato un “disagio diffuso” nel suo ufficio giudiziario e in procura; procura con cui inoltre si è “incrinato il necessario rapporto di reciproco rispetto ed equidistanza”. Così scrive il plenum nella delibera approvata.
Due le condotte contestate: le sue dichiarazioni pubbliche ad Annozero su “poteri forti” che anche per il tramite di “soggetti istituzionali” avrebbero interferito nelle sue funzioni, proprio mentre da gip si stava occupando dell’inchiesta sulle scalate bancarie; e i rilievi mossi da Forleo ai colleghi della procura titolari di quell’inchiesta, con cui si spinse sino a protestare ritenendo che stessero insabbiando tutto. Le denunce ad Annozero sono “gravemente sproporzionate rispetto ai fatti emersi” (l’”asserito invito alla prudenza” del Pg di Milano nella gestione delle intercettazioni di quella inchiesta e le presunte “pressioni” sul Pg della Cassazione perché le avviasse un’azione disciplinare), e hanno determinato “allarme” e “discredito” sui colleghi “obiettivamente infondati”. Mentre le critiche rivolte ai pm dell’inchiesta sulle scalate dimostrano un rapporto caratterizzato da “eccessiva disinvoltura”, “contrario” alla deontologia e “indicativo di un pregiudizio accusatorio incompatibile con l’imparzialità richiesta”. Nell’insieme è emersa una “marcata carenza di equilibrio” da parte di Forleo, una “abnorme personalizzazione” delle vicende processuali a lei affidate e una “propensione a condotte vittimistiche” , tali da determinare “contrasti, conflitti e sospetti” nei confronti di colleghi.
Ma lei, il gip, annuncia battaglia: “Lotterò fino alla fine dei miei giorni, andrò a testa alta nei tribunali per affermare il principio che la legge è uguale per tutti”. A chi le chiede se farà ricorso al Tar contro la delibera di Palazzo dei Marescialli, il Gip ha risposto: “Certamente”. E poi invoca: “Una seria riforma della giustizia”. Perché la legge sia “uguale per tutti, anche per i magistrati, qualunque sia la loro appartenenza o non appartenenza”.
La Forleo, presente al Csm, è stata difesa dal procuratore di Asti Maurizio Laudi. Lo scorso giugno, la sezione disciplinare del Csm aveva assolto il giudice sul caso riguardante la vicenda Unipol. In quella circostanza, il gip Forleo era stata accusata di aver violato i suoi doveri per i contenuti dell’ordinanza, con la quale nel luglio 2007 chiese alle Camere l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni che riguardavano alcuni parlamentari tra cui Massimo D’Alema e Piero Fassino nell’ambito del procedimento sulla fallita scalata Unipol a Bnl.
Sulle dichiarazioni alla stampa che l’hanno portata al trasferimento, il magistrato ha sottolineato che altri colleghi hanno parlato liberamente di procedimenti a loro carico senza avere conseguenze. Quanto invece alle intimidazioni ricevute, la Forleo ha aggiunto di aver ricevuto di recente un’ultima lettera riprodotta davanti al plenum. Ora sarà la Terza Commissione del Csm a decidere la sede a cui destinarla, dopo che la Forleo avrà espresso le sue preferenze. Solo allora il gip potrà presentare ricorso al Tar.

Il Csm: “La Forleo deve lasciare Milano”

Il gip Clementina Forleo | Ansa
Deve andare via da Milano il gip Clementina Forleo. È la conclusione alla quale è giunta la prima commissione del Csm che ha perciò chiesto a stretta maggioranza il trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale.
A favore del trasferimento d’ufficio si sono espressi i consiglieri Fabio Roia (Unicost), Letizia Vacca (Pdc) e Gianfranco Anedda (An); si sono astenuti i consiglieri Livio Pepino (Magistratura democratica) e Mario Fresa (Movimento per la giustizia). Mentre si è espresso per l’archiviazione il presidente della Commissione, Antonio Patrono. La procedura di trasferimento d’ufficio era stata aperta nei confronti di Forleo dal dicembre scorso.
Due le accuse principali: aver creato allarme nella pubblica opinione per aver denunciato intimidazioni da parte di organi istituzionali rimaste prive di riscontri; aver interferito nell’attività della procura di Milano impegnata nella delicata inchiesta sulle scalate bancarie.

Saputo del voto della Prima commissione, la Forleo ha commentato: “Sono stupita e mi auguro che il plenum riveda questa decisione”. “Qualora dovesse essere confermata dal plenum ricorrerò a tutte le sedi competenti” ha aggiunto il gip “ma se dovessi essere sconfitta continuerò a fare il mio lavoro in qualunque tribunale d’Italia con dignità e a testa alta, a differenza di tanti altri.”

Bnl-Unipol: così si bloccò l’inchiesta sui 700 milioni di euro


di Gianluigi Nuzzi
“Le plusvalenze ottenute dalla vendita dei titoli Bnl a Bnp Paribas costituiscono profitto di reato e appare verosimile che quantomeno parte delle medesime siano state versate o vengano versate al Consorte che tale concerto su Bnl aveva preordinato, tanto più che notizie di stampa riportano la costituzione ad opera del predetto di una merchant bank, l’Intermedia Spa, nella quale egli e gli altri soci dovrebbero versare 200 milioni quale aumento di capitale”.

È con queste parole che un anno fa il gip Clementina Forleo ancora disponeva intercettazioni su una trentina di utenze per dare la caccia al tesoro che Consorte & C. avrebbero messo da parte con la cessione delle quote Bnl. Ma fu una ricerca vana. La nuova inchiesta naufragò quando si scoprì che gli indagati sapevano addirittura di avere i telefoni sotto controllo. È quanto emerge dagli atti depositati proprio dal Pm Luigi Orsi in vista della richiesta di rinvio a giudizio per aggiotaggio nella fallita scalata a Bnl e che Panorama.it pubblica in anteprima. Tanto che i magistrati ritennero inutile proseguire nelle intercettazioni. Ma chi li aveva avvisati? È clamorosa una intercettazione telefonica del 30 gennaio 2007 quando Ivano Sacchetti ex braccio destro di Consorte chiama Dino Artese a Intermedia, la nuova merchant bank di Consorte. Ed è proprio quest’ultimo che invita Sacchetti a non utilizzare più il telefonino:
Artesi: Senti….volevo dirti…sul cellulari…non lo usare più!—-perché…
Sacchetti: Chi io?…Figurati?
Artesi: Ehm…no…no…non
Sacchetti: Senz’altro far così….
Artesi.: No…no…ma è ….c’è la conferma….non è solo un dubbio
Sacchetti: …Non abbiamo mai avuto dei dubbi che fosse così….quindi bene….
Artesi: Va bene….quindi parliamoci sempre possibilmente con i fissi!
Sacchetti: Sì.
Da altre intercettazioni, le utenze monitorate per un paio di mesi un anno fa, si evince che Consorte intestava i telefonini ad amiche e per l’accusa persino alla figlia della propria domestica.

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Bnl-Unipol: tutte le carte dell’inchiesta. E quei 700 milioni di euro…

Giovanni Consorte si è dimesso dalle cariche di vertice in Unipol il 9 gennaio 2006, all'indomani della fallita opa sulla Bnl.
di Gianluigi Nuzzi

Chiusa l’inchiesta, depositati gli atti. Ecco tutte le carte, gli interrogatori, le intercettazioni e i documenti della Guardia di Finanza sulla scalata a Bnl compiuta nella primavera del 2005 dall’Unipol di Giovanni Consorte e da una cordata di cooperative. Panorama.it anticipa ai propri lettori tutte le accuse della procura di Milano. A iniziare dai 66 verbali dei testimoni che hanno riempito centinaia di pagine per spiegare ai pm retroscena e dettagli delle operazioni finanziarie di Consorte & soci. Con nomi eccellenti che vanno da Giovanni Perissinotto a Luigi Abete, da Claudio Sposito del fondo Clessidra a Pierluigi Stefanini, Divo Gronchi, Giorgio Cirla di Sopaf, Giuseppe Garofano e Gianpietro Nattino.

Intercettato di nuovo Giovanni Consorte, la figlia, l’addetto stampa, persino la colf che risulta esser stata intestataria di utenze mobili “di copertura” utilizzate dall’ex numero uno di Unipol: la procura di Milano per quattro mesi tra gennaio e maggio del 2007 ha piazzato microspie ovunque (dalla casa di Consorte ai portapane sui tavoli dell’hotel Principe di Savoia di Milano frequentato dall’ingegnere) pur di individuare che fine avessero fatto le plusvalenze incassate con la vendita delle azioni Bnl dopo la fallita scalata dell’estate del 2005. E di arrivare a fare luce sul ruolo di Intermedia, nuova banca d’affari di Consorte.
È questo il filone inedito dell’inchiesta. La procura e il gip Clementina Forleo hanno dato la caccia alle plusvalenze incassate dalla vendita delle azioni Bnl a Bpn Paribas. Pur fallendo la scalata”Consorte e i suoi sodali” sostengono la Procura di Milano e la Forleo, avrebbero incassato “plusvalenze per 700 milioni di euro”.

“La Bnl è stata in realtà acquisita da Bnp Paribas – scrive il Pm Luigi Orsi, titolare del procedimento - il quale ha lanciato una Opa a 2,92 euro. Ciò significa che i sodali di Giovanni Consorte hanno realizzato una plusvalenza di 0,22 euro per azione.
Se l’acquisto a 2,70 euro è in ipotesi parte del programma criminoso di Giovanni Consorte finalizzato ad acquisire il controllo della Bnl, la plusvalenza realizzata dai suoi sodali presenta oggi un duplice rilievo. Per un verso potrebbe costituire provento/profitto del reato per cui si procede con quanto consegue sul piano cautelare.
Per altro verso è indispensabile accertare se questa plusvalenza (che i beneficiari hanno
conseguito su iniziativa ed impulso di Consorte) torni parzialmente in mano a quest’ultimo. Le cronache giornalistiche raccontano, senza smentita dell’indagato, che Giovanni Consorte ha costituito una merchant bank (InterMedia Spa) nella quale i soci - cioè anche lui dovrebbero versare ben 200 milioni di euro quale aumento di capitale. È inevitabile collegare la ricca plusvalenza che i sodali di Giovanni Consorte hanno realizzato (a 0,22 euro per azione si tratterebbe di almeno 700 milioni di euro) con la rilevantissima disponibilità economica che Consorte sembra ancora oggi avere. L’accertamento dei flussi di queste plusvalenze generatesi in favore dei sodali di Consorte è indagine complementare per la prova del reato per cui si procede. Se emergesse che parte delle plusvalenze sono state o stanno per essere investite in iniziative delle quali è partecipe Consorte, ciò costituirebbe ulteriore elemento indiziario del reato per cui si procede”.

LEGGI I VERBALI DEI TESTIMONI

Csm contro la Forleo: troppo interessata alle scalate bancarie

Il giudice milanese Clementina Forleo in una foto d'archivio | Ansa

Un’ “interferenza” nella delicata attività di indagine sulle scalate bancarie in cui era impegnata la procura di Milano, chiedendo in più occasioni ai pm che se ne occupavano informazioni su richieste di provvedimenti cautelari che le erano state annunciate ma che poi non le erano arrivate e spingendosi sino a manifestare il sospetto che stessero insabbiando tutto. È questa la nuova pesante accusa che la Prima Commissione del Csm rivolge al gip di Milano Clementina Forleo, nell’ambito della procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale aperta due mesi fa. Una contestazione da cui il magistrato dovrà difendersi in una nuova audizione convocata per il 12 marzo prossimo e che si aggiunge a quella di aver denunciato intimidazioni da parte di soggetti istituzionali rimaste senza riscontri. “Siamo tranquilli, la dottoressa Forleo non ha mai esorbitato dal suo ruolo e il suo rapporto con la procura è stato lineare e corretto”, assicura Maurizio Laudi, procuratore di Asti e ”difensore” del gip milanese davanti a Palazzo dei marescialli. E a sostegno di Clementina Forleo scende in campo l’ex Guardasigilli Roberto Castelli: “la vicenda di cui è vittima insegna che nella giustizia italiana chi osa toccare gli esimi esponenti della sinistra muore”.

I fatti in questione risalgono al settembre scorso. Al giudice Forleo, secondo quanto lei stessa ha raccontato alla procura di Brescia che indaga sulle sue denunce, erano stati preannunciati dai colleghi della procura due richieste importanti, un sequestro e una misura interdittiva, nell’ambito del procedimento Unipol-Bnl. Ma poi non aveva ricevuto nulla. Più volte chiese informazioni su queste misure e in una telefonata con il pm Luigi Orsi - che ieri ne ha parlato al Csm - manifestò allarme per quello che riteneva un rallentamento dell’indagine e si spinse sino a insinuare il sospetto di un insabbiamento. Un sospetto che le era nato anche dopo aver visto il senatore Gerardo D’Ambrosio a pranzo con alcuni sostituti che si occupavano di quella indagine. Quelle parole “mi offesero”, ha raccontato ieri Orsi. Ma per il Csm c’è di più: informandosi ripetutamente, manifestando i suoi timori che si volesse bloccare l’inchiesta, Clementina Forleo ha tenuto un comportamento non consono alla terzietà che deve essere propria di un giudice, che sulle richieste della procura si deve pronunciare. E ha di fatto interferito nell’attività dei pm. L’inchiesta sulle scalata bancarie è già costata al giudice Forleo un’azione disciplinare: il Pg della Cassazione l’ha infatti accusata di aver espresso giudizi diffamatori e non richiesti su Massimo D’Alema e Piero Fassino che non erano sotto inchiesta, nell’ordinanza in cui chiese alle Camere di poter utilizzare le intercettazioni tra alcuni degli indagati e sei parlamentari.

Danilo Coppola, l’ultimo dei furbetti, evade dall’ospedale

[i](Credits: Panorama-Paolo Tre)[/i]
Novello Houdini, sorprendente uccel di bosco. Danilo Coppola ha spiazzato tutti dileguandosi in tarda mattinata dalla sua stanza d’ospedale in quel di Frascati. Senza che nessuno lo controllasse era ricoverato, ma agli arresti domiciliari, in una corsia dell’ospedale San Sebastiano dal 3 dicembre scorso. La sua latitanza è durata poco: giusto il tempo di una clamorosa intervista telefonica a Skytg24.

Pochi giorni fa le agenzie di stampa avevano addirittura battuto la notizia che era in coma. Ma gli aggiornamenti sul suo stato di salute non avevano interessato più di tanto gli italiani. Nell’estate dei furbetti per l’opinione pubblica era rimasto in seconda fila, dietro i Fiorani, i Ricucci, i Consorte. Ma per gli investigatori era a pieno titolo un protagonista tra gli immobiliaristi d’assalto, tra i finanzieri dalle fortune troppo improvvise per non destare sospetti, con una caratteristica peculiare rispetto agli altri aspiranti scalatori di banche: aveva amicizie inquietanti con esponenti della malavita organizzazta.
Poco più che vicini di casa, sosteneva lui che in effetti era nato e cresciuto (anche dal punto di vista imprenditoriale) in quella borgata Finocchio, alla periferia sud di Roma, prediletta da camorristi e nomi storici della banda della Magliana.
Ma oggi Danilo Coppola sbaraglia tutti e conquista un’altra medaglia: è “il fuggitivo”.

Il più furbo tra i furbetti, il più spregiudicato, il più capace di giocare d’azzardo. E mentre i finanzieri che hanno passato al setaccio i suoi conti passano al setaccio le strade della capitale per riacciuffarlo, lui spavaldamente telefona a SkyTg 24: “Ero in ospedale, mi avevano attaccato le macchine, io ho staccato tutto. Volevo rilasciare un’intervista prima che mi riprendano: io mi sento vittima di una persecuzione. Tra l’altro dovrei anche essere operato di cuore questo pomeriggio e volevo rilasciare quest’intervista perché mi sento vittima”.

Dalla “latitanza” ha chiamato anche il suo legale, ma l’avvocato Gianluca Tognozzi gli avrebbe chiarito che non si trattava affatto di una “furbata”, ma di una evasione vera e propria che lo avrebbe fatto finire dritto dritto in carcere se non si fosse deciso a tornare sui suoi passi. Cosa che ha fatto.
Proprio pochi giorni fa la procura di Roma aveva sottolineato che “le esigenze cautelari sono permanenti e gravissime” in risposta ad una richiesta del difensore di Coppola di attenuare le misure restrittive perché l’immobiliarista, sotto processo per bancarotta fraudolenta nell’inchiesta per il crac della Micop Immobiliare srl, non avrebbe mai collaborato rendendo noti i suoi conti correnti, in Italia e all’estero.

E’ proprio questa la vicenda giudiziaria che non lo rende un uomo libero, visto che il 23 novembre scorso il gip di Roma Maurizio Caivano aveva revocato la misura degli arresti domiciliari nell’ambito di un’altra inchiesta vede Coppola accusato di associazione per delinquere, appropriazione indebita e riciclaggio assieme ad altre 27 persone.

Guarda il VIDEO con l’intervista a SkyTg24

Scalate bancarie: perché Fassino attacca gli alleati


“Sgradevole” è Fausto Bertinotti, presidente della Camera reo di avere invitato i parlamentari coinvolti nell’inchiesta sulle scalate bancarie “ad essere al di sopra di ogni sospetto e non avere apparenze di privilegio”. “Denigratoria e aggressiva” è invece la campagna di stampa, in particolare del Corriere della Sera, il cui direttore Paolo Mieli viene tirato in ballo personalmente. Autore dell’intemerata, Piero Fassino, segretario Ds. Che aggiunge: “Non staremo zitti, reagiremo colpo su colpo ad ogni aggressione”. Per chi ha più memoria, parole che ricordano quelle, lontane, di Aldo Moro (”la Dc non si farà processare nelle piazze”), o di Bettino Craxi.

Infatti Fassino non se la prende con gli avversari politici (tipo Silvio Berlusconi), ma con uno degli alleati di spicco del centrosinistra. E con un giornale che a suo tempo ha appoggiato il governo Prodi. A che cosa si deve questa sindrome da fuoco amico?

Bisogna andare un po’ oltre la vicenda giudiziaria, che peraltro preoccupa non poco i dirigenti diessini. In ballo c’è - oltre all’indagine - il ruolo e il potere futuro della Quercia nel Partito democratico. Di fatto lo stesso futuro politico di Fassino e Massimo D’Alema.

I due, mettendo da parte le antiche rivalità, sono i grandi sponsor della candidatura di Walter Veltroni: l’unica in grado di assicurare una prospettiva politica, al governo o all’opposizione, ai Ds. Ma ora quella che sembrava una marcia trionfale rischia di trasformarsi in un percorso minato. Le inchieste giudiziarie minano il partito di riferimento, i Ds. Almeno il suo stato maggiore, che è quasi interamente dalemiano. Al tempo stesso si moltiplicano le candidature alternative: e passi per un girotondino come Furio Colombo, ma Rosy Bindi e soprattutto Enrico Letta qualche problema a Walter possono procurarlo.

Il sindaco di Roma è troppo scafato per non aver fiutato tutto questo. E Fassino e D’Alema temono che reagisca a sua volta con una clamorosa presa di distanze. Veltroni sa benissimo che il Pd non può nascere sotto la spada di Damocle di un’indagine giudiziaria; ancor meno può prendere piena forma la sua leadership perché diverrebbe automaticamente un’anatra zoppa.

Altrettanto bene conoscono tutto ciò i due politici che più hanno mal sopportato la discesa in campo veltroniana, Prodi e Bertinotti. E dunque Fassino e D’Alema vedono fantasmi ovunque: tra i cosiddetti alleati, tra i promotori del referendum, nei poteri forti, perfino in Veltroni stesso.

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