
Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera
di Carlo Puca
I quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo al mattino del sabato prendono il caffè assieme da cinquant’anni. Renato, Mario e Luciano fanno rispettivamente il cardiologo, il pensionato, l’assicuratore. Ma a dispetto della canzone di Gino Paoli, loro si sono messi l’animo in pace: l’unico a provarci ancora è Attilio. Quello che si è impiegato in banca. Attilio Befera è l’uomo delle tasse, il direttore dell’Agenzia delle entrate, l’uomo che ha inventato la Equitalia e rivoluzionato il sistema di riscossione dei tributi. Continua

La preda: 600 miliardi di euro fuggiti all’estero, in Svizzera e in altri paradisi offshore.
L’obiettivo: riportarne a casa almeno 100.
Lo scopo: ricavarne 5 miliardi cash offrendo ai fortunati proprietari uno scudo contro ogni grana fiscale e amministrativa passata, presente e futura.
Altre parti in causa: le banche, ancora sotto botta per la crisi che ha falcidiato depositi e gestioni e che ora attendono come una manna questo flusso di denaro. Ma anche Silvio Berlusconi, che su parte di quei miliardi ha messo gli occhi per destinarli alla ricostruzione dell’Abruzzo, una scommessa che non può perdere. In mezzo al ring Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, ideatore dal 2001 al 2003 dei primi due scudi che fecero rimpatriare o regolarizzare 77,7 miliardi, con un introito per le casse pubbliche di 2,1 miliardi. Ecco come funziona lo scudo ter.
Tassa sui rendimenti.
La formula scelta prevede di fatto un’aliquota doppia rispetto al passato: il 5 per cento. Ci si arriva attraverso una tassa del 50 per cento annuo sui rendimenti ottenuti dai capitali all’estero nei 5 anni precedenti il rimpatrio o la regolarizzazione: rendimenti fissati convenzionalmente al 2 per cento annuo. L’imposta si applica “sulle attività finanziarie e patrimoniali detenute almeno fino al 31 dicembre 2008 e rimpatriate ovvero regolarizzate a partire dal 15 ottobre 2009 e fino al 15 aprile 2010″.
Un paio di calcoli.
Che significa? A differenza del 2001-2003, quando una tassa del 2,5 per cento venne applicata direttamente sui capitali offshore, stavolta l’imposta è sui redditi prodotti da quei capitali. Rendite, però, inchiodate al 2 per cento l’anno, con tassa del 50. In altre parole: per fare rientrare dalla Svizzera 100 milioni che convenzionalmente hanno fruttato 10 milioni in 5 anni, si pagano 5 milioni. Se rientrassero 100 miliardi dai vari paradisi, l’obiettivo di incassare 5 miliardi sarebbe raggiunto.
Ma non si poteva tassare direttamente il capitale? Tremonti (anche se il testo è frutto di un emendamento) ha preferito seguire la via di altri paesi europei, come la Gran Bretagna, che per i loro scudi prevedono un’aliquota sugli interessi. Interessi, almeno per l’Italia, “sintetici”. Perché fino al 2007 quei capitali hanno probabilmente reso assai di più (la media Fideuram per i fondi monetari e obbligazionari italiani è stata nel 2003-2007 del 9 per cento), però nel 2008 la musica è drasticamente cambiata: su 66 mila fondi europei, gli azionari hanno perso il 42 per cento, gli obbligazionari il 5, i bilanciati il 20. Per evitare calcoli complicatissimi o furbesche autocertificazioni al ribasso si è deciso per il 2 per cento fisso. Non solo, stavolta i capitali devono rientrare fisicamente. Tranne quelli posseduti in paesi dell’Ue, o aderenti allo Spazio economico europeo (Islanda, Liechtenstein e Norvegia), che, pagata la tassa, possono restare là dove sono.
La fretta di Berlusconi.
Il presidente del Consiglio aveva in realtà puntato su un’altra soluzione: doppia aliquota, più bassa per chi investisse i soldi rimpatriati in titoli di stato, più alta per tutti gli altri. È il 20 marzo, al termine del Consiglio europeo, che Berlusconi parla per la prima volta di scudo: “Ma solo per i singoli che investissero nelle proprie aziende in Italia o sottoscrivessero emissioni particolari di titoli pubblici”.
La pratica diviene urgente dopo il terremoto del 6 aprile, con la promessa di dare a ognuno un tetto entro novembre, la ricostruzione. A Palazzo Chigi servono 3 miliardi “blindati”; e per un po’ è circolata una prima bozza di scudo, in 10 cartelle, che prevedeva proprio la doppia aliquota e “un’emissione speciale della Cassa depositi e prestiti”.
Tremonti sulle spine.
Quasi fosse un vangelo apocrifo, Tremonti ha sconfessato immediatamente quel documento. Anche perché conteneva una sanatoria per capitali frutto di reati che andavano dal falso in bilancio alla bancarotta fraudolenta. Il condono, per la verità, si sarebbe limitato agli aspetti tributari e contributivi, mentre lo scudo sarebbe stato inapplicabile nel caso di indagini della magistratura. Ma tanto era bastato a far montare le polemiche. Alla bocciatura preventiva ha comunque provveduto Laszlo Kovacs, commissario europeo per la Fiscalità, che ha visto nell’aliquota preferenziale per i titoli di stato italiani una forma di concorrenza sleale.
Paradisi perduti.
Il ministro è stato a lungo sotto pressione, ma sapeva anche di agire in una situazione molto più favorevole rispetto al passato. Stati Uniti, Europa e Giappone stanno mettendo la Svizzera con le spalle al muro perché allenti il suo segreto bancario. E altri paesi predispongono scudi per fare rientrare i capitali. Il governo di Berna ha firmato già dal 2003 con la Ue la Saving tax directive, cioè l’applicazione sui capitali di cittadini comunitari di un’aliquota che salirà fino al 35 per cento nel 2011; la tassa viene girata ai paesi di provenienza, detratto il 25 per cento che trattiene il fisco svizzero. Una prima manifestazione di buona volontà, e un minore appeal per gli evasori; tutto però travolto dalla crisi finanziaria mondiale.
Che ha minato fra gli altri il colosso Ubs. Barack Obama ha chiesto senza mezzi termini la lista dei depositi di cittadini americani; il governo di Berna gli ha rifilato un elenco di 52 mila conti cifrati. La Casa Bianca ha allora minacciato di ritirare alla banca la licenza di operare negli Usa. Nel frattempo Ocse e Unione Europea hanno stretto la vite sui paradisi fiscali.
Tremonti si è trovato così la strada spianata. A fine giugno ha introdotto due prime misure: l’inversione dell’onere della prova per chi tiene soldi oltreconfine (chi non dimostra a che cosa servono è considerato evasore) e, per le imprese, la tassazione secondo criteri italiani degli utili prodotti offshore.

Qui i risultati dei precedenti scudi fiscali nei principali paesi
Pressing delle banche.
Tutte prevedono il successo dell’operazione. Osserva Luca Caramaschi, responsabile private wealth management della Deutsche Bank: “L’Italia può fare rientrare 100-120 miliardi, e il nostro istituto ne attende almeno 2″. Ma quali strade prenderanno una volta in Italia? “Un terzo andrà in attività finanziarie, compresa la borsa, dove ora si può acquistare a prezzi molto favorevoli. Un terzo servirà a ricapitalizzare aziende di famiglia a corto di credito. Un terzo sul mercato immobiliare: certo non per comprare blocchi di uffici, ma piuttosto ville e appartamenti di prestigio messi in vendita da ricchi proprietari impauriti dalla crisi economica. Qui al Nord ce ne sono molti”.
Dunque secondo Caramaschi si potranno rivitalizzare due settori in crisi: “Le aziende e gli immobili”. Come accadde con il primo scudo: il 40 per cento dei capitali si riversò sulle case, contribuendo non poco al boom dei prezzi.
Un po’ diverse le previsioni di Luigi Mannini, responsabile financial planning della Banca Finnat, tradizionalmente vicina alle ricche famiglie romane: “La mentalità di chi tiene soldi all’estero è conservativa: preservare il capitale. Quindi studieremo gestioni e trust sul modello di quanto trovavano offshore. Essenziale sarà fornire a questi clienti gestori dedicati e strumenti personalizzati”.
Su un punto Mannini è d’accordo con Caramaschi: “Molte imprese sono sottocapitalizzate, questa è l’occasione per dotarle di soldi freschi”. Alessandro Dragonetti, partner e capo dell’area finanza dello studio Bernoni e associati, consulente di imprese e privati, ritiene essenziale la semplicità dello scudo: “Deve essere “one shot”, semplice da attuare e da pagare. Solo questo impedirà ai capitali rientrati di espatriare di nuovo, come è accaduto durante il governo Prodi. Perché è vero che la Svizzera è in crisi, e qui c’è la necessità di ricapitalizzare qualche azienda. Però ci sarà sempre qualche altro paradiso pronto a farsi avanti. La finanza è fatta così. I ricchi pure”.
LE CIFRE
Stime dei capitali e beni italiani di privati nei paradisi fiscali: 600 miliardi di euro. Sono depositati in:
Svizzera 65%
Lussemburgo 12%
Principato di Monaco 6%
Liechtenstein 2%
San Marino 1,5%
Austria 1,5%
Gran Bretagna 1,0%
altri paesi 11% (Isole Cayman, Bermuda, Bahamas, Panama, Singapore, Costa Rica…)

Qui la radiografia dei due precedenti provvedimenti in Italia, dove si sono registrati gli introiti più alti
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