
Alla Camera dei Deputati è arrivata l’ora del rigore. Non solo per la normativa anti-pianisti voluta da Gianfranco Fini, ma anche per quanto riguarda spese dei parlamentari e costi della politica. Nel triennio 2009-11 il bilancio stanziato per la Camera non salirà, ma resterà stabile alla cifra di 992milioni e 800 mila euro. Lo ha reso noto oggi l’ufficio di presidenza che ha approvato il bilancio per il 2008. La decisione segue di pochi giorni quella analoga dell’Ufficio di presidenza del Senato: anche per la camera alta la spesa sarà “a crescita zero”.
Non accadeva dagli anni ‘60 che la dotazione finanziaria si mantenesse stabile nei tre anni d’esercizio. Non solo, il risparmio previsto per Montecitorio vedrà una riduzione complessiva delle spese di 45 milioni di euro, 30 dei quali nel 2011. Nessun aumento del presupposto calcolato sulla base dell’inflazione, quindi. La riduzione dei costi si è avuta con un’azione sulla spesa in conto capitale, ridotta dell’11,04% rispetto al 2008.
Rimane ancora nelle ipotesi invece una seria riduzione dei benefit di cui godono i parlamentari.
Mentre a Palazzo Madama come a Montecitorio si sta studiando come intervenire su quelli degli ex parlamentari: “In particolare, dal 1° gennaio 2010″ si legge nel comunicato dei questori del Senato “sarà completamente abolito il rimborso per i pedaggi autostradali e introdotto un plafond annuale unico per i viaggi ferroviari e aerei, con una previsione di spesa ridotta di almeno il 50 per cento rispetto all’attuale e limitata nel tempo, con un risparmio annuo di 1.068.000 euro. La semplificazione del sistema gestionale consentirà non soltanto una maggiore trasparenza, ma soprattutto legherà l’effettivo utilizzo di tali benefici alle due legislature successive a quella di cessazione del mandato e non illimitato nel tempo come è attualmente. Il numero dei beneficiari scenderà così dagli attuali 1058 a 291″.
Nel merito per gli ex deputati non è ancora stato deciso nulla ma è già fissata per la prossima settimana una nuova riunione tra i collegi dei questori di Camera e Senato per assumere decisioni di “comune intesa”.

“Il sud ha alzato la testa, si è ribellato alla mafia”. Il presidente del Senato scalda la platea: sta parlando all’hotel Mariott di Roma, dove è in corso il congresso del Movimento per le Autonomie di Lombardo. E lui, che è siciliano, si sente in qualche modo a casa: “La Sicilia non si è piegata alla mafia” dice, “ma anzi, ha saputo reagire con fermezza, dignità e decisione. Infatti ogni giorno ci sono imprenditori coraggiosi e valorosi che con le loro scelte si sono ribellati ai soprusi mafiosi”. Anche quando parla di Federalismo Schifani è in sintonia con la platea: “Non può esserci crescita dell’Italia” dice, “se verranno lasciate indietro alcune aree del Paese. Oggi più che mai non è più concepibile un’Italia a due velocità”. Il che si traduce in un messaggio alla Lega: “Se il federalismo terrà conto delle diverse realtà del paese e interverrà per armonizzarne le esigenze, non creando freni allo sviluppo delle aree forti e sostenendo la crescita di quelle più fragili, potremo offrire all’Italia l’opportunità di continuare ad essere un grande paese, prospero, libero e sicuro”, in termini più pratici, “Nessuno potrà spostare su altre aree più forti del Paese i famosi Fas (fondi per l’aiuto allo sviluppo) con la motivazione del loro mancato utilizzo tempestivo”. ”Il federalismo fiscale” secondo il presidente del Senato, “dovrà offrire giuste risposte al malessere del Nord ma non potrà trascurare le giuste aspettative del Mezzogiorno”. La seconda carica dello Stato ha poi promesso tempi brevi per il ponte sullo Stretto di Messina: “Il Cipe tra qualche giorno confermerà lo stanziamento dei fondi promessi e quindi si passerà a breve all’apertura dei cantieri”.
Prima di Schifani al congresso degli autonomisti del Sud aveva parlato anche Massimo D’Alema, che aveva raccolto applausi criticando la riforma federalista: “Il ddl di delega Calderoli sul federalismo” ha detto l’ex ministro degli Esteri, ”è una legge bellissima: promette più soldi al nord e al sud e taglia le tasse per tutti. Manca solo che preveda che resteremo tutti sempre giovani…”. ”Secondo quanto prevede il ddl Calderoli - spiega D’Alema - il governo garantirà standard unanimi di spesa nel Paese: ma questo significherebbe spendere un fiume di denaro di cui lo Stato non dispone”. E aggiunge: ”Quando un governo chiede una delega per realizzare la felicità universale mi insospettisco, e bisognerà controllare bene come quella delega verrà attuata. Il federalismo determinerà un aumento della spesa pubblica corrente e della burocrazia. O la si accompagna - sostiene - ad una radicale riforma della pubblica amministrazione evitando che le Regioni si trasformino in ministati applicando l’effettivo principio di sussidiarietà o si finirà con il rendere la vita delle persone più difficile”.
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Forza Italia ci vuole mettere il cappello. Il dopo Totò Cuffaro è una partita troppo importante per essere dimenticata da Roma. A meno che da destra non scenda in campo il leader del Movimento per l’autonomia, Raffaele Lombardo e da sinistra non stiano semplicemente a guardare.
“Non è una pretesa nei confronti degli alleati. Ma chiediamo legittimamente un nostro candidato alla presidenza della Regione Siciliana”, ha le idee chiare il coordinatore regionale di Forza Italia, Angelino Alfano, al termine del vertice del partito in vista delle elezioni anticipate da tenere entro il 25 aprile. Stesso concetto espresso dal presidente dei senatori di Forza Italia, Renato Schifani.
Alfano e Schifani. Se si aggiungono Gianfranco Miccichè (presidente dell’Assemblea regionale, molto critico con l’ex Governatore) e Stefania Prestigiacomo, si ottiene la rosa di nomi che si giocheranno la partita degli azzurri per la corsa alla presidenza della Regione. Ma Schifani ha fatto sapere subito di voler restare a Roma. Miccichè ha lanciato la candidatura della Prestigiacomo, incassando molti consensi e il rifiuto di donna Stefania. Per ricambiare il favore, l’ex ministro delle Pari Opportunità ha rilanciato quella di Miccichè. Un ping pong insomma, in attesa di scendere in campo seriamente. Anche nel confronto con gli alleati.
Del poker azzurro, a spuntarla potrebbe essere l’astro nascente: il giovane coordinatore del partito, il 37enne Angelino Alfano, considerato da molti il pupillo di Berlusconi. Per non smentirsi ha già annunciato: “Per le prossime elezioni riproporremo l’atto di ripudio alla mafia, come abbiamo fatto per le amministrative del 2005”. E, con un tocco di praticità: “La novità che Forza Italia potrà e saprà esprimere dovrà consolidarsi non in vaghe riflessioni ma in un programma di autentica riforma per le istituzioni siciliane e per i comparti vitali dell’economia”. Alfano sarebbe un volto nuovo, per l’immagine e lo stile. Quanto alla sua candidatura dice soltanto: “È naturale che si faccia il mio nome, insieme agli altri, in quanto coordinatore del partito”. Ma la sfida è lanciata.
E nel centrodestra l’unico a potere tenere testa agli azzurri è il “gemello diverso” di Cuffaro, Raffaele Lombardo. Stessa formazione (con i salesiani), stessa professione (medico), stessa storia politica (democristiana). Ma con carattere, fisico e temperamento diversi. Più rotondo e passionale, Totò. Più asciutto, freddo e scientifico, Raffaele. A detta di molti, sarebbe proprio Lombardo l’erede naturale alla poltrona di Governatore.
L’uomo capace di salutare Udc e Casini, dimostrando di avere da solo una macchina elettorale perfetta, è a capo della Provincia di Catania ed è leader di un Movimento che ha fatto dell’autonomia la propria bandiera. Geniale al punto di federarsi anche con la Lega Nord e conquistare gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama. Forse perché sente che il momento è delicato, lui non si sbilancia. Anzi, non parla proprio, dribblando con abilità cronisti e telefonate. Eppure, il suo sì alla poltrona che fu di Totò, farebbe cadere ogni “guerra di successione”. Lino Leanza, segretario del Movimento per l’autonomia, nonché vicepresidente della Regione (dalle dimissioni di Cuffaro, di fatto governatore supplente dell’Isola), non ci pensa su e sponsorizza il suo leader: “È il candidato giusto. Sa cosa è bene per la Sicilia e ha dimostrato di saper far valere gli interessi della Regione a Roma e di difenderne l’autonomia. Peccato” ammette Leanza “che lui non voglia, ha sempre rifiutato la candidatura e ancora non ha cambiato idea”.
L’uomo del ponte (come lo chiamano in Sicilia ricordando le sue battaglie per il ponte sullo Stretto, con tanto di marcia su Roma) insomma non dice ancora sì. Aspetta. Per sorprendere, forse. Anche se l’obiettivo potrebbe essere un altro. Lasciare la presidenza della provincia etnea e volare a Roma. Altro che Palermo. A occupare quella casella, in un futuro governo di centrodestra, che nessuno, in altre condizioni, avrebbe negato a Totò Cuffaro: ministro per lo sviluppo del Mezzogiorno e delle infrastrutture. E chissà che non sia questo il vero sogno di Raffaele. E che non sia questo il disegno di Berlusconi che così riuscirebbe a mettere la bandiera di Forza Italia in Sicilia. Con il suo pupillo Alfano. O la maglia rosa Prestigiacomo. Per finire, come nelle migliori commedie, tutti felici e contenti. Il centrodestra insomma, non ha che l’imbarazzo della scelta.

Solo imbarazzo, invece, nel centrosinistra, in cerca ancora di identità e coesione. Con Rita Borsellino, sconfitta nelle scorse elezioni proprio da Cuffaro, che ha dato la disponibilità a spendersi con il proprio impegno e la propria faccia, ricevendo però non grandi entusiasmi. Leoluca Orlando, Italia dei Valori, ex sindaco della primavera di Palermo, chiede le primarie. E quindi avanza una sua candidatura. E poi non mancano discussioni interne al Pd. Dove è subito serpeggiato il nome del capogruppo al Senato, la lady di ferro, Anna Finocchiaro, che si è premurata però di far sapere a Rita: “Io resto a Roma. Sei tu la nostra capolista”. L’estrema sinistra caldeggia l’ipotesi del sindaco di Gela, Rosario Crocetta, “come esponente di un ampio e unitario fronte antimafia”. Altro nome messo in campo, lanciato dal vicesegretario del Pd Tonino Russo, è il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello: “Se desse la sua disponibilità sarebbe una candidatura di rottura”. Rottura che lo stesso Lo Bello non vuole: “L’impegno che ho assunto nel ruolo di Presidente di Confindustria Sicilia è prioritario, esclusivo e quindi incompatibile con qualsiasi impegno politico”. E il centrosinistra è punto e a capo.