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“La fabbrica è crollata?” La gente dell’Aquila vuol tornare al lavoro

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Di Bianca Stancanelli

Del terremoto ha saputo quasi in diretta, con una telefonata del caporeparto della fonderia. “C’erano sette operai al lavoro per il turno di notte. Quando è arrivata la scossa, bisognava dare l’ordine di evacuazione. L’abbiamo fatto, gli operai hanno messo in sicurezza gli impianti e sono andati via”. Trentasei ore dopo, la mattina di martedì 7 aprile, Rodolfo Ciani, 58 anni, veneto, da un anno direttore degli stabilimenti abruzzesi della Otefal, è nella foresteria dell’azienda, nell’area industriale di Bazzano, e fa progetti per il futuro.
“Speriamo di ripartire giovedì, prima di Pasqua. Per ora non abbiamo gas né acqua: l’erogazione è stata sospesa. La Protezione civile si è impegnata a riallacciarli. Rimettere in moto la fabbrica, dopo quest’enorme tragedia, significa dare il senso che la vita continua”.
Con i suoi 240 dipendenti la Otefal, che fa capo a un gruppo con sede a Bergamo, è una delle aziende più grandi di Bazzano, la più piccola ma anche la più recente delle due aree industriali dell’Aquila. Produce coil di alluminio, li vende per il 70 per cento all’estero, dalla Russia a Dubai.
Nella foresteria, il sisma ha lasciato appena un segno: come un’unghiata sulla parete bianca. “In fabbrica, i danni alle strutture sono minimi. Se ce ne sono stati agli impianti, lo capiremo rimettendoli in moto” dice il direttore. “Dopo Pasqua, vorremmo riprendere il regime normale. Anche per dare coraggio agli operai: gente giovane, che si era appena costruita la casa e l’ha vista crollare”. L’area industriale di Bazzano si apre nel cuore della zona più colpita dal terremoto, fra le macerie di Onna, rasa al suolo, e i centri storici devastati di Paganica e Tempera. Qui abitavano gli operai delle piccole e medie fabbriche allineate lungo i grandi viali: aziende di materie plastiche, mobilifici, fabbriche per la produzione di prefabbricati. Qua e là le scosse hanno lasciato il segno. Alla Vibac, che lavora materie plastiche, con turni di 24 ore, alcune grandi cisterne appaiono piegate, come se una grossa mano le avesse strette in un pugno.
“Gli stabilimenti sono tutti prefabbricati, costruiti con criteri antisismici. Sono fatti per non crollare” precisa Gianni Trebbi, milanese, da 19 anni direttore della Rossini, un’azienda che impiega 57 operai. “Ma se entra da noi, che facciamo cilindri per macchine a stampa, trova tutto per terra”.

Martedì 7 aprile Trebbi è andato in fabbrica, tra i capannoni deserti, per constatare i danni e decidere che fare. “Ero sul piazzale quando è arrivata l’ennesima scossa. Parlavo con Milano, con un’azienda di cui siamo fornitori. Che cosa prevedete, mi stavano domandando. Ma come si fa a prevedere, ho risposto io. E in quel momento ho visto i capannoni tremare”. Niente panico: “Prima del terremoto, con le scosse quasi quasi si era imparato a convivere. Da dicembre si andava avanti così, con le scossette”. Anche Marcello Sartorelli, 47 anni, abruzzese, era nel piazzale davanti alla sua azienda, la Carteco, che fabbrica prodotti in carta, quando, per un lungo momento, la terra è tornata a tremare. “Stavo entrando e ha rifatto il terremoto” racconta. “Se continua così, non puoi dire alla gente di tornare in fabbrica”. I suoi 25 dipendenti Sartorelli li ha sentiti uno per uno. “Chi ha avuto la casa distrutta, chi la macchina: abitano tutti qui intorno, nessuno è stato risparmiato. Ma sono vivi, e con loro le famiglie. Uno soltanto ha avuto una disgrazia: lo zio gli è morto per infarto mentre dormiva in macchina, la notte dopo il terremoto”.
Al confronto, il conto dei danni, in fabbrica, è leggero. “Si è spaccata una vetrata, una parte del controsoffitto è venuta giù, però la struttura ha retto bene” racconta il proprietario. “Dopo Pasqua vedremo che fare. Era già un periodo difficile, ma bisogna cercare di andare avanti”. Preoccupano, adesso, le scadenze. Elenca Sartorelli: “Il 15 aprile tocca versare l’iva, entro il 16 si pagano i contributi Inps per i dipendenti. L’impiegato che fa la contabilità è sfollato a Pescara, in un albergo: la sua casa è inagibile. Ho sentito che la Confindustria dovrà riunirsi per decidere come affrontare le difficoltà delle aziende. Sentiremo…”.
Pochi capannoni più in là, nel grande piazzale della Edimo, c’è un gruppetto di operai in ansia. Nei due stabilimenti dell’azienda, specializzata in prefabbricati, lavoravano in 350. Dal primo piano dello stabilimento, alle 13 di martedì, arrivano le voci di proprietari e manager: c’è una riunione in corso, animatissima. Azienda in crescita, la Edimo ha fabbricato ponti per autostrade, strutture per gli aeroporti di Bergamo e Malpensa, infissi per la base Nato di Vicenza. “Ce la vogliamo tenere stretta questa fabbrica” dice un operaio alto e magro, che racconta d’avere una moglie in cassa integrazione e due bambini. Aggiunge: “Qui all’Aquila si faceva già fatica a vivere, con le aziende che chiudono, come l’Italtel, ben prima della crisi. La Edimo assumeva, invece”.
Lo ascolta un giovane di 26 anni, che aveva appena conquistato un contratto di tre mesi. “Ho cominciato a lavorare a vent’anni, finora sempre in nero” racconta. “Sono stato manovale, poi barista nel finesettimana… Questa botta all’Aquila non ci voleva. Già era morta di suo, ora il terremoto l’ha finita di piegare”. La paura è che, sotto le macerie, possa restare anche l’economia della città. Un altro operaio, un giovane di 36 anni, che ha perso nel terremoto la casa sua e quella dei genitori, vede buio nel futuro: “Se non c’è l’università, L’Aquila crolla. Gli esercizi commerciali si reggevano tutti con gli studenti”.
Dagli stabilimenti della Otefal il direttore Ciani dice con simpatia: “Gli abruzzesi sono gente tenace. Si riprenderanno, non ho dubbi. Se potessi dar loro un consiglio, questo vorrei suggerire: non devono aspettarsi niente, ma fare. Devono prendere esempio dal Friuli, non dall’Irpinia”.

In soccorso dell’Abruzzo: quei medici che prima scavano e poi operano

medico

Guai a chiamarli eroi. Dicono che hanno fatto solo il loro dovere. Ma due cose vanno dette. La prima è che tutti i medici e gli infermieri dell’ospedale Nuovo hanno vissuto la terribile scossa occupandosi subito di se stessi, dei propri cari, degli amici del piano di sotto; la seconda è che, senza alcuna chiamata, si sono riversati sul proprio posto di lavoro.
Storie di gente che ha visto morire il figlio e subito dopo è andata a salvare un anonimo ragazzo, con i camici chiusi con il cerotto, con il filo di sutura che non c’era più, con le garze esaurite. Le barelle sistemate sull’asfalto, e dai a ridurre una frattura, a praticare un massaggio cardiaco, a tamponare una ferita che sembrava una fontana. La vita contro la morte: un pediatra ha perso moglie e due figlie, un medico di base e sua moglie ematologa hanno visto andarsene Filippo, il loro ragazzo di 16 anni, un cardiologo non ha più né moglie né figlia, un anestesista ha perso la moglie e il figlio è in rianimazione. Ma tutti, prima ancora di capire e di piangere, sono tornati lì dove forse qualcosa, forse moltissimo, si poteva ancora fare.

Guido Liris è un giovane di 29 anni, specializzando in igiene: “Dormivo, con i miei genitori e i miei fratelli. La nostra casa, seppur lesionata, ha retto ma quella dello zio Armando, che è accanto alla nostra, è implosa, tutto crollato. Ho preso le medicine che potevano servire, adrenalina, ossigeno, filo di sutura, e ci siamo messi a scavare con le mani o con una pala. Era una lotta impossibile. Lì sotto c’erano lo zio e mia cugina Barbara di 35 anni. Noi abitiamo a Pianola, un piccolo centro vicino all’Aquila, e stavamo tutti lì a scavare. Barbara l’abbiamo tirata fuori abbastanza presto, stava bene, un armadio le era crollato addosso e così i calcinacci non l’avevano seppellita. Ma dello zio nessuna notizia. Dopo un’ora e mezzo dalla scossa un amico mi urla: “Corri Guido, c’è lo zio, è vivo, è caldo”. Sono arrivato con tutto quello che poteva servire. Lo vedo con gli occhi chiusi ma caldo, effettivamente. Vicino a lui una maschera per l’ossigeno che usava per un problema respiratorio. L’ossigeno deve avergli allungato un po’ la vita ma poi non ce l’ha fatta. Fossimo arrivati poco prima…”.

Estratto il corpo dello zio e assicuratosi che tutto era in sicurezza, Liris è montato in macchina ed è corso in ospedale. Lui è delegato sindacale dei 450 specializzandi, una specie di sindacalista di destra, visto che fino allo scioglimento di An è stato il coordinatore provinciale di Azione giovani. “La prima immagine è stata la grande nuvola di polvere scura sopra il centro storico della mia città. Era ancora buio, ma si vedeva questa cappa nera sopra i miei campanili medioevali. Arrivo in ospedale e quello che vedo non si può raccontare. Altro che Er, altro che i film apocalittici. C’erano già quasi tutti i malati portati fuori, i feriti che arrivavano in continuazione, ma non potevamo metterli dentro perché dentro era tutto sfasciato. Primari e infermieri, specializzandi e portantini, tutti insieme. Un caos pazzesco, poco coordinamento, come è logico, ma una grande pagina di solidarietà. La cosa bella in questi momenti è che si muove uno e si muovono tutti. Decidiamo di tirare fuori i malati dell’ultimo reparto: rianimazione. Li abbiamo portati fuori con le flebo e i respiratori attaccati, intanto i nostri primari chiamavano i loro colleghi di altri ospedali: “Ho uno in coma oncologico, te lo puoi prendere? L’ambulanza è già pronta”. Poi è successo il peggio: arrivavano, scaricati da macchine, centinaia di feriti e lì riconoscevi l’amico, il figlio del barista, il lontano parente. E più passava il tempo, più i morti erano superiori ai vivi”.
Va bene, niente eroi, però dopo aver lavorato 18 ore consecutive andando a prendere nei reparti lesionati e abbandonati garze, pinze e filo di sutura il nostro Guido è tornato a Pianola e con un’infermiera amica sua ha messo su in quattro e quattr’otto un presidio medico nel campo sportivo del paese: “Rifacciamo le medicazioni fatte in tutta fretta quella notte, diamo pasti caldi a 300 persone. Ho staccato solo mezz’ora e purtroppo quando riaccendo il cellulare è quasi sempre qualcuno che mi dice: “Hai saputo di Tizio? È morto”.
L’ospedale da fuori sembra pure bello e nuovo, come il suo nome. Ci sono voluti 26 anni per costruirlo e consegnarlo in pompa magna appena nove anni fa. Cemento armato e struttura antisismica, tanti reparti uno separato dall’altro come un aeroporto con tanti terminal. Ma ha retto solo il cemento armato, mentre i tramezzi, i controsoffitti, i cornicioni e molte pareti laterali si sono sfarinati sotto le scosse.

“Siamo in zona sismica ma non abbiamo mai fatto alcuna esercitazione” dice il primario di neurologia, così tutti i 500 malati sono stati evacuati in tempi record grazie al lavoro del personale e della Protezione civile. Ora è stato allestito nel prato dietro questo monumento all’inutilità un ospedale da campo. C’è naturalmente la tenda del pronto soccorso, quella per il deposito dei medicinali, quella per la pediatria, quella per le prescrizioni dei farmaci, quella per l’ostetricia. Sandra Moro è un altro dei tanti medici non eroi: “Vivo a Paganica, uno dei paesi più colpiti. Noi tutti bene, mio marito e i miei due figli. Dopo le prime ore sono scesa quaggiù a vedere cosa c’era da fare. Non immaginavo di trovare l’inferno. Sono ginecologa e la prima cosa è stata mettere in sicurezza le nostre pazienti. Una donna era arrivata alla massima dilatazione e ha partorito in ambulanza. Ma poi c’erano da curare i feriti, cucire, fasciare, rianimare. Ho detto: io so far nascere i bambini ma voi utilizzatemi per qualsiasi cosa. No, non c’era tempo per pregare”.
Oppure Vincenzo Corridore, otorino: “Ovvio, prima abbiamo scavato per tirare fuori i nostri vicini di casa e poi in ospedale. Sono arrivato alle 6 e ho visto cose che non avrei mai pensato di vedere. “Trovatemi un paio di forbici” diceva uno, e io a correre in un reparto a prendere dagli armadietti tutto quello che poteva servire”.
Per carità, nessun eroe, hanno solo fatto il proprio dovere. Mariapia Lepidi è una giovane infermiera oncologica: era qui di turno e dopo aver trascinato insieme a una collega i 14 suoi malati si è messa a disinfettare e pulire, a fare iniezioni e prelievi per altre 18 ore, senza mangiare e bevendo solo 12 ore dopo, quando è arrivata un po’ d’acqua. O ti raccontano di quanto è stata brava Benita Capannolo, anestesista che si è fatta in 12 per alleviare le sofferenze dei moribondi che transitavano nel pronto soccorso all’aperto. O di Marina Tobia, primaria di ginecologia ospedaliera che sembrava la più giovane delle infermiere per quanta forza e umiltà metteva nel suo soccorrere chiunque. “Felice il Paese che non ha bisogno di eroi” fa dire Bertold Brecht al suo Galileo Galilei. Vero, però che consolazione il Paese che ogni tanto trova tanta gente che sa fare così bene il proprio dovere.

In prima linea in Abruzzo. Mi chiamo Bertolaso, risolvo problemi

bertoberlu

Come John Travolta in Pulp fiction, anche Silvio Berlusconi ha il suo Mr Wolf: “Sono Wolf, risolvo problemi” si presenta Harvey Keitel nel celebre film di Quentin Tarantino. Il Wolf italiano si chiama Guido Bertolaso, medico romano 59enne (con master a Liverpool in malattie tropicali ed esperienza sul campo in Africa e Cambogia), dal 1996 capo della Protezione civile (fra interruzioni e vicissitudini sotto i governi di centrosinistra) e dal 2008 anche sottosegretario a Palazzo Chigi per l’emergenza rifiuti in Campania e, di fatto, per tutte le altre emergenze nazionali. Che come è noto in Italia non mancano mai. Berlusconi lo ha voluto al proprio fianco nel primo consiglio dei ministri, a Napoli, come simbolo di due cose che al premier piacciono parecchio: la politica del fare contrapposta a quella delle chiacchiere; la rapidità di decisione aggirando gelosie politiche, pastoie burocratiche e, possibilmente, anche economiche.
Oggi Bertolaso si occupa dei terremotati dell’Abruzzo, ma il Cavaliere l’aveva subito rimesso in sella come commissario straordinario ai rifiuti: carica da cui durante il governo dell’Unione era stato costretto a dimettersi per le pressioni congiunte dei Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio, dei sindaci antidiscariche e, pare, degli interessi della camorra abituata a dettare le regole, non a farsele dettare da qualche plenipotenziario di Roma.
Romano Prodi allora non lo difese e Bertolaso non ha dimenticato. Così come non ha mai dimenticato come era stato scaricato dal precedente esecutivo di centrosinistra: nominato nel 1996 capo del dipartimento Protezione civile di Palazzo Chigi, Bertolaso venne esautorato da Franco Barberi, vulcanologo e sottosegretario, per il quale l’Ulivo mise in piedi un’agenzia ad hoc “per garantire l’indipendenza dal governo”. Barberi fu a sua volta travolto dalla gestione del terremoto in Umbria nel 1997 e soprattutto, nel 2000, dallo scandalo della missione Arcobaleno in Kosovo rivelato da Panorama. Allora a Palazzo Chigi c’era Massimo D’Alema, mentre al dipartimento per la Protezione civile era stata promossa Anna Maria D’Ascenso, prefetto di lungo corso gradito alla sinistra (oggi è capodipartimento dei Vigili del fuoco).
Fu poi Berlusconi, nel 2001, a restituire a Bertolaso la poltrona della Protezione civile e a dotarlo per la prima volta di mezzi e poteri, il tutto fra le proteste dei Ds e della Cgil, potente tra i ministeriali. Poteri definitivamente rafforzati e moltiplicati da una direttiva firmata dal premier il 3 dicembre 2008 che assegna alla Protezione civile, e dunque a Bertolaso, “il coordinamento dell’intera gestione delle emergenze con l’istituzione presso il dipartimento, 24 ore su 24, di un sistema che in configurazione ordinaria è presente presso i Vigili del fuoco, le forze armate, la Polizia di Stato, i Carabinieri, la Guardia di finanza, il Corpo forestale e le capitanerie di porto; al quale si aggiungono in situazione di configurazione straordinaria, in caso di emergenza nazionale, le aziende del sistema Italia componenti della Protezione civile”.
È grazie a questo atto che Bertolaso comanda direttamente su 55 tra direzioni, servizi e uffici e, ogni volta che viene dichiarato uno stato di emergenza, coordina un imponente apparato militare e civile. Può disporre di flussi di denaro trasmessi direttamente da Palazzo Chigi.
Eppure, tanto potere nelle mani di un uomo solo non ha mai prodotto uno scandalo, un’interrogazione parlamentare, un’indagine seria da parte della giustizia amministrativa e penale. Nulla, se si eccettua a febbraio 2009 l’inchiesta scagliatagli contro dalla magistratura di Napoli per la gestione dei rifiuti, e simpaticamente denominata “Rompiballe”: dove le balle sarebbero quelle della spazzatura. Indagine spalleggiata dall’Italia dei valori di Antonio Di Pietro (anche oggi, assieme all’ex no global Vittorio Agnoletto e qualche ex ds, tra i pochi ad attaccare Bertolaso per il terremoto in Abruzzo), e che allora, per non colpire lui, investì Marta Di Gennaro, uno dei suoi due vice.
Questo civil servant che ha sempre rifiutato la grisaglia ministeriale a favore del maglioncino con bordi e scudetto tricolore (anche quello assai apprezzato da Berlusconi), mutuato dalla divisa dei piloti militari e dal ricordo del padre, primo collaudatore nel 1963 dell’F-104, sa benissimo da che parte gli vengono insidie e invidie. Però si è sempre professato rigorosamente bipartisan, “un cattolico praticante che ha come mito Albert Schweitzer e il suo ospedale in Gabon”.
Ma che tuttavia non nasconde i politici ai quali si sente più affine: un tragitto che parte da Giulio Andreotti, che nel 1982 lo chiamò alla Farnesina come responsabile dell’assistenza sanitaria ai paesi poveri; che sfiora Francesco Rutelli (per il quale organizza la logistica del Giubileo), e approda forse definitivamente a Gianni Letta. Il suo grande e vero sponsor a Palazzo Chigi.
Il potere e le responsabilità attuali li deve a lui e a Berlusconi. Mentre la fama di risolviproblemi gli procura cariche di commissario a ripetizione.
Gianni Alemanno gli ha assegnato quella per la piena del Tevere nell’inverno scorso e pochi giorni fa un’altra al patrimonio archeologico. È stato fra l’altro commissario per l’emergenza Sars nel 2003 e nel 2004, per i mondiali di ciclismo di Varese del 2008 e per la frana di Cavallerizzo di Cerzeto nel 2005.
Incarichi che hanno fatto lievitare la lista delle onorificenze (ultima, la legion d’onore) e la dichiarazione dei redditi: 1.013.822 euro nel 2007, di cui 236 mila come capo della Protezione civile.
Ma che hanno anche aumentato antipatizzanti e polemiche anche nel centrodestra: con l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu, che difendeva il potere dei prefetti, non si è mai preso. Ha polemizzato con Gianfranco Fini sugli aiuti umanitari per l’estero, e con La Repubblica per l’organizzazione del prossimo G8 della Maddalena, di cui è commissario.
Ha incrociato il fioretto con Mariastella Gelmini denunciando, dopo il crollo di Rivoli, l’incuria degli edifici scolastici. E quando nel pacchetto sicurezza sono spuntate le ronde ha inviato a tutte le regioni, province, prefetture, organizzazioni di volontariato e al Viminale una lettera di tre pagine diffidando dall’utilizzare “personale e mezzi della Protezione civile”. Umberto Bossi e Roberto Maroni non hanno fatto una piega. Men che meno Berlusconi.

I danni del terremoto? In Italia niente polizze, paga solo lo Stato

i soccorsi dell'unità cinofila

Un territorio ad alto rischio, in cui oltre il 45% dei Comuni è posizionato in zone soggette a disastri naturali, e in cui dal 1997 al 2003 i danni provocati da calamità sono ammontati a 32 miliardi di euro. La mappa dell’Italia è quella di un Paese continuamente a repentaglio per alluvioni, smottamenti, siccità, valanghe e terremoti.
Eppure l’Italia è uno dei pochi paesi dove a coprire tutti i danni è solo lo Stato. Che si tratti di interruzione di strade, di crolli del patrimonio artistico o di danneggiamenti a case private a pagare i costi è solo il sistema pubblico. In gran parte degli altri Paesi esiste invece, sottolinea uno studio dell’Ania (l’associazione delle imprese assicurative), un sistema misto di collaborazione tra pubblico e privato.
L’assicurazione contro le calamità è infatti obbligatoria o semi-obbligatoria e i danni privati vengono coperti dalle compagnie di assicurazione. Lo Stato interviene solo nel caso di un evento catastrofale di dimensioni davvero eccezionali.
Italia: La logica della centralità dello Stato nel modello adottato in Italia, spiega l’Ania, ha sostanzialmente obbligato il sistema pubblico a coprire i grandi danni avvenuti nel Paese. Lo Stato italiano è infatti responsabile della gestione dei pagamenti e delle valutazioni dei danni, mediante un procedimento burocratico che inizia, a seguito dell’accadimento del disastro, con la dichiarazione governativa di emergenza e finisce con la distribuzione delle risorse finanziarie, attraverso le istituzioni regionali e comunali, a coloro che ne hanno fatto richiesta. Tuttavia l’intero processo “ha tempi piuttosto lunghi e risulta spesso inefficace e complesso”. Secondo Confedilizia in realtà una legge che istituisce le polizze anticalamità esiste, ma è rimasta inapplicata a causa della mancanza dei decreti attuativi.
Secondo una stima dell’Ocse, lo Stato italiano ha provveduto al pagamento di danni per 35 miliardi di euro negli ultimi 10 anni. I dati forniti dal Dipartimento della Protezione Civile indicano che dal 1997 al 2003 i danni materiali provocati in Italia da calamità naturali sono ammontati a circa 32 miliardi di euro. Il 1997 è stato l’anno con i danni più ingenti, con oltre 11 miliardi, a causa del sisma che colpì Marche e Umbria.
Francia: vige il principio dell’ obbligatorietà: privati e imprese devono stipulare una polizza antincendio sugli immobili, che contiene una clausola contro le calamità naturali, con le compagnie di assicurazioni private. Lo Stato, per consentire alle compagnie di garantire rischi di difficile copertura, interviene con una società di riassicurazione pubblica - la Caisse Centrale de Reinsurance - che offre alle compagnie la possibilità di riassicurarsi a un tasso fisso di cessione.
Spagna: Anche qui l’assicurazione è obbligatoria, ma diversamente dalla Francia, non sono le compagnie private a sottoscrivere le garanzie relative al rischio straordinario, che vengono assunte direttamente dal Consorcio de Compensacion de Seguros, ente statale che opera in base a criteri privatistici, con entrate costituite dai premi riscossi.

Il VIDEO servizio:

Abruzzo: i senza tetto, senza tutto. Come vivere non avendo più nulla

tendopoli

di Pietrangelo Buttafuoco dall’Aquila

Le mille piccole cose la cui presenza si rivela solo nell’assenza sono appunto un ricordo sotto il provvisorio, ma solido telo della tenda: il calduccio, la poltrona, il giornale, il notiziario, il bidet, la scarpa comoda, il sapone, il buon bicchiere di quello buono. E le mutande pulite. Le dolci abitudini, alla cui rinuncia non si è più preparati, sono l’insormontabile. È difficilmente valicabile, è il guaio che si aggiunge al lutto, allo spavento, adesso che la vita ha messo in conto di risolversela a mani nude.
Nude sono le mani di donne e uomini radunati nell’accampamento di dolore, arti in cerca di protesi rassicuranti: un volante per guidare l’automobile anche solo per passare il tempo, un telefono anche solo per dire due scemenze, il telecomando Sky, infine, “giusto adesso”, dice in apoteosi d’ironia Michele Di Nardo da Paganica, “che siamo protagonisti 24 ore al giorno”.
Il benessere diffuso ha reso sterili gli anticorpi di difesa contro il niente e il poco che tocca a chi, non avendo più casa, si trova sotto il nudo cielo che, a far dispetto, sputa la sua stupida pioggia. Quando alle 11.30 di martedì la terra si scheggia con una scossa proprio boia, c’è un canazzo buttato all’angolo della tendopoli di Coppito che quasi se la scava la fossa e c’infila il muso. I cani, si sa, fiutano la malaventura e se la cavano. Sono gli umani che difettano nel regolare i conti col fato. E tutte queste mani nude sono ciò che siamo stati nella notte dei tempi: preda di incendi, tempeste, guerre, cataclismi appunto, distruzione e selezione.
Muore un bimbo e l’altro no. Senza ragione alcuna. Crolla una casa e l’altra no, magari il giorno dopo. Si dice tabula rasa, o meglio: “livella”. Fabio Tricarico, reporter televisivo, svelto d’occhio, ci indica la scena che sta facendo ingoiare alla telecamera, il suo bloc-notes digitale. Questa l’immagine: le giostrine dei nomadi rom. Sono come dimenticate accanto al fianco destro della tendopoli di Coppito. Appunto: come distinguere adesso tra gli uni e gli altri, fra una sventura e l’altra, tra un fotogramma che sembra Gaza e invece è Onna, tra un italiano che sembra un moldavo, un macedone, uno zingaro, un clandestino, un ultimo della terra sulla nuda terra?
Mani nude affamate di vita quotidiana sono quelle emerse dopo la prima notte trascorsa in tenda. La farmacia di corso Federico II, all’Aquila, è stata riaperta e subito chiusa. Una signora della Protezione civile sta dettando l’elenco dei beni di prima necessità. Abbassa il tono di voce quando, con velocità circospetta, dice “carta igienica”. Un collega annuisce. Ne serve tanta. A Onna è quasi scoppiata una rivolta per la mancanza di servizi igienici.
Tutte queste mani nude alle prese con il niente e con il poco sentono svegliare dentro la pelle il selvaggio che sa di dover ruggire per avere una coperta, un cubo di latte condensato, un pezzo di brodo solido, la carta igienica. Se non è un mondo simile a un ospedale, quello degli sfollati è piuttosto qualcosa di simile a un campo di sperimentazione buono per un etologo bastardo che si diverte a fare scienza riportando tutte le sue cavie a una dimensione animale.
Uomini e donne cui il benessere diffuso ha fatto dono del superfluo bramano adesso coperte, giacche mimetiche, teli impermeabili e spazio. Quello spazio vitale che è millimetri tra branda e branda, dove ognuno rastrella la possibile replica di ciò che fu una casa.
Antonella, una giovane donna di San Demetrio, avrà rimboccato almeno otto volte la coperta sulla branda. Un’infinità di volte, invece, ha contato e catalogato il proprio bagaglio. Lucia di Villa Sant’Angelo mi ha detto che odia a tal punto il pigiama da aver fatto voto di non volerne più. In verità lo indossa ancora, sono passate 48 ore da quando se n’è scappata di casa a piedi nudi e dal pigiama non sembra staccarsi neppure quando le viene offerto di scegliere qualcosa da un mucchio di vestiario. Piuttosto si mette coperte addosso. Conseguenze del trauma, direbbe l’etologo che ci vuole tutti animali in un mondo boia. Nel frattempo Lucia infratta tutto il mucchietto nuovo sotto il letto.
Ci vorrebbe un reportage tutto su quello che sta sotto le brande. Ne verrebbe fuori la mappatura della misericordia. In tempo di soli cinque minuti tutti hanno chiara la geografia del quartiere in ogni zona dell’accampamento.
Perfino il linguaggio è già saputo e ognuno sa che cosa vuole dire unità meccanica: “Vuol dire che quando si muovono le pale e le scavatrici è chiaro che sotto i muri caduti non c’è più la gente viva” spiega un ragazzino di almeno 13 anni. “Altrimenti si scava con le mani” aggiunge una donna in età, probabilmente la nonna, esperta di salvataggio. “Bertolaso” prosegue la signora, che con gesto continuo piega l’asola della vestaglia, “ha spiegato che anche il solo movimento di una tegola può provocare la morte”. Sotto una branda scorgo una nuda e solitaria tegola.
La visione delle brande è visione di ordine, ma niente e poco sono il pane e il companatico e tanto basta. Le brande sono il territorio del guadagno, la zona di caccia. E tutto lo spazio è campo di bracconeria. Non suoni blasfemo in tanto dolore, ma alle porte dell’afrore ferino del chiuso e del rinchiuso di così straziante disperazione bussa un erotismo inaudito. È l’idea della sopravvivenza. È il fiuto della salvezza che cerca la strada sua facendosi largo a bracciate tra la terra boia e il lutto. Sono i nostri codici genetici che allertano la vita alla preservazione della specie.
Dispersi, morti e feriti nel terremoto che ha sconvolto l'Abruzzo

Pigiami lerci e mani nude sono l’avanguardia di un’esplosione di vita ed è per questo che i poveri sono in vantaggio. Partono dall’assenza delle mille piccole cose che fanno l’abitudine del benessere diffuso. In un dolore così grande si ribaltano i ruoli sociali. Pastori, manovali, braccianti, immigrati e ragazzi assumono, naturaliter, i ruoli di un’élite spontanea fatta di vigore e forza. L’agilità di movimento prevale sulla stanca e cinica autorità intellettuale. I professionisti e gli agiati cedono il passo ed è il carisma immediato di chi sa risolvere i problemi che fa la differenza e la legge. Non si distinguono gli affamati di ieri e quelli messi a digiuno oggi.
Nude sono le mani, ma c’è anche l’istinto di Dio tra queste pietre. La prima alba di Onna è sembrata una replica di Gaza. Il paesino, come del resto i tanti altri luoghi abitati da molti immigrati, accoglieva alcuni musulmani. S’è udita la chiamata e, in cinque, si sono genuflessi in direzione sud-est e si sono fatti venire le lacrime agli occhi pregando Allah.
Anche la mano di Dio è nuda. A Castelnuovo, infine, dove la chiesa di San Silvestro non c’è più, giusto fra le sacre rovine è stato visto aggirarsi, come un disperato, un giovanotto. Non c’è più possibilità che possa trovarsi anima viva tra i detriti della chiesa, eppure quella figura dolente è stata vista e poi tenuta lontana dalle unità cinofile.
Qualcuno avrà magari sospettato uno sciacallo in cerca d’ori e preziosi sotto le mentite spoglie di un devoto, ma sincero s’è rivelato quando finalmente ha spiegato cosa stava cercando tra le rovine di San Silvestro: “Le ostie, le particole di Nostro Signore Gesù. Come non pensare di portare in salvo il Cristo?”.

A L’Aquila 205 bare allineate. L’Italia piange le vittime del terremoto

bara

Oggi è il giorno del lutto. Oggi, venerdì santo per i cattolici, l’Italia intera, e non solo l’Abruzzo, piange le vittime del terremoto.
Migliaia di persone sono accorse alla caserma della Guardia di Finanza di Coppito, a un passo dall’Aquila, per le esequie solenni. Funerali di Stato, nel giorno del lutto nazionale. La commozione è immensa: più di 200 bare allineate (le restanti 80 vittime identificate avranno funerali altrove), nelle prime file i parenti delle vittime. Dietro le transenne decine e decine di cameramen e fotografi, mentre un grande palco è stato allestito proprio di fronte alla lunga distesa di bare.

Presenti le massime cariche dello Stato. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è arrivato a L’Aquila. Oltre a Napolitano ci sono i presidente della Camera, Gianfranco Fini, del Senato, Renato Schifani, e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, (seduto però tra i parenti delle vittime e non tra le autorità) accompagnato dai sottosegretari Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Nell’enorme piazzale sono giunti anche il presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e il vicepresidente della commissione Europea, Antonio Tajani. Numerosi anche i rappresentanti dell’opposizione: dal segretario del Pd, Dario Franceschini a Piero Fassino, dal segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero a quello dell’Unione di centro, Lorenzo Cesa. A omaggiare le vittime del sisma anche il direttore generale della Rai, Mauro Masi.
Presenti anche le rappresentanze di tutti gli enti del volontariato e del soccorso che in questi giorni si sono prodigati per salvare vite umane dalla trappola delle macerie degli edifici crollati.

Per consentire lo svolgimento dei funerali, nel giorno in cui la Chiesa ricorda la crocefissione di Gesù, è arrivata la dispensa straordinaria del Papa. A officiare le esquie, il segretario di Stato vaticano, monsignor Tarcisio Bertone. Sotto le macerie delle loro case, nella notte tra domenica e lunedì, se ne sono andate intere famiglie: genitori e figli, neonati e anziani, amici di sempre e vicini di casa, tutti accomunati dalla stessa drammatica fine. La disposizione delle bare, davanti all’altare allestito sulla scalinata che conduce al palazzetto dello sport, è iniziata nella notte.
L’Italia intera è oggi raccolta attorno alle bare delle vittime del terremoto, e mostra di credere nei valori della solidarietà e fraternità. Questi sono valori saldi nel popolo italiano, ha detto il cardinal Bertone, invitando “all’omaggio alle vittime”, al “compianto e alla preghiera, stretti idealmente attorno alle bare” e accanto alle “autorità civile e militari che testimoniano la solidale presenza dell’intero popolo italiano”. Così il segretario di Stato vaticano, che presiede i funerali delle vittime del sisma, ha esortato nell’omelia (qui il testo integrale) alla vicinanza con quanti stanno facendo “l’esperienza di essere spogliati di tutto. In questa vostra città e nei paesi vicini, che hanno conosciuto altri momenti difficili nella loro storia” ha detto “si raccoglie oggi idealmente l’Italia intera, che ha dimostrato, anche in questa difficile prova, quanto siano saldi i valori della solidarietà e della fraternità ce la segnano in profondità”.
Poi un messaggio di speranza: “Si tornerà con più forza, con più coraggio a ridare vita a questi luoghi; con la forza e la dignità d’animo che vi contraddistingue. Si avverte già nell’aria” ha aggiunto “che sotto le macerie c’è la voglia di ripartire, di ricostruire, di tornare a sognare”.
L'Aquila: il giorno del lutto
Il Papa, che visiterà le zone terremotate subito dopo Pasqua, ha delegato a partecipare anche il suo segretario personale, monsignor Georg Gaenswein, e il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata. Per l’occasione è stato proclamato anche il lutto nazionale: a piangere i caduti dell’Aquila sarà tutta l’Italia.
“Mi sento spiritualmente presente in mezzo a voi per condividere la vostra angoscia”, ha scritto il Papa nel messaggio letto da padre Georg all’inizio del rito esequiale. “In momenti come questi” spiega il Pontefice “fonte di luce e di speranza resta la fede, che proprio in questi giorni ci parla della sofferenza del Figlio di Dio fattosi uomo per noi: la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione siano per tutti sorgente di conforto e aprono il cuore di ciascuno alla contemplazione di quella vita in cui non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
Poi Benedetto XVI ha sottolineato la solidarietà: “Sono certo che con l’impegno di tutti si può far fronte alle necessità più impellenti. La violenza del sisma ha creato situazioni di singolare difficoltà. Ho seguito gli sviluppi del devastante fenomeno tellurico dalla prima scossa di terremoto, che si è avvertita anche in Vaticano, e ho notato con favore il manifestarsi di una crescente onda di solidarietà grazie alla quale si sono venuti organizzando i primi soccorsi, in vista di un’azione sempre più incisiva sia dello Stato che delle istituzioni ecclesiali, come anche dei privati”.
In concomitanza con l’inizio della celebrazione la campana più grande del mondo suonerà a morto per le vittime. La “Maria Dolens”, di oltre 220 quintali collocata sul Colle Miaravalle a Rovereto, nel Trentino scandirà cento rintocchi a lutto.

Meno di 150 feretri, al termine dei funerali di Stato verranno ospitati all’interno del cimitero comunale dell’Aquila. Le bare saranno sistemate provvisoriamente in uno stabile in cemento armato di nuovissima costruzione, posto a ridosso dell’ingresso di via Acquasanta. Tutte le altre bare raggiungeranno i comuni di origine delle vittime del terremoto.
La cerimonia è stata seguita anche nelle tendopoli degli sfollati. Un piccolo gruppo di anziani, una decina, si è riunito in una tenda, nel campo per gli sfollati di Onna, per assistere al funerale in corso a L’Aquila. Con gli occhi lucidi, in silenzio davanti a un piccolo televisore rimediato e fatto funzionare con mezzi di fortuna, hanno ascoltato senza dire una parola l’omelia del cardinale Bertone. In paese sono rimasti anche alcuni bambini, che in questi momenti sono rimasti fuori dalle tende a giocare.

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, tra i familiari delle vittime durante i solenni funerali

Non si sono fermati invece, per i funerali, i lavori dei volontari del campo. Nonostante la commozione che in coincidenza con le esequie pervade anche chi, da giorni, è impegnato per alleviare le sofferenze degli sfollati, sono ancora troppe le cose da fare, i lavori da ultimare per permettersi di fermarsi anche solo un paio d’ore.

Il VIDEO servizio:

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Abruzzo, ennesima forte scossa. Il primo elenco provvisorio delle vittime

la lunga notte degli sfollati

Non conoscono tregua, le popolazioni dell’Abruzzo. Lo sciame sismico non cessa: da lunedì mattina a oggi, la terra non ha mai smesso di tremare.
E se, come dicono gli esperti, l’epicentro si sta spsotando a nord, le scosse di assestamento non lasciano tranquilli gli sfollati. Non “consola” nemmeno sapere che le scosse di assestamento, paradossalmente, possono essere considerate “una buona notizia”: significa che l’energia della terra si sta scaricando piano piano, segno che il terremoto che ha stritolato, nella notte di lunedì, L’Aquila e dintorni, va lentamente ad affievolirsi.

La forte scossa di terremoto nell’aquilano intorno alle 21.40, è stata avvertita anche a Roma. La scossa, secondo i primi rilievi, è stata di magnitudo di 4.9 ed è stata una tra le repliche più importanti dal 6 aprile. È stata avvertita distintamente in gran parte dell’Umbria e ha causato il crollo di una casa vuota in via Roma all’Aquila.
Il terremoto è stato avvertito anche a Spoleto, Foligno e Perugia. L’epicentro è stato a nord dell’Aquila, in un’area compresa tra i comuni di Barete, Capitignano e Campo Tosto.

Intanto, la Guardia di Finanza ha diffuso la notizia che aggrava il bilancio delle vittime. Il numero dei morti, estratti dalle macerie, è salito a 289: sono stati ritrovati altri due corpi sotto le macerie di un palazzo in via Roma, a L’Aquila. Il decesso, secondo la guardia di finanza, è seguito alla forte scossa registrata dopo le 22 di ieri. Le vittime, una madre di 53 anni e la figlia di 18, erano entrate in casa per recuperare dei vestiti. Proprio oggi, sono iniziati da parte delle squadre dei Vigili del Fuoco i primi rilevamenti sulla staticità degli edifici. 85 gli ingegneri specializzati che stanno operando: il lavoro risulta particolarmente difficoltoso, per le continue scosse di terremoto che provocano nuove lesioni o crolli

Intanto Protezione Civile e Regione Abruzzo hanno diffuso sul web la lista (qui il .pdf) delle vittime: il bilancio aggiornato è di 287 morti. Una delle vittime, di sesso maschile, non è stata ancora identificata. Il bilancio dei feriti, invece, sale a 1.500. In tutto le persone assistite sono ventimila. I soccorritori sono 11.662, 17 i presidi sanitari e 41 le aree di ricovero.

Questo il triste e provvisorio elenco degli scomparsi.

n./cognome/nome/data di nascita/sesso
1 Abdija Nurije 1968 F
2 Airulai Alena 07/02/1998 F
3 Alessandri Carmine 55/65 anni M
4 Alloggia Silvana 09/11/1942 F
5 Alviani Marco 11/08/1967 M
6 Andreassi Irma 27/09/1936 F
7 Andreassi Maria Antonella 03/11/1958 F
8 Andreassi Loreto 22/04/1931 M
9 Antonacci Giuseppa 31/01/1924 F
10 Antonini Giusy 09/07/1984 F
11 Antonini Maurizio 02/03/1971 M
12 Antonini Genny 17/11/1986 F
13 Antonini Stefano 11/08/1999 M
14 Antonucci Maria Assunta 16/09/1947 F
15 Bafile Vittorio 22/02/1928 M
16 Balassone Silvana 17/07/1936 F
17 Basile Anna 24/11/1960 F
18 Bassi Agata 06/12/1940 F
19 Battista Ines 31/01/1933 F
20 Battista Martina Benedetta 14/08/1987 F
21 Belfatto Angela 02/10/1919 F
22 Berardi Achille F
23 Bernardi Maria 16/06/1949 F
24 Bernardi Gaetano 26/10/1928 M
25 Bernardini Giovanna 28/09/1978 F
26 Berti Valentina 11/02/1975 F
27 Bianchi Nicola 08/08/1986 M
28 Biasini Giovanni 1946 M
29 Biondi Elisabetta 19/07/1936 F
30 Bobu Darinca Mirandoli 29/09/1973 F
31 Bonanni Anna Bernardina 16/11/1936 F
32 Bortoletti Daniela 09/01/1987 F
33 Bronico Sara 06/07/1997 F
34 Brunelli Giulio 10/01/1937 M
35 Bruno Filippo Maria 10/11/1992 F
36 Bruno Berardino 23/04/1982 M
37 Brusco Luisa 28/02/1913 F
38 Calvi Bolognese Angela 04/05/1976 F
39 Calvisi Maria 31/05/1926 F
40 Calvitti Massimo 08/06/1959 M
41 Canu Antonika 27/01/1931 F
42 Capasso Iolanda 15/02/1963 F
43 Capuano Luciana Pia 25/07/1989 F
44 Carletto Lidia 30/01/1933 F
45Carli Anna Maria 18/01/1944 F
46 Carli Augusto 03/01/1931 M
47 Carnevale Giulia 10/07/1986 F
48 Carosi Claudia 25/05/1979 F
49 Carpente Giovannino 01/01/1953 M
50 Cellini Luigi 17/11/1993 M
51 Centi Ludovica 28/09/2008 F
52 Centi Antonio 21/06/1947 M
53 Centi Pizzutilli Rocco M
54 Centofanti Davide 12/09/1989 M
55 Cepparulo Teresa 08/05/1948 F
56 Cervo Francesca 06/08/1945 F
57 Chernova Marija 07/01/2001 F
58 Chiarelli Achille 17/07/1934 M
59 Cialone Katia 09/06/1975 F
60 Ciancarella Elvezia 13/12/1958 F
61 Cicchetti Adalgisa 08/05/1932 F
62 Cimini Anna 27/04/1928 F
63 Cimorroni Concetta 28/11/1945 F
64 Cinì Lorenzo 01/06/1986 M
65 Cinque Matteo 05/08/1999 M
66 Cinque Davide 22/10/1997 M
67 Ciocca Elena 03/10/1919 F
68 Ciolfi Loris M
69 Ciolli Danilo 25/10/1983 M
70 Cirella Chiarina 16/04/1921 F
71 Ciuffini Dario 16/04/1983 M
72 Ciuffini Nadia 21/09/1952 F
73 Ciuffoletti Fernanda 09/03/1919 F
74 Cocco Anna 15/08/1928 F
75 Colaianni Ada Emma 11/12/1926 F
76 Colaianni Antonina 30/09/1926 F
77 Colaianni Daniele 1933 M
78 Colaianni Elisa 10/10/1933 F
79 Compagni Giovanni 11/03/1982 M
80 Cora Alessandra 08/01/1986 F
81 Corridore Rocco 05/04/1946 M
82 Cosenza Giovanni 20/12/1926 M
83 Costantini Luigia 07/01/1932 F
84 Cristiani Armando 24 anni M
85 Cruciano Angela Antonia 13/06/1987 F
86 Cupillari Andrea 11/01/1978 M
87 Dal Brollo Alice 24/12/1988 F
88 Damiani Giovanna 04/04/1923 F
89 D’amore Osvaldo 22/05/1951 M
90 D’Andrea Vinicio 14/06/1926 M
91 D’Antonio Giannina 60/70 anni F
92 De Angelis Lisa 03/02/1939 F
93 De Angelis Jenny 18/03/1983 F
94 De Felice Fabio 09/08/1987 M
95 De Felice Antonio 14/01/1966 M
96 De Felice Alexandro 30/01/2005 M
97 De Felice Lorenzo 14/01/2006 M
98 De Iulis Luigi 05/02/1927 M
99 De La Cruz Cursina Roberta 04/02/1952 F
100 De Nuntiis Maria Giuseppa 01/01/1925 F
101 De Paolis Anna Maria 17/04/1949 F
102 De Santis Angelina 20/04/1927 F
103 De Vecchis Panfilo 25/10/1922 M
104 De Vecchis Sara 01/02/1987 F
105 De Vecchis Pasquale 12/12/1938 M
106 Del Beato Maria Laura 08/03/1933 F
107 Del Beato Marisa 04/07/1935 F
108 Deli Serafina 18/11/1925 F
109 Della Loggia Lorenzo 02/12/1983 M
110 D’Ercole Alfredo 17/05/1942 M
111 D’Ercole Simona 23/05/1979 F
112 Di Battista Giuliana 04/03/1932 F
113 Di Cesare Luca 50 anni M
114 Di Filippo Rosina 26/02/1924 F
115 Di Giacobbe Maria 01/11/1947 F
116 Di Marco Stefania 12/02/1952 F
117 Di Marco Paolo 30/03/1987 M
118 Di Pasquale Alessio 14/10/1988 M
119 Di Pasquale Alessia 10/08/1986 F
120 Di Silvestre Gabriele 10/08/1989 M
121 Di Simone Alessio 13/09/1984 M
122 Di Stefano Domenica 23/01/1943 F
123 Di Stefano Odolinda 05/07/1937 F
124 Di Vincenzo Caterina 55/65 anni F
125 D’Ignazio Assunta 11/11/1937 F
126 Dottore Corrado 03/04/1963 M
127 El Sajet Boshti 09/12/2005 M
128 Elleboro Liliana 17/02/1933 F
129 Enesoiu Adriana 11/05/1961 F
130 Esposito Andrea 12/04/2006 M
131 Esposito Francesco Maria 16/02/1985 M
132 Fabi Domenica 12/02/1934 F
133 Ferella Delia Solidea 05/05/1928 F
134 Ferrauto Filippo 19/04/1932 M
135 Fioravanti Claudio 28/03/1943 M
136 Fiorentini Liliana 12/07/1931 F
137 Fiorenza Elpidio 26/10/1983 M
138 Franco Rosalba F
139 Fratì Mauran 13/01/1997 F
140 Gasperini Wilma 29/08/1926 F
141 Germinelli Giuseppina 2002 F
142 Germinelli Chiara 1998 F
143 Germinelli Micaela 16/08/1995 F
144 Germinelli Rosa 29/03/1992 F
145 Ghiroceanu Laurentiu Costant 19/12/1968 M
146 Ghiroceanu Antonio Ioavan 12/11/2008 M
147 Giallonardo Aurelio 16/06/1930 M
148 Giannangeli Salvatore 25/09/1934 M
149 Giannangeli Vincenzo 09/10/1973 M
150 Giannangeli Riccardo 13/05/1977 M
151 Gioia Piervincenzo 07/06/1963 M
152 Giugno Luigi 01/08/1974 M
153 Giugno Francesco 20/09/2007 M
154 Giustiniani Armando 30/04/1916 M
155 Grec Kristina o Marina 3-5 anni F
156 Guercioni Alberto 16/08/1973 M
157 Hasani Demal 15/12/1967 M
158 Hasani Refik 01/05/1965 M
159 Husein Hamade 28/07/1987 M
160 Ianni Franca 17/03/1948 F
161 Iavagnilio Michele 20/09/1983 M
162 Iberis Maria Incoronata 02/04/1927 F
163 Innocenzi Pierina 03/09/1952 F
164 Iovine Carmelina 15/12/1986 F
165 Italia Giuseppe 02/08/1963 M
166 Koufolias Vassilis 08/09/1981 M
167 Lannutti Ivana 03/07/1986 F
168 Leonetti Maria 21/03/1928 F
169 Liberati Vezio 12/06/1946 M
170 Liberati Vincenzo 06/11/1941 M
171 Lippi Giovanna 01/01/1955 F
172 Lippi Giuseppe 03/12/1918 M
173 Lisi Pasqualina 03/03/1950 F
174 Longhi Laura 10/05/1935 F
175 Lopardi Lidia 18/03/1917 F
176 Lunari Luca 15/03/1989 M
177 Magno Ada 05/10/1916 F
178 Marchione Francesca 08/08/1984 F
179 Marcotullio Elide 11/02/1939 F
180 Marcotullio Maria 06/11/1939 F
181 Marcotullio Bruno 13/05/1942 M
182 Marotta Carmine 13/01/1962 M
183 Marrone Maria Gilda 24/07/1920 F
184 Marrone Lina Loreta 15/04/1927 F
185 Marrone Maria Fina 29/10/1923 F
186 Marzolo Giuseppe 11/04/1976 M
187 Massimino Patrizia 19/08/1954 F
188 Mastracci Luana 05/12/1961 F
189 Mastropietro Luisa 16/01/1935 F
190 Mazzarella Anna 06/09/1929 F
191 Mazzeschi Valeria 23/09/1924 F
192 Miconi Giuseppe 19/03/1920
193 Migliarini Roberto 06/12/1966 M
194 Mignano Maria Civita 20/08/1984 F
195 Milani Francesca 10/01/2000 F
196 Monti Vicentini Erminia 11/11/1945 F
197 Moscardelli Federica 19/04/1984 F
198 Muntean Silviu Daniel 22/11/2002 M
199 Muzi Liberio 26/04/1920 M
200 Muzi Lucilla 13/12/1961 F
201 Nardis Cesira Pietrina 03/04/1934 F
202 Natale Maurizio 07/12/1987 M
203 Negrini Vincenza 25/02/1929 F
204 Nouzovsky Ondrey 25/05/1991 M
205 Olivieri Francesca 03/08/1986 F
206 Olivieri Francesco 19/02/1951 M
207 Orlandi Argenis Valentina 01/01/1986 F
208 Osmani Valbona 13/04/1996 F
209 Pacini Arianna 30/07/1982 F
210 Palumbo Anna 09/06/1947 F
211 Paolucci Maria Gabriella 03/03/1959 F
212 Papola Arturo 09/05/1942 M
213 Papola Elena 24/02/1935 F
214 Parisse Maria Paola 10/05/1993 F
215 Parisse Domenico jr 07/08/1991 M
216 Parisse Domenico sr 31/10/1934 M
217 Parobok Anna 25/07/1990 F
218 Passamonti Fabiana Andrea 06/07/1970 F
219 Pastorelli Sonia 18/07/1964 F
220 Pastorelli Aleandro 19/07/1921 M
221 Persichetti Sara 02/01/1986 F
222 Pezzopane Tommaso 05/02/1928 M
223 Pezzopane Iole 13/06/1918 F
224 Pezzopane Susanna M. Celes 04/10/1983 F
225 Pezzopane Benedetta 16/08/1982 F
226 Placentino Ilaria 10/11/1989 F
227 Puglisi Paola 18/12/1940 F
228 Puliti Andrea 30-40 anni M
229 Rambaldi Ilaria 24/01/1984 F
230 Ranalletta Rossella 22/10/1984 F
231 Ranieri Oreste 24/04/1932 M
232 Romano Carmen 24/05/1988 F
233 Romano Giustino 06/09/1984 M
234 Romano Elvio 31/08/1984 M
235 Romualdo Maurizio Rocco 06/10/1920 M
236 Rosa Antonina 07/12/1925 F
237 Rossi Michela 27/04/1971 F
238 Rossi Valentina 22/04/1975 F
239 Rotellini Silvana 11/19/1933 F
240 Russo Annamaria 24/01/1970 F
241 Sabatini Serenella 07/09/1960 F
242 Salcuni Martina 31/03/1988 F
243 Salvatore Antonio 10/02/1931 M
244 Santilli Anna 09/07/1934 F
245 Santosuosso Marco 05/09/1988 M
246 Sbroglia Edvige 45/50 anni F
247 Scimia Maria Santa 12/01/1935 F
248 Scipione Serena 05/05/1984 F
249 Sebastiani Lorenzo 28/09/1988 M
250 Semperlotti Maria Grazia 17/09/1965 F
251 Sferra Ernesto 26/10/1925 M
252 Sidoni Emidio 08/01/1922 M
253 Sidoni Emanuele 10/06/1948 M
254 Silvestrone Vittoria 20/11/1917 F
255 Smargiassi Francesco 26/02/1944 M
256 Spagnoli Flavia 04/04/1989 F
257 Spagnoli Sandro 25/12/1957 M
258 Spagnoli Assunta 04/02/1949 F
259 Spaziani Claudia 1963 F
260 Sponta Aurora 25/02/1936 F
261 Strazzella Michele 22/01/1981 M
262 Suor Lucia Ricci Rosina 03/11/1926 F
263 Tagliente Vittorio 11/07/1983 M
264 Tamburro Marino 18/12/1930 M
265 Tamburro Giuliana 09/01/1963 F
266 Terzini Enza 02/02/1988 F
267 Testa Ivana 06/10/1930 F
268 Testa Evandro 07/06/1913 M
269 Tiberio Noemi 02/02/1975 F
270 Tomei Paola 28/05/1960 F
271 Troiani Raffaele 19/01/1975 M
272 Turco Giuliana 55-65 anni F
273 Urbano Maria 23/03/1989 F
274 Valente Mario 26/03/1926 M
275 Vannucci Matteo 21/06/1986 M
276 Vasarelli Vittoria 01/01/1924 F
277 Vasarelli Giuseppina 02/09/1929 F
278 Verzilli Paolo 11/04/1982 M
279 Visione Daniela 20/03/1966 F
280 Vittorini Fabrizia F
281 Zaccagno Armedio 07/09/1923 M
282 Zaninotto Sergio 04/09/1940 M
283 Zavarella Roberta 23/12/1983 F
284 Zelena Marta 15/07/1992 F
285 Zingari Guido 17/01/1949 M
286 Zugaro Giuseppina 17/06/1956 F
1 Non identificato

In Abruzzo, giù chiese e monumenti. A rischio la memoria artistica dell’Aquila

chiesa

Era la città delle 99 Cannelle, famosa per le 55 Chiese, bella come un presepe: L’Aquila. Già, era…

Ora è un ammasso di macerie, con pochi monumenti in piedi e la maggior parte delle chiese distrutte. La mano infernale che nel buio della notte ha stritolato l’Abruzzo, ha prodotto lesioni gravi alla totalità del patrimonio artistico e culturale dell’Aquila e della zona del cratere. E a essere a rischio è la memoria storica, culturale, della città.
Non si è salvato praticamente nulla, conferma l’architetto Augusto Ciciotti del Dipartimento dei Beni Culturali d’Abruzzo.

Anzi, qualcosa che si è salvato c’è: la teca che contiene le spoglie di Papa Celestino V (il “Papa del gran rifiuto” che già si salvò nel terremoto del 1703, quando venne giù il soffitto dell’edificio costruito nel 1287). L’operazione di recupero è stata condotta da Vigili del Fuoco, Protezione Civile, con la collaborazione della Guardia di Finanza e sotto la supervisione del rettore della Basilica di Collemaggio, don Nunzio Spinelli. La teca è stata trasferita dal complesso di Collemaggio, gravemente danneggiato dal terremoto: “Si tratta di un altro grande miracolo di papa Celestino V - ha commentato Fabio Carapezza Guttuso, responsabile Commissione Sicurezza Beni Culturali -. Le spoglie di Celestino sono state conservate in perfetta sicurezza”. La volta della Basilica di Santa Maria di Collemaggio è infatti crollata proprio nel punto in cui si trovava la teca, che era rimasta quindi sotto un cumulo di macerie.

Il sisma di lunedì scorso ha fatto precipitare la volta della chiesa romanica. E non solo di quella, visto che per Daniel Noviello, responsabile nazionale di Legambiente Protezione Civile, raggiunto telefonicamente dall’Adnkronos: “Il 70% dei beni culturali de L’Aquila è andato distrutto”. E il resto “ancora non lo abbiamo visto” perché i lavori di recupero “si stanno concentrando soprattutto sul centro storico del capoluogo, che è andato giù tutto”.
Insomma, è gravissima la situazione delle chiese del capoluogo, da Collemaggio alle Anime Sante, drammatica quella dell’Archivio di Stato che aveva sede nel Palazzo del Governo totalmente crollato. “Non sappiamo in che condizioni sono i documenti medioevali, libri e quant’altro riguarda la storia dell’Aquila” racconta Ciciotti “ma la stima dei danni complessivi è al momento incalcolabile. E ci vorranno anni per ricostruire”.

Il danno non riguarda solo monumenti o palazzi storici - non è rimasto in piedi neanche un campanile del cratere - ma anche l’indotto turistico che ha sempre portato un notevole introito all’Aquila e all’aquilano. “Ora non possiamo fare nessun intervento. Ci vorranno mesi per fare un inventario, puntellare gli edifici, fare una lista dei danni, evacuare biblioteche, quadri, statue, cioè i beni mobili culturali e poi mettere in depositi, da individuare perchè non sappiamo ancora dove metterli - riprende affranto Ciciotti - Prima va messo tutto in sicurezza per provare a salvare il salvabile. Ci sono riflessi sul tutto il territorio incalcolabilì’.
L’Aquila ferita, tutto l’aquilano e parte delle provincie limitrofe violentate dalle scosse che continuano a scuotere la terra. Distrutta la torre medicea di S.Stefano di Sessanio, gioiello architettonico del Gran Sasso - in cui sono crollate molte case ricostruite di recente - crollato in pezzi il bellissimo castello-rocca di Ocre, lesionata la chiesa sul tratturale di S.Stefano a S.Pio delle Camere, capolavoro romanico, lesionati o inagibili altri conventi e chiese in Val Peligna e nel pescarese, campanili sbriciolati a Rovere sull’Altopiano delle Rocche.
Pochi i miracoli, poche le strutture che hanno resistito alla furia del terremoto. Proprio a S.Pio delle Camere, paese natale dell’ex presidente del Senato Franco Marini, nessun danno al triangolare castello fortezza abbarbicato, mentre a pochi chilometri nella frazione di Castelnuovo ci sono stati crolli e vittime.
E salva anche la Rocca di Calascio, splendido baluardo mediceo che fu abbandonato assieme al borgo nei secoli scorsi proprio a causa di un sisma.
Il palazzo della Prefettura all'Aquila

Aspettando anche gli aiuti americani (concordati telefonicamente tra il premier Berlusconi e il presidente Usa Obama), per cominciare a mettere “fondi in cascina”, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha attivato il conto corrente postale “Salviamo l’arte in Abruzzo”, contando di raccogliere le donazioni di contributi dall’Italia e da tutto il mondo. “Di fronte a questa immane tragedia” ha dichiarato il Ministro Sandro Bondi nel corso del Consiglio dei Ministri svoltosi oggi a Palazzo Chigi “che rischia di cancellare intere comunità locali, credo sia particolarmente importante l’impegno del Governo per assicurare che anche il patrimonio artistico distrutto o danneggiato possa essere al più presto restituito agli abitanti delle zone colpite. Le chiese, le piazze, i palazzi antichi esprimono infatti in modo simbolico la memoria e l’identità più profonda di questi luoghi. In tutto il mondo, oltre il cordoglio per i numerosi lutti, non a caso c’è preoccupazione soprattutto per lo stato del patrimonio artistico, che anche all’estero viene percepito come vera essenza del nostro paese”. In campo anche una task force di esperti, già intervenuti sui monumenti danneggiati dal sisma del 1997 in Umbria e Marche, in supporto ai funzionari locali.

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