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di Stefano Brusadelli
Sia pure espresso nel linguaggio curiale della politica, il messaggio che i due negoziatori affidano a Panorama è inequivocabile: entrambi gli usci sono ancora aperti. Tra meno di sei mesi, il 6 e 7 giugno, si vota per rinnovare il Parlamento europeo, la maggioranza e l’opposizione sono ai ferri corti su quasi tutta l’agenda politica, ma la possibilità di riscrivere insieme le regole elettorali esiste ancora. A condizione di stringere un accordo in fretta, non oltre la fine di gennaio, e di procedere a una sorta di scambio in nome della reciproca utilità .
Dice il vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, plenipotenziario di Silvio Berlusconi per le riforme istituzionali: “Sulla riforma della legge elettorale europea abbiamo scontato l’incertezza della linea del Pd dopo le politiche. Ma il Pd sa bene che se decide di tornare a perseguire la valorizzazione del bipartitismo, da parte nostra non troverà le porte sbarrate”.
Sull’altro versante ecco Antonello Soro, presidente dei deputati del Pd, il primo, dopo il voto di aprile, a proporre ai vincitori un tavolo per un accordo complessivo sulle regole: “Su tutte le riforme importanti non ci siamo mai sottratti al confronto. Ci vorrebbe un diverso clima politico generale, ma non siamo contrari a riprendere la discussione sulla riforma elettorale europea. A condizione però che questa legge consolidi il bipolarismo, e non consolidi invece la scelta verticistica degli eletti che c’è nella legge elettorale nazionale”.
Entrambi gli schieramenti avranno motivi di seria preoccupazione, se a giugno si dovesse applicare il sistema attuale, con le preferenze e senza soglia di sbarramento. Silvio Berlusconi teme che all’indomani del congresso di metà marzo, che sancirà l’avvio della fusione tra Fi e An, tra i due (ex?) partiti ricominci uno scontro fratricida per la raccolta delle preferenze; destinato, per di più, a concludersi con la prevalenza di An, partito più radicato. Walter Veltroni, soprattutto dopo l’esito disastroso del voto abruzzese, ha un timore più corposo, e cioè che i minipartiti neutralizzati alle ultime politiche grazie alle soglie di sbarramento possano tornare in campo rubando voti e seggi al già esangue Pd.
In base a un recente sondaggio della Ipr Marketing, sarebbero ben cinque (Prc, Verdi, Sinistra democratica, Ps e Radicali) i partiti di centrosinistra che navigando sopra la soglia dell’1 per cento riuscirebbero a mandare almeno un rappresentante a Strasburgo. In queste condizioni sarebbe impossibile per Veltroni presentare il voto a queste liste come una scelta inutile, e al Pd mancherebbero probabilmente tra 4 e 5 punti percentuali, accelerando il definitivo tracollo della stagione veltroniana e forse la stessa sopravvivenza del partito che ha messo insieme Ds e Margherita.
Senza contare che anche per Veltroni l’abolizione delle preferenze sarebbe vantaggiosa, consentendogli di attribuirsi la parola definitiva sulla scelta degli eletti a scapito dei suoi avversari interni, Massimo D’Alema in primis.
“Tra Berlusconi e Veltroni” ragiona il politologo Augusto Barbera, area Pd, “ci sono paradossalmente interessi convergenti, anche se non lo possono dire. Tutti e due sono interessati a cancellare le preferenze e a rafforzare l’evoluzione bipolare del sistema politico italiano contro chi vuole rimetterla in discussione”.
Fatto sta che gli sherpa dei due schieramenti hanno ripreso in questi giorni il filo del dialogo, mettendo sul tavolo anche un’idea inedita per tentare di superare lo scoglio delle preferenze. Mentre su una soglia di sbarramento al 4 per cento ci sarebbe già un’intesa di massima, sull’abolizione delle preferenze si tratterebbe di fare i conti non solo con la contrarietà di An e Udc, ma anche con quella di buona parte del Pd.
Un po’ perché (vedere le parole di Soro) in tal modo risulterebbe legittimata l’analoga abolizione esistente nella legge elettorale nazionale, contro la quale il partito è in polemica; un po’ perché in nome della comune battaglia a favore delle preferenze si spera di agganciare i centristi di Pier Ferdinando Casini.
La soluzione del rebus, stando ai contatti di questi ultimi giorni, potrebbe arrivare da nord. Cioè dai sistemi in vigore in Svezia e in Belgio che, in modo a dire il vero piuttosto complicato, mantengono le preferenze ma ridimensionandone il peso. In Svezia esiste un meccanismo per cui le preferenze possono sovvertire l’ordine di lista soltanto se superano una determinata percentuale. In Belgio, in base a una formula matematica, si computano i voti al partito non accompagnati dall’indicazione della preferenza come se fossero voti confermativi dell’ordine di lista. Due soluzioni salomoniche per salvare le preferenze, ma depotenziandole.
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Come uno “tsunami” elettorale, il voto del 13 e 14 aprile ha scalzato dal seggio tanti leader e personalità che hanno segnato questi ultimi due anni di legislatura.
Dovranno dire addio al Parlamento il veterano Fausto Bertinotti, che dopo aver guidato Montecitorio è stato tagliato fuori due volte: come leader della Sinistra Arcobaleno e come segretario del Prc. Ma l’operazione ghigliottina, condotta dalla soglia di sbarramento (4 per cento alla Camera e 8% su base regionale al Senato), ha fatto cadere le teste di tutti e quattro i leader dei partiti della sinistra radicale, apparentati nell’Arcobaleno. Anzi tre, visto che Oliviero Diliberto, segretario del Pdci aveva già deciso di lasciare il suo seggio ad un operaio della Tyssenkrupp, Ciro Argentino, che però, dato l’esito elettorale, non approderà a Montecitorio, rendendo nullo il sacrificio di Diliberto. Restano fuori anche il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio e Fabio Mussi, il “capo” della Sinistra Democratica, fuoiuscito dai Ds nell’ultimo congresso del 2007.
“Silurati” anche Enrico Boselli, leader e candidato-premier del Partito Socialista, e Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay (che corre come candidato sindaco a Roma). Seggi preclusi anche per il “trio” de La Destra: Daniela Santanché, Francesco Storace e Teodoro Buontempo. Non varcheranno i portoni del Parlamento (almeno per questa sedicesima legislatura) neanche gli antagonisti del Pd, Willer Bordon e Roberto Manzione che avevano dato vita all’Unione Democratica per i consumatori.
Stop alle goliardate e alle provocazioni di Francesco Caruso: il no global che aveva fatto il suo esordio alla Camera “traghettato” dal Prc questa volta è rimasto al palo insieme alla pattuglia della Sinistra Arcobaleno. Stesso destino per Vladimir Luxuria, la prima transgender in Parlamento che proprio per il suo “status” era stata presa di mira dall’azzurra Elisabetta Gardini che voleva imporre alla collega l’utilizzo della toilette destinata agli uomini.
E che dire di un veterano come il politico di Nusco: l’ottantenne Ciriaco De Mita non è riuscito nell’impresa di risedersi sui banchi del Parlamento. L’Udc in Campania si è fermato sotto la soglia del 7% e dunque al di sotto del quorum necessario dell’8% per far scattare un seggio al Senato. De Mita era stato eletto deputato per la prima volta nel 1963 e poi era stato rieletto in Parlamento per 11 legislature. Aveva aderito al Pd, ma dopo la decisione del partito di non ricandidarlo, aveva sperato di fare il record delle 12 legislature passando alla Rosa Bianca, alleata con Casini.

Gongola Umberto Bossi, incassando il trionfo della “sua” Lega. Già , perché se l’Italia ha scelto il Cavaliere, il Nord ha scelto il Carroccio. Anzi, è stato letteralmente invaso dalla valanga leghista: un vero e proprio botto, che raddoppiando i voti delle scorsa tornata elettorale (al Senato e alla Camera arriva oltre l’8%: eleggendo 22 dei 166 senatori e 47 deputati dei seggi conquistati dal centrodestra), conferma come non si possano, almeno al Nord, vincere le elezioni senza fare i conti con i Lumbard.
E allora gongola il Senatùr ma sgombra subito il campo sul futuro, sul rapporto con il Pdl. “Manterremo i patti con Berlusconi”. E aggiunge ancora: “Forza Italia non sarà nostro ostaggio”. Nella sede della Lega, in via Bellerio, a Milano, la soddisfazione è palpabile e l’analisi del voto è netta: “La gente vuole un Paese diverso, che funzioni meglio. La Lega è stata votata dai lavoratori”, dice Bossi, anticipando l’analisi dei politologi e di Fausto Bertinotti, che paga proprio lo scollamento tra la sinistra e gli operai.
Ma non si ferma qui l’Umberto: “Non è possibile che i nostri sindaci debbano andare con il cappello in mano a Roma per chiedere i soldi”, butta lì al Tg1. Gli elettori della Lega, dice, chiedono “un Paese più democratico e federalista”. Il fatto che l’85% degli elettori italiani abbia votato per le due maggiori formazioni politiche in corsa, Pd e Pdl, cambia lo scenario politico per il leader della Lega. “Noi” ha detto a favore di telecamera “abbiamo la volontà di cambiare il Paese. Berlusconi viene trascinato dalla Lega al governo e quindi questo dimostra che la Lega ha quella forza politica che porta avanti avanti la volontà popolare e questo è il vero dato politico di queste elezioni”.
Ormai sentendosi insediato nel futuro esecutivo, Bossi dice chiaro e tondo anche questo: la battaglia per Malpensa e Alitalia va avanti, non solo per fini elettoralistici ma per la difesa del grande hub centrale per lo sviluppo economico della Lombardia e del Nord. Messaggio duplice: e per il governo ormai alla fine anche dell’ordinaria amministrazione e per Air France-Klm: “Come si fa a chiudere un aeroporto costato così tanto? Nel tempo si troverà sicuramente un vettore che prenderà il posto di Alitalia”, ha detto. “Ma Alitalia deve dare il tempo per poterla sostituire”, ha aggiunto.
Per decidere invece se costruire il Ponte sullo Stretto di Messina occorre una consultazione popolare tra gli abitanti dell’isola, spiega Bossi. Che risponde così a chi gli chiede se il Carroccio è favorevole a questa grande opera: “Serve un confronto con gli alleati ma io dico che per tagliare la testa al toro in Sicilia bisognerebbe fare un referendum per vedere che cosa vogliono”.
I padani, infine, quello che vogliono lo sanno. E lo hanno detto, continua il Senatùr, con un messaggio forte e chiaro: “bisogna fare le riforme perché cominciamo a perdere la pazienza, dobbiamo partire da lì, dalla volontà popolare”. Bossi ha parlato di “riforme per la libertà del Nord” perché “è un Paese vergognosamente centralista”. Alla domanda su chi gli è stato più vicino in questa campagna elettorale, Bossi replica “Rosy Mauro”, la leader del sindacato padano che lo ha seguito in tutte le tappe della sua campagna elettorale.
Bossi era arrivato nel pomeriggio in via Bellerio, e con un sorriso largo e stringendo il pugno, in segno di forza, aveva salutato così i suoi collaboratori transitando da un corridoio fra il suo studio e la stanza dove si trovano Roberto Calderoli, Roberto Maroni, Giancarlo Giorgetti e altri dirigenti della Lega. “La Lega è forte…” aveva detto. Preannuncio di una vittoria voluta e annunciata.

Scommessa vinta? Più o meno sì. Soprattutto guardando a chi la partita l’ha persa e nel Parlamento non ci sarà . Ecco perché quelli dell’Udc si sentono un po’ dei sopravvissuti alla logica del voto utile e si dicono fieri di esserci. Invece il centro c’è: l’Udc, con un risultato che lo colloca intorno al 6% - quarto partito a livello nazionale, ha tenuto botta.
Ormai è sera a via dei Due Macelli, quando lo stato maggiore del partito è riunito in attesa dei dati con Pier Ferdinando Casini. E si tira un sospiro di sollievo. Che diventa un respiro di soddisfazione, quando cominciano a delinearsi gli effetti negativi della campagna elettorale Pd-Pdl sul voto utile che è risultato schiacciante sulla Sinistra l’Arcobaleno. “C’è chi nel Paese vuole un centro moderato. Senza di noi si può vincere, ma non governare”, commenta Casini quando la vittoria del Pdl appare chiara.
Il leader centrista fa gli auguri a Berlusconi: “Gli auguro buon lavoro”, dice, e promette un’opposizione costruttiva in Parlamento: “Non voteremo il suo governo, ma la nostra sarà un’opposizione costruttiva. Voteremo i provvedimenti che ci sembreranno giusti”. Del resto, il risultato del Pdl “non offre alibi, tutto è limpido”. “L’Italia ha bisogno di scelte coraggiose e mi auguro che Berlusconi le faccia”.
E quell’ipotesi del pareggio al Senato che avrebbe reso il voto dei centristi determinante? “Era teorica” spiega Casini “meglio che tutto sia limpido, senza alibi per nessuno”. Il leader dell’Udc si dichiara per nulla pentito della sua scelta di portare il suo partito da solo al voto. “Sono sereno e ringrazio gli elettori”. Per un dato che, afferma, rappresenta “qui un investimento per il futuro”. Il voto utile ha prodotto i suoi effetti: “Vedete cosa è successo al Prc? Ma noi abbiamo avuto una capacità di resistere fortissima”. E da ex presidente della Camera Casini giudica “fortemente negativo” il rischio che la sinistra di Bertinotti non entri in Parlamento. Ed ora, con 34 deputati e, secondo le ultime proiezioni, 2 senatori (uno, sicuro, sarà di Totò Cuffaro, eletto in Sicilia), i centristi sono intenzionati a far pesare la loro presenza in Parlamento. “Noi siamo in posizione centrale e dialoghiamo con tutti ma” avverte Casini “non siamo al laccio di nessuno”.
Certo all’Udc non lo nascondono: al Senato speravano in un risultato migliore. Ma “siamo fieri di stare in Parlamento” dice Lorenzo Cesa “ed eravamo consapevoli delle difficoltà che comportava quel superamento della soglia dell’8%. Ma sono fiero di questo risultato”. Quello che Casini definisce lo “tsunami” del voto utile è passato ed ha prodotto i suoi effetti. Ora Savino Pezzotta, che con Cesa sono i leader della Costituente di centro, ribadisce l’intenzione di andare avanti con il progetto di allargamento dell’area moderata. “Ci siamo presentati senza allearci con i due schieramenti più forti - dice Pezzotta - e gli italiani ci hanno votato. Adesso andiamo avanti verso la Costituente. Con l’Udc di Casini saremo una forza di opposizione alla Camera e al Senato. La consapevolezza di essere l’unica forza fuori di coalizione del Parlamento ci legittima a costruire in tutta Italia quella nuova formazione di centro che era e resta il nostro obiettivo strategico”.
Quanto alla Lega, con il suo risultato “eclatante” non previsto neanche dai centristi che pur avevano visto un peso forte del partito di Bossi nell’eventuale governo Berlusconi, “dimostra il disagio che c’è al Nord” commenta Bruno Tabacci “e credo che questo sia un problema nazionale”. Inoltre, dice ancora Tabacci “occorre riconsiderare il risultato della Lega e dell’Italia dei Valori che sono tutt’altro che bipartizzabili. Anzi, è evidente che sono in competizione con il partito alleato».”.

Si riparte dal 2006. Silvio Berlusconi è pronto a riprendere il cammino interrotto da elezioni “irregolari” e portare a compimento il suo progetto di “ammodernamento del Paese”. Il leader del Pdl rompe il silenzio solo in serata, quando lo spoglio è già molto avanti, le sorprese sono ormai da escludere e l’avversario Veltroni gli ha già fatto gli auguri di “buon lavoro”.
Ora che anche i dati ufficiali certificano la netta vittoria del Popolo delle Libertà , insieme a Lega e Mpa, Silvio Berlusconi si dice “commosso” e abbraccia tutti gli italiani. Leggendo una identica breve dichiarazione in diretta a Porta a Porta, a Matrix, a Sky Tg24 ringrazia “con tutto il cuore” per “la prova di fiducia”. Ci sarà tempo per festeggiare martedì,quando la vittoria sarà ufficiale. Per ora il Cavaliere lascia a Gianfranco Fini, con il quale si sente da Milano, il compito di esprimere la gioia per la vittoria al quartier generale del Pdl, allestito all’Eur. Ma intanto ricorda di sentire “una grande responsabilità , perché i mesi e gli anni che l’Italia ha davanti saranno difficili. Richiederanno una prova di governo di straordinaria forza e di capacità riformatrice”. “Io opererò con tutto il mio impegno - promette - mettendo a frutto tutta la mia esperienza per i prossimi cinque anni, che devono essere decisivi per l’ammodernamento del Paese. Rifiuti, piano casa, aiuti alle famiglie, Alitalia, grandi opere, senza prendere provvedimenti fiscali: sono alcune delle priorità indicate da Berlusconi, che ammette di aver “gradito” gli auguri di buon lavoro di Walter Veltroni e conferma “una assoluta apertura ad un fruttuoso dialogo con l’opposizione sulle riforme”.
Fino a ipotizzare di rimettere in piedi una commissione bicamerale sul modello di quella presieduta da D’Alema nel ‘94.
Il Cavaliere ha già la mente rivolta alla squadra di governo che, dice “non ci vorrà molto tempo a fare”. “Ho già parlato con Gianfranco Fini, ho parlato con Bossi e i ministri della Lega saranno due. Ho già tutto in testa. Questa volta sarà tutto più facile” assicura “perché abbiamo bisogno di uomini esperti, che abbiano la conoscenza dei problemi del paese e che possano mettersi immediatamente al lavoro. E le donne saranno almeno quattro”. Poi intervendendo anche a La7 fa il nome di Franco Frattini come ministro degli esteri e di Gianni Letta come uno dei due vicepresidenti del Consiglio. “Mi auguro” ha aggiunto Berlusconi “che Fini possa fare il presidente della Camera.
Insomma, dalle parti del Cavaliere la certezza è quella di chi ritiene di poter governare con un’ampia maggioranza anche perchè “con la Lega non ci sarà nessun tipo di problema”. In serata c’è stata la telefonata di congratulazioni di Walter Veltroni. Nell’entourage di Berlusconi si aspettano i risultati ufficiali, ma intanto si respira aria di ottimismo. “Hanno vinto gli italiani che credevano nel cambiamento” dice paolo Bonaiuti “ci sarà un governo stabile per imboccare la strada dello sviluppo”. C’è poi chi, come il vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, punta il dito contro i sondaggi: “Sono serviti solo a destabilizzare la situazione”.
Anche a via della Scrofa (quartier generale di An) si festeggia, dopo un pomeriggio trascorso in una altalena di forti emozioni, fino alla telefonata di “profonda soddisfazione” che Berlusconi e Fini si esprimono a vicenda. Fini arriva quando è già passato l’umor nero dei colonnelli di An per i primi dati degli exit pool, che avevano fatto pensare ad un “crollo”, dopo la scelta di portare la destra nel Pdl. Tanto che La Russa, Gasparri e Bocchino andavano compulsando i risultati delle politiche del 2001 e del 2006, comparando i dati. “Ricordiamoci però che l’ultima volta gli exit pool hanno sbagliato di 7 punti percentuali”, invitava alla calma il giovane Bocchino, con scaramantica cravatta blu confezionata per l’occasione da una sartoria napoletana, con tanto di piccolo corno ricamato in rosso. “L’Italia ha scelto il centrodestra” esulta poco dopo con i giornalisti il portavoce del partito Andrea Ronchi “e l’affermazione del centrodestra è per noi motivo di grande soddisfazione, così come la fedeltà dell’elettorato del centrodestra, che ha mostrato di comprendere ed accettare in pieno lo spirito della sfida del Popolo della Libertà ”. E a rendere ancora più piena la soddisfazione, c’è per Ronchi “il risultato della Destra di Storace che conferma come il popolo di An si sia riconosciuto nella sfida del Pdl”.
Il VIDEO servizio:

Disavventure con la cancelleria, crisi di nervi, schede sparite e filmati in diretta dalla cabina su Youtube, con i telefonini a farla da padrone: non sono mancate le note di colore e le curiosità nella tornata elettorale 2008.
Un elettore di Modena ha reagito violentemente al trillo di un cellulare lasciato fuori dalla cabina da un altro votante e che suonava un motivetto inneggiante a Forza Italia. L’uomo non ha gradito e si è sfilato la cintura colpendo il proprietario del telefono al volto. Il malcapitato lo ha poi denunciato ai carabinieri.
Il presidente di un seggio palermitano ha denunciato la scomparsa di 100 schede elettorali del Senato, ancora in bianco ma già timbrate. Sull’episodio indaga la Digos. Altri casi di schede sparite sono stati segnalati, sempre in seggi del capoluogo siciliano, secondo quanto ha denunciato un candidato dell’Italia dei valori. In un’altra sezione palermitana e in alcuni seggi genovesi si è invece scoperto che le matite in dotazione per il voto non erano indelebili. Ma le operazioni di voto, almeno a Genova, sono andate avanti ugualmente.
Tante le denunce per aver fotografato le schede dopo aver votato. Un fenomeno che ha riguardato tutto il territorio nazionale: è successo a Cuneo, a Falerna (Catanzaro), a Macerata, nel viterbese, in provincia di Rovigo e nel trapanese. A pochi minuti dalla chiusura delle urne, su Youtube è anche spuntato il video di un elettore che si firma “italianostanco” e mette a disposizione di tutti un breve video (11 secondi in tutto) fatto col cellulare nella cabina elettorale, intitolato “Ho venduto il mio voto, cellulare in cabina elettorale”.
Ecco il video:
Un elettore nel barese ha scoperto che la sua scheda per votare il sindaco era stata già segnata. Un altro, in Umbria, ha restituito le schede sostenendo che erano già segnate e ha potuto votare con schede nuove. Segnalazioni di schede manomesse anche nel palermitano. Cinque schede del collegio di Cerveteri sono finite erroneamente in un seggio di Ciampino, entrambi comuni della provincia di Roma.
A Sant’Orsola, in Trentino, un presidente di seggio si è presentato ubriaco ed è stato multato e sostituito. A Siracusa la presidente di una sezione è stata rimossa dopo che la Digos ha accertato che si trattava di una candidata al Senato. Una decina di persone sono state invece denunciate a Palermo per aver fatto campagna elettorale negli ultimi tre giorni, violando lo stop imposto dalla legge.
Gli anziani non rinunciano al voto, neppure a cent’anni. A Rizziconi, nel reggino, una signora di 104 anni si è recata al seggio accompagnata dalla badante e dopo il voto ha ricevuto dal presidente del seggio un mazzo di fiori. La coppia più longeva d’Italia - 200 anni in due e 70 anni di matrimonio - ha votato a Orroli, in provincia di Nuoro, accompagnata dal sindaco, che per l’occasione indossava la fascia tricolore. Ha votato per la prima volta nella sua vita all’età di 87 anni invece Giovanni Alina, tornato libero lo scorso anno dopo 50 anni passati in un manicomio giudiziario.
Urne aperte anche per i concorrenti del Grande Fratello, che hanno lasciato la casa di Cinecittà per andare a votare nei rispettivi comuni di residenza. Tutti erano accompagnati da persone dello staff, per garantire il minor numero di contatti con il mondo esterno.
Purtroppo non sono mancati gli episodi drammatici. Un uomo di 71 anni è morto in un seggio elettorale ad Agugliano (Ancona), probabilmente per un infarto. Un altro, di 73 anni, si è accasciato nella cabina elettorale ed è morto, sempre in seguito a una crisi cardiaca. A La Spezia una donna di 84 anni è stata colpita da ictus ed è deceduta fuori dal seggio, subito dopo aver votato.

Privilegiato o massacrato? Di certo contestato, addirittura in anticipo. Anche in questa campagna elettorale, la figura dello scrutatore incomberà nella decisione su schede nulle (o annullabili), bianche e contestate, finendo con il determinare l’esito in alcuni collegi e, in caso di regioni in bilico, perfino l’intero equilibrio politico nazionale. Ecco perché, a seggi non ancora aperti e dopo le contestazioni bipartisan per schede poco chiare, il suo ruolo ha già iniziato a suscitare una ridda infinita di distinguo e di polemiche.
È questo il caso della Sicilia, dove la legge impone uno strano strabismo: alle amministrative si utilizza il sorteggio; alle politiche si esaminano invece le schede degli aspiranti scrutatori e si “esprimono valutazioni oggettive sulle loro capacità ”. Il risultato, secondo alcune dichiarazioni degli stessi politici isolani, è una spartizione degna del migliore manuale Cencelli che ha riguardato una parte considerevole del territorio isolano: a fronte di un elenco di 44.500 aspiranti scrutatori per 2300 posti disponibili, i notabili locali hanno diviso la torta: 1500 al centrodestra, 500 al centrosinistra. “Per il resto” come ha detto uno dei componenti della commissione siciliana intervistato dalla redazione palermitana di Repubblica “abbiamo cercato di pescare fuori dalle nostre conoscenze. Abbiamo chiamato circa quaranta persone che si erano presentate all’ufficio elettorale facendo richiesta di lavorare ai seggi”. Restano invece certamente fuori da simili meccanismi i presidenti, anche perché vengono nominati direttamente dalla Corte d’Appello del Tribunale di competenza.
Ma da posizione privilegiata e ambitissima, il mestiere di chi scrutina la scheda sta già cadendo in disgrazia. È questo il caso delle regioni in cui si voterà solo per le politiche. Lì lo scrutatore incasserà per tre giornate di lavoro “solo” 145 euro, poco meno del 30% rispetto alle ultime elezioni (a chi presiede spettano invece poco meno di 190 euro). Ecco perché in alcune parti d’Italia è stato già lanciato l’allarme: in queste ore sarebbero in molti a pensare di rinunciare, costringendo gli uffici elettorali a convocare chi nelle liste si è iscritto una decina di anni fa. Con la sorpresa di chi, ormai, non si immaginava neppure di ottenere questo nuovo (e inaspettato) lavoro provvisorio.

Sfida sui sondaggi tra Pd e Pdl a soli due giorni dalla data oltre la quale, per legge, non potranno più essere pubblicate indagini sulle intenzioni di voto degli italiani il 13 e 14 aprile.
Walter Veltroni, che da tempo predica la parabola della “più grande rimonta della storia”, a metà giornata anticipa: “I sondaggi confermano che il divario tra Pd e Pdl si accorcia”. Poco dopo arriva il supporto tecnico alla sua tesi: una ricerca Ipr per Repubblica.it che parla, nella migliore delle ipotesi, di un vantaggio di 5 seggi a Palazzo Madama per la Pdl rispetto a tutta l’opposizione (quindi Pd, Sinistra Arcobaleno e Udc). “C’è un sondaggio” esulta infatti il leader del Pd ” che dice che se a loro va di lusso avranno una maggioranza di tre o quattro seggi”. E da tutti i democratici, da Dario Franceschini a Nicola Latorre, arriva il coro del “Si può fare” al Senato.
E Berlusconi è costretto a reagire. Veltroni, è la tesi del Cavaliere, sui sondaggi mente e il testa a testa a Palazzo Madama è “esattamente il contrario della verità ”, insomma “come nella vecchia ricetta stalinista Veltroni dice tre bugie ogni due righe”. E in ogni caso “al Senato siamo avanti di più di trenta senatori”. Anche nel resto del centrodestra non si crede al pareggio. “Non ci sarà nessun pareggio” assicura il leghista Roberto Maroni “ma una vittoria netta del Pdl a Camera e Senato”. Ma se per il Carroccio il rischio non c’è, il leader della Dc per le Autonomie, Gianfranco Rotondi, intravede un “rischio caos” alla Camera Alta. Intanto, i “piccoli”, che potrebbero pesare molto nella partita di Palazzo Madama se ottenessero un buon risultato (”al Senato saremo determinanti”, avverte Casini) sono alla caccia di voti per abbattere il ‘murò dell’8%, soglia regionale per alcuni piuttosto proibitiva.
Secondo il sondaggio Ipr per il Senato, la Sinistra Arcobaleno dovrebbe farcela in una decina di regioni, eleggendo 18 senatori. La partita dovrebbe essere semplice almeno nelle regioni rosse, dove il voto alla Sinistra Arcobaleno è in qualche modo “utile” anche al Pd perchè porta via seggi al Pdl. Di qui i sospetti da parte di qualcuno nel centrodestra di un accordo “sottobanco” in questo senso. È l’allarme che lancia, ad esempio, Altero Matteoli, testa di lista del Pdl a Palazzo Madama in Toscana in base alle dichiarazioni di due esponenti democratici, Mauro Zani e Gianfranco Pasquino. “Una combine” attacca il senatore “votando Pd alla Camera e Sinistra Arcobaleno al Senato nelle regioni rosse è tesa a determinare lo stallo e una situazione di incertezza che non serve certamente al futuro del Paese. Veltroni smentisca”.

Ma tant’è, i calcoli si fanno e l’Udc, ad esempio, sta con il pallottoliere in mano per il Lazio, una regione dove i centristi potrebbero mancare di un soffio l’8%. “Quella del Lazio” sprona i suoi elettori Casini “è la madre di tutte le battaglie, dobbiamo recuperare un solo punto. Per questo vi chiedo uno sforzo straordinario”. Nel caso, però, la soglia non dovesse essere superata, i voti all’Udc andrebbero dispersi. Per questo dal Pdl si invita ancora una volta a votare i partiti grandi. Lo fa, ad esempio, l’azzurro Lucio Malan: “Chi darà retta al sondaggio Ipr rischierà di pentirsene non appena scoprirà di avere disperso il voto due volte: una perché non avrà contribuito a determinare il vincitore delle elezioni, un’altra perché non avrà neppure contribuito a eleggere un senatore”.
C’è poi chi spera nell’exploit come la Destra di Daniela Santanchè che, al momento, nei sondaggi, non supera l’8% regionale. Ma la deputata fa sapere che lei e Storace contano di farcela nel Lazio e, forse, in altre quattro regioni (Calabria, Campania, Abruzzo e Liguria) portando alla Camera Alta un drappello di 5-8 eletti. Senatori che poi spiega la deputata aiuteranno il Pdl. “La fiducia a un governo Berlusconi” dice la Santanchè “la voterei anche se non ci presentiamo insieme al voto”. Una buona notizia per Berlusconi i cui sonni, comunque, al momento non sembrerebbero turbati dall’incubo “pareggio”.
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