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scontro

Per il Cavaliere è un imprevisto, Dario Franceschini. Non tanto per le sue proposte ma per essere diventato segretario del Pd: “Pensavo ci fosse una preminenza della sinistra e non del cattocomunismo”. E invece il Partito democratico ha scelto “un leader cattocomunista; qualcosa di previsto? Forse, in ogni caso non ho ancora ben capito a quali principi e a quali tradizioni di riferisca”.
Silvio Berlusconi sale sul palco per ritirare l’Oscar che Il Riformista gli ha assegnato come miglior politico del 2008 e appare di buon umore. Scherza con il direttore Antonio Polito (ex senatore dell’Ulivo, quota Margherita) che gli ricorda come quel riconoscimento non abbia portato molta fortuna né a Prodi, né a D’Alema. “Appena esco telefono per sapere se la maggioranza esiste ancora”, dice sornione il Cavaliere.
Poi torna a parlare di riforme e per la prima volta attacca frontalmente il leader del Pd, definendolo un “catto-comunista” e bollando la sua proposta di una tassa sui “ricchi” come una “elemosina”. Poi, sempre con il sorriso, parla della difficoltà di governare. In politica, dice, “i percorsi, dalle intuizioni alle cose cose concrete, sono infiniti”. Anche perché, aggiunge, il sistema e l’architettura istituzionale “non sono in linea con i tempi”. Un discorso che lo porta a parlare dei tempi della Costituente. Parla della forma di governo parlamentare come di una scelta “sacrosanta”, visto che la scelta presidenzialista dopo un “ventennio dittatoriale” non era attuabile. Ora però, aggiunge, “i tempi della politica sono tali per cui si deve arrivare a decisioni più immediate”.
Berlusconi non arriva a riproporre il presidenzialismo (”Al limite se ne può parlare nella seconda parte della legislatura, ma con l’accordo di tutti”, preciserà in serata); si limita a parlare della necessità di “percorsi e metodi più brevi”. Un discorso che lo porta a ripresentare un leit motiv sul fatto che il premier “non ha nessun potere” se non quello di “redigere l’ordine del giorno” del Consiglio dei ministri. Sul fatto che qualsiasi provvedimento, anche i decreti legge, devono passare per il presidente della Repubblica e per il Parlamento. Sul fatto che “non esiste una stanza dei bottoni” in cui si decidono le cose da fare. Insomma, osserva, siamo una democrazia non solo parlamentare, ma “superparlamentare”, che però non è “adeguata” ai tempi odierni che richiedono decisioni immediate da parte dei governi. Le domande passano dalle riforme al leader del Pd. E Berlusconi, per la prima volta, non si sottrae a un attacco frontale contro Franceschini.
È lì che salgono i toni dello scontro tra il presidente del Consiglio e il leader del Pd. Dopo aver incrociato le spade sulle ricette anti-crisi, si passa all’offensiva sull’ispirazione politica, aprendo un duello a distanza in puro stile anni ‘50. Comincia il Cavaliere: “Adesso il Pd ha un leader catto-comunista e questo era qualcosa di imprevisto. Pensavo ci fosse una preminenza della sinistra e non del catto-comunismo, che ancora non ho ben chiaro a quali principi e tradizioni si riferisca”. Replica a stretto giro Franceschini. “Io catto-comunista? È una vecchia offesa che veniva utilizzata prima che io nascessi verso tutti i cattolici progressisti. Magari sarebbe utile che il consulente di storia del movimento cattolico di Berlusconi gli spiegasse che lui tecnicamente è un clerico-fascista”.
Il botta e risposta arriva alla fine di un’altra giornata segnata dal duello tra i leader di governo e Pd sull’economia. La maggioranza, alla Camera, boccia la mozione di Franceschini che chiede l’assegno per chi perde il lavoro, ma il segretario democratico, in aula, spara a zero. “Voi respingete le nostre proposte come demagogia, ma non rispondete nel merito. L’assegno a chi perde il lavoro è un intervento necessario che costa 5 miliardi. Dite agli italiani che non siete in grado di trovare 5 miliardi dopo che li avete buttati dalla finestra con l’Ici e Alitalia. Se invece i soldi ci sono, usateli”. E ancora: “C’è una differenza profonda tra noi e voi: noi pensiamo che davanti alla crisi debbano scattare meccanismi di solidarietà, voi pensate che è inevitabile che qualcuno soccomba e qualcun’altro si salvi”. Il riferimento è anche alla proposta dell’una tantum del 2% di Irpef per i redditi sopra 120mila euro. Un’idea che Berlusconi boccia come “elemosina”. “È una ricetta sbagliata secondo il parere dell’economia liberale” dice il premier. “Non è così che si risolve il problema”. Il punto, aggiunge, “non è chi può dare o meno. Anzi, chi può dare già compie opere sociali e donazioni che vanno oltre il 2%: io non faccio sapere nulla” dice “ma la mia famiglia è molto attiva e fa molto, ad esempio, nella costruzione di ospedali e orfanotrofi”.
Due linee fatte per non incontrarsi, come dimostrano le stoccate finali: “Catto-comunista”, “clerico-fascista”.
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Una manifestazione in piazza, per difendere la Costituzione. E un affondo duro del leader democratico al premier: “Se lo tolga dalla testa Berlusconi: al Quirinale non ci andrà mai”. Il Pd reagisce così alla volontà di Silvio Berlusconi di cambiare la carta costituzionale per modellarla, temono i democratici, a sua immagine e somiglianza.
In una intervista all’Unità Veltroni spiega che “in quella carica si sono succedute personalità che hanno garantito l’unità della nazione e il rispetto della Costituzione. Lui non è in grado di garantire unità ma solo divisione”. E ancora: per Veltroni quello del premier “è un disegno scellerato e autoritario, già l’anno scorso parlai del rischio di una trasformazione della nostra democrazia e ricordai il modello Putin…”. Comunque sia, aggiunge il segretario del Pd, “i cittadini sanno che indebolendo la Presidenza della Repubblica si renderebbe ancora più fragile il paese. Ci vuole un uomo di garanzia. Ci vuole un luogo dove tutto si possono riconoscere. Napolitano e il Quirinale lo sono e devono restarlo”. Di contro, da Veltroni giunge un plauso per il presidente di Montecitorio Fini: “Voglio sottolineare l’autonomia del presidente della Camera. Ci sono avversari politici che conoscono bene la differenza che corre tra le istituzioni e una sezione di partito. Fini lo ha dimostrato in diversi passaggi”.
Domani comunque il Pd sarà in piazza a Roma e a Milano “per difendere il Capo dello Stato e la Costituzione da chi vuole forzarla”. Il che non vuol dire che la Carta non possa essere cambiata: “Il parlamento” ricorda “aveva iniziato un ottimo lavoro. Dentro i confini dei grandi principi della Costituzione, possono realizzarsi interventi che rendano la macchina della democrazia più efficiente e veloce”.
L’appuntamento per la “mobilitazione democratica” e per esprimere solidarietà a Giorgio Napolitano è dalle 18 a piazza Santissimi Apostoli a Roma, dove l’unico a prendere la parola sarà il senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro, uno dei superstiti dell’Assemblea Costituente.
Le correzioni di Berlusconi, che ha assicurato di non aver voluto attaccare la Costituzione (”Ho giurato sulla Costituzione, la rispetto. È la prima legge alla base dello Stato. Non ho mai pensato di attaccarla”, ha ribadito il presidente del Consiglio durante la sua visita a Mestre), non sono insomma bastate a chi teme che il premier, con la scusa della drammatizzazione del caso Englaro, voglia davvero cambiare le regole del gioco attribuendo al premier nuovi e più estesi poteri.
Berlusconi, del resto, ha ribadito di non considerare la Costituzione italiana “un Moloch”: la legge fondamentale dello Stato “può evolvere con i tempi”. Resta da vedere se le modifiche debbano essere approvate da tutti o solo dalla maggioranza. Berlusconi ha quindi attaccato l’opposizione, accusandola di aver travisato le sue parole, di aver fatto una mistificazione e di non aver capito che la sua richiesta di modifica riguardava solo l’articolo 77, quello sul potere di emanare decreti. E l’Unione Sovietica? Berlusconi non ha cambiato idea. “Che i valori costituzionali abbiano guardato alla carta dell’Unione Sovietica è una realtà storica”.
Di fronte a tutto questo, i democratici hanno mantenuto intatto il loro giudizio. Enrico Letta, (candidato alle primarie del 2007) che pure annuncia che, da cattolico, voterà sì al disegno di legge, ha detto di provare “sdegno” di fronte alle sortite dio Berlusconi. Altre accuse al premier sono arrivate dal capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro, secondo il quale “Berlusconi ha costruito una spregiudicata offensiva nei confronti della Costituzione e un pesante attacco al Capo dello Stato usando in modo cinico e pretestuoso la vicenda Englaro”.
A distinguersi il solito Antonio Di Pietro. Non rinunciando alla sua vis polemica, ha paragonato Berlusconi a Mussolini, perchè, come lui “vuole spaccare ulteriormente il Paese, renderlo ingovernabile e instabile per poi dire che ci pensa lui”.
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Il procuratore capo di Salerno Luigi Apicella va sospeso in via cautelare dalle funzioni e dallo
stipendio. A inoltrare la richiesta è il ministro della Giustizia Angelino Alfano, titolare, assieme al pg della Cassazione, dell’azione disciplinare, al Csm, in merito allo scontro tra procure avvenuto in relazione al caso De Magistris.
Secondo il Guardasigilli, i pm di Salerno hanno compiuto atti abnormi, come il sequestro del fascicolo Why not e le perquisizioni ai colleghi di Catanzaro, non per cercare prove, ma nell’ottica di una “acritica difesa” di Luigi De Magistris, e con l’intento di “ricelebrare” i processi che gli erano stati avocati.
La sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli è già stata convocata per domani per esaminare l’istanza di trasferimento cautelare dalla sede e dalle funzioni inoltrata
nei confronti di Apicella dal pg della Suprema Corte Vitaliano Esposito il 29 dicembre scorso. A carico del procuratore capo di Salerno pende anche una procedura di trasferimento d’ufficio
per incompatibilità aperta dalla Prima Commissione del Csm: se Apicella domani sarà trasferito dal Csm, la pratica della Commissione sarà naturalmente accantonata.
Il procuratore di Salerno Luigi Apicella ha presentato istanza di ricusazione nei confronti della sezione disciplinare del Csm che domani dovrà decidere se trasferirlo d’ufficio in via d’urgenza, come ha chiesto il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito.
A quanto si è appreso Apicella ritiene di non poter essere giudicato dal “tribunale delle toghe”, in quanto tra gli addebiti a suo carico c’è quello di aver fatto proprie, integrandole nel provvedimento di sequestro del fascicolo Why not, “accuse allusive” e “giudizi denigratori” su decisioni giurisdizionali assunte non solo da altre autorità giudiziarie ma dalla stessa sezione disciplinare del Csm. Inoltre Apicella ritiene che non possano giudicarlo quei componenti della sezione disciplinare che hanno partecipato ai lavori della Prima Commissione del Csm che nei suoi confronti ha aperto la procedura di trasferimento d’ufficio. Sull’istanza del procuratore si pronuncerà un collegio diverso da quello chiamato a decidere sul suo trasferimento, presieduto dal laico di An Gianfranco Anedda.
Il VIDEO servizo:

”I principi fondamentali della Costituzione repubblicana sono fuori discussione e nessuno può pensare di modificarli o alterarli”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricevendo al Quirinale i membri del Fai (qui il testo dell’intervento).
E in quel “nessuno” del Capo dello Stato è fin troppo chiaro il riferimento alle parole di Silvio Berlusconi. “La riforma della giustizia è necessaria. Sono pronto a modificare la Costituzione anche da solo” aveva detto il premier. Oggi il messaggio del Quirinale : niente cambi nei principi della Carta, nonostante ”quanto si discuta, argomento complicato, su cosa è possibile e opportuno modificare e che cosa no”.
Il presidente lo dice ricevendo una delegazione dei volontari di tutte le associazioni regionali del Fondo per l’Ambiente Italiano che hanno animato le Giornate europee a tutela dell’ambiente e della cultura, guidata da Giulia Maria Mozzoni Crespi. Per il governo presente il ministro della Cultura Sandro Bondi.
Il patrimonio ambientale, monumentale e culturale del Paese rappresenta “una carta fondamentale dell’Italia per affermare il suo profilo in Europa e nel mondo anche in un futuro denso di incognite come quello che ci attende”, assicura il presidente della Repubblica che condivide “pienamente le ragioni profonde che la presidente del Fai, Giulia Maria Crespi ha espresso sull’assoluta necessità di considerare il nostro patrimonio ambientale una carta fondamentale per l’Italia”, in un mondo sempre più caratterizzato da una competizione globale. “Ragioni profonde che” ha continuato Napolitano “sono condivise da me, dal ministro dei Beni Culturali, e sancite nei princìpi fondamentali della Carta Costituzionale”. Un discorso, quello del presidente, che ha riconosciuto “la dolce perentorietà della presidente del Fai” e che si è svolto a braccio e in modo molto sintetico, perché, ha chiosato Napolitano, “tra le condizioni per un rapporto positivo tra il presidente e l’opinione pubblica c’è quella di non esagerare con i discorsi”.
A stretto giro di posta è poi arrivata la replica del premier: “Non c’è nulla da cambiare nella prima parte della Costituzione. I principi fondamentali sono riconosciuti e non vogliamo certo cambiarli”, ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio europeo. E, poi: “Io non sono toccato per nulla dai rilievi del presidente. Con Napolitano i rapporti sono tranquilli e cordiali. Adesso lo chiamerò per informarlo sui risultati del Consiglio europeo. Ci sono delle cose da cambiare come per esempio” la parte riguardante la costituzione del Csm, ma “agiremo solo in quella direzione”. Quindi il Cavaliere traccia le linee d’intervento: “Io darò il via al ddl per la riforma della giustizia che sarà approvato dal consiglio dei ministri. Ma non mi siederò mai attorno ad un tavolo con chi mi definisce Hitler, o un dittatore argentino. Sicuramente, una volta che il provvedimento sarà in parlamento, i gruppi avranno da parte mia ampia libertà di dialogare con l’opposizione, eventualmente anche accogliendo miglioramenti”.
Immediato il plauso del Pd alle parole del Capo dello Stato: “Napolitano è una persona di grande saggezza ed esperienza. La persona giusta al posto giusto, nel momento giusto”, ha detto il vicesegretario del Pd, Dario Franceschini. “Anche oggi il Capo dello Stato con parole sagge e equilibrate ha rimesso ordine in un dibattito che, non certamente per causa nostra, si era sviluppato attraverso strappi e dichiarazioni fuori luogo” gli ha fatto eco Anna Finocchiaro, capogruppo Pd a Palazzo Madama.
Tocca allora a Gianfranco Rotondi tentare di sminuire le polemiche sul nascere: ”Nessuna riforma proposta tocca i principi fondamentali della Costituzione che, nei valori, è ancora giovane” dice il ministro per l’attuazione del Programma, “perché figlia di un tempo in cui cattolici e laici moderati e innovatori sapevano dialogare”.
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L’attacco: “Il comportamento del presidente del Consiglio è del tutto irresponsabile”, autore Walter Veltroni.
La difesa: “Come si fa a confrontarsi con chi mi chiama dittatore, Videla e Hitler?”, firmato Silvio Berlusconi.
Il film va in scena tra Parigi e Bruxelles. Ma a risentirne è la bandiera bossiana del federalismo.
Il segretario del Pd, questa mattina nella capitale francese a margine dell’apertura del vertice dei premi Nobel per la Pace, attacca a tutto campo Silvio Berlusconi sulle dichiarazioni sulla riforma della giustizia: “L’Italia sta entrando nella più drammatica crisi sociale che la nostra generazione ricordi e il presidente del Consiglio cerca costantemente di alimentare una situazione di scontro e di creare condizioni di divisione nel Paese. All’opposizione che ha responsabilmente detto di essere disponibile a collaborare per fronteggiare questa situazione che entra nelle famiglie degli italiani e nelle imprese” ha proseguito Veltroni “il presidente del Consiglio ha risposto dicendo: ‘me ne frego’. E sulla giustizia afferma di voler cambiare la carta costituzionale solo con la maggioranza. Si tratta di un comportamento del tutto irresponsabile”.
Il premier risponde a stretto giro da Bruxelles dov’è in corso il summit dell’Unione europea: “Ditemi voi come si può dialogare con chi dice che in Italia sei un dittatore, che in Italia c’è un regime ed è colpa tua, che sei Hitler, Videla, il diavolo, un corruttore politico? È impossibile”.
Ma del muro contro muro tra il presidente del Consiglio e il segretario del Pd, il più preoccupato è alla fine Umberto Bossi. Il leader del Carroccio e ministro delle Riforme la pensa proprio così: “Queste dichiarazioni del premier possono compromettere il confronto con il Pd sul tema del federalismo fiscale. Ed eravamo a buon punto”.
E invece ora c’è qualche ostacolo per il federalismo fiscale nelle commissioni parlamentari. Perché, secondo il ministro delle Riforme, le opposizioni hanno cambiato atteggiamento dopo le parole di Silvio Berlusconi. Per questo Bossi si è ripromesso di chiamare il premier. “Berlusconi ora è in Europa e proverò a chiamarlo per spiegargli che abbiamo qualche difficoltà perché le opposizioni vogliono evidentemente una correzione del tiro. Lui dirà che lo attaccano ma a volte bisogna saper mandare giù, saper inghiottire. Non vince” dice Bossi ai giornalisti “chi attacca di più. A volte il miglior attacco è la difesa”.
Sta dicendo che sulla giustizia Berlusconi deve abbassare i toni? “Sì”, risponde il leader della Lega ai giornalisti che gli chiedevano se fossero auspicabile toni più pacati da parte del presidente del Consiglio. “Le dichiarazioni di Berlusconi sulla giustizia ci mettono in difficoltà perché possono ritardare il federalismo”.
D’altronde con il Pd la Lega aveva “cucito”, spiega Bossi, e “avevamo già un accordo” sul federalismo fiscale. Quindi per la Lega “il dialogo con la sinistra è possibile”.
Non ha null’altro da aggiungere il Senatur: “Berlusconi è intelligente, ha già capito”, ha risposto infine il ministro per le Riforme. “Sarebbe auspicabile che Berlusconi confermasse che il governo non ha cambiato indirizzo”, ha concluso. Sibillino e minaccioso: “Senza di noi, senza i voti del Nord, lui non sarebbe diventato premier”.