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Un colpo al quorum. Questo ci vorrebbe, forse, per tornare a vedere un referendum abrogativo avere successo. Pur avendo l’appoggio (poco convinto) dei due principali partiti italiani, anche i tre quesiti sulla legge elettorale, stando ai dati diffusi sul sito del Viminale, non sono stati votati dalla maggioranza degli elettori.
I dati definitivi relativi all’affluenza alle urne non lasciano dubbi: quelli relativi agli 8.100 interessati al voto indicano una partecipazione del 23 per cento circa per tutti e tre i quesiti. Per la precisione, per il Quesito 1 (scheda viola), l’affluenza è stata del 23,31% (Favorevoli 77,64% - Contrari 22,36%); per il Quesito 2 (scheda gialla), l’affluenza ha toccato la stessa cifra 23,31% (Favorevoli 77,69% - Contrari 22,31%) per il Quesito 3 (scheda verde) l’affluenza è stata pari al 23,84% (Favorevoli 87% - Contrari 13%).
Insomma, una percentuale ancora inferiore al misero 25,5% che andò a votare nel 2005 sulla procreazione assistita.
Il grafico della partecipazione popolare ai referendum è in discesa costante dal 1995. Negli ultimi 14 anni solo in un caso più della metà dei votanti si è espressa, nel 2006, sbarrando la strada alla riforma costituzionale del centrodestra. Ma in quel caso il quorum non era neanche necessario trattandosi di referendum costituzionale.
Sempre meno votanti
In generale, la curva dell’affluenza ai referendum è in discesa dal 1974, con il No degli italiani a chi voleva abolire il divorzio. In quel caso votò l’87,7% degli aventi diritto. Percentuali simili tra fine anni ‘70 e primi anni ‘80, quella che si potrebbe definire come “l’età d’oro” dei referendum. Nel 1978, con un 81% di votanti, vinse il No all’abrogazione della legge sull’ordine pubblico e al finanziamento pubblico per i partiti. Nell’81 il 79% degli italiani votò su aborto, ergastolo, legge Cossiga sull’ordine pubblico e porto d’armi. Nell’85 il 77,9% si espresse sulla scala mobile. E nel 1987, ormai in pieno riflusso, si ha la prima importante flessione di partecipazione: due votanti su tre vanno alle urne per dire No al nucleare e per la responsabilità civile ai giudici e i reati ministeriali.
Gli anni ‘90
Nel 1990, per la prima volta, un referendum abrogativo fallisce: si tratta dei quesiti promossi dai verdi su caccia e uso dei pesticidi. L’astensione supera il 56% e la consultazione non è valida. Ma non è ancora la fine dell’amore tra gli italiani e il referendum: nel ‘91 e nel ‘93 invece che andare al mare, dove li aveva invitati Craxi, i cittadini votarono per la preferenza unica alla Camera (62,5% l’affluenza) e di nuovo in massa (77%) per la vittoria di Mario Segni e dei referendari: passano tutti i quesiti, dal sistema elettorale (per introdurre il maggioritario), alla detenzione per uso personale di stupefacenti, all’abrogazione dei ministeri di Turismo, Agricoltura e Partecipazioni statali.
La crisi del dopo Tangentopoli
L’ultima serie di quesiti a raggiungere il quorum è quella del 1995: ben 12 i temi su cui sono chiamati a esprimersi gli elettori, dall’elezione diretta del sindaco alla concentrazioni di reti televisive alle rappresentanze sindacali. Da allora in poi, nessun comitato è riuscito a mobilitare abbastanza italiani: nel ‘97 solo il 30% andò a votare su caccia, ordine dei giornalisti e carriere dei magistrati. Nel ‘99 per un soffio (votò il 49,6%) non ebbe successo l’abolizione della quota proporzionale alla Camera e nel 2000 un’altra dura sconfitta per i referendari, soprattutto i radicali, promotori della maggioranza dei 7 quesiti (ancora rimborsi per i partiti, quota propozionale, separazione delle carriere, articolo 18…) che riescono a mobilitare solo il 32% degli elettori. Così come non riuscirà Rifondazione a superare il 25% dei votanti al referendum sull’estensione dell’articolo 18 nel 2003. Ormai i contrari preferiscono invitare all’astensione piuttosto che a votare No. Una strategia che diventa palese nel 2005 quando la Chiesa si mobilita per fare fallire il referendum per l’abrogazione della legge 40: solo il 25% andrà a votare.
E ora che l’appello all’astensione ha sostituito con successo la battaglia politica, cosa succederà ai referendum?
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Domenica e lunedì si vota (oltre per i ballottaggi per il sindaco e/o la provincia) per il referendum sul sistema elettorale per le politiche. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge.
Gli elettori (47,5 milioni a cui si aggiungono 3 milioni all’estero) possono scegliere anche per l’astensione visto che per il referendum abrogativo la Costituzione prevede la necessità che partecipi al voto il 50% più uno degli elettori. Se dovesse passare il sì, la legge sarà immediatamente applicabile.
Perché il referendum sia considerato valido, dovrà aver votato almeno il 50% più uno dei cittadini, cioé più di 25 milioni di italiani. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni.
Oltre a una guida su quesiti, date e schieramenti dei partiti Panorama.it ha raccolto l’opinione del professor Mario Segni, del gruppo promotore del referendum che chiede di esprimersi con un sì per istituzionalizzare il sistema “maggioritario” e quelle di Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, che invece invita gli italiani ad astenersi.
Qui: la guida sugli schieramenti in campo
Qui: l’intervista a Mario Segni
Qui: l’intervista a Roberto Cota
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La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale (qui l’abc dei quesiti referendari) che Bossi avversa da sempre, perché prefigura un bipartitismo spinto che emarginerebbe le formazioni più piccole - oltre alla Lega, l’Udc e l’Idv e la sinistra extraparlamentare (tutti contrari, infatti). Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio, in una nota di martedì 9 giugno afferma: “Non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum”.
Queste le parole del premier. Già, le parole.
Nessun ricatto della Lega
A chi dice, e crede (il comitato referendario e le opposizioni, Pd in primis), che il premier sia sottostato al ricatto leghista, che il leader del Pdl sia ostaggio di quello del Carroccio, che quello intercorso con il Carroccio (più vincente del Pdl alle elzioni dello scorso week end) sia un “do ut des” bello e buono (cioè, un baratto: Berlusconi si sfila dall’appoggiare la campagna del referendum del 21 giugno e in cambio Bossi garantisce il sostegno del proprio elettorato, fondamentale ai fini dell’esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche), basti ricordare il percorso fin qui fatto dal Cavaliere sul tema.
Era il 29 aprile (qui il VIDEO di Sky Tg24), quando da Varsavia, a conclusione del vertice italo-polacco disse: “Dà il premio di maggioranza al partito più forte, qualcuno può immaginare che io voti no?”, al referendum. E poi aggiunse: “Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti”.
Concetto ribadito e ancor più chiarito il 3 giugno scorso, durante Porta a Porta: il referendum “va nella direzione e nell’interesse del Popolo della Libertà e se io dicessi non voto questo referendum gli elettori del Pdl potrebbero farmi un’azione di responsabilità, però non faremo campagna elettorale perché noi siamo contenti di governare con la Lega e abbiamo con la Lega un’alleanza di ferro”.
I mal di pancia di Fini
Non c’è nulla, da queste dichiarazioni, di dverso da quanto sostenuto martedì 9 dal premier. E però, la scelta tattica del premier ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell’ala “finiana” del Pdl: “Io andrò a votare, lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani”, risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì.
Nessun sostegno, nessun divieto
E allora ecco l’ultima parola di Berlusconi, costretto ancora una volta a intervenire e precisare: il no al sostegno diretto al referendum elettorale? “Ne rimango convinto, ma comunque voterò sì”: svela Berlusconi, in un colloquio con Il Giornale.
Insomma, nessun sostegno dal Pdl e nessuna indicazioni (leggi: non si farà campagna elettorale) ma nessun rifiuto al voto: “nessun divieto”, puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e uno dei tre coordinatori del Pdl: “Non capisco perché ci sia questa mania a vedere Fini alternativo al Pdl. Anch’io”, prosegue “a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare”. E poi: “Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%”.
Eppure il dibattito, soprattutto in rete, è molto acceso. Nei temi e nei toni.
Un referendum che mette alla prova i nuovi equilibri nel PdL…
“Berlusconi ha dichiarato che “non sosterrà” il referendum sulla legge elettorale che si celebrerà il 21 giugno prossimo, in concomitanza con i ballottaggi delle Amministrative, inviso alla Lega. [...] La dichiarazione odierna è servita a sugellare l’accordo tra PdL e Lega in vista dei ballottaggi, ma chissà che le immediate reazioni di Fini e degli altri sostenitori della consultazione, unite all’alto numero di ballottaggi, non portino comunque al superamento del quorum, con conseguente scontata vittoria del “SI”. Sarebbe un colpaccio.”
Polìscor » Sembrava una carretta ma era un Carroccio
Una scelta controproducente per il PDL
Il sistema elettorale preferito dal Bossi allora anti-berlusconiano era il
modello tedesco. Proporzionale, sbarramento e mani libere. La stessa a cui il Bossi ora “berlusconiano” presto o tardi [...] intende ricondurre la politica italiana. [...] Di una cosa va dato atto al Senatur: è uno dei pochi che, nell’ultimo decennio, può dire di non avere cambiato idea sulla legge (e sui referendum) elettorali. Rimane da capire la ragione per cui un partito come il Pdl debba invece cambiarla, non a proprio vantaggio, ma contro i propri interessi.”
Libertiamo » Il Senatur sulla legge elettorale detta la linea dal 1999
Appoggiare il referendum aumenterebbe gli elettoria
“Non c’è stato un boom leghista. E provare a inseguire la Lega per recuperare quel 2% di voti che si presume si sia spostato dal Pdl alla Lega sarebbe a mio avviso un errore politico. [...] Occorre guardare ai 6 milioni di astenuti se si vuole recuperare il terreno perso, non ai 100mila elettori in più della Lega. E questo si può ottenere solo differenziandosi dal Carroccio, anziché inseguendolo. Differenziarsi significa innanzitutto dettare la linea politica e non essere
eterodiretti dal proprio partner minoritario di coalizione. [...] Significa soprattutto individuare un progetto politico nazionale (e non settentrionale) di ampio respiro che delinei una mission di lungo periodo per il paese, a cominciare dalle riforme istituzionali e dalle riforme strutturali (e non solo congiunturali) per reagire alla crisi economica.”
FareFuturo Webmagazine » La folle inutilità di inseguire la Lega
Ma forse anche gli italiani temono il bipolarismo…
“Pare che gli italiani, premiando Lega, IdV e UDC, abbiano fatto capire di volere un bipolarismo snello e semplificato che però non si tramuti almeno in tempi brevi in un bipartitismo secco. [...] L’UDC che resiste e bene, approfitta dello scetticismo non verso una
prospettiva bipartitica in sé, ma nei confronti di una contrapposizione urlata fra due partitoni contraddittori ed incapaci di modernizzare il Paese. Non è un caso che oggi Berlusconi abbia fatto un bel passo indietro circa il referendum promosso da Segni e Guzzetta.”
Conservatori-Liberali » Un campanellino d’allarme
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di Stefano Brusadelli
Il comitato referendario lancia l’allarme scrutatori. In base all’articolo 9 della stessa legge elettorale che in alcuni punti si intende abrogare (il cosiddetto Porcellum del 2005, qui la SCHEDA su come funziona), gli scrutatori non vengono più estratti a sorte fra gli iscritti a un albo, bensì designati da commissioni comunali composte dai rappresentanti dei partiti. La nuova procedura vale per tutti i tipi di consultazione, referendum compresi. “Si tratta” dice a Panorama il presidente del comitato promotore Giovanni Guzzetta “di una scelta assai grave. Oltre a nominare i parlamentari attraverso le liste bloccate, adesso i partiti si attribuiscono anche il potere di nominare coloro che debbono controllare la correttezza del voto. E se è un problema in linea generale, lo è tanto più per i referendum, visto che il comitato promotore non sarà rappresentato”.
Il timore di Guzzetta è quello di ritrovarsi una maggioranza di scrutatori espressione di partiti o aree di partito avversi al referendum, con il conseguente rischio di vedere annullate schede dubbie, o addirittura valide. “Nel Nord, per esempio” aggiunge Guzzetta “è facile immaginare che ci sarà un’alta percentuale di scrutatori leghisti, che non saranno certamente indifferenti”. Per questo i referendari si apprestano a lanciare una “campagna di attenzione” diretta al governo e ai presidenti di seggio.
LEGGI ANCHE: Quesiti, costi, favorevoli e contrari: l’abc del referendum elettorale - Elezioni: la dura vita dello scrutatore

Ho comprato illegalmente 500 sim card: sono le schede telefoniche, quei rettangolini con il logo della compagnia telefonica e un numero di serie, che si infilano all’interno dei cellulari e che, in buona sostanza, danno la possibilità di chiamare e ricevere telefonate. Mi sono spacciato per uno che lavorava nel settore e che aveva urgente bisogno di traffico, cioè di credito residuo, inteso in termini di minuti di conversazione, oppure di sms disponibili in una determinata quantità di schede. Il primo contatto è avvenuto su internet con una persona che si è sempre nascosta dietro un nickname. Poi mi sono spostato per diversi giorni in diverse città del Nord Italia, seguendo passo passo le sue indicazioni ed entrando in contatto con una rete di persone che grazie a questo sistema ottiene loschi e ingenti guadagni.
Non è stato semplice, ogni volta che l’affare sembrava vicino alla conclusione il prezzo delle schede improvvisamente saliva da 1 a 5 e 10 euro. E le persone che dovevano materialmente consegnarle sparivano di colpo e non erano più rintracciabili. Alla fine il pacchetto mi è stato consegnato in un parcheggio buio di una strada statale alle 11 di sera, senza che sapessi chi fosse la controparte. Prendere o lasciare. Le 500 sim card erano ammucchiate dentro un sacchetto della spazzatura. Ne ho provate una decina a caso, inserendole a turno dentro il mio telefonino, e provando a chiamare. Funzionavano. Stavo chiamando con il numero di telefono di un altro, quasi certamente ignaro di avere utenze funzionanti a suo nome. È un fenomeno molto pericoloso quello che si sta sviluppando: un autentico mercato parallelo, sotterraneo, di schede telefoniche intestate a persone completamente ignare. Le conseguenze possono essere serie, perché vengono messi a repentaglio molti aspetti fondamentali della vita di noi tutti, nessuno escluso. A cominciare dalla privacy. Nella società globalizzata e telematica di oggi, poter disporre liberamente e impunemente di schede telefoniche intestate ad altri può produrre conseguenze estremamente gravi. Basti pensare ai micropagamenti effettuati tramite telefonino, che seppur lentamente stanno prendendo piede anche in Italia. Le Poste danno già la possibilità di effettuare piccole operazioni attraverso il cellulare. Ci sono poi gli internet point, dove con una scheda non propria si può entrare in una rete, svuotare magari un conto corrente e non lasciare traccia. Per non parlare dei vantaggi che ne possono avere mafiosi, camorristi e altri malavitosi.
Se vengono intercettati, i guai arriveranno direttamente a chi non sapeva neppure di avere un numero attivato a proprio nome. Le ramificazioni possibili di questo business illegale sono tante. Il televoto, per esempio, l’ultima frontiera della “democrazia” televisiva, della partecipazione attiva del telespettatore, che rischia di essere inquinato. Non è dunque ammissibile, sostiene Marco Bulfon, di Altroconsumo, l’associazione che ha denunciato più volte alle compagnie questa piaga, “che non ci sia la certezza della immediata riconducibilità di una scheda telefonica al suo legittimo proprietario. Non possiamo vivere con il dubbio che dietro ogni numero di cellulare si possa celare il mistero assoluto”.
Prima di vedere portata ed effetti di questo mondo sommerso è bene fare una premessa: in Italia non esiste la possibilità che una scheda telefonica venga rilasciata in forma anonima. Le norme antiterrorismo introdotte dal pacchetto Pisanu del 2005 prescrivono che ogni numero abilitato abbia un intestatario riconoscibile. Gli unici che possono attivare le sim sono i rivenditori autorizzati, che richiedono al cliente carta d’identità e codice fiscale, fanno una fotocopia e la trasmettono via fax ai gestori di telefonia mobile: Tim, Vodafone, Wind e 3. Oltre agli operatori virtuali, cioè sprovvisti di una propria rete: Auchan, Coop, Carrefour, Poste, Fastweb e altri. Ed è proprio il rivenditore la sorgente da cui può nascere e si può alimentare questo fiume di illegalità.
Nel corso di questa inchiesta Panorama è venuto a conoscenza del comportamento scorretto di molti commercianti del settore, sparsi in tutta Italia. Il commercio illegale comincia così: il negoziante mette da parte le fotocopie con i dati anagrafici dei clienti e, a loro insaputa, attiva altre sim intestate agli stessi. Per ogni persona il rivenditore può mettere nel cassetto anche una cinquantina di schede telefoniche irregolari. Cento clienti fanno 5 mila sim card, ognuna delle quali ha un credito medio di 5 euro. Spesso nei retrobottega si accumulano scatoloni di fotocopie che poi vengono scambiate tra commercianti disonesti per continuare ad alimentare il giro. È possibile farlo per la mancanza di una norma in Italia che prescriva un tetto di schede intestabili a una singola persona.
L’unico paletto è quello fissato dal garante della privacy Francesco Pizzetti in un provvedimento del 2006 diretto alle compagnie di telefonia mobile. Nel documento si denunciavano casi di persone “alle quali risultavano intestate schede in modo falso” e per questo coinvolte addirittura “in indagini penali per l’utilizzo che ne era stato fatto in fatti criminosi”. Si puntava il dito contro “’utilizzo improprio dei dati personali” e si imponeva ai gestori un tetto nel rilascio di sim: quattro per le persone fisiche e sette per le società, superato il quale scattava l’obbligo per le compagnie di chiedere espressa conferma all’intestatario. Infine, il garante invitava i gestori a vigilare sull’operato dei rivenditori. Aveva colto nel segno già tre anni fa.
Peccato che nessuno abbia ritenuto di seguirne le prescrizioni. Proviamo a quantificare. I dati ufficiali dicono che in Italia, al 31 dicembre 2008, circolavano oltre 90 milioni di sim card. Ricerche di istituti specializzati mettono gli italiani al primo posto in Europa per l’utilizzo di schede telefoniche: quasi la metà ne possiede più di una.
In Spagna, Germania, Francia e Gran Bretagna le percentuali sono inferiori. Impossibile fare una stima su quante di queste siano intestate a persone ignare. Fonti delle forze dell’ordine parlano di diversi milioni. A Panorama ne sono stati offerti pacchi a multipli di 500, e di tutti i gestori di telefonia mobile. Alla fine il caso ha voluto che quelle acquistate fossero della 3, ma già due giorni dopo in un contatto ne sono state offerte altre 2 mila, di Vodafone e Tim. Dove vanno a finire queste schede? Chi e come le usa? Chi le compra? I canali sono soprattutto tre: i numeri 899, le organizzazioni criminali e quelli che speculano e guadagnano sul televoto. Su internet ci sono diversi siti che offrono l’attivazione e l’assegnazione di un numero 899 per servizi che possono andare dalla cartomanzia al meteo, dall’oroscopo alla linea amica con ragazze che ascoltano e rispondono in “modo garbato”. Il tutto senza alcun costo e alcun canone mensile. Basta avere una partita iva, una visura camerale e poi non resta che invogliare quanta più gente possibile a chiamare il tuo 899: più ricevi più guadagni. Se poi hai a tua disposizione un migliaio di schede telefoniche dalle quali fai partire le telefonate, il costo che sostieni genera un ricavo superiore di almeno il 30 per cento. E se consideri che quelle sim card si possono anche ricaricare in modo gratuito, come spiegheremo più avanti, i profitti diventano considerevoli.
Il secondo grosso canale dove vanno a finire le schede illegali è quello delle organizzazioni criminali. Grazie a questo sistema i malavitosi si trasformano in fantasmi e diventano invisibili alle intercettazioni. L’anno scorso la Polizia e la Guardia di finanza di Napoli hanno smantellato una rete che aveva messo in circolo 35 mila schede.
Nell’operazione, denominata Sim ’e Napule, erano stati arrestati esponenti del clan camorristico dei Contini. In Sicilia, a Enna, nel gennaio di quest’anno un’altra operazione su “partite di schede telefoniche di diverse società di gestione che venivano intestate a persone ignare utilizzando copie di documenti d’identità presentati loro da veri clienti per effettuare regolari attivazioni di sim card”. E si potrebbe andare avanti a lungo tra casi di cronaca registrati a Catania, Bologna, Vicenza.
Infine, il televoto, ovvero ciò che fa la differenza tra un format di successo o meno. Ballando con le stelle, il programma di Raiuno condotto da Milly Carlucci, solo nella puntata finale di marzo ha fatto registrare oltre 1 milione di sms che hanno assegnato la vittoria a Emanuele Filiberto di Savoia. Stesso discorso, poche settimane prima, per Marco Carta al Festival di Sanremo. Numeri non diversi quelli di trasmissioni di successo come Amici, Grande fratello, La fattoria e via discorrendo.

Ma da qualche tempo associazioni dei consumatori come Codacons e Adiconsum cominciano a insinuare dubbi sulla trasparenza del sistema. Colpa anche di una dichiarazione rilasciata da Lele Mora a Striscia la notizia: il manager ha affermato di avere speso 25 mila euro per far “televotare” Walter Nudo e fargli vincere cosi L’Isola dei famosi. Nel corso dell’inchiesta, Panorama si e imbattuto in quelli che gli addetti chiamano sim server. In sostanza sono computer collegati a “cestelli” con i quali possono venire gestite anche 10 o 20 mila sim card. Basta dare l’ordine con il computer di mandare un sms a un determinato numero e tutte le schede, a distanza di meno di un secondo l’una dall’altra, entrano in azione. Fino a prova contraria i programmi televisivi come Grande fratello, Amici o L’Isola dei famosi sono vittime piùttosto che complici. Il servizio che offrono a pagamento i sim server e diretto prevalentemente a concorrenti bramosi di celebrita e con soldi da spendere o magari a manager consapevoli della bonta dell’investimento. Certo le produzioni televisive se vogliono difendersi dalle truffe qualche strumento di verifica lo hanno.
Per esempio controllare i tabulati dettagliati dei voti e magari provare a richiamare un po’ di numeri. Le schede dentro i sim server risultano spente o non attive, dunque è facile insospettirsi. A questo punto uno pensa: ma le sim prima o poi si scaricheranno. Il credito andra a esaurirsi, bisognera attivarne altre. Tutto vero, peccato ci sia in giro gente che della capacità di ricaricare gratis le schede telefoniche attraverso internet ha fatto quasi un mestiere. Un sistema e quello di sfruttare il servizio chiama gratis di molte grandi aziende. Basta andare su un sito, digitare nello spazio indicato il numero al quale si desidera essere chiamati e il gioco e fatto. Perché se questa operazione viene compiùta dopo mezzanotte e prima dell’apertura del mattino, una volta risposto alla telefonata la chiamata in arrivo verra rimpallata da un ufficio all’altro: fra musichette e annunci di attesa il tempo scorre e la scheda si ricarica. Un’altra via altrettanto proficua e quella degli annunci erotici nei siti a tema. Qui vince la fantasia: più invogli a chiamarti, più ricarichi. E cosi la giostra continua a girare. Con numeri di telefono intestati a noi che non ne sappiamo nulla.
carmelo.abbate@mondadori.it
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Francesco Pizzetti, garante della privacy, nel febbraio 2006 aveva emanato un provvedimento in cui denunciava il traffico di schede intestate a persone ignare e prescriveva un tetto alle intestazioni multiple di sim (quattro per le persone fisiche e sette per le società), oltre all’obbligo per i gestori di rispettare determinate procedure.
Come è possibile che tutto sia andato avanti come se nulla fosse e che oggi io riesca a comprare 500 sim intestate ad altri?
Dopo quel provvedimento avevamo ricevuto una nota dalla Telecom il 31 maggio in cui ci assicuravano di aver adottato le misure necessarie ad adeguarsi al provvedimento. Prevedendo procedure specifiche per assicurare l’efficacia del controllo.
E gli altri gestori?
Nessuna risposta.
Intanto le misure adottate si sono dimostrate inefficaci.
In questi mesi abbiamo seguito il lavoro delle procure di Brescia e Vicenza. Ma fino a due mesi fa non potevamo irrogare sanzioni specifiche nel caso in cui il provvedimento non fosse stato rispettato. Ecco perché il nostro atto è stato tanto efficace nel dettare le regole quanto poco incisivo nel comminare sanzioni.
Adesso che strumenti avete?
Da gennaio possiamo comminare pesanti sanzioni amministrative ed economiche (nei casi più gravi, oltre 1 milione di euro, ndr). E nel caso dovessimo riscontrare violazioni, faremmo ricorso a questo potere, anche in modo molto severo.
Come intendete procedere?
Svolgeremo una serie di verifiche. Per prima cosa assumeremo informazioni dalle procure e dalla Guardia di finanza. Poi agli operatori telefonici richiederemo gli elenchi di attivazione di sim multiple superiori alla soglia indicata e di specificarci sia il numero di quelle attivate al di sopra di quella soglia sia, per ciascuna, quali siano state le modalità seguite. Lo faremo rapidamente, consideriamo probabile un’attività ispettiva molto significativa.
Pensate di rivolgervi anche alla magistratura?
Si, pensiamo di sollecitare la magistratura, in particolare quella penale, ad accelerare le inchieste in corso perché il fenomeno è impressionante e anche delicato dal punto di vista della sicurezza. L’uso di carte comprate sul mercato nero può favorire e aiutare organizzazioni criminali.
E i cittadini? Come ci si tutela?
Va migliorato il diritto di accesso alle informazioni attraverso un servizio integrato da parte dei gestori, come avviene per le carte di credito. Per esempio, un numero verde al quale ci si possa rivolgere per sapere quante e quali siano le carte a proprio nome, senza dover chiamare compagnia per compagnia.
E nell’immediato cosa si può fare?
Una verifica gestore per gestore. Eventualmente una denuncia al gestore stesso per bloccare la carta, a noi per illecito trattamento dei dati personali e poi anche all’autorità giudiziaria per furto d’identità.

Né più né meno: sono “dirompenti” gli elementi che emergono dalle acquisizioni del Copasir sulla vicenda dell’archivio Genchi. È lo stesso presidente dell’organismo parlamentare, Francesco Rutelli, a sottolinearlo dopo aver consegnato la relazione sull’argomento ai presidenti delle Camere.
Allo stesso tempo Rutelli invita a salvaguardare l’operatività della magistratura, auspicando che gli elementi in possesso del Copasir non siano presi a pretesto per limitare la capacità di investigazione. Al termine del suo incontro con il presidente del Senato (che si è svolto per oltre un’ora), il presidente del Comitato per la Sicurezza della Repubblica, Francesco Rutelli, ha espresso “soddisfazione” per il lavoro svolto in queste settimane dal Copasir.
“Voglio ringraziare” sottolinea Rutelli in una nota “tutti i componenti del Comitato che hanno lavorato in condizioni difficili, rispettando la consegna della riservatezza e che, dal primo all’ultimo passaggio, hanno dato un contributo unitario e di grande responsabilità”.
“L’acquisizione di dati che” puntualizza Rutelli “riguardano centinaia di migliaia di cittadini, il tracciamento per 20 mesi degli spostamenti del Capo dei servizi segreti italiani, l’ottenimento dei tabulati del capo della investigazione contro la mafia (all’insaputa dello stesso pm che conduceva le indagini) sono alcuni tra i principali elementi dirompenti” così li definisce Rutelli “che abbiamo accertato e che meritano una riflessione molto severa”.
“Esiste un archivio informatico imponente che non è stato distrutto” prosegue il presidente del Comitato per la Sicurezza della Repubblica “che riguarda un grande numero di cittadini italiani che non sono mai stati indagati. La relazione che abbiamo trasmesso contiene analisi di lacune e criticità che hanno comportato rischi per l’efficienza dei servizi segreti, e proposte che il Parlamento potrà esaminare al fine di risolverle”.
“Credo che nessuno vorrà prendere a pretesto i fatti contenuti nella nostra relazione per ridurre in alcun modo l’operatività e la capacità di investigazione della magistratura, che ha bisogno anche della acquisizione di dati di traffico telefonico che possono e debbono, a mio giudizio, essere usati con tutte le garanzie. Abbiamo trovato nel presidente della Camera Fini e del Senato Schifani grande attenzione e ho fiducia” conclude il presidente del Copasir “che il Parlamento possa rispondere in modo sereno ed efficace”.
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di Laura Maragnani
Il socialista Riccardo Nencini prova a fare il duro: “Tranquilli, non ci ammazzano. Solo col tesseramento mettiamo in cassa 1 milione di euro l’anno. Anche senza i rimborsi elettorali per le europee sopravviviamo tranquillamente”. Ma tranquilli ora non sono affatto i tesorieri dei “nanetti”, i partiti che rischiano di non superare la soglia del 4 per cento alle europee. Nel 2004, 7,5 milioni di elettori avevano scelto sigle che ora vedono sfumare non solo i seggi ma anche i rimborsi (250 milioni in totale). Una batosta finanziaria, oltre che politica, a vantaggio dell’accoppiata Pd-Pdl. “Si spartiscono il bottino di democrazia e di finanza” accusa Nencini. E non è l’unico a fare conti amari.
Fino al 2010 conteranno sui rimborsi per le politiche 2006, compresa l’Udeur, che alle ultime elezioni non si è nemmeno presentata (1,091 milioni di euro l’anno). Fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. Per le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4. Il 2012 è un incubo. E le regionali del 2010 per molti rischiano di essere l’ultima occasione.