Leggi tutte le notizie su:


scudetto

Palloni sgonfiati: le squadre italiane sull’orlo del collasso

Il pallone? Si è rotto

Milan primo in classifica. L’Inter si deve accontentare della piazza d’onore. Al terzo posto una sorprendente Lazio. Quarta la Roma, che torna in zona Champions. E quinta la Juventus. Una classifica da fantacalcio? Oppure la previsione sull’ordine d’arrivo del prossimo campionato?

No, è il risultato dell’ultima stagione riclassificato da Panorama in base ai debiti delle società di Serie A, che complessivamente assommano alla bella cifra di 2 miliardi di euro. Perché il calcio italiano è sull’orlo del crac finanziario. E le squadre più indebitate sono in molti casi anche le più vincenti sul campo. Come si vede nella tabella a fondo articolo, la società in assoluto con il passivo più ampio è l’Inter: 394 milioni di euro di debiti per la squadra vincitrice degli ultimi quattro scudetti. Se però si dividono i debiti per i punti conquistati nell’ultimo campionato, passa al comando il Milan: infatti i rossoneri presieduti da Silvio Berlusconi (e la cui guida operativa spetta al vicepresidente Adriano Galliani) con 392 milioni di debiti hanno ottenuto in Serie A 74 punti, cioè hanno contratto un debito di 5,29 milioni di euro per ogni punto ottenuto sul campo. In questa graduatoria degli spendaccioni l’ultimo posto (escluse le retrocesse in Serie B) è del Bologna, che si è indebitato per 350 mila euro per ogni punto in classifica nel 2008-2009. Ora però, se davvero la società felsinea passerà di mano sotto la regia di Luciano Moggi, la musica potrebbe cambiare: prevedibile in quel caso un aumento della spesa per ingaggiare i calciatori, e quindi dei debiti.
Perché a volte ritornano, e persino il Bologna potrebbe aspirare di nuovo a essere “lo squadrone che tremare il mondo fa”, come lo chiamavano i suoi tifosi negli anni Trenta del secolo scorso, quando vinceva scudetti a raffica.

Quindi, chi più spende meglio spende? Non sempre è garantito che i risultati arrivino dopo aver speso molto. Il problema dei debiti attanaglia tutto il calcio europeo, non solo quello italiano, in particolare Spagna e Inghilterra, dove si giocano i due campionati più ricchi e più seguiti in tv. Ma nonostante il mecenate russo Roman Abramovich, i londinesi del Chelsea non sono ancora riusciti a vincere la Champions league. Mentre risale al 2002 l’ultimo successo europeo ottenuto dal presidente Florentino Perez col suo “galattico” Real Madrid.
E fra le squadre italiane l’Inter, che continua a spendere e spandere, non vince la Coppa dei campioni da 44 anni: era il 1965, allenatore Helenio Herrera e presidente Moratti (non Massimo, che era un ragazzino, bensì suo padre, il celebre Angelo). La situazione in Italia è complessa anche per il ruolo delle banche: per esempio, è l’Unicredit- Banca di Roma, non la proprietaria famiglia Sensi, il vero arbitro del destino della Roma calcio, a causa dei crediti concessi generosamente alla controllante Italpetroli nel passato. C’è poi la pressione fiscale, molto più elevata rispetto a Spagna e Inghilterra. E nelle società di calcio, dove il costo del lavoro incide per il 70 per cento sulla spesa complessiva, anche il peso fiscale diventa un salasso. Il centravanti Zlatan Ibrahimovic è il calciatore più pagato del mondo e per garantirgli quest’anno uno stipendio netto di 14 milioni di euro l’Inter deve spenderne circa 28 come costo aziendale. Se giocasse in un club spagnolo, il capocannoniere nerazzurro potrebbe guadagnare lo stesso ingaggio netto con un esborso per la società di poco superiore a 18 milioni.

Come evitare di finire nel baratro? Perez del Real Madrid ripropone un campionato europeo con le sole 16 squadre maggiori, una vecchia idea già lanciata quasi vent’anni fa da Berlusconi, ma tra gli osservatori del calcio internazionale si pensa che il progetto non sia all’ordine del giorno. Su questo supercampionato la parola definitiva sarà quella di Michel Platini, l’ex fuoriclasse della Juventus e della nazionale francese oggi presidente dell’Uefa (l’associazione europea delle federazioni nazionali di calcio).
“Il vero problema è il costo del lavoro fuori controllo. La differenza tra arrivare primi o secondi è talmente grande che a volte si fanno follie” dice Umberto Gandini, dirigente del Milan e vicepresidente dell’Eca (European club association, una sorta di lega europea delle squadre di calcio riconosciuta dall’Uefa). “La stessa cosa vale per chi cerca di non retrocedere, perché andare in serie B equivale a finire in un burrone. Tuttavia non si possono imporre tetti ai salari perché ci sono troppe difformità a livello europeo: alla riunione dell’Eca di lunedì 13 luglio si discute il fair play finanziario, ovvero per esempio la possibilità per le squadre di calcio di accedere al credito per costruirsi gli stadi”.

Su questo versante l’Italia è in coda: tra le 20 squadre della serie A solo la Juventus ha deciso di costruirsi uno stadio di proprietà, che sarà pronto nel 2011. Dopo Calciopoli, la società ha iniziato la sua ricostruzione, anche con un aumento di capitale da 105 milioni di euro e ora ha una situazione patrimoniale più che solida. Il progetto del nuovo stadio, costo stimato in altri 105 milioni, “non intacca in alcun modo l’attività della gestione sportiva ” sostiene Michele Bergero, direttore amministrazione e finanza della Juventus. Il nuovo stadio sarà completamente autofinanziato: in parte con la vendita per 20 milioni alla Nordiconad di aree per attività commerciali, già acquisite dal club intorno al vecchio Stadio delle Alpi (dove sorgerà il nuovo impianto). In più la Sport Five darà alla Juventus un anticipo di circa 40 milioni (su un totale di 75 in 12 anni) per una sponsorizzazione che comprenderà sia il nome del nuovo stadio, sia la gestione di metà dei 200 palchi che saranno il fiore all’occhiello dell’iniziativa. E soprattutto la Juve avrà dal Credito sportivo, emanazione finanziaria del Coni, un prestito di 50 milioni di euro a un tasso agevolato, circa il 4,5 per cento.

È un modello ripetibile in altre città italiane? A Genova ci sta pensando la Sampdoria. A Firenze c’è un progetto di Diego Della Valle, patron della Fiorentina, che però sembra impantanato. A Milano l’idea dello stadio di proprietà è venuta all’Inter (che forse potrebbe usare, dopo il 2015, una delle aree dell’Expo), mentre il Milan non ha fatto alcuna avance in proposito. L’assessore allo Sport del Comune di Milano, Alan Rizzi, racconta a Panorama: “Non abbiamo ancora ricevuto richieste ufficiali per un nuovo impianto, nemmeno dall’Inter. In realtà la nostra idea è ottenere la finale di Champions league a Milano nel 2015: ne stiamo ragionando con Inter e Milan, partendo dall’esistente e trasformando San Siro in uno stadio a cinque stelle”.

In conclusione, si potrà risanare il calcio nel suo insieme? Sembra difficile, ma qualche caso virtuoso potrà esserci, se persino Berlusconi ha tirato i remi in barca e ora cerca di far quadrare il bilancio rossonero. E pensare che vent’anni fa il presidente del Milan fu il precursore dell’idea di supersquadra, quella allenata da Arrigo Sacchi, la prima società che aveva due giocatori titolari per lo stesso ruolo. Invece oggi, magari, i tifosi milanisti aspettano soprattutto l’arrivo di qualche sceicco nell’azionariato per non rimpiangere troppo la cessione di Kakà al Real Madrid.
debiti_seriea.jpg

Calcio e debiti. Quelli che li ha rovinati il pallone

Urbano Cairo, presidente del Torino

Qual è la miglior vittoria per il tifoso incallito? Ovvio: su gol a tempo scaduto, e magari un po’ rubacchiata. Tanto più se si parla di una Roma che è tornata la “Rometta” dei tempi grami e di fronte ha il Catania, rivale storico. Ebbene, sabato 16 maggio al gol di Cristian Panucci segnato appunto al penultimo minuto di recupero gli spalti dell’Olimpico hanno pensato bene di festeggiare il 4 a 3 e il possibile accesso all’Europa league al grido di “Rosella Sensi devi andare via” rivolto al presidente; e “solo la maglia, tifiamo solo la maglia”, alternato con “quando ve pare, giocate quando ve pare”, indirizzato ai giocatori. Conclusione: Francesco Totti e compagni a capo chino verso gli spogliatoi, mentre Rosella Sensi scoppiava in lacrime, da sola, in tribuna d’onore.
Frutti avvelenati di un calcio mai balordo come ora, nel quale più che di scudetti e vittorie si parla di debiti, fallimenti, dinastie imprenditoriali rovinate. Certo, l’Italia ha avuto Calciopoli, ma stavolta il problema è europeo, anzi planetario. Basta pensare che il 27 maggio proprio l’Olimpico ospiterà la finale di Champions tra Manchester United e Barcellona, dominatrici di una Premier league e di una Liga oberate ciascuna da 3,5 miliardi di debiti. Quanto a noi ospitanti, ci salviamo solo perché, in base alla legge sul calcio, è sufficiente che le squadre ripianino le perdite dell’ultima gestione. Che a fine campionato comunque saranno, secondo stime, per la sola serie A pari a 300 milioni. Per metà a carico dell’Inter neoscudettata di Massimo Moratti e José Mourinho.
Chi invece guarda ai debiti sono banche, sponsor e azionisti. È per questo che l’Unicredit ha imposto alla Roma il rientro da almeno 365 milioni di prestiti concessi quando a capo del club giallorosso c’era Franco Sensi, fondatore dell’Italpetroli, azienda che spaziava dai depositi di Civitavecchia al Corriere Adriatico, dall’hotel Cicerone a terreni edificabili sparsi un po’ ovunque intorno alla capitale. Allora la banca di riferimento era la Capitalia e il banchiere di riferimento Cesare Geronzi. Assorbita la Capitalia nell’Unicredit, salito Geronzi nelle stanze della Mediobanca, scomparso Franco, esplosa la crisi finanziaria globale, l’impero dei Sensi è crollato come un castello di carte. Rosella ha presentato un bilancio 2008 con un utile corrente di 19 milioni, ma a fine dicembre non è riuscita a versare la prima rata da 130 milioni del piano di rientro imposto dall’Unicredit.
Ha tempo fino al 31 luglio, nel frattempo intorno alla società più che lupe capitoline e aquile laziali si aggirano altri predatori. Su tutti la cordata svizzero-tedesca composta dal finanziere Volker Flick e dal procuratore Vinicio Fioranelli, ai quali potrebbe affiancarsi l’ex presidente del Grasshoppers Romano Spadaro. Ma si è fatto vivo, con un annuncio, anche l’industriale farmaceutico Silvano Angelini. Mentre un anno fa il mese di aprile era stato dominato dalle voci di scalata nientemeno che di George Soros, che sarebbe stato rappresentato dall’avvocato italoamericano Joe Tacopina; subito dopo è stata la volta di fondi arabi.

La Roma (con Juventus e Lazio) è uno dei tre club di calcio quotati in borsa, e non si tratta precisamente di una blue chip. Inutile dire che a ogni fiato, prontamente amplificato dal circuito di radio locali controllate dai circoli giallorossi, il titolo è schizzato, anche del 25 per cento in un giorno. Ora la Consob si è decisa a indagare. Anche se il vero interessato alle sorti della Roma pare il gruppo Caltagirone. Edoardo, nipote di Francesco Gaetano, vorrebbe costruire il nuovo stadio, alla Magliana, tra la Fiera e l’autostrada per Fiumicino. E ovviamente fanno gola anche i terreni.
Ma in fondo il popolo giallorosso a queste traversie è abituato. È guardando più su, ai quartieri alti del campionato, che si scorgono crepe che non ti aspetti. Prendiamo l’Inter, fresca del quarto scudetto consecutivo. Massimo Moratti ha appena ripianato due terzi delle perdite nerazzurre con i 100 milioni del dividendo annuale della Saras, l’azienda di raffinazione di famiglia. Suo fratello Gian Marco, che ha diritto agli altri 100 milioni di cedole, non sembra però più disposto al sacrificio. Dunque si parla di una famiglia Moratti che discute intorno all’ipotesi di affidare a una banca d’affari la ricerca di un part-
ner straniero di minoranza. Anche perché, se quest’anno le perdite dell’Inter sono state di 148,3 milioni, nel 2007 furono di oltre 200, mentre il futuro sembra affidato a un piazzamento nella Champions league, che prevede un meccanismo di bonus decrescente da 40 milioni di euro (per la vittoria) in giù. E l’Inter nell’ultima edizione (i cui proventi influiranno sui bilanci 2009) non è andata oltre gli ottavi.

I debiti del calcio in Europa

Stessi problemi, anche se su scala ridotta, li ha il Milan. Silvio Berlusconi ha appena ripianato di tasca propria un passivo di 66,8 milioni e ora, oltre a rinnovare di sana pianta squadra e allenatore, è alla ricerca di un socio. Anche in questo caso pare siano decisive le pressioni dei figli Marina e Pier Silvio, non entusiasti che la famiglia o la Fininvest debbano continuare a spalancare i portafogli. Dunque, possibile arrivo di un partner arabo: si parla dell’Abu Dhabi United Group, che investirebbe 500 milioni per il 35 per cento del Milan, con la mediazione della Bnp Paribas.
Ai soldi si deve anche lo psicodramma in casa Juve che ha portato all’esonero di Claudio Ranieri a due giornate dal termine, un fatto inaudito nella tradizione sabauda. La realtà è che la stessa “triadina” bianconera composta da Jean-Claude Blanc, Giovanni Cobolli Gigli e Alessio Secco, che rende conto non alla Fiat (l’interesse di Sergio Marchionne per la Juve è pari a zero) ma alla Exor, la finanziaria degli eredi Agnelli, ha la necessità di non mancare il terzo posto in campionato, che vale l’accesso diretto, senza preliminari, alla Champions. Arrivare quarti, infatti, comporterebbe tra ferie dimezzate, contratti anticipati, ingaggi congelati e amichevoli saltate, la perdita di almeno 15 milioni, che il bilancio, già in rosso di 20,8, non potrebbe sopportare. E la Juventus, a differenza di Inter e Milan, non ha più un padre padrone disposto a staccare assegni.
Panorama di macerie per il “campionato più bello del mondo”. Macerie almeno finanziarie, con il calcio sempre più ci si rovina. La più recente tra le vittime illustri è Giuseppe Gazzoni Frascara, ex proprietario del Bologna e dell’Idrolitina, finito sotto processo per bancarotta. Gazzoni ci ha rimesso l’azienda e la tranquillità familiare, ma dopo di lui il Bologna, se pure affidato a mani capaci, ha continuato a navigare in acque incerte: Alfredo Cazzola, imprenditore e patron del Motor show, oggi candidato sindaco per il centrodestra, ha capito subito l’antifona. Passato a Francesca Menarini, erede di una famiglia di costruttori, il Bologna lotta tuttora per non retrocedere in serie B.
Il pallone rischia di rivelarsi fatale pure a chi combatte per la promozione. La Pro Patria di Busto Arsizio, tra i più antichi club italiani (fondata nel 1881), è in corsa per il passaggio dalla Lega Pro (ex serie C) alla B. E proprio sul finire di un campionato, condotto quasi sempre in testa, la Finanza ha arrestato il suo presidente Giuseppe Zoppo accusato di bancarotta fraudolenta. Nel 2008 il fallimento ha eliminato dal panorama del calcio anche il Messina dell’armatore Pietro Franza, protagonista di alcune stagioni in serie A. Quattro anni prima toccò all’Ancona di Ermanno Pieroni, ex arbitro e poi segretario dell’industriale Francesco Merloni. Ora le disavventure giudiziarie coinvolgono l’immobiliarista Giovanni Lombardi Stronati, proprietario del Siena, ma anche del teatro romano Ambra Jovinelli, di due elicotteri, quattro barche, una Bentley e una villa in Costa Smeralda.
Insomma, ai ricchi e famosi chi glielo fa fare? Appena rilevata la Fiorentina dal crac di Vittorio Cecchi Gori, Diego Della Valle, abituato agli uffici ovattati della Confindustria e della Mediobanca, raccontò a un amico: “Le riunioni di Lega sembrano il mercato del pesce. Tutti gridano, volano parolacce e si parla solo di soldi”.
A Della Valle in fondo con i viola non è andata male (anche se resta memorabile il suo commento “Mio fratello mi ha ricordato che siamo interisti”), almeno a paragone del suo collega Urbano Cairo, ex Fininvest e oggi a capo di un ricco gruppo editoriale. Per il Torino Cairo si è svenato, con soddisfazioni pari a zero, e sempre in bilico per non retrocedere.
Forse chi aveva capito tutto è l’ex proprietario e industriale farmaceutico del Pisa, Maurizio Mian. Alla presidenza onoraria della squadra aveva piazzato il proprio cane, Gunther. Salvo poi vendere tutto e ritirarsi a Miami.

Inter campione d’Italia: è il 17mo titolo per la squadra di Moratti

Inter tricolore: è il diciassettesimo scudetto. Che non è stato conquistato alla fine di una partita, ma dopo la sconfitta del Milan contro l’Udinese per 2 a 1. Certo, non è stata la cavalcata trionfale di due anni fa, con il record assoluto di punti (97), un primato anche per l’Europa, e un traguardo raggiunto con cinque giornate di anticipo, ma è stato lo stesso un monologo dei nerazzurri che hanno infilato il loro poker: dopo i tre scudetti consecutivi dell’era Mancini (con il primo però grazie a Calciopoli), José Mourinho fa centro al primo colpo regalando un altro sorriso a Moratti.

In seguito all’aiutino della Juve, che domenica scorsa aveva fermato sull’1-1 il Milan a San Siro, lo scudetto si decide lontano da Milano, ma ha ancora i colori bianconeri grazie questa volta all’Udinese. E domani, contro un’altra formazione bianconera, il Siena, contro il quale i nerazzurri hanno una lunga tradizione favorevole, sarà solo festa. Due anni fa l’Inter conquistò il suo scudetto proprio in Toscana con una doppietta di Materazzi, che lo scorso anno fallì invece un rigore alla penultima giornata. Questa volta Inter-Siena non sarà decisiva: la partita di domani sarà solo una passerella nerazzurra, prima del bagno di folla in città.

Eroe dei nerazzurri è José Mourinho: Cinque scudetti in tre campionati diversi, con il sogno dichiarato di fare un giorno il poker nella Liga spagnola. Nel Vecchio Continente il tecnico portoghese sta diventando un “collezionista” di scudetti. Trofei che tra l’altro ha conquistato nei vari club alla sua prima stagione. Così è stato nel 2002 al Porto, poi nel 2005 al Chelsea, riportando i Blues in vetta alla Premier League dopo 50 anni. E così è stato anche quest’anno all’Inter. Che ha già aggiornato il suo sito internet con il diciassettesimo scudetto.
Il campionato è stato stradominato dall’inizio alla fine, quasi senza soluzione di continuità dopo la solita bagarre iniziale. Ha avuto solo un paio di sbandamenti: il primo a fine ottobre, con il doppio 0-0 con Genoa e Fiorentina, seguito però da otto vittorie di fila; il secondo a gennaio con il tracollo peggiore e più sorprendente di tutto il torneo a Bergamo con l’Atalanta, dopo un primo tempo concluso sul 3-0 per la squadra di Del Neri e i nerazzurri “sbagliati” che sembravano dei marziani in campo.

I festeggiamenti. José Mourinho che sventola un’enorme bandiera nerazzurra, alle sue spalle Balotelli che solleva un cartello con scritto ‘Zero titoli’, Materazzi e Stankovic che ne tirano su un altro diretto ad un bersaglio prediletto dei tifosi nerazzurri: Ambrosini. E in mezzo ai compagni un Ibrahimovic sorridente, ma un po’ distaccato. Sono alcuni dei volti della festa interista, che si e’ infiammata poco dopo l’1.30 di notte, quando il pullman scoperto con a bordo la squadra è arrivato in piazza Duomo, accolto da circa diecimila tifosi che per ore e ore hanno esultato nel centro di Milano per la conquista del diciassettesimo tricolore.
I chiassosi caroselli di auto, moto e motorini erano cominciati non appena la sconfitta del Milan a Udine aveva sancito la vittoria matematica dell’Inter. Per strada il tifo organizzato, ma anche tantissime famiglie con bimbi al seguito, a dar vita a una marea nerazzurra che ormai di questo periodo si ripete puntuale da tre anni (nel 2006 lo scudetto d’ufficio arrivò più in là) a questa parte. ‘Zero titoli’, l’espressione usata qualche mese fa da Mourinho nei confronti dei suoi avversari nella conquista del titolo, è stato il cavallo di battaglia di questi festeggiamenti. Cantato centinaia e centinaia di volte, stampato sulle magliette celebrative vendute a 15 euro alle bancarelle, scritto su decine di cartelloni, incluso quello esibito sul pullman della squadra.

Guarda la GALLERY della notte di festa a Milano e Appiano Gentile.
Il VIDEO dei festeggiamenti a Milano in Piazza Duomo

Sfoghi e sfottò. Gli juventini scatenati sul web: “Mourinho uno di noi”

José Mourinho

Il verdetto è scritto: “Mourinho uno di noi”. Il coro non arriva dalla curva dell’Inter, di cui “Special One” è allenatore, bensì dai forum di tifosi juventini, scatenati all’indomani del presunto sfogo, fatto nello spogliatorio dall’allenatore portoghese dopo la sconfitta dell’Inter contro l’Atalanta. “Il primo scudetto ve lo hanno dato in segreteria, il secondo lo avete vinto perché non c’era nessuno. Il terzo all’ultimo minuto. Siete una squadra di…”, avrebbe tuonato il tecnico.
Al popolo bianconero, che da due giorni impalla i blog su internet, non è parso vero. Per diventare un’icona, seppure della fede sbagliata, è bastata quella sfuriata. Tutto quello che, da quasi tre anni, grida gran parte dei credenti juventini è stato sottoscritto dal capo dei nemici in cinque minuti: il massimo che si può ottenere dalla vita. Che poi lo stesso riceva da Massimo Moratti nove milioni di euro l’anno (o forse anche molto di più come ha riportato Panorama.it), rende il tutto irresistibile. Per palati bianconeri, ovviamente.
Qualcuno, nei blog, s’interroga sulla veridicità delle dichiarazioni, ma è una minoranza: troppo bella la storia, per metterla in discussione con un pò di verità, pensa la maggioranza dei bianconeri. “Non posso entrare nel merito di queste affermazioni perché non sappiamo se e come sono state pronunciate” sottolinea a Panorama.it Franco Lauro, giornalista di Rai Sport e conduttore di 90° Minuto. “Siamo entrati nella fase più calda della stagione ed è chiaro che ci sia molta pressione sull’Inter e in particolare su Mourinho. Se dovesse fallire in Champions contro il Manchester United le ripercussioni sarebbero pesanti anche sul campionato, dove nelle ultime settimane ha avuto difficoltà e la Juventus si è rifatta sotto. Ma basta vincere per tornare subito Special One e la gente si dimentica presto di frasi, presunte o reali”.
Pronunciate o meno, queste parole stanno facendo il giro del mondo. Oltre 150 mila interventi sul forum “j1897.it“, quasi 15 mila su Vecchiasignora.com. “Mou uno di noi”, è il commento più incollato, anche se c’è chi si sbilancia ancora di più: “Mou vieni alla Juve”. Altri sperano che il portoghese continui: “Potevi anche dirgli che in Champions league il miglior risultato negli ultimi 40 anni è stata una semifinale con Cuper”.
La rivelazione di blog e giornali ha fatto scattare le ire della società, che ha cercato di smentire seccamente. Ma sui forum del tifo la notizia è da prima pagina. “Ha cercato solo di scuotere la squadra” scrive un interista. E un altro: “Ben vengano questi metodi se portano alla vittoria”. Come riportato sul sito di Tuttosport, il quotidiano vicino all’ambiente bianconero, “una cosa possiamo escluderla di sicuro: e cioè che Josè Mourinho volesse acquisire meriti agli occhi dei tifosi juventini. Mou, dopo la traumatizzante sconfitta di Bergamo, avrebbe tirato in ballo l’argomento degli scudetti proprio per pungolare l’orgoglio nerazzurro. Perché nessuno tra i nerazzurri, se mai lo aveva fatto, si senta troppo appagato o rassicurato da questi due campionati di quasi totale predominio”.
Se non altro, ora il portoghese ha conquistato l’uditorio avversario, dopo che già molti giocatori bianconeri lo stimavano. “Durante i fatti di Calciopoli” commenta Alberto Rossetto, dell’Associazione nazionale amici della Juventus, “Mourinho era all’estero e si vede che lì hanno capito meglio come sono andate le cose in Italia. Quelle considerazioni, lui le aveva fatte anche quando stava al Chelsea. Finalmente, qualcuno dice la verità anche dentro l’Inter”. Sull’argomento sono intervenuti anche due interisti doc. “Mourinho è troppo intelligente, non può aver denigrato gli scudetti post Calciopoli dell’Inter nello strigliare la squadra dopo la disfatta di Bergamo”, è l’opinione di Alessandro Altobelli, ex stella nerazzurra. “Se quelle parole le dice Moggi va bene, ma se le avesse dette Mourinho sarebbe grave”, è stato invece il duro commento di Beppe Severgnini, giornalista e scrittore di fede interista, scettico sul fatto che Special One abbia usato argomenti del genere. “Sono argomenti delicati, toccano corde che hanno fatto soffrire molto in passato. E soprattutto, sugli scudetti, non è vero”. Sarà, ma gli juventini nel frattempo gongolano e Mourinho, almeno per un altro pò di tempo, resterà “uno di loro”.

Gigi Buffon alla prima vacanza da papà

Gigi Buffon, in campo per beneficenza (© Paolo Della Bella/LaPresse)

di Giancarlo Dotto

Altro che rigore di Adrian Mutu o tiro di Karim Benzema, le grandi mani del più grande portiere al mondo si sono esibite nella più spericolata presa della carriera, quella del piccolo Louis Thomas, guizzante e imprevedibile cucciolo d’uomo, 7 mesi non ancora compiuti e due denti appena spuntati, mistero afferrabile dalla testa ai piedi secondo canoni che non sono quelli ben noti dell’oggetto sferico. Presa e impresa nella quale, sembra, Gigi Buffon se la sia cavata benone, non senza qualche brivido, più per la platea che altro, e nonostante gli acciacchi alla schiena, tipici di un ormai non più giovanissimo signore che ha passato la vita a fare il saltimbanco tra i pali.
Ultimi spiccioli di vacanza a Forte dei Marmi per Buffon, la compagna Alena e il robusto bebè di casa, mentre la Juventus è già in ritiro a sgobbare da giorni. Vacanza inedita per il portiere della Nazionale, la prima da pater familias, una sfida per lui che a trent’anni si sente ancora figlio di mamma, e che mamma: l’onnipresente Maria Stella. Vacanza che Buffon ha difeso con le unghie e con i denti dalla morbosa curiosità di fotografi e giornalisti: Corsica, Sardegna, Porto Rotondo e l’isola di Mortorio, nome perfetto per definire il livello di mondanità delle ferie di una delle coppie più glamour del calcio: zero.
Gigi ha appena finito di scartare con successo il piccolo Louis Thomas dal suo involucro di pezze e pannolini. Ora gli sta lasciando in ostaggio le sue preziose dita, che il pargolo mordicchia con entusiasmo, forte dei suoi primi due denti.
Mani assicurate per non so quanti milioni, immagino.
No, a dire il vero non ci ho mai pensato. Iker Casillas l’ha fatto? Non lo sapevo. Forse, però, ci ha pensato la Juventus, devo informarmi.
Vacanza inedita. La prima da papà.
Vero, con un figlio cambia tutto. Si vive in funzione delle sue esigenze. Un sacco di privazioni, meno divertimenti, alle 11 io e Alena eravamo già a letto.
Smaltito lo stress da Nazionale?
Ma sì. In fondo per me è stato anche un divertimento, una scoperta. Certo, anche una grande responsabilità. Ti ritrovi questo esserino fragile tra le mani, che dipende tutto da te.
A proposito di mani: i padri di solito vanno nel panico quando devono tenere in braccio un bebè.
Vuole dire che l’essere portiere mi ha facilitato? Può darsi. Mi sentivo molto sicuro anche quando lo tenevo sollevato ai bordi della barca per farlo giocare sul pelo dell’acqua, cosa che per altri poteva comportare un rischio.
Incredibile. Mamma Alena la lasciava fare?
Trepidava, ma si fidava.
Promosso come padre?
Alena è una mamma attentissima, vuole portare sempre con sé Louis Thomas. Ma, specie ora che ha smesso di allattarlo, ogni tanto me lo lascia e me la cavo discretamente bene.
Dove riesce meglio?
Un po’ su tutto. Scaldo l’acqua, il latte, cambio i pannolini, gli faccio il bagnetto e lui ride, segno che non vado male. Recentemente, me lo ha lasciato per una notte intera e lui ha dormito 10 ore di fila. Anche se poi mi è venuto il dubbio che abbia pianto e io non me ne sia accorto.
Capita di solito nei primi mesi che l’uomo di casa venga estromesso dal ménage madre-figlio.
Non nel mio caso. Anche se, è chiaro, la madre conta per l’80 per cento, come è giusto che sia. Non ho la smania di essere protagonista sempre. Mi basta esserlo nel mio lavoro.
È cambiato il vostro rapporto?
Siamo più uniti. Io la stimo ancora di più, Alena, vedendola all’opera come madre.
Litigate sulla gestione di Louis Thomas?
Qualche volta. Scaramucce. L’ultima l’altra sera. Quando usciamo a cena in due, io preferirei non portarlo con noi. Magari comincia a piangere, va calmato, e io mi ritrovo a tavola da solo anche per mezz’ora.
Gigi Buffon con il figlio Louis Thomas

Fantasie sul futuro del pargolo.
Mi piacerebbe seguisse l’esempio del padre. Lo sport tiene lontani dalle cattive tentazioni. Il fisico c’è. A nemmeno 7 mesi comincia a essere ingombrante. È un gigante per la sua età. Del resto, il nonno materno supera i 2 metri, la nonna paterna è 1,85.
A mente fredda, gli europei… Sembra un secolo.
Resta un grande dispiacere. Soprattutto vedendo con che facilità ha vinto la Spagna, con cui noi abbiamo perso solo ai rigori.
Chiederebbe ancora scusa dopo quell’Italia-Olanda?
Sì. Erano parole venute dal cuore. Se l’Italia gioca cento volte con il Brasile non perderà mai 3 a 0. L’Italia non può perdere 3 a 0 con nessuno al mondo in una competizione così importante.
Ha detto: “La peggior Italia della storia”. Il povero Roberto Donadoni non avrà gradito l’eccesso di autocritica.
Con Donadoni avevo e ho un grande rapporto. Ci siamo chiariti il giorno dopo. Lui lo sa che sono onesto e non sono un ruffiano. Sa che sono molto critico soprattutto con me stesso quando sbaglio.
Facile dire così, non sbaglia mai.
Non è vero. Ho riguardato i 32 gol presi lo scorso campionato e mi sono detto che almeno 20 potevo evitarli.
È mancato Fabio Cannavaro.
Con lui non avremmo certo perso in quel modo con l’Olanda. Lui ha carisma, è il capitano. Ci avrebbe guidato in campo con l’esempio e con le parole.
Le manca Donadoni?
Lo sanno anche i sassi che rapporto ho con Marcello Lippi, però Donadoni è stato una bella scoperta per me, come uomo e come allenatore.
Che vi siete detti dopo l’eliminazione?
Non sono capace di mentire. La cosa era nell’aria, gli ho solo detto: “Speriamo di rivederci”.
Sarebbe arrivato Lippi anche in caso di vittoria?
Non credo, magari si sarebbe dimesso Donadoni.
Con il nuovo-vecchio ct vi siete già incontrati?
Qui a Forte dei Marmi. Lui è di queste parti. Mi ha suggerito dei posti dove andare. L’ho trovato in forma, abbronzato come sempre. Un incontro traumatico per il mister. Louis Thomas lo ha graffiato, c’è rimasto male.
Una minestra riscaldata spesso non funziona, si dice.
Lippi è una certezza. Sarà anche una minestra riscaldata, ma è una buona minestra.
La parata su Mutu o quella su Benzema?
Quella su Benzema. Di solito non mi rendo conto quando faccio una grande parata, me lo segnalano gli altri. In quel caso l’ho capito subito.
Se non para il rigore su Mutu, l’Italia va a casa e le scuse non bastano più.
Fortuna ma anche abilità, quel riflesso nel tirare su la gamba.
Calcio italiano, campionato che sta per iniziare: io dico Roma o Juventus.
Io dico Milan. Per me è il favorito per lo scudetto. Non giocare la Champions è un vantaggio enorme. L’Inter? Bisognerà vedere quanto incide l’effetto Mourinho.
José Mourinho, la nuova star del campionato.
A me piace. Mi piacciono le persone che hanno le idee chiare e non hanno paura a comunicarle. Non ha dubbi, sa cosa vuole. Magari è tutta una maschera ma, a pelle, mi sembra uno vero.
Niente Juventus per lo scudetto?
L’anno scorso venivamo dalla B, avevamo stimoli esagerati che non potremo avere quest’anno. Dovremo essere bravi a cercarne altri.
È arrivato Amauri, ha detto: farò meglio di Zlatan Ibrahimovic.
Molti vorrebbero copiare Ibra. Penso che Amauri abbia le doti per imporsi da noi. E poi, a differenza di Ibra, parla bene italiano, saprà integrarsi con più facilità.
È arrivato Christian Poulsen, quello dello sputo di Francesco Totti. I tifosi lo hanno definito “un bidone”.
Magari non avrà le qualità di Amauri, ma è uno di quei giocatori che rendono solida una squadra.
David Trezeguet dice che bisogna aggiungere talento a questa Juve.
I conti vanno sempre fatti alla fine.
Alex Del Piero è vecchietto. Ce la farà a ripetersi?
È uno che si cura maniacalmente. La sua voglia di stupire, di essere all’altezza del suo nome, è intatta.
Joseph Blatter vuole liberare “lo schiavo” Cristiano Ronaldo.
Una battuta infelice, esagerata dai media. Soffro da morire quando magari scappa anche a me una battuta e viene strumentalizzata. È capitato spesso.
Totti forse ritorna azzurro.
Se torna sono contento. Vuol dire che è contento lui e, soprattutto, che è contento Lippi.

Matrix Materazzi simbolo del trionfo nerazzurro


 

di Paolo Liguori

Ad agosto compie 34 anni. È il giocatore simbolo dell’Inter. Del 15° e probabilmente anche del 14° scudetto. È anche di più: il campione più rappresentativo del calcio italiano nel 2007.
Marco Materazzi si è guadagnato tanti riconoscimenti in un solo anno, in un momento particolare della sua carriera. A gennaio 2006, a quasi 33 anni, età da calciatore anziano, Marco fu tentato dall’idea di chiudere altrove la carriera. Dalla critica era giudicato poco adatto all’Inter di Roberto Mancini. E alla fine del campionato, non più di un anno fa, la tentazione di andare sul mercato c’era ancora.
Poi venne la Nazionale di Lippi, Calciopoli e quel clima particolarissimo che selezionò gli uomini secondo il carattere, prima ancora che secondo i ruoli prestabiliti. Il cuore, prima della classe. La volontà e l’impegno, prima del curriculum e del gradimento tecnico. E Marco divenne Matrix. Per tutto il Mondiale e, in particolare, quel 9 luglio magico in cui la sorte lo portò allo scontro con Zidane. Un altro campione, anziano e navigato. L’esatto opposto del nostro Matrix: celebrato, osannato per la sua classe e per una carriera eccezionale, Zizou aveva tutto nel suo passato e niente nel futuro. Materazzi, il contrario. Quella testata(qui il video), fu la scintilla che provocò un travaso dall’uno all’altro.
L’anima del campione abbandonò Zidane e scelse Materazzi e lui, veterano di mille battaglie, da quel giorno è letteralmente rinato. Se provate a ricordare a chi segue meno il calcio che Matrix ha 34 anni, osserverete lo stupore. Pensano tutti che sia un ragazzo
freschissimo che ha appena cominciato a raccogliere i frutti del suo lavoro. Ed è vero.
Marco Materazzi è rinato e gli è stato facile rappresentare simbolicamente la rinascita dell’Inter, una società che gli assomiglia più di quanto si creda. I colori e la tradizione nerazzurri sono antichi e gloriosi. Uomini di 60 anni sono cresciuti ammirando calcisticamente la grande Inter. Poi sono venute le altre Inter, fino al 1989, a quella dello scudetto di Trapattoni. Da lì gli anni duri, come quelli di Matrix, al centro delle polemiche, dello scherno, delle barzellette. Oggi il riscatto di una squadra che tra tanti campioni ne ha uno che le assomiglia più degli altri e il suo riscatto se l’è guadagnato prima ancora di iniziare la cavalcata, strappando su un campo di Berlino l’anima ad un campionissimo francese.

E il riscatto è simbolico per il calcio italiano. Nel 1989 cadeva il Muro di Berlino e cambiava il mondo, nel 2006 è caduto il Muro di Calciopoli e l’Inter ha vinto in un solo anno i primi due scudetti del Calcio Libero. Materazzi e i nerazzurri sono rinati sulle ceneri di Moggi: sono cresciuti grazie al latte di Massimo Moratti, ma hanno compiuto un percorso che resterà nella memoria e negli Annali del calcio. Per questo motivo, il loro scudetto è grande, non minore rispetto ad altri. Materazzi quest’anno ha avuto tutto insieme ciò che gli era stato per anni negato. E ora la rete lo omaggia così:

Inter campione: i video dei gol e le immagini della festa

Tifosi dell'Inter festeggiano la conquista dello scudetto, a Milano. Cori, clacson, fumogeni, tifo da stadio trasferito nel cuore della città .<br> [i](Credits:Ansa)[/i]
I festeggiamenti a Milano sono andati avanti fino a tarda notte. In Piazza Duomo e nelle zone centrali della città la gente in festa ha salutato l’arrivo dei giocatori, cantato, ballato e gioito per il 15° scudetto vinto (guarda la gallery).

Campioni d’Italia (qui, il commento su Inter Channel): a un anno dal titolo assegnato a tavolino e diciotto dopo quello conquistato sul campo dalla squadra guidata da Trapattoni . In mezzo, tante cose perché diciotto anni sono una vita: le coppe vinte, Ronaldo e Juliano, una carrettata di allenatori e giocatori, quel maledetto 5 maggio. E la scomparsa di due simboli dell’Inter: Peppino Prisco e Giacinto Facchetti.
I giocatori dell'Inter esultano al termine della partita del campionato di Serie A contro il Siena. L'Inter è campione d'Italia per la stagione 2006-2007 con cinque giornate d'anticipo sulla fine della serie A, avendo battuto 2-1 il Siena in trasferta e grazie alla contemporanea sconfitta della Roma in casa dell'Atalanta, per 2-1.<br> [i](Credits:Ansa)[/i]
Persone e ricordi che hanno fatto da filo conduttore nei festeggiamenti di ieri e nei commenti di oggi. E anche sui blog interisti e su Youtube, dove i tifosi hanno pubblicato video girati nelle piazze italiane, spezzoni di programmi televisivi di tutto il mondo e citazioni cinematografiche rilette in chiave nerazzurra.

Un anno di gol


Piazza Duomo nerazzurra

La storia dell’Inter vista da Oriente

Festa nerazzurra: l’Inter è Campione d’Italia


L’Inter (qui il sito) festeggia il suo 15esimo titolo, vincendo a Siena per 2-1, grazie alla doppietta di Marco Materazzi.
E all’Atalanta, stessi colori dei milanesi, che riesce nell’impresa: supera 2-1 la Roma (gol Doni e Zampagna) e il presidente Massimo Moratti riesce a trovare il primo successo, sul campo, dopo l’affermazione a tavolino. Un successo meritato. In un colpo solo la banda di Roberto Mancini allontana critiche e fantasmi, apparsi all’orizzonte dopo il ko di mercoledì scorso a San Siro contro i giallorossi: la festa era già pronta, ma è stata posticipata a oggi, di tre giorni.
Mancini recupera in extremis Ibrahimovic e si affida a Cruz, complice la squalifica contestata ad Adriano, per cercare i tre punti al Franchi di Siena. Però è, come detto, Marco Matrix Materazzi a decidere il match. Che indovina il colpo di testa del vantaggio,subito dopo il quarto d’ora del primo tempo, ma Negro al 18esimo ristabilisce la parità. Non succede più nulla fino al termine della prima frazione.

Accade ben altro invece allo stadio Atleti Azzurri d’Italia di Bergamo. Gli altri nerazzurri passano per due volte: prima con Doni, poi con Zampagna.
Mai come ora l’Inter è a un passo dallo scudetto: quando Cruz viene atterrato in area di rigore da Manninger, il solito Materazzi dal dischetto non sbaglia, pur calciando per due volte: è la rete del 15esimo titolo. Il gol di Perrotta per la Roma non cambia il risultato. I giocatori nerazzurri, la partita di Siena è iniziata in anticipo, possono così festeggiare.

“Lo dedico a tutti i tifosi interisti”, queste le prime parole a caldo di Roberto Mancini subito dopo il trionfo. Commosso Massimo Moratti in tribuna. Poi il presidente scende sul terreno di gioco per congratularsi con i suoi giocatori e senza esitazione dice: “La dedica è per Giacinto Facchetti”, mentre i tifosi invocano “Massimo, Massimo, Massimo”. Per il patron nerazzurro si tratta della prima affermazione sul campo (la formazione di Moratti vinse una Coppa Uefa nel 1998 contro la Lazio a Parigi), considerando “di cartone” la vittoria della scorsa stagione, quando l’Inter si cucì, tra le polemiche, il tricolore sul petto come eredità dello scandalo di Calciopoli.
La dedica allo storico terzino scomparso viene dal cuore di tutti i componenti della rosa con un coro liberatorio, negli spogliatoi. Commosso anche il pensiero del capitano dell’Inter, Javier Zanetti. “È una gioia immensa, dopo i sacrifici che ha fatto Moratti in questi anni il presidente se lo meritava. Il mio pensiero va a Giacinto Facchetti, a Peppino Prisco a Benito Lorenzi che è mancato da poche settimane. Dedico la vittoria alla mia famiglia. Ho aspettato questo momento da tantissimo tempo, bisogna festeggiare questo scudetto tutti insieme perché la famiglia interista se lo merita davvero”.

Guarda la GALLERY della festa nerazzurra. LEGGI ANCHE: Materazzi simbolo del trionfo

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
MobileFeed rss
FacebookTwitter

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

  • Aspettando Sanremo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
    • Viaggio nell'antico Egitto
    • Applicazioni Mondadori
    • Immobiliare.it
      Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

      Provincia
      Tipologia
    • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!