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Stupri, storia di ordinaria scarcerazione

Due romeni arrestati per lo stupro di Roma
Izktoika Loyos (D) e Racz Karol (S) , i romeni arrestati a Roma per lo stupro al parco della Caffarella

Per giorni ha lasciato squillare il telefono a vuoto. Ha ignorato gli sgradevoli messaggi che le sono arrivati al cellulare. Si è fatta sostituire dai colleghi in udienza. Ha scansato i giornalisti sotto casa. Ma far passare la buriana non sarà comunque facile per Mariangela Gentile, giudice onorario di Bologna. La scorsa estate si era opposta al rimpatrio di un romeno dall’aria spavalda: Alexandru Isztoika Loyos. Il biondino che sette mesi dopo, la notte di San Valentino, ha stuprato una quattordicenne nel parco della Caffarella, a Roma.

Suo malgrado, questo magistrato è diventato un simbolo: di un sistema perdonista e imprudente, che lascia in circolazione i criminali e non tutela i cittadini. Ma dalla lettura delle carte, e dai corridoi al primo piano del tribunale di Bologna, viene fuori una realtà discorde. Che trasforma una storia dall’epilogo abietto in un guazzabuglio all’italiana.

Dietro la libertà concessa al futuro stupratore della Caffarella c’è più dell’indulgenza: ci sono decreti incompleti, poliziotti svagati, udienze sbrigative, leggi poco chiare e giudici inesperti. Un sistema farraginoso, che può tramutare il meccanismo delle espulsioni in una lotteria.

I fatti sono riassunti in 11 pagine. Il primo documento è del 2 maggio 2008. L’allora prefetto di Roma, Carlo Mosca, decide di rispedire a casa Loyos: dagli “accertamenti” emerge che si è “già reso responsabile di altri delitti”. Nelle righe successive sono elencate le imprese criminali del romeno. Viene fermato il 27 settembre 2007 per “rapina e lesioni personali”. Tre giorni dopo per “ricettazione”. L’11 ottobre 2007 per “furto aggravato”. Ma gli accertamenti si fermano qua: nessun riferimento alle circostanze, e neppure alle due condanne già subite.

Una dimenticanza? Forse. La prefettura è comunque risoluta: “Considerata la concreta e attuale minaccia per la sicurezza pubblica” si chiede “l’allontanamento dal territorio nazionale”. A maggio 2008, però, Loyos è in carcere: al Mammagialla di Viterbo. Il decreto, allora, viene inviato al questore della città laziale, Raffaele Micillo, che poi dovrà adoperarsi per l’espulsione. Due mesi dopo il romeno finisce di scontare la sua pena. Potrebbe tornare in patria, ma a Viterbo, scrive il questore, è impossibile fare “accertamenti supplementari” sulla sua identità.

Per questo motivo, il 12 luglio 2008, il giovane viene mandato nel centro di identificazione e accoglienza (Cie) di Bologna. Il provvedimento dovrà essere convalidato “entro 48 ore”. A decidere sarà, quindi, il tribunale della città in cui c’è il centro di identificazione. Di queste cause si occupa la prima sezione civile persone e famiglia: sei giudici, circa 400 sentenze all’anno. Nel 2008 ha discusso nove allontanamenti di cittadini Ue: otto non sono stati confermati, uno annullato per questioni procedurali. L’orientamento è chiaro: gli stranieri vanno espulsi in casi gravissimi. “Per noi le condanne non giustificano da sole un provvedimento così restrittivo” sostiene, chiedendo l’anonimato, un magistrato dell’ufficio.

La sezione è inoltre sotto organico. E spesso si ricorre ai giudici onorari: laureati in giurisprudenza che aiutano i togati di ruolo. Normalmente si occupano di udienze interlocutorie o di processi facili. Decidere della libertà di un criminale romeno non è una banalità. Eppure, il fascicolo viene assegnato a un giudice onorario: Mariangela Gentile, avvocato poco più che trentenne. È iscritta all’ordine da due anni e mezzo. Ha fatto patrocinio gratuito per la Cgil e partecipato a convegni dell’Udi, un’associazione femminista. Scelta per il suo curriculum brillante, lavora per il tribunale di Bologna da cinque anni. L’allontanamento di Loyos va convalidato entro 48 ore, però i magistrati ordinari hanno in calendario altri processi: a decidere le sorti del giovane delinquente romeno sarà così Gentile.

L’udienza comincia alle 9.45 del 15 luglio 2008. Per primo viene interrogato il romeno. Sostiene di essere in Italia da due anni e mezzo: “Arrivato ancora minorenne, senza famiglia, da solo” riassume il verbale. “Dice di aver sempre lavorato in nero nella ditta Moretti di Roma. Il suo datore gli ha promesso di regolarizzarlo, ma non ha mai provveduto”.

Il giudice gli domanda quali reati ha commesso. Ha sotto gli occhi il decreto di espulsione firmato dal prefetto di Roma: c’è scritto che Loyos è stato fermato tre volte, ma non si fa riferimento ad alcuna condanna. Paradossalmente, è proprio lui a rivelare di aver scontato “la pena di 2 mesi e 20 giorni” per il furto di un motorino, nel settembre 2007.

Gli viene chiesto degli altri due precedenti: “rapina e lesioni personali” e “ricettazione”. Il giovane nega la prima accusa. “Specifica che alcuni suoi connazionali lo hanno denunciato per ritorsione dopo una discussione” sintetizza il verbale. “In seguito a ciò è stato sottoposto a un processo e poi assolto”. Assolto? Sarà vero? Negli atti, del resto, non si parla di carcere. Ma neppure di assoluzioni. Non si può far altro che credergli.

Poi c’è la ricettazione: Loyos “dichiara di aver preso in prestito una moto da un amico, ma non sapeva che fosse rubata”. Anche in questo caso, sostiene, sarebbe stato scagionato. Il violentatore della Caffarella tenta di farsi beffa della giustizia italiana, nessuno riesce a contraddirlo.

Viene interrogato allora il poliziotto dell’ufficio immigrazione di Bologna: è in aula per dare, all’occorrenza, altre informazioni sul romeno. A domanda, però, l’agente tentenna. Sa solo che l’8 febbraio 2008 il tribunale di Roma ha condannato il giovane a 5 mesi e dieci giorni. E poi? Il poliziotto scuote la testa: non ha altre notizie. Tocca alla difesa. Il legale arringa: il suo assistito non è una minaccia per l’ordine pubblico. L’udienza è chiusa. Sono le 10.05: il dibattimento è durato una ventina di minuti.

Il pomeriggio stesso vengono depositate le motivazioni: “I fatti non circostanziati ma solo genericamente indicati nel decreto prefettizio” scrive Mariangela Gentile “non appaiono sufficienti”. E anche le indicazioni dell’agente non giustificano l’allontanamento immediato”. Conclusione: “Non convalida”. Il romeno è un uomo libero. Sette mesi dopo stupra una ragazzina in un parco assieme a un connazionale. Opinione pubblica e mezzi di informazione concludono sdegnati: colpevole è chi ha lasciato libera la belva.

Al primo piano del tribunale il giudice onorario divide la stanza 227 con altri due colleghi. Lei però non c’è. Al cellulare, dopo giorni di silenzio, le parole le escono fuori d’un fiato, per non lasciare varchi a eventuali repliche: “Non rilascio nessuna dichiarazione. Quello che dovevo dire è stato già spiegato dal presidente del tribunale. Arrivederci”.

Quindi, con toni garbati, Francesco Scutellari, il presidente del tribunale di Bologna, afferma: “Non difendo tanto il giudice, ma la libertà di decidere. Lei ha interpretato la legge così, un altro poteva fare diversamente… Ma l’indirizzo della sezione è chiaro: le norme sull’allontanamento sono intese in senso molto restrittivo”.

Per rimandare a casa un comunitario i reati devono essere gravi, il pericolo imminente. Il presidente si sistema sulla sedia foderata di rosso: “Il fascicolo però non faceva riferimento ad alcuna condanna” dice scuotendo la testa. “Era difficile prendere una decisione differente. E comunque il prefetto di Roma poteva riproporre il provvedimento, giustificandolo meglio”.

Di questa storia adesso restano 11 pagine piene di burocratese. Atti, decreti e sentenze che, tra una riga e l’altra, ritraggono una giustizia fiacca e paradossale. Scutellari fa un sorriso amaro e si lascia andare: “Le condanne precedenti del romeno le abbiamo lette sui giornali. Per quello che ne sappiamo potrebbe anche non essere mai stato in galera. Le carte ufficiali non sono arrivate”. Nell’attesa Loyos ora è nel carcere di Regina Coeli. Ma a furor di popolo più che a furor di legge.

Delitti senza castigo? Una soluzione c’è

Sedie vuote nell'aula di un tribunale
“E poi dovremmo accettare l’idea che ci sono professioni ad alto rischio di errore, come il medico o il magistrato”. Parola di Francesco Saverio Borrelli, ex capo della Procura di Milano, a proposito del delitto di Sanremo, dove un pm, Enrico Zucca, non ha accettato la richiesta di arresto cautelare per Luca Delfino avanzata dalla polizia con un dossier di 200 pagine. Delfino nel 2006 era stato indagato per l’omicidio di Luciana Biggi, sgozzata con un coccio di bottiglia, e pochi giorni fa ha ucciso di nuovo, la fidanzata Maria Antonietta Multari.
Ora la mamma di Maria Antonietta accusa di assassinio il giudice Zucca per aver lasciato libero un più che probabile serial killer. Il dossier della polizia presenta elementi che appaiono schiaccianti per l’opinione pubblica, ma il pm si difende affermando che non c’era abbastanza per mettere in carcere una persona. È una storia che ricorda moltissime altre, recenti o meno: dal guidatore killer ubriaco, scarcerato in pochi giorni, all’omicidio Mele.
Storie di delitti senza castigo, o di delitti che avrebbero potuto essere evitati con un po’ più di sagacia, coraggio e responsabilità da parte dei magistrati. I quali si difendono mettendo avanti la legge: non avevano elementi sufficienti. Spesso hanno ragione, ma c’è un dettaglio: sono loro gli unici giudici di se stessi. Sia prima, quando devono prendere certe decisioni, sia dopo, quando le decisioni assunte si rivelano tragicamente sbagliate.
E dunque? In realtà una via di uscita ci sarebbe, neppure troppo complicata: applicare quella legge, che esiste e che è stata confermata a furor di popolo da un referendum, che sancisce la responsabilità civile dei magistrati che sbagliano.
Perché proprio qui sta la falla del ragionamento di Borrelli: se un medico uccide per sua colpa un paziente, paga. Se è un magistrato a scarcerare un killer o impedire un delitto, non paga mai. O meglio: non risponde ad altri che non siano i suoi stessi colleghi, e in tutti questi anni non è mai accaduto che il Csm abbia condannato per colpa un pm o un giudice.
Il ministro della Gistizia, Clemente Mastella
Accade così che il ministro di turno invii la consueta ispezione, facendo gridare (spesso giustamente) alle interferenze della politica. Accade anche che i politici stessi possano difendersi dale iniziative, sbagliate o meno, dei pm, attraverso le garanzie previste per gli onorevoli. Ma i politici non possono essere garantisti quando sono in ballo i loro onorevoli colleghi, e limitarsi a un’alzata di spalle, o all’ispezione di turno, quando ci vanno di mezzo i comuni mortali.
Ecco, nelle varie riforme della magistratura tentate in questi anni, in quella targata Mastella come in quella targata Castelli, è sempre mancato questo elemento: applicare ai giudici le norme sulla responsabilità civile. È così difficile? Qualcuno dovrebbe spiegarlo.

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