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Crisi dell’ippica: anche due purosangue in manifestazione

Ippica, manifestazione a Montecitorio
Ci sono anche due fantini a cavallo tra i circa 300 manifestanti in piazza Montecitorio a Roma davanti alla Camera dei deputati per protestare contro la crisi che sta mettendo in ginocchio il settore delle scommesse dell’ippica. Tra urla di “buffoni, buffoni” e slogan rivolti ai parlamentari, come “siete andati in vacanza con i soldi dell’ ippica”, anche le bandiere della Cgil. La protesta, che era stata preventivamente autorizzata, è stata organizzata dal Comitato crisi dell’Ippica.

Accanto ai cavalli si vedono i cartelli delle diverse sigle sindacali, con le scritte: “Senza di noi i cavalli non mangiano e senza corse non mangiamo noi” oppure, in riferimento al ministro dell’Agricoltura Luca Zaia: “Se non ci salva Zaia, finiremo nell’aia”.
Il dito è puntato sul crollo del montepremi, “che dal 2005 è calato del 40%”, e sulla Snai “che ingloba tutto senza fare nulla per l’ippica di cui è diventata la proprietaria buttandoci per strada”.
LEGGI ANCHE: Il parere del ministro Luca Zaia sulla crisi dell’ippica

Borse in ripresa, ma per gli italiani è febbre da Superenalotto

Una ricevitoria del Superenalotto

Che al sud la tradizione per il “gioco” sia radicata, lo si sapeva (a Caserta ci si gioca il 12,7 per cento del reddito procapite; a Napoli, patria della smorfia, si tocca l’11,4 per cento). E anche che con la crisi alla porte in molti si sarebbero buttati sulla dea bendata (Gratta e vinci, Lotto, Totocalcio e derivati), lo si poteva immaginare.
Ma quanto spendiamo ogni settimana, ogni mese in lotto, Superenalotto, gratta & vinci e giochi vari? Troppo, decisamente troppo, stando ai dati, pubblicati sul Sole24ore, e forniti dalle principali agenzie specializzate nel mercato delle scommesse, da Lottomatica a Sisal, da Snai a Better.

Per esempio: in una settimana, da sabato 4 a sabato 11 ottobre, le giocate del Superenalotto sono pressoché raddoppiate (+95,2%), passando dal già alto numero di 40 milioni ai 79,5 milioni dell’ultimo concorso. È uno degli indicatori della “febbre” del 6, nota l’agenzia specializzata Agipronews.
E un altro record è stato segnato dalla raccolta complessiva: ad ottobre, nota l’agenzia Agicos, con appena cinque concorsi sono stati raggiunti i 172,5 milioni (130,2 con l’opzione classica e 42,3 con il SuperStar), ovvero 15 milioni in più di quanto il concorso incassa di solito in un intero mese. Il record di raccolta del 2008 l’ha stabilito settembre, 226,9 milioni, ma se il 6 dovesse continuare a non uscire, si può stimare che ottobre batta il record.
Da quando è stato imbroccato il 6 (il 17 gennaio scorso, quando il fortunato di turno si portò a casa 33 milioni e mezzo di euro) il jackpot è salito a 83,5 milioni di euro. Si tratta del jackpot più alto al mondo, tant’è vero che molti giocatori attratti da un montepremi così alto, arrivano anche da Slovenia, Svizzera e Francia. Solo per fare un paragone, il California SuperLotto mette in palio “appena” 41 milioni di dollari. Almeno questo è quanto sostieme la classifica aggiornata e resa nota dall’agenzia specializzata Agicos:
SuperEnalotto (Italia) 83,5 mln euro.
2 - California SuperLotto (Usa) 41,0 mln dollari.
3 - Mega Milions (Usa) 23,0 mln euro.
4 - Euro Millions (Europa) 15,0 mln euro.
5 - Powerball (Usa) 20,0 mln dollari.
6 - Powerball (Nuova Zelanda) 31,0 mln dollari nzl.
7 - Florida Lotto (Usa) 15,0 mln dollari.
8 - Indiana, Hoosier Lotto (Usa) 9,5 mln dollari.
9 - Oregon, Megabucks (Usa) 8,8 mln dollari.
10- Tennessee, Lotto Plus (Usa) 8,4 mln dollari.
Per quanto riguarda i concorsi europei: 12- El Gordo (Spagna) 6,1 mln euro.
17- Viking Lotto (Finlandia) 4,6 mln euro.

La cattiva notizia, non contenuta nella classifica? Sono più di 622 milioni (622.614.630 per la precisione) le combinazioni possibili per fare sei. Cioè, come indovinare il centimetro esatto sulla distanza Torino-Roma. Chi invece ha già fatto centro al Superenalotto - anche senza dover dar numeri, rivolgersi alla smorfia o appigliarsi a qualche sogno premonitore - è l’Erario.
Il Superenalotto fra tutti i giochi pubblici, infatti, è quello su cui lo Stato guadagna di più. Su 100 euro incassati, il gioco gestito da Sisal ne riversa infatti 49,5 allo Stato. Una percentuale di incasso direttamente “alla fonte” (nel momento esatto in cui si salda il conto della giocata con la ricevitoria) di gran lunga superiore rispetto ad altri giochi, che in generale si attestano fra il 20 e il 30%. Per non parlare delle quotatissime (almeno dal mercato attuale) scommesse sportive, la cui tassazione non supera il 5 per cento. Per fare un esempio, tutto il movimento delle scommesse, fra ippiche e sportive, incassa circa tre volte di più del Superenalotto, ma all’Erario contribuisce per un terzo.

Rivolta fiscale o filibustering leghista? La parola a due economisti

Umberto Bossi, leader della Lega Nord, durante un comizio
Basta Bot; niente benzina Agip, energia Enel, voli Alitalia; raccolta di firme per una legge che abolisca le trattenute in busta paga; astinenza dal gioco. Eccola, la protesta (partorita come uno sciopero e poi ribattezzata rivolta) tributaria della Lega. Proposte forti, com’è nella consuetudine leghista. Ma fattibili? E con quali risultati?

Panorama.it lo ha chiesto a due economisti di orientamento molto diverso: Giuliano Cazzola, senior advisor del centro studi Marco Biagi, e Giacomo Vaciago, ordinario di Politica economica alla Cattolica di Milano.
“Il mio giudizio è sostanzialmente negativo” dice Cazzola, anche se “alcune idee sono, oltre che lecite, significative da un punto di vista politico”. Mentre Vaciago non risparmia il sarcasmo: “È puro stile Beppe Grillo. In Italia ultimamente c’è una nobile gara a chi è più comico. Non so chi vincerà, ma così non si va avanti”. Su un punto del decalogo leghista, in particolare, i due esperti sono parimenti contrari: l’annuncio di voler ingrassare le regioni, a dispetto dello Stato: “Le amministrazioni locali fanno, mediamente, peggio di quella centrale nel gestire gli introiti e nell’erogare i servizi”, commenta Cazzola. Mentre per il professor Vaciago, il problema è a monte: “L’amministrazione locale italiana è ferma all’800. Non c’è niente da ingrassare, più di quanto non sia già stato fatto. La soluzione per certi sprechi sarebbe di abolire le province e i comuni al di sotto dei 10mila abitanti. Altro che consigli di quartiere e circoscrizioni.”
Che questo non sia il pensiero dello stato maggiore della Lega, è palese. Sul federalismo, anzi, si fonda la filosofia del Caroccio, come ribadito anche domenica scorsa, da Venezia, dove i colonnelli di Umberto Bossi hanno spiegato il decalogo anti-fisco, assemblato da Roberto Calderoli: un’iniziativa che sta a metà tra il boicottaggio del Tesoro e delle sue aziende (un po’ come i no-global boicottavano le multinazionali) e un Bignami del resistente padano per non dare i soldi a Roma.
L’elenco parte con l’8 per mille nella denuncia dei redditi: non va dato allo Stato ma alla Chiesa cattolica o alle altre istituzioni stabilite dalla legge: “Pensiamo alla nostra anima, tanto lo Stato, al posto di far beneficenza, questi soldi li butta via”, dicono i padani; niente di rivoluzionario, dice Vaciago: “Lo si può fare già”.
La strategia della Lega prosegue, ai punti due e tre, con l’invito a fare degli errori “in buona fede”, nella dichiarazione dei redditi, non sanzionabili dalla legge. La somma di queste inesattezze però, secondo i leghisti, sarà il polso della scontentezza popolare. Si tratterà, ad esempio, di non adeguarsi agli studi di settore, oppure non versare 11 euro nella dichiarazione dei redditi. Per esempio, su 2000 euro, versarne 1989, perché solo entro questi termini “lo Stato non ha interesse a perseguire chi ha sbagliato la denuncia”. Operazione praticabile? Secondo Cazzola purtroppo sì, ma qui, dice: “Siamo al filibustering, una cosa da furbetti, insomma”. Mentre Vaciago ci va un po’ più franco: “Bisogna invece mandare in galera chi non paga le tasse e abbassare le aliquote a chi le paga. Gli studi di settore, per come sono concepiti, non hanno senso: vanno aboliti. In base a una presunzione immotivata e lontana dalla realtà, dovrebbero servire a capire quanto guadagna un imprenditore. E non ci si può basare su una media generalizzata per determinare la quota imponibile di un artigiano. Detto questo, però, trovo incostituzionale l’autoriduzione degli ‘undici denari’: sarebbe detrazione per evasione presunta per legge. Messa così la proposta non risponde al principio generale del diritto: la motivazione.”
Il quarto punto è l’unico già lanciato da Bossi: lo sciopero del gioco. Lotto, lotterie, schedine, gratta e vinci, bingo, slot-machine che sono, per la Lega, la quinta azienda italiana: “Prodi è peggio di Al Capone perché ha messo le macchinette mangiasoldi nelle sale bingo dove gli anziani si mangiano la pensione”, ha protestato Massimo Polledri, senatore leghista di Piacenza. Nel 2006 le spese per gioco degli italiani sono state infatti 38,5 miliardi di euro e anche per questo dicono i lumbard: “L’astensione dal gioco comporterà un enorme danno all’erario”. Sul danno, Cazzola e Vaciago non si pronunciano ma entrambi ritengono l’iniziativa educativa: “Il gioco è un vizio, una dipendenza. Se lo eliminassimo molte famiglie non si troverebbero con buchi enormi nei conti bancari”, dice Cazzola. “Il Lotto è un gioco ottocentesco, risponde al bisogno di dare speranza a chi è disperato. Oggi prima seduce e poi inganna: va proibito”.
La Lega ha poi rispolverato un vecchio cavallo di battaglia: l’abolizione del sostituto d’imposta. Anni fa si tentò di abrogarlo con un referendum, bocciato però dalla Corte costituzionale; la Lega ora preme per una proposta di legge di iniziativa popolare in modo che anche il lavoratore dipendente possa ricevere una busta paga al lordo dei tributi e che possa pagarli, come il lavoratore autonomo, dopo aver fatto tutte le necessarie detrazioni e deduzioni. “Non capisco perché insistere”, dice Cazzola, “quando c’è stato già il no della Corte. E poi una proposta così farebbe poca strada: in Francia il contribuente manda un bonifico allo Stato con l’importo delle tasse da pagare. Ma appunto le paga, non si risparmia nulla”. D’accordo anche il Professor Vaciago, che argomenta: “È così comodo che sia la mia banca a pagare bollette, Telepass, ecc… È altrettanto comodo avere chi, a nome nostro, paga allo Stato le imposte che devo”.
Il punto 8 è quello forse più pericoloso per le casse di Roma: “Astensione dall’acquisto di titoli del debito pubblico”, cioè Bot e Cct. “Lo Stato usa quei soldi per la spesa pubblica e investimenti improduttivi”, ha tuonato Roberto Cota. “Ma quei titoli, forse deboli e poco redditizi, sono tra i pochi che garantiscono i risparmiatori”, ribatte Cazzola. “La metafora che mi viene è quella classica del marito che vuol tagliarsi gli attributi per far dispetto alla moglie”. Ancora più incisivo Vaciago: “Ho sempre consigliato di investire sui figli - io ne ho fatti quattro! - piuttosto che sui titoli di stato. Anche perché i Bot costituiscono il debito pubblico di un paese che spesso serve a finanziare le guerre, come succede in America. Nell’immediato, ovvio che lo Stato non potrebbe ritirare i titoli già emessi, altrimenti manderebbe a scatafascio migliaia di famiglie. Se da domani smettesse di emetterli, l’Italia andrebbe in pareggio di bilancio, risparmiando 30 o 40 mila euro, all’incirca due punti di Pil. Ed è una soluzione che si può adottare, a patto però che la Finanziaria sia molto più sostanziosa”.
Condivisibili i consigli al punto dieci per ricordare ai contribuenti tutte le detrazioni possibili (dagli scontrini del farmacista alle spese scolastiche, dagli incentivi sui frigoriferi ai contributi ai partiti), ecco i boicottaggi “delle aziende bidoni, di uno stato che mantiene i fannulloni” (esempi: Agip, di proprietà dell’Eni, Enel, Tirrenia, Rai) a favore dei prodotti alternativi messi in commercio “dal privato che rischia del proprio”. In particolare, punto 13: “non acquistare più biglietti Alitalia e utilizzare sempre vettori alternativi”. Il caso Malpensa fa da detonatore: “È per volontà politica che Roma vuole farla morire”, dice Giancarlo Giorgetti. Certo, commenta Cazzola, l’idea è esplosiva e “ha radici lontane nella storia. Va ricordato che al grido di ‘no taxation without representation’, i padri costituenti americani nel ‘700 boicottarono il tè della madre patria inglese, a favore di quello olandese, aprendo così la lotta dell’indipendenza americana. Ma adesso siamo nel 2000…”. Caustica la chiusura di Vaciago: “Ma Alitalia c’è ancora?”

Calciopoli: dopo quelli di mafia ecco i pentiti del pallone

Il procuratore federale Stefano Palazzi
I pentiti entrano anche nella giustizia sportiva con sconti di pena e patteggiamenti in cambio di confessioni. Il consiglio federale della Federcalcio ha approvato in gran fretta il nuovo codice, con le regole che guideranno i processi disciplinari nati dalla stagione degli scandali.

L’eredità di Calciopoli ha lasciato il segno e fra le novità contenute nei 55 articoli del codice ce n’è una rivoluzionaria. Se gli incolpati ammettono le proprie responsabilità, collaborano e contribuiscono a far scoprire violazioni del regolamento, la procura federale può proporre al giudice di ridurre le sanzioni fino a trasformarle in “prescrizioni alternative”.

E l’ultimo comma dell’articolo 24 prevede che i vantaggi ottenuti dal pentito possano estendersi alla società di cui fa parte, quando le violazioni sono contestate anche al club. Oltre ai benefici della collaborazione con gli inquirenti, l’articolo 23 concede un’ulteriore chance agli accusati, a patto che non siano recidivi: prima della conclusione del procedimento di primo grado possono dichiararsi colpevoli e patteggiare, proponendo una pena ridotta che accettano in cambio della chiusura del procedimento. In tal caso la decisione sarà inappellabile.

Con una decisa svolta verso le regole del processo penale, il nuovo codice è in vigore dal 1° luglio per sostituire, ancor prima che diventasse operativo, quello messo a punto all’indomani della crisi dal commissario straordinario della Figc Luca Pancalli. La riforma prodotta dall’ufficio giuridico della Federcalcio è stata presentata dal presidente Giancarlo Abete, che ha voluto minimizzare le modifiche rispetto al “codice Pancalli”. Ma agli esperti non sfugge il cambio di rotta.

Accanto all’obiettivo di assicurare il regolare svolgimento delle gare c’è ora un chiaro intento punitivo che non convince del tutto gli esperti. Secondo l’avvocato Lucio Giacomardo, docente in una delle prime cattedre di diritto sportivo, istituita all’Università di Napoli, “il processo sportivo dovrebbe essere simile a quello disciplinare e non a quello penale, altrimenti si rischierebbe di dover introdurre anche qui garanzie processuali, come la verifica delle dichiarazioni dei pentiti, a svantaggio della celerità e della sanzione sportiva”.

La bilancia della giustizia dello sport pende ora verso il potere degli inquirenti. E delle nuove norme è soddisfatto il procuratore federale Stefano Palazzi, che le definisce “un’arma in più contro eventuali accordi trasversali per pilotare partite e risultati”.

In questa direzione vanno le altre novità del codice. Anzitutto sanzioni per “tre o più soggetti che si associano per commettere illeciti”, un reato identico all’associazione a delinquere del Codice penale. Inoltre il divieto per società, dirigenti e tesserati di avere “rapporti abituali” con esponenti della giustizia sportiva e dell’associazione arbitri. Infine, l’ufficio indagini assorbito dalla procura federale. Da questo momento chi conduce le inchieste potrà sostenere anche l’accusa in giudizio: una condizione indispensabile per far funzionare gli accordi con i collaboratori di giustizia.

Ciliegina sulla torta, la creazione di una sorta di Csm dello sport, una commissione di garanzia di cui fa parte anche l’ex procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli, che dovrà giudicare sulle irregolarità commesse dagli stessi giudici sportivi. Per la serie: chi è senza peccato…

Champion’s e scaramanzia: alle cinque i Reds hanno già vinto. Sul loro sito

Il sito  del Liverpool
E adesso, come tante gaffe che compaiono on line, anche questa foto sta viaggiando di mail in mail: il sito ufficiale del Liverpool Football Club, per sbaglio, ha mandato per qualche minuto online la pagina preparata in caso di vittoria nella finale di Champion’s League.
Titolo a caratteri cubitali “I Reds vincono ad Atene”, poi il paragrafo del trionfo: “Nell’Antica Grecia… l’abbiamo vinta per la Sesta Volta!!! Gli eroi Rossi di Rafa (Benitez, l’allenatore, ndr) celebrano un altro memorabile trionfo europeo, dopo che la vittoria sul Milan ha portato a casa uno dei più scintillanti trofei calcistici per la seconda volta nelle ultime tre stagioni. Rimanete su Liverpoolfc.tv per seguire al meglio ogni possibile reazione di quella che è l’ennesima storica notte nella lunga e gloriosa storia del club”.
Alla faccia della scaramanzia! Che nel mondo del calcio, si sa, la fa da padrona: festeggiare prima del tempo ha spesso riservato sorprese poco gradite: nel ‘94, prima dell’altra finale giocata proprio ad Atene dal Milan, il tecnico del Barcellona, Johan Cruyff posò per le foto con la Coppa in mano. Finì 4-0 per i rossoneri (qui il video).
O come non pensare alle bandiere che sventolavano e ai clacson che strombazzavano a Milano, dopo il primo tempo della finale di Istanbul di due anni fa (con il Milan già sul 3 a 0). Tutti sanno poi come è andata a finire. Ora i tifosi milanisti sono liberi di fare tutti gli scongiuri del caso, (anche perché i loro eroi scenderanno in campo con la maglia bianca la stessa di Istanbul). Sperando che questa volta siano gli inglesi a maledire questa clamorosa gaffe.
Per altro, stando ai bookmakers di Snai, Betandwin ed Eurobet, sarà il Milan ad aggiudicarsi la Champion’s. Per 1-0, con gol di Pippo Inzaghi. E se qualche tifoso scaramantico ha ancora gli incubi per il 3-3? Sappia che il risultato maledetto viene pagato 65 volte la giocata iniziale…

Qui sotto un video che sta girando da alcuni giorni sul web: Kakà che palleggia niente meno che con un cellulare: destro, sinistro e persino controllo di tacco. Tutto vero? Guardate il filmato e fatevi un’idea:

Giochi e scommesse: mezzo mondo in gara per il Superenalotto

in ballo ogni anno 2 miliardi di euro
Superenalotto è uno dei termini italiani più cliccati su internet: a febbraio era al sesto posto su Google dopo parole sempreverdi come “amicizia” e “amore”. Nel mondo solo in Brasile c’è un gioco ricercato in rete quasi quanto il concorso italiano. A riprova che ad appena un decennio dalla nascita il Superenalotto è parte della vita quotidiana.
Per mettere le mani su questo ambito pezzo d’Italia si sta scatenando una bagarre planetaria, una volata internazionale che si concluderà verso la fine dell’anno con la scelta del nuovo gestore.
Nella sfida si sta lanciando l’aristocrazia mondiale del “gaming”: dai tre giganti nazionali del settore, cioè la Lottomatica di Marco Sala, la Sisal di Giorgio Sandi e la Snai di Maurizio Ughi, ai colossi stranieri, come gli inglesi della Stanley e i greci della Intralot. Senza contare le altre multinazionali che ancora non hanno dichiarato il loro interesse, ma che secondo gli esperti lo faranno presto, allettate dalle dimensioni del business: 2 miliardi di euro di giocate. Di affari così ne capita sì e no uno all’anno a livello mondiale perfino nel giro straricco dei giochi.
Fino a oggi il Superenalotto è stato gestito dalla Sisal. È la società che ha inventato il concorso prendendo dalle mani dello Stato il cane morto del vecchio Enalotto e riuscendo non solo a resuscitarlo, ma a farlo correre come un levriero, fino a farlo diventare uno dei punti forti del business italiano dei giochi (35,2 miliardi di raccolta nel 2006) e una delle fonti di gettito più sicure per lo Stato italiano (circa 1 miliardo di euro all’anno).
La Sisal, quindi, non solo non ha sfigurato nella gestione del gioco, ma ha investito parecchio, ha messo in piedi una rete che funziona e in grado di coprire in maniera omogenea tutto il territorio nazionale.
Nonostante questi successi e questi meriti, la società guidata da Sandi rischia di perdere ugualmente la gestione del concorso. Perché il Superenalotto è diventato il terreno su cui si confrontano due visioni opposte del business giochi: da una parte l’Italia che cerca di difendere il principio della riserva di legge sul settore, dall’altra l’Europa e le multinazionali del gaming, con in testa la Stanley di Liverpool, ritengono che anche nei confronti di scommesse e lotterie il principio prevalente da far rispettare sia quello della libertà internazionale di impresa.
Il punto di svolta nella vicenda Superenalotto risale al 31 marzo 2005, quando con un atto unilaterale i Monopoli diretti da Giorgio Tino decisero di allungare per decreto di altri 5 anni la concessione alla Sisal, che nel frattempo era scaduta. Due società estere, l’austriaca Tip 24 e la Stanley, si opposero con fermezza lamentando il fatto che la gestione del gioco fosse stata riassegnata, di fatto, senza gara. La Stanley, in particolare, in questi mesi non ha mai mollato continuando la battaglia in tutti i tribunali d’Italia, fino al Consiglio di Stato, dove è riuscita a spuntarla contro ogni previsione. Perciò lo Stato italiano è stato costretto a correre in fretta ai ripari stabilendo nella Legge finanziaria del 2007 che il Super-enalotto fosse messo a gara e dando ai Monopoli l’incarico di prepararla in fretta per individuare il nuovo gestore entro la fine dell’anno.
Alla Sisal è stata intanto concessa un’altra miniproroga di 6 mesi. Per evitare che il gioco, di fatto, chiuda, e per impedire di conseguenza che lo Stato debba rinunciare all’introito.

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