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A Palazzo Madama, il gioco dei quattro poli

Il Senato impacchettato
di Mario Sechi

Vincere male nelle regioni rosse. Se l’obiettivo del Partito democratico fosse quello di ripetere al Senato, ma rovesciato, lo scenario della scorsa legislatura, Walter Veltroni dovrebbe augurarsi un’affermazione meno brillante del previsto nelle roccheforti della sinistra. È uno degli strani effetti speciali prodotti dalla legge elettorale e dal riassetto della geografia politica in questa consultazione. Chiuse le liste, i partiti tornano a occuparsi della materia reale del contendere: i voti e gli effetti che la nascita delle due galassie (Pd e Pdl) e di altre piccole costellazioni (Udc+Rosa bianca e Sinistra arcobaleno) avrà sulla distribuzione dei posti in Parlamento.
Partiamo da quest’ultimo aspetto. Nelle elezioni del 2006 solo due coalizioni presero seggi e nessuna delle altre 19 liste riuscì ad assicurarsi un posto a Montecitorio e a Palazzo Madama. Allora l’Unione e la Casa delle libertà si spartirono la torta. Due anni dopo, la crostata sul tavolo è sempre la stessa, ma le coalizioni in grado di conquistare seggi teoricamente sono quattro: Pdl, Pd, Sinistra Arcobaleno e Udc.
I sondaggi mostrano in netto vantaggio il Popolo della libertà sul Partito democratico e disegnano un Parlamento dove né Fausto Bertinotti né Pier Ferdinando Casini possono influenzare più di tanto l’esito finale. Ma la corsa è ancora lunga e probabilmente questo distacco (oggi intorno ai 10-9 punti) si ridurrà in vista della data del voto. La vittoria del Pdl per ora non sembra in discussione, ma se fosse in corso una guerra, il generale Veltroni dovrebbe lasciar perdere il campo di battaglia della Camera e dedicare i suoi sforzi sul Senato.
Per fare cosa? Guardando i sondaggi, Veltroni non può impedire a Berlusconi di vincere con i voti ma può puntare a un quasi pareggio dei seggi grazie agli effetti paradossali del premio regionale (voluto dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi) e degli sbarramenti. Non stravincere nelle regioni rosse e affermarsi in quelle in bilico per il Pd sarebbe la ricetta migliore per pareggiare al Senato e poi giocarsi un secondo tempo nel confronto con il Pdl di Berlusconi. Si tratta di scenari all’attenzione dei due grandi partiti: le simulazioni tengono conto dell’attuale dinamica dei voti e del gradimento degli elettori. Il paradosso è che la coalizione di Berlusconi (Pdl+Lega+Mpa) con un vantaggio di 2,5-3 milioni di voti al Senato potrebbe trovarsi di fronte a due scenari diversi, proprio per effetto degli sbarramenti dei premi della legge elettorale. In pratica il Pdl, che è in testa nei sondaggi, ha di fronte a sé quattro categorie di regioni:
1. Le regioni dove vince con il 55 per cento degli eletti, come Lombardia (26 seggi), Veneto (15) e Sicilia (15), o anche di più (in questo caso i seggi diventano 29, 16, 16) e questo dipende dal risultato dei terzi poli, cioè se superano l’8 per cento.
2. Le regioni dove la vittoria è sicura ma i seggi non variano: Piemonte (12 seggi), Friuli Venezia Giulia (4), Campania (17) e Puglia (12).
3. Le regioni incerte: quelle dove il Pd è in vantaggio (Liguria, Marche e Abruzzo) e quelle dove il Pdl è in testa (Lazio, Calabria e Sardegna). Regioni dove si può conquistare il massimo dei posti in palio, o perdere e vedersi attribuiti tutti i seggi destinati all’opposizione oppure vedersi costretti a dividerli con Udc e Sinistra arcobaleno.
4. Le regioni perse: Emilia-Romagna, Toscana e Umbria per il Pdl sono out e i seggi per gli sconfitti probabilmente saranno da dividere con Bertinotti.
La previsione migliore consegna un’affermazione netta del Pdl e un Parlamento dove ci sono solo due grandi partiti. Sarà questa la fotografia di Camera e Senato la sera del 14 aprile? “Al momento, sulla base dei sondaggi, è plausibile pensare che il Senato assuma una conformazione quasi perfettamente bipartitica con due grossi gruppi parlamentari” prevede il costituzionalista Salvatore Vassallo, candidato in Emilia-Romagna alla Camera per il Pd.
Fondamentale sarà il risultato finale di Bertinotti e Casini: se superassero la soglia dell’8 per cento in alcune regioni, il Senato potrebbe ritrovarsi con una maggioranza risicata. Vassallo illustra questa possibilità, per ora solo teorica: “Certo, c’è un possibile paradosso: il Senato rischia di rimanere in bilico se uno dei due principali partiti perde voti rispetto ai concorrenti interni, cioè se il Pdl cede troppi voti al centro in alcune regioni in cui vince e se il Pd cede voti alla Sinistra arcobaleno nelle regioni dove è forte. Paradossalmente, il Pd avrebbe un vantaggio (se volesse giocare sull’incertezza del risultato) a vincere peggio in Toscana, Umbria, Emilia e Marche a vantaggio della Sinistra arcobaleno. Il Pd in quel caso comunque otterrebbe il premio, però i seggi residui verrebbero divisi tra sinistra e Pdl e in questo modo nell’aggregato nazionale il Pdl rischierebbe di restare sotto la maggioranza o comunque di arrivare in una situazione di quasi pareggio”.
Situazione da brivido che Gaetano Quagliariello, professore di teoria e storia dei partiti politici alla Luiss di Roma, candidato al Senato in Toscana per il Pdl, non vede alle porte: “Non credo a questa ipotesi e la tendenza di questa campagna elettorale non lo fa pensare. Se è sempre più chiaro che votare per il governo significa votare per il Pdl o per il Pd, dobbiamo ancor più impegnarci a far capire agli elettori che in alcune regioni votare per un piccolo partito di centro o di destra significa gettare il voto dalla finestra. Né la Destra della Santanchè e di Storace né il centro di Casini e Baccini hanno la possibilità di superare la soglia dell’8 per cento nelle regioni decisive, mentre un voto al Pdl può servire a dare stabilità e forza a un’esperienza di governo. In ogni caso noi non potremmo mai fare quello che ha fatto la sinistra, cioè non considerare per pregiudizio ideologico la realtà dei fatti”.
La partita finale non sarà semplice. Berlusconi e Veltroni devono confrontarsi con le forze intermedie che possono intercettare i loro voti e sono a un bivio. Per affermare il modello bipartitico a cui si ispirano devono tagliare i cespugli sul piano politico (cosa fatta, in parte) ma anche sul piano elettorale, perché in caso contrario a perderci sarebbero entrambi.
Il Cavaliere avrebbe il problema a Palazzo Madama di una vittoria netta di voti e un quasi pareggio di seggi, mentre Veltroni di fronte a un risultato deludente vedrebbe il suo modello di Pd e la sua leadership traballare al primo giro di giostra.
Si tratta di scenari all'attenzione dei due grandi partiti: le simulazioni tengono conto dell'attuale dinamica dei voti e del gradimento degli elettori. Il paradosso è che la coalizione di Berlusconi (Pdl+Lega+Mpa) con un vantaggio di 2,5-3 milioni di voti al Senato potrebbe trovarsi di fronte a due scenari diversi, proprio per effetto degli sbarramenti dei premi della legge elettorale (vedere la tabella in alto). In pratica il Pdl, che è in testa nei sondaggi, ha di fronte a sé quattro categorie di regioni

Ue: Prodi pareggia con il Regno Unito. Ma D’Alema vuole vincere il Pesc

Romano Prodi e Massimo D'Alema al vertice Ue di Lisbona
Romano Prodi ha passato una notte insonne. Le ore piccole sono servite al premier e al ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, per strappare il compromesso che permette all’Italia di avere la parità con la Gran Bretagna sui seggi dell’europarlamento.
Oggi infatti Francia, Gb e Italia hanno 78 seggi a Bruxelles. Con la nuova definizione dell’Europa a 27 è necessaria una riduzione: dopo la trattativa notturna la Francia ne avrà 74, Gb e Italia 73. Un seggio in più dei 72 che erano stati ventilati per il nostro Paese che riteneva “inaccettabile la perdita”. Un risultato possibile grazie all’escamotage con cui sono saliti da 750 a 751 il totale degli eurodeputati, anche se il presidente dell’Europarlamento sarà conteggiato a parte in quanto per prassi non vota.

Ma nella notte lusitana c’è stato un altro grande passo in avanti verso la riforma delle istituzioni europee: il premier portoghese e presidente di turno della Ue, Josè Socrates, ha spinto per il nuovo trattato dell’Unione. 250 pagine - che verranno siglate a Lisbona il 13 dicembre (50 anni dopo i Trattati di Roma), che dovranno essere ratificate dai 27 stati membri e che metteranno in soffitta il trattato di Nizza – dove si prevede un presidente del Consiglio europeo nominato per due anni e mezzo, un rappresentante Ue per la politica estera che sarà anche vicepresidente della Commissione europea e un aumento delle decisioni prese a maggioranza qualificata dall’Ue. La riforma che identifica il capo della politica estera dell’Unione nel vicepresidente della Commissione potrebbe spingere D’Alema verso la poltrona di Mister Pesc (cioè: l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, appunto: Pesc, dell’Unione europea).

Candidatura che il presidente della Comitato parlamentare sui trattati europei, Sandro Gozi, uomo molto vicino a Prodi, non nega a Panorama.it: “La candidatura non è ufficiale, ma D’Alema sarebbe un eccellente alto rappresentante della politica estera europea”. Quindi Gozi lancia una stilettata contro la Francia commentando la trattativa notturna: “Ero sicuro che Prodi avrebbe chiuso l’accordo. I rapporti con Socrates sono ottimi e la parità con la Gb era una cosa su cui non potevamo cedere. La nostra diplomazia lavora bene. Siamo meno mediatici di Bernard Kouchner (ministro degli Esteri francese), ma più efficienti”.

Usando toni più soft, lo stesso Prodi tiene le porte aperte al suo ministro: “è una partita aperta per tutti e chiaramente anche per l’Italia, uno dei grandi Paesi europei”, ha risposto il premier, durante la conferenza stampa al termine del vertice informale Ue di Lisbona.

Il VIDEO servizio:

Il segretario Veltroni e il leader Massimo del Pd

Massimo D'Alema il 14 ottobre 2007 mentre vota per le primarie del Partito democratico

Ora che i dati del Pd (compresi quelli relativi alle assemblee regionali) sono stati raccolti, trasmessi e messi in fila uno dopo l’altro, è il momento dei calcoli, sui rapporti di forza interni al nuovo partito. E, benché il segretario Veltroni abbia ottenuto un risultato plebiscitario, sono comunque molte le sorprese che saltano all’occhio, analizzando i dati. Per esempio che il nuovo leader dovrà vedersela con quello “vecchio”: il peso di Massimo D’Alema nell’assemblea costituente è infatti consistente e al sindaco di Roma sarà difficile formare e dirigere gli organismi del partito senza tener conto dei nomi legati al ministro degli Esteri.

A oggi, esistono soltanto tre organi del Pd: il presidente (Romano Prodi), il segretario (Walter Veltroni) e appunto l’assemblea. Che dovrà redigere il manifesto delle idee, decidere il tesseramento, la data del congresso (primavera o autunno 2008) e il simbolo, ed eleggere i quadri dirigenti. Ed è su questi che si può tentare di comprendere gli equlibri (il termine “corrente” è stato bandito dal vocabolario democratico) che già stanno segnando il destino del partito, ancora in stato embrionale.

I numeri - Per discontinuità con gli apparati romanocentrici e per segnare con evidenza la vocazione del nuovo partito a riallacciare i rapporti con il Nord. Per questo, l’assemblea costituente del Pd si riunirà sabato 27 ottobre nei padiglioni della Fiera di Milano. Ma anche perché non sono stati individuati ambienti tanto grandi per contenere l’esercito di 2.800 delegati. Questo, decina più decina meno, è infatti il numero dei partecipanti, eletti domenica 14 ottobre. Sarà un’assemblea anzianotta, con prevalenza di professionisti della politica (nonostante le promesse di rinnovamento e di immissione di personalità lontane dal Palazzo), con pochi stranieri ma la metà esatta delle, come imponeva la “speciale” legge elettorale delle primarie.
I risultati - Dal punto di vista dei numeri ottenuti dai singoli candidati, nessuna variazione evidente: Veltroni conquista oltre 2 milioni e 600 preferenze e arriva al 75,81% (cioè 2.315 seggi nell’assemblea). Per Enrico Letta, un incremento dello 0,3%: dal 10,8% delle proiezioni all’11,07% della realtà (pari a 217 seggi). Scende un po’ Rosy Bindi cui le proiezioni davano un 13,3% e che si deve accontentare del 12,8% pur arrivando a quasi mezzo milione di voti (309 seggi). La lista “Generazione U” di Mario Adinolfi ha totalizzato lo 0,17% raggiungendo quota 5 mila 906 voti, mentre Piergiorgio Gawronski con la lista “Gawronski, il coraggio di cambiare” ha raccolto 2 mila 376 voti e dunque lo 0,07%.
Entrando un po’ di più nel dettaglio, la lista del sindaco di Roma, “Democratici con Veltroni”, è stata la più votata e ha totalizzato 1 milione 541 mila 330 voti (1.485 seggi). Le altre due liste che appoggiavano il segretario: “Con Veltroni ambiente, innovazione lavoro” (guidata dal ministro Giovanna Melandri, con Giuliano Amato) e a “Sinistra per Veltroni” (promotori il duo Massimo Brutti e Vincenzo Vita), hanno raccolto rispettivamente 278 mila 960 voti (pari a 171 seggi) e 269 mila 133 voti (225 seggi).
Il peso dei partiti - Hai voglia allora a dire, come ha fatto il neo segretario: “Faremo scelte eterodosse”, tra le quali quella di non ragionare con la mentalità vecchia dei partiti e delle correnti. Invece è un fatto che “il vecchio” entra nel “nuovo” e che i due ex partiti, con le rispettive anime, entrano pesantemente nella costituente. Con queste quote: i Ds ne sono i principali azionisti con circa il 50 per cento. Alla Margherita andrebbe il 35 per cento dei posti (da dividersi tra i seggi dei rutelliani, dei popolari, dei lettiani e dei bindiani). La società civile si è ritagliata un buon 20 per cento.
Veltroni e D’Alema - Delle 13 regioni appannaggio della Quercia, sono “veltroniane” la Toscana (Andrea Manciulli, il nuovo segretario del Pd, era il segretario regionale dei ds), la Lombardia (Maurizo Martina, il 29enne vincitore, è molto stimato dal sindaco di Roma), l’Emilia Romagna (ha vinto l’annunciato candidato veltroniano Salvatore Caronna, ex segretario della federazione diessina di Bologna), la Sardegna (dove ha vinto il senatore diessino Antonello Cabras contro il governatore Renato Soru, che correva per Letta) il Friuli Venezia Giulia dove si è imposto il segretario regionale della Quercia Bruno Zvech ribaltando le previsioni del Cencelli che aveva assegnato la regione alla Margherita. Sulle altre risulta, e neanche tanto a sorpresa, la vittoria di Massimo D’Alema, che controllerà una buona fetta dei delegati dell’assemblea costituente. Il trionfo dei candidati del ministro degli Esteri riguarda, ovviamente, la “sua” Puglia (dove ha stravinto Michele Emiliano, l’ex magistrato e sindaco). Stessa musica in Liguria dove ha vinto il segretario regionale della Quercia Mario Tullo, nel Lazio dove c’è stata la vittoria a mani basse di Nicola Zingaretti, già segretario Ds regionale, nella Marche (Sara Giannini, ex segretaria regionale Ds, strappa l’83% dei consensi), in Calabria dove si è imposto il dalemiano e diessino puro Marco Minniti, in Basilicata dove ha vinto con l’82% dei voti Piero Lacorazza, giovane economista, internauta e segretario dei Ds. Non avvistati i fassiniani (l’ultimo segretario dei Ds non sfonda nemmeno nel suo Piemonte), quella di “Baffino” sarà l’ombra che Walter Veltroni e Dario Franceschini non potranno ignorare. Tanto che già si parla di un’alleanza tra i tre in grado di assicurare il controllo della maggioranza assoluta dei delegati.

Gli sconfitti - A subire un vero e proprio ridimensionamento è stato Francesco Rutelli, che raccoglie meno del 10% di delegati all’assemblea, contro il 15 per cento d Ma a perdere è stato anche Piero Fassino, anche lui sotto il 10%. La sconfitta più dolorosa per l’ultimo segretario dei Democratici di Sinistra è stata nella sua terra natale, in Piemonte.
Ridotta al lumicino la presenza dei prodiani diellini, fermi al 5% circa. La conferma dalle esclusioni illustri, come quella del fratello del Prof: Vittorio Prodi, europaramentare della Margherita, candidato nella sua Emilia (mentre Maria Prodi, sorella del prmier, in lista con Rosy Bindi, passa in Umbria); quella di Giuliano Amato, ministro degli Interni, che era messo al terzo posto come candidato di testimonianza nella lista guidata da Giovanna Melandri; quella di Mario Barbi, uno dei traghettatori verso il Pd e persino il ministro per l’attuazione del Programma Giuliano Santagata, prodiano doc, che a quanto pare, anche se manca ancora una conferma ufficiale, non è passato. In Campania vengono dati per bocciati anche la moglie di Antonio Bassolino, Annamaria Carloni candidata nella lista di Rosy Bindi e Umberto Ranieri, in quella di Letta.
Donne - È l’elemento più certo perché stabilito dal regolamento: metà dei delegati della Costituente sono donne. Ma il colore rosa si issa solo su tre bandiere del Pd regionale: in Umbria, nelle Marche e in Molise: due margherite e una diessina. Tre donne su diciannove posti da segretario regionale: c’è qualcosa che non torna visto che una delle regole base del partito democratico è proprio quella dell’alternanza tra i generi, tra uomini e donne, nelle liste e tra i capilista. Simbolo di questa rivoluzione mancata è la non elezione della senatrice teodem Paola Binetti, nemica assoluta di ogni tentativo di riforma laica, dal testamento biologico ai Dico. La Binetti potrebbe è stata ripescata col sistema dei seggi-premio. Ma è significativo che il popolo delle primarie del Pd non l’abbia votata domenica non riconoscendola, quindi, come una propria rappresentante. Non che dall’altro lato della barricata, sul fronte laico, sia andata meglio: i candidati gay erano 31, ma solo 5 sono riusciti nell’impresa di partecipare all’assemblea nazionale.
Ma ad agitare i sonni tra la comunità lgbt è lo scambio di accuse tra Giuliano Federico di gay tv e Alessio De Giorgi, direttore di gay.it. Nulla di nuovo sotto il sole, perché il duello è esemplificativo dei quotidiani litigi tra le varie anime del Pd, che nei prossimi mesi si succederanno. In nome dell’unità del Partito Democratico.

La discontinuità di Veltroni: via da Roma e da Romano

Walter Veltroni e Dario Franceschini, il ticket che ha trionfato alle primarie del Partito democratico
Discontinuità e innovazione ha promesso Walter Veltroni. Che cosa significa è presto detto: innanzitutto la conquista del Nord Italia con tanti saluti alla sua Roma e a Romano.

La decisione di tenere l’assemblea costituente del Partito Democratico a Milano, il prossimo 27 ottobre (quando verranno proclamati i risultati delle primarie, si insedierà il segretario e si avvieranno i lavori per la stesura del ‘manifesto delle idee’ e dello Statuto del nuovo partito), significa in primo luogo questo.

E, del resto, il segretario del Pd non fa che proseguire lungo una linea ben riconoscibile già nella scelta di tenere i discorsi d’esordio e di chiusura, come candidato favorito alla guida del nuovo partito, al Lingotto di Torino: il primo lo scorso 27 giugno (in una piccola sala che faticava a contenere il pubblico), il secondo il 12 ottobre nell’auditorium Gianni Agnelli, (che presentava invece ampie zone vuote).
Da un punto di vista strategico, il piano del tuttora sindaco di Roma è chiaro: da leader indiscusso del nascente Pd, ha intenzione di riconquistare il Nord, ossia quella parte d’Italia a cui in questi anni la sinistra, riformista e radicale, non ha saputo parlare con efficacia, abdicando il suo ruolo di referente per lasciare campo libero alla Cdl, più abile a dialogare con i ceti produttivi settentrionali e capace di usare al momento giusto il tema della protesta fiscale contro il Palazzo, per tradizione, romanocentrico e accentratore.

Scegliendo Milano come teatro della “prima” del Pd, Super Walter è anche andato contro il parere del premier Romano Prodi (c’è chi dice che sarà questo il refrain futuro tra i due), che avrebbe preferito Roma, così come altri personaggi di spicco dell’Unione. Ma l’innovazione di Veltroni passa anche da qui: lealtà e sostegno al premier non significano esserne succubi. Anzi, forte del 75 e più per cento di voti, va da sé che Veltroni pungoli il governo a spingere su determinati percorsi. Il principale appunto, passa dal Nord e dalla “questione settentrionale”. Un nodo che la recente politica dell’Unione (e dei suoi uomini più importanti) non si è mai mostrata capace di sciogliere. Per motivi i più vari: incapacità di intercettare le richieste dei ceti produttivi; di proporre loro risposte forti e concrete; mancanza di uomini adeguati (la scelta dei candidati sindaci di Milano, negli ultimi anni la dice lunga: non uno veniva dagli apparati dei partiti del centrosinistra); consapevolezza di aver sempre partita persa, in quelle regioni, con il centrodestra in generale e con l’asse Berlusconi-Bossi in particolare.

La “discontinuità” di cui ha parlato Veltroni sta soprattutto qui, più ancora che nelle dichiarazioni rese dal sindaco di Roma nei giorni scorsi, come ad esempio la proposta, condivisibile, di ridurre drasticamente il numero dei ministri. E anche il recente intervento a favore del ruolo di Malpensa come importante scalo internazionale segna un punto in questa direzione. Veltroni, spinto, anche se indirettamente, dalla buona affermazione lombarda dei suoi due concorrenti (Rosy Bindi ha sfiorato il 20 per cento ed Enrico Letta, candidato un po’ più “nordico” e “imprenditoriale” di lui, ha superato il 13%) vuole tornare a parlare a una regione da cui si origina circa il 50% del Pil del Paese e dove le Pmi hanno in molti casi mal compreso i richiami al rigore fiscale del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa e del viceministro Vincenzo Visco.
Infine Veltroni sa bene che a Milano e dintorni si trovano quasi tutte le grandi banche e la parte più importante del potere mediatico italiano: sarebbe un errore grossolano deluderli (soprattutto perché Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, e il numero uno di Unciredit Capitalia, Alessandro Profumo, al progetto Pd hanno dato il loro voto e il Corsera di Paolo Mieli non gli ha mai negato l’appoggio).

Questo il VIDEO della conferenza stampa di Veltroni sul canale YouTube di RaiNews 24:

Facce da Pd, qui Milano

Luigi Vernazza, pensionato, e Giuseppina Novalli, casalinga

Luigi Vernazza, pensionato, e Giuseppina Novalli, casalinga:
“Il nostro è un voto di speranza, un voto dato perché crediamo nelle persone che si sono adoperate per far nascere questa nuova idea che vada a risolvere i problemi della nostra politica, dalla frantumazione al potere decisionale, dal lavoro alla rappresentatività dei giovani”.

Giovanni Sergi, 62 anni, impiegato

Giovanni Sergi, impiegato, 62 anni:
“Ho votato per vedere se riusciamo a cambiare qualcosa, anche se non credo che cambierà mai niente nel nostro Paese. Però siamo venuti per far sentire la nostra voce, per far sapere quello che pensiamo e quello che vogliamo. Il rischio di gattopardismo è dietro l’angolo e bisogna stare bene attenti e vigilare”.

Patrizia Granata, 62 anni, contabile

Patrizia Granata, 62 anni, contabile:
“Esprimere oggi la nostra preferenza è l’unico modo per poter cambiare le cose. Se non fossi venuta a votare non mi sarei potuta lamentare, sarebbe stata un’occasione persa. Un’occasione di svolta, di cambiamento. E se non cambiano i partiti, non cambia nemmeno l’Italia, se non cambia la testa non cambia nemmeno il corpo”.

Antonio Rodriguez, 86 anni, pensionato

Antonio Rodriguez, 86 anni, pensionato:
“Non sono molto ferrato in politica, ma proprio per questo sono venuto a votare. Spero di ottenere qualcosa che migliori la situazione del nostro Paese, di quelli che hanno più bisogno. È una richiesta di giustizia, che parte da noi cittadini e arriva in alto, ai vertici dei partiti”.

Luca Ciminelli, 23 anni, lavoratore

Luca Ciminelli, 23 anni, lavoratore:
“È un voto dato alla sinistra, non solo al Partito Democratico. Bisogna far vedere all’Italia che ci sono ancora persone di sinistra che sono d’accordo con quello che si sta facendo e che si è fatto. Serve un partito forte, che faccia diventare il nostro un Paese che è più dalla parte dei lavoratori che non di quelli che danno lavoro”.

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Diamo i numeri sul Pd


Walter Veltroni tra Torino (dove tutto ha avuto inizio) e Milano il venerdì, a Ventotene il sabato. Enrico Letta venerdì sarà in radio, poi da Sky, poi a Napoli e infine a Roma. La combattiva Rosy Bindi chiude la campagna elettorale venerdì a Bologna e sabato a Bari, mentre spopola su YouTube un rap a suo sostegno, ambientato nel Bronx (qui il video). L’outsider Mario Adinolfi ha un biglietto di andata e ritorno da Roma a Lamezia Terme: all’hotel Nazionale della capitale, sabato 13, alle 10.30, chiuderà la sua personale corsa, per poi atterrare in Calabria a sostenere la lotta contro ogni criminalità della lista di Generazione U nella provincia di Cosenza. PierGiorgio Gawrosky, il meno conosciuto degli altri, sfrutterà gli ultimi giorni per apparire in tv e parlare alla radio.
Uno di qua e uno di là, insomma: sparpagliati e non insieme, i cinque candidati nazionali alla guida del Pd. Un dato che potrebbe dirla lunga sulla confusione che, seppur allegramente, regna a sinistra, alla vigilia del 14 ottobre, data di nascita del Partito Democratico.
Confusione comprensibile, in effetti: è la prima volta che in Italia nasce un partito con questo metodo: chiamando i cittadini ad assistere al parto e a scegliere chi lo dovrà guidare.
Per questo, lo sforzo da parte degli organizzatori (i tre coordinatori: Maurizio Migliavacca, Mario Barbi e Antonello Soro, ds, prodiani e dl, che hanno curato la regia; Nico Stumpo, direttore dell’Ufficio tecnico amministrativo nazionale a cui fanno capo i vari Utap, un po’ le prefetture del pd; Maurizio Chiocchetti che ha in carico il voto all’esteroe i 70 mila i volontari che da sabato pomeriggio lavoreranno per il successo della consultazione) è stato grande.
Del resto i numeri sono da capogiro: 35 mila candidati per entrambe le consultazioni; 1.888 liste nazionali; 1.656 liste regionali; 187 candidati all’estero distribuiti in dodici liste e suddivisi nelle quattro grandi circoscrizioni (Usa; America centrale e del sud; Europa; Africa-Asia-Oceania); 11.195 seggi, distribuiti in circa 7000 comuni su un totale in Italia di 8.100 comuni.
Altre cifre, che girano intorno al 14 ottobre: 16 sono gli anni richiesti per poter votare; 20 sono i segretari che saranno eletti (con la seconda scheda) per guidare il Pd in ciascuna delle 20 regioni italiane e 4.800 sono i delegati che saranno eletti per scrivere lo statuto regionale del Pd; 2.400 è il numero dei delegati che verranno eletti all’Assemblea costituente del Pd (prima seduta il 27 ottobre), che dovrà redigere il programma-manifesto e lo statuto del nuovo partito. 35.000 saranno i candidati che correranno per essere eletti; di questi la metà, circa 17.500 sono donne, così come lo sono la metà dei 2.270 capilista. Ciò farà sì che la metà dei costituenti del Pd sia donna.
Per quanto riguarda le operazioni di voto: le urne sono aperte dalle 7 alle 20 di domenica 14 ottobre. Sul sito dei democratici è possibile visualizzare il proprio seggio. In alternativa c’è sempre il numero verde (800 231506). Al seggio occorre portare documento di identità, tessera elettorale e l’obolo di un euro. In ogni postazione ci saranno un presidente - non candidato - e due scrutatori, anche loro possibilmente non candidati. Ci saranno due schede: quella azzurra elegge il segretario nazionale e i 2.400 membri dell’assemblea costituente nazionale del Pd; quella grigia i venti segretari regionali e le rispettive assemblee. Lo spoglio comincerà subito dopo la chiusura dei seggi (ore 20) ognuno dei quali avrà il proprio verbale con resoconto di votanti, voti validi, voti nulli e schede bianche. Lo scrutinio quindi andrà avanti tutta la notte (e potrebbe non essere breve, visto che Letta e Bindi hanno detto, minacciosamente, di voler vigilare attentamente per impedire possibili brogli…). Si potrà votare anche dall’estero, via web, e in questo caso gli orari di voto rispettano i fusi orari. Sono 69 i posti nell’assemblea costituente per i delegati stranieri.
Mistero invece sul numero delle schede stampate: nelle primarie del 2005, che decretarono Romano Prodi quale leader in corsa per Palazzo Chigi, l’affluenza fu superiore al previsto (votarono circa 4 milioni e 300mila italiani,). Stavolta nessuno si sbilancia. Anzi, il dato dell’affluenza è stato uno dei temi di contrasto tra i cinque candidati (Veltroni dice che 1 milione è la quantità di elettori che farebbe superare il break-even delle primarie, trasformandole in un successo; Adinolfi ha rilanciato a 1,5 milioni; Letta non si accontenta, ne vorrebbe di più. Esattamente come la Bindi, per la quale sotto i 2 milioni sarebbe un piccolo flop; Gawrosky ha sparato alto: almeno tre milioni).
Milione o milioni di partecipanti che daranno mandato al leader e ai delegati di moltiplicare i numeri a livello nazionale, cercando i consensi necessari per vincere la partita più importante: quella del governo del Paese. E a proposito di questi dati: quanto vale oggi il partito democratico? È questa la domanda cruciale, che in tanti si pongono, interpellando i vari sondaggisti. Senza citarli tutti e facendo una media, dalle ultime rilevazioni risulta che il Pd oscilli parecchio, proprio a causa delle oscillazioni di cui attualmente soffre il centrosinistra al governo, con una forbice che va dal 23 per cento al 27 per cento, di molto sotto le percentuali ottenute da Ds e Dl insieme, nelle elezioni del 2006.

Modica barocca anche nel voto: 1 candidato ogni 85 elettori

Panorama di Modica (RG), con la scalinata della chiesa barocca di San Giorgio
A chiudere la campagna elettorale per il comune di Modica e la provincia di Ragusa, da Roma sono sbarcati due pezzi da novanta.
Per il centrosinistra: Anna Finocchiaro, modicana di nascita, la Ségolène italiana: passeggiata per le vie della cittadina tardo barocca e comizio in Piazza Matteotti per sostenere il candidato sindaco dell’Unione Antonello Buscema.
Per il centrodestra: Pier Ferdinando Casini, il volto bello e barricadero del Polo: un aperitivo all’Hotel Principe d’Aragona per sostenere il candidato della Cdl, Piero Torchi (Udc), giovane sindaco uscente.
A far discutere la città patrimonio dell’Unesco però non è questa chiusura “col botto”, ma il record di cui Modica può “vantarsi”: i 45.096 aventi diritto di voto (su poco più di 60 mila abitanti), il 13 e 14 maggio potranno scegliere tra 4 candidati sindaci (oltre ai due già citati, ci sono anche Liliana Guarino, lista “Ora per Modica”, e Carmelo Carpentieri, con tanto di impero edilizio, televisivo e il sempiterno sogno di mettere la fascia del primo cittadino); 21 liste collegate e ben 526 candidati (1 ogni 85 elettori: alla faccia di chi pensa che la politica interessi sempre meno!) .
Una partecipazione come mai si ricordava: una pletora di uomini e donne che puntano ad un seggio dei trenta disponibili a Palazzo San Domenico. Un esercito su cui in città si ironizza. Naturale poi che per sponsorizzare la propria candidatura gli “aspiranti alla carica di…” abbiano tappezzato la città del cioccolato dei propri manifesti elettorali.
E su questo, si è accesa la campagna elettorale: in molti hanno ritenuto poco elegante (oltre che moralmente discutibile) trovarsi le facce degli aspiranti a coprire le più nobili facciate di palazzi settecenteschi che arricchiscono Modica o i caratteristici muri a secco che ornano la sua campagna.
E allora ecco l’idea (partorita alle scorse elezioni e riproposta a grande richiesta anche per le comunali del 2007): raccogliere in un gigantesco album fotografico (tipo quello delle figurine Panini) i volantini dei circa seicento candidati, da esporre al Caffè Incontro, un bar in centro alla città, perché gli elettori riescano ad associare faccia e nome: con 526 candidati, può capitare di non conoscerne qualcuno.

“Siamo arrivati a quota 420 manifesti: ne mancano cento ma molti non sono rintracciabili, essendo di candidati davvero sconosciuti. La novità di quest’anno” dice Salvatore il titolare del Caffè “è che al termine delle elezioni, per non condizionare il voto, una giuria di clienti aficionados sceglierà la foto migliore e lo slogan più bello”. Pare che la frase che ricorre maggiormente tra i clienti che sfogliano l’album, sorseggiando un caffè o una granita, è: “Maria, macari chistu si candidau!” (Maria, anche questo si è candidato, ndr).

Già, tra 526 volti facile trovare la sorpresa.

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