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Dibattito aperto nel Pdl: Fini c’è ma la destra dov’è?

Gianfranco Fini, 57 anni, presidente della Camera

Gianfranco Fini, 57 anni, presidente della Camera

Fini c’è. E questo è il dato. Il presidente della Camera s’è ormai ritagliato uno spazio inedito: culturalmente e politicamente lui è, infatti, il diretto concorrente di Silvio Berlusconi.
Perfino alla manifestazione romana dei “viola”, il raduno del No Berlusconi day (un caleidoscopio di sigle dall’Idv ai grillini, alla sinistra extraparlamentare, fino ai gruppettari), il più fortunato equivocabile slogan è stato “Per fortuna che Gianfranco c’è”. Continua

La versione di Flavia Perina: “Noi finiani: il valore aggiunto del Pdl”

Flavia Perina (del Pdl), direttore del Secolo d'Italia e Walter Veltroni

Flavia Perina (del Pdl), direttore del Secolo d'Italia e Walter Veltroni

Il femminile “direttrice” al posto del ben più usato titolo di “direttore” non è una priorità. “È identico, come preferiscono gli interlocutori”, dice Flavia Perina, 51 anni, romana, eletta alla Camera col Pdl e dal 2000 prima donna alla guida del Secolo d’Italia, storica testata che ha seguito sin dalla nascita l’evoluzione della destra italiana, dal Msi ad An e, dallo scorso marzo, il Pdl, soprattutto nella sua componente vicina al presidente della Camera, Gianfranco Fini. Panorama.it l’ha intervistata per capire da vicino il dibattito interno al centrodestra, tra il braccio di ferro Berlusconi – Fini e le pretese degli alleati leghisti. Leggi l’intervista

Il Secolo rilegge il “caso Bianchini”: ha ucciso il cliché dello stupro di destra

L'arresto di Luca Bianchini

È un caso, Luca Bianchini. Forse un caso chiuso, per gli investigatori che lo hanno indicato (e arrestato) come il presunto stupratore che per settimane ha terrorizzato Roma (oggi negli uffici della Squadra Mobile di Roma, altre due donne vittime di stupri, lo hanno riconosciuto in foto come l’autore delle violenze).

Di certo, è stato una questione per il Pd, quando il “terzo uomo” candidato alla segreteria, il cardiochirurgo Ignazio Marino, prima di dare il benvenuto alla candidatura di Beppe Grillo, si è chiesto come fosse possibile che un uomo “che già 13 anni fa era stato coinvolto in odiosi reati di violenza sessuale possa essere arrivato a coordinare un circolo del Pd” (il 33enne ragioniere, ex Margherita, gestiva infatti il circolo democratico del Torrino fino al momento dell’arresto, quando è stato espulso dal partito).

Commentando la vicenda del presunto violentatore seriale della capitale, Marino non ha perso l’occasione - nella guerra di tutti contro tutti nel Pd in vista del congresso di ottobre - per sventolare la “questione morale”. Ricevendo dure critiche dagli altri sfidanti: Dario Franceschini e Pierluigi Bersani hanno liquidato la dichiarazione sostenendo che un attacco simile non avrebbe dovuto essere lanciato nemmeno dal loro peggior nemico.
Fin qui, i tormenti dei Democratici, poi piombati nella bufera per il ciclone Grillo.

Ma ora è tutta la sinistra italiana a dover fare i conti con “il caso Bianchini”. Almeno così argomenta Il Secolo d’Italia (organo di partito di Alleanza Nazionale), per il quale il caso appunto “rovescia i cliché sullo ’stupro nero”. “Quanto avvenuto” scrive il quotidiano di via della Scrofa “si presta ottimamente a una riflessione importante: l’epoca della demonizzazione di una parte politica sfruttando i ‘vizi’ e i reati dei singoli è definitivamente tramontata, ed è bene non risuscitarla”.
Secondo il quotidiano diretto da Flavia Perina, è la cronaca a rovesciare gli stereotipi. “Questa è la lezione più importante, più significativa e più profonda che non solo il Pd ma la politica tutta intera deve trarre dal dramma romano. Un brutto fatto di cronaca che rovescia stereotipi che per decenni si sono abbattuti sulla destra dopo lo sciagurato eccidio del Circeo, il massacro in cui perì Rosaria Lopez e si salvò per miracolo Donatella Colasanti. Gli autori del misfatto, Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido divennero il simbolo allucinato della violenza neofascista”.
Bianchini oggi come il Circeo 34 anni fa? Sì, per il Secolo d’Italia il parellelo non solo è possibile, ma anche è utile per capire dove può portare la strumentalizzazione politica della cronaca. Fu proprio “quell’atroce delitto a sfondo sessuale” del 1975 che dette via al cliché dello “strupro nero”. E il massacro, scrive ancora il quotidiano, “venne con grande superficialità associato ai desiderata ideologici della sinistra, sulla pelle di due sfortunate ragazze venne confezionato un cliché duro a morire che impedì a lungo di separare la follia del singolo dall’ambiente politico di riferimento, spesso scelto come cornice ‘teatrale’ per dare sfogo a forme di esibizionismo malato. Un parallelo tra il caso Izzo e quello di Bianchini, nonostante il contesto dei reati consumati sia diverso, risulta utile proprio come messaggio alla politica: evitare le strumentalizzazioni da ogni parte ma soprattutto” conclude il quotidiano aennino, “per evitare, da parte della sinistra, di cucire addosso all’avversario forme di devianza che nulla hanno a che fare con le tendenze politiche”.
Ma prima ancora del quotidiano, a porsi il problema di cosa sarebbe accaduto a parti invertite, nell’ipotetico caso cioè che il presunto “stupratore seriale” fosse stato coordinatore di un circolo Pdl, è stata Casapound Italia.
Sull’Ideodromo, il “laboratorio di idee ad alta velocità” dell’associazione di destra che fa capo a Gianluca Iannone. In un articolo intitolato “Lo stupro della verità”, Adriano Scianca scrive: “Succede anche nelle migliori famiglie. Sì, anche in quelle ‘buone’ (in realtà soprattutto in quelle buone…). Ebbene sì” prosegue Scianca “lo stupratore seriale di Roma è del buonissimo, kennedyano, disneyano, dolcissimo Pd. Beninteso: nel momento in cui scrivo l’accusato si dichiara innocente e la presunzione di innocenza vale per tutti”. Ma, continua Scianca, “Non è di questo che vogliamo parlare. Vogliamo parlare, invece, dei riflessi condizionati. Della sociologia a buon mercato. Degli sguardi strabici, e per questo colpevoli, sulla realtà”.
E a immaginarsi, chiosa Scianca “come imposterebbe la sua prima pagina un qualche quotidiano espressione dei poteri forti”, ne verrebbe fuori una cosa del genere: “C’è certo una differenza di grado tra i festini consumati nelle ville in Sardegna e le orribili violenze perpetrate con la forza nei garage bui della periferia romana. C’è però un inquietante filo rosso basato sul machismo, sul disprezzo della donna, sulla sua visione come oggetto sessuale, sul potere virile che non accetta rifiuti. […]. Perché è chiaro: 2+2 può fare 4, ma se ci gira talvolta anche 5. Due indizi fanno qui una prova, persino una tendenza; lì, invece, una casualità, un gioco del destino baro”.

La GALLERY sul materiale sequestrato in casa Bianchini

Dopo il clamore sucitato dal caso del violentatore dei garage, s’infiamma il dibattito politico sulla castrazione chimica per chi si macchia del reato di stupro. Voi siete d’accordo?

Editoria: più tagli per tutti, tranne che per D’Alema

Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema

di Carlo Puca

Salvate il soldato D’Alema. E salvate pure la sua televisione, Nessuno tv. Come? Grazie a un cavillo del nuovo “Schema di regolamento” (la dicitura è in burocratese) “recante misure di semplificazione e riordino della disciplina di erogazione dei contributi all’editoria”. Per i non cultori della materia, il regolamento è l’ultimo passaggio, il più importante, per la nuova normativa sui finanziamenti pubblici ai giornali non profit e di partito, compreso il taglio di 193 milioni per il biennio 2009-2010 previsto dalla Legge finanziaria. Taglio contro il quale tuonano parecchie testate, da Liberazione al Manifesto, fino al Secolo d’Italia, e che fa tremare decine di giornalisti a rischio posto di lavoro.
Composta di 24 articoli, redatta dal dipartimento editoria di Palazzo Chigi, la bozza è semidefinitiva.
Miracolosamente, lo schema di regolamento, se approvato, recupererebbe ai fondi statali Nessuno tv, rete ufficiale del Movimento Ulisse, e Libera tv, organo del Movimento democrazia europea di Sergio D’Antoni. Insieme, nel 2006, i due canali satellitari sono costati alle casse dello Stato circa 6,6 milioni di euro in contributi pubblici. Ma per capire i termini del salvataggio dalemian-dantoniano il discorso deve farsi necessariamente tecnico.
Nel 2004 la legge Gasparri sul riordino del sistema radiotelevisivo stabilì, fra le pieghe del provvedimento, che anche le tv satellitari potessero usufruire dei fondi per l’editoria. Nessuno tv e Libera tv, più sveglie di altre, furono le uniche a cogliere l’occasione e a ottenere denari già nel 2005. Ma nel 2006 il governo Prodi, vicepremier D’Alema, si rese conto che la normativa rischiava di aprire un altro pozzo senza fondo: altri stavano per bussare alla porta di Palazzo Chigi. E così il 31 dicembre 2007 il decreto legge 248, poi convertito nella legge 31 del 28 febbraio 2008, di fatto stabilisce che i soldi pregressi le due tv possono tenerli. Ma che da allora in avanti dovranno fare da sé.
Il 14 aprile 2008 Silvio Berlusconi rivince le elezioni. Il ministro per l’Economia Giulio Tremonti presenta la Finanziaria in anticipo, compreso il taglio dei fondi all’editoria, con il decreto legge 112 del 25 giugno 2008. All’articolo 44 si stabilisce appunto il riordino dei contributi agli organi di informazione. Apriti cielo! La reazione più gentile degli interessati è l’accusa di attentato alla libertà di stampa, anche se i fondi per l’editoria sono costati allo Stato 1 miliardo in 7 anni. Soldi spesso concessi in maniera indiscriminata.
Proprio per questo il regolamento attuativo dell’articolo 44 risulta ancor più stupefacente. In tempo di austerity, nascosta nell’articolo 23, comma 2/b, è scritta una cosa incomprensibile per qualsiasi essere umano normale: è abrogato “il comma 2 dell’articolo 39 del decreto legge 31 dicembre 2007, n° 248, convertito, con modificazioni, con legge 28 febbraio 2008, n° 31″. Traduzione: è abrogata la decisione del governo Prodi, Nessuno tv e Libera tv tornano in pista.
Ora, facendo qualche domanda tra i corridoi di Palazzo Chigi, vengono fuori diverse visioni della vicenda. C’è chi dice che il rapporto tra D’Alema e Mauro Masi (suo capo di gabinetto nella scorsa legislatura) sia stato decisivo nella partita fra diplomazie opposte, ma sono anche note la severità e la linea di rigore con cui Masi ha affrontato la questione dei contributi all’editoria di partito. Per questo si è fatta maggioritaria un’altra interpretazione, squisitamente politica. Spiega che a Palazzo Chigi non si muove foglia senza il consenso di Berlusconi. Nessuno, dunque, prenderebbe mai una iniziativa personale, per di più di siffatta portata. È una tesi, questa, che spinge piuttosto il nuovo asse (se nuovo è) tra D’Alema e Berlusconi in chiave antiveltroniana, compresa l’ipotesi, avanzata dal primo, sull’approdo al Quirinale del secondo. Un inciucio editorial-istituzionale, insomma.
Le sorprese della bozza non finiscono qui. Con i parametri richiesti, parametri “retroattivi”, dei cinque quotidiani di partito veri, L’Unità, Il Secolo d’Italia, Liberazione, Europa, La Padania, soltanto il primo raggiungerebbe i criteri richiesti. Se ne sono accorti anche i maggiorenti di Alleanza nazionale, a partire da Enzo Raisi, l’uomo che ha risanato i conti del Secolo.
L’irritazione è tale che Gianfranco Fini, seppur coperto dall’abito istituzionale, è sceso in campo. E il sottosegretario all’Editoria, Paolo Bonaiuti, ha promesso un ampio dibattito parlamentare ed extraparlamentare, sebbene s’attesti sulla linea del rigore.
Avanzerebbe però un strano compromesso, altrimenti detto “accordone”, almeno stando alle chiacchiere di Palazzo (Chigi). Ovvero: quanto esce dalla porta, i soldi ai giornali, potrebbe rientrare dalla finestra delle fondazioni politiche. Tutti i leader e tutti i partiti ne hanno una di riferimento. Nel frattempo, Omero insegna, meglio essere Nessuno (tv) che il Ciclope.

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