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Europee: Pdl primo partito, cala il Pd. Boom di Lega e Idv, bene l’Udc

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Con oltre il 99% delle sezioni scrutinate in Italia (63.541 su 64.328) e il 68,75% di quelle estere (1.994 su 2.900) si delinea in maniera ormai definitiva il risultato delle elezioni europee del 6 e 7 giugno.
Il Pdl, con il 35,26 % (10.756.623 voti) si conferma il primo partito italiano.
Il Pd, con il 26,1% (7.975.716 voti) è la seconda forza politica del Paese, seguito dalla Lega Nord con il 10,2% (3.124.917 voti).
Le uniche altre due forze politiche che hanno superato lo sbarramento del 4% sono quindi l’Italia dei valori con il 7,99% (2.436.545 voti) e l’Udc con il 6,51% (1.985.528 voti).
In calo l’affluenza, al 65,04% rispetto al 72,88% delle precedenti consultazioni europee.

Ripartizioni in seggi
Stando a queste percentuali, quindi, il Pdl potrebbe contare su 29-30 eurodeputati, il Pd su 22. Ecco la ripartizione dei 72 seggi assegnati all’Italia nella nuova assemblea di Strasburgo, sulla base delle ultime proiezioni effettuate nella notte. Alla Lega Nord andrebbero 8 seggi. Sette quelli assegnati all’Italia dei valori e cinque all’Udc. Alle altre liste, sotto il 4%, nessun eurodeputato.

In Europa vince la diserzione al voto
Sull’Europa che conosce il suo record di diserzione del voto, con meno di un elettore su due alle urne, soffia vento da destra, ma si rivedono anche i Verdi. Nel complesso, guardando ai risultati nei singoli Paesi europei, il Ppe si conferma come gruppo più consistente, mentre segna un netto arretramento il partito socialista con risultati deludenti in Francia, Spagna e Gran Bretagna. Forte, invece, l’affermazione della destra estrema e, a sorpresa, decisa affermazione dei Verdi e delle liste ambientaliste.

Pdl è il primo partito italiano, il Pd perde 6 punti
Il Pdl, che sperava di raggiungere e superare la quota-simbolo del 40%, resta comunque il primo partito italiano. Il risultato non convince appieno il premier Silvio Berlusconi: “Ho dovuto fare tutto da me, come al solito ho tirato la carretta da solo”, si sfoga nel quartier generale del Pdl, come riporta il quotidiano Libero. E rivendica la scelta di candidarsi in prima persona al parlamento di Strasburgo: “Se non fossi sceso in campo io l’affluenza sarebbe stata ancora più bassa. È anche per mio merito che l’Italia si conferma il primo Paese per percentuale di votanti: con il record di elettori e di consensi il mio governo si conferma il più forte d’Europa”. Mentre è più semplice la ricostruzione del portavoce Paolo Bonaiuti: “Il Pdl non supera i livelli che erano stati pronosticati da tutti i sondaggisti, solo perché c’è un forte livello di astensione”.
Di fronte ai circa sei i punti persi dal Pd rispetto alle politiche, Piero Fassino commenta, ai microfoni del Tg5: “Non c’è stato lo ’sfondamento’ del Pdl, e anzi non c’è nemmeno la conferma del voto dell’anno scorso”. Pare che “i dati definiscano” ha poi continuato l’esponente del Pd “un giudizio severo degli elettori nei confronti del governo e di Berlusconi”.
E ora i democratici devono guardarsi dalla cerscita (quasi) raddoppiata (in un solo anno) dell’Idv di Antonio Di Pietro che sfiora l’8%, partendo dal 4,4% dell’aprile 2008. L’euforia è il sentimento che regna in casa dipietrista. Da dove parte anche il monito agli alleati Democrats: “Il Pd ha davanti a sé responsabilità importanti” sottolinea “scegliere con chi fare un’alleanza contro il modello di governo berlusconiano”. L’ex pm non rinuncia a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: “Noi non siamo il brutto anatroccolo da usare per le elezioni e poi buttar via. Finora ci hanno mal sopportato ora si devono rendere conto che c’è un partito che punta alla alternativa”.

Fuori da Strasburgo: sinistra, Radicali, Mpa e Storace
La tagliola della quota di sbarramento del 4%, come da molti pronosticato, fa strage dei partiti più piccoli: dopo essere rimasti esclusi dal Parlamento italiano, bissano l’insuccesso a livello europeo sia la lista anticapitalista promossa da Prc e Pdci, sia Sinistra e Libertà, poichè entrambe si fermano a qualche decimale nei dintorni del 3%.
Supera appena il 2% l’Autonomia, ossia l’aleanza tra il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati.
Alla Lista Bonino-Pannella non basta il 2,5%. “In condizioni di regime abbiamo raggiunto un risultato stra-or-di-na-rio, uni-co!”, dicono. Ma di fatto i radicali restano fuori dal Parlamento, per la prima volta dal 1979 a oggi.
Affluenza in picchiata, all’Aquila vota uno su 4
I dati europei fermano la percentuale dei votanti al 43,09: un record per l’astensionismo, fenomeno che in Italia inchioda al 66,5% l’affluenza alle urne (nel 2004 era del 72,9%). All’Aquila, dove ad urne aperte c’è stata una nuova scossa di terremoto, ha votato il 27,9%, contro il 73,1 del 2004. In Italia però la percentuale di votanti è stata più alta rispetto a tutti gli altri paesi europei, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni, aggiungendo che “le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, senza incidenti rilevanti di nessun tipo”.
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Al seggio anche Noemi, tra le polemiche
Tra gli episodi e le curiosità il voto a Portici di Noemi Letizia, la ragazza al centro del caso scoppiato per l’amicizia con il premier. È stata polemica sulle procedure: e per la scorta dei vigili e per le porte chiuse per il tempo del voto. Occhiali scuri, capelli sciolti, abito nero elegante, Noemi è arrivata al seggio 62 di Portici a bordo di una Mercedes. I flash sono stati tutti per lei. Che non ha rilasciato nessuna dichiarazione alla stampa.
In provincia di Latina, invece, un’elettrice ha sbagliato a votare, ha chiesto di poter ripetere il voto e di fronte al no del presidente lo ha aggredito. A Potenza e a Tarsia (Cosenza) due elettori sono stati sorpresi a fotografare la scheda col cellulare: il rumore del telefonino li ha traditi e sono stati denunciati.

Week end elettorale: i partiti in corsa, tra Strasburgo e le amministrative

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Per Silvio Berlusconi il voto del 6 e 7 giugno (sabato e domenica: qui quando, come e per cosa si vota) da una parte “non cambierà nulla perché noi governeremo altri 4 anni”, dall’altra bisogna “votare Pdl perché il nostro gruppo all’Europarlamento sarà l’unico in grado di difendere gli interessi italiani in Europa, visto che il Pd con meno di una ventina di deputati conterà zero”.
Invece per Dario Franceschini “il voto alle europee al Pd sarà fondamentale per avere un’opposizione forte e non consegnare il Paese ad un padrone assoluto” e determinante sarà “la distanza che gli italiani decideranno nelle urne tra Pd e Pdl”.

Campagna elettorale dura
Insomma, lo scontro tra le due formazioni maggiori e i due leader è duro. E d’altra parte è stata dura - come ha rilevato, definendola “incarognita”, anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - e senza sconti la campagna elettorale. Che si è giocata più sulle vicende personali di Berlusconi e della ragazza di Casoria, che analizzando i programmi. Anzi, di programmi per il Parlamento di Strasburgo gli elettori italiani non ne hanno visti proprio.

Partiti in corsa
Ma ecco le formazioni maggiori che troveremo sulla scheda sabato dalle ore 15 alle 22 di sabato e dalle ore 7 alle 22 di domenica. Nel fine settimana su tutto il territorio italiano si voterà per le elezioni europee e per il primo turno di elezioni amministrative (per 62 province, per 4281 sindaci e consigli comunali, di cui 30 capoluoghi di provincia). Secondo i dati forniti dal Viminale le elezioni dei 72 membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia interesseranno un corpo elettorale al momento quantificabile in 50.664.596 unità, di cui 24.432.720 elettori e 26.231.876 elettrici. Le sezioni elettorali complessive saranno 61.225. Le elezioni in sessantadue province interesseranno 29.940.151 elettori, 14.442.636 maschi e 15.497.515 femmine; 36.451, le sezioni. Le elezioni in 4.281 comuni interesseranno 18.419.204 elettori, 8.918.298 maschi e 9.500.906 femmine; 22.965, le sezioni. Considerando una volta sola gli enti interessati contemporaneamente a più tipi di consultazioni, il numero complessivo di elettori sarà di 34.673.113, di cui 16.741.282 maschi e 17.931.831 femmine, e di sezioni sarà di 42.257.

berlupdlPopolo della Libertà: la neonata (dalla fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale ) formazione politica è guidata indiscutibilmente da Silvio Berlusconi. Alle precedenti elezioni si è attestata al 37,4. Stando agli ultimi sondaggi – di prima che scattasse la violazione a diffonderli – il Cavaliere ha detto che potrebbe approdare sopra quota 40%. Sarebbe un successo netto per il partito e per il governo del Cavaliere.

Dario Franceschini
Partito Democratico: dopo le dimissioni di Walter Veltroni nel febbraio scorso il nuovo segretario, Dario Franceschini, si propone di limitare i danni (rispetto al 33,2% del 2008) e provare a guidare l’opposizione, guardando soprattutto a non perdere voti sul versante sinistro. Il Pd rischia infatti di venire rosicchiato dall’Idv di Di Pietro e dalle due liste di sinistra.

Il leader della Lega, Umberto Bossi
Lega Nord: arriva al voto sulla scorta dei successi elettorali del 2008 e dell’approvazione del federalismo fiscale. Il Carroccio di Umberto Bossi sembra essere il partito con più vento in poppa. Nelle mire proveranno a superare il Pdl al Nord.

Di Pietro attacca Napolitano
Italia dei Valori: se la Lega gongola anche Tonino se la ride. In questo anno ha vellicato gli elettori anti-berlusconiani e nelle varie consultazioni ha strappato molti voti agli ex alleati del Pd. Conscio che avrà un buon successo e una discreta messe di voti Di Pietro è pronto a mettere in discussione il nome sul suo simbolo e la sua leadership. Per vederla probabilmente confermata più forte di prima.

Pierferdinando CasiniUdc: lo slogan di campagna elettorale che campeggia sui muri è fin troppo chiaro. “Tra sinistra e destra – dicono i 6×3 appesi per strada di Pier Ferdinando Casini – scegli l’Italia e vota Udc”. Il centrista che Dagospia chiama Pierfurby insiste ancora sulla terza via.

Emma Bonino con Marco Pannell
Lista Bonino-Pannella: il partito del “vecchio” Marco Pannella arriva affamato e assetato alle urne. Emma Bonino e lo storico leader radicale accusano il “regime partitocratico” di farli fuori e per questo nelle ultime settimane hanno inscenato numerose proteste (loro le chiamano lotte non violente) e scioperi della fame e della sete per avere maggiore visibilità sui media. Obiettivo 4%.

Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto
Lista Comunista: la lista in verità si chiama Lista comunista e anticapitalista. Che solo per scriverla uno rischia di non capire per chi vota. In realtà comprende il Pdci di Oliviero Diliberto, Rifondazione Comunista (manco tutta perché una parte si è scissa) di Paolo Ferrero, Socialismo 2000 di Cesare Salvi e i Consumatori Uniti di Bruno De Vita. Lottano per superare il 4%. E secondo le previsioni dovrebbero andare meglio dei ‘cugini’ di Sinistra e Libertà.

Nichi Vendola e Fausto Bertinotti
Sinistra e Libertà: nati dalla scissione con Rifondazione Comunista portata avanti da Nichi Vendola e appoggiata da Fausto Bertinotti. Hanno imbarcato anche i Verdi di Grazia Francescato, il Partito Socialista di Riccardo Nencini e Sinistra Democratica di Fabio Mussi e Claudio Fava.

Francesco Storace
L’Autonomia: è la lista più composita di questa tornata elettorale. Comprende il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati. Tutti centristi meno Storace che guardano all’Europa delle regioni e delle autonomie. Sommando quanto preso da queste sigle nelle passate consultazioni politiche dovrebbero superare lo sbarramento del 4%, ma in politica 2 più 2 non fa sempre 4…

Queste dunque le formazioni “maggiori”. Ma i simboli che si contenderanno il voto europeo sono tantissimi: ben 79. Dalle liste Civiche di Beppe Grillo ai Liberaldemocratici dell’ex sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi, Daniela Melchiorre, dall’Alleanza alpina del Galletto alla lista Recupero Maltolto, passando per il movimento delle Pari Opportunità Maschili e il Movimento Autonomo degli Autotrasportatori.
Quanto alle liste locali per le amministrative c’è solo da aprire la fantasia e andare a vedere.

Fibrillazioni Pd: il pressing di Walter su Bassolino-Iervolino

veltroni e bassolino

Antonio Bassolino, Rosa Russo Iervolino: da giorni, si aspettava la reazione di Walter Veltroni alle accuse (mosse da intellettuali e alleati) sulla cattiva gestione del partito negli enti locali. E la reazione è arrivata: la prima regione a finire nella black-list è stata, manco a dirlo, la Campania.
Stando a sentire alcuni uomini vicini al segretario, non ci sarebbe però nessuna nuova sortita. Anzi, “la posizione è quella concordata con lo stesso Bassolino durante la campagna elettorale: restare in carica fino a che non sarà risolta l’emergenza rifiuti, poi dimissioni da governatore”.
In realtà, la richiesta di Veltroni sembra essere più di un monito a rispettare i tempi e i patti. E infatti non è stata affatto una mossa isolata. Nelle stesse ore, il segretario del Pd avrebbe chiesto a Rosa Russo Iervolino un “ampio rinnovamento della giunta comunale”. Provocando la reazione piuttosto risentita del sindaco di Napoli :”ho mani pulite e spalle fortissime. Se ci sono problemi politici Veltroni lo dica e dica quali alternative hanno perché il vinavil non si addice a Rosetta Iervolino”.

In realtà, sulla questione Napoli peserebbero alcuni indescrizioni su un’indagine che travolgerebbe di fatto un’ampia parte del ceto politico napoletano. L’accusa sarebbe quella di turbativa d’asta, ma a scatenare il vortice contribuirebbero in realtà alcune conversazioni che dimostrerebbero - ha scritto Giuseppe D’Avanzo su La Repubblica - “quanto il parolaio guerresco del confronto pubblico tra destra e sinistra sia, a Napoli, soltanto una mascherata. In realtà, ogni rivolo della spesa pubblica si decide in un compromesso utile a proteggere gli interessi personali, la rendita politica, le quote di consenso di ciascun partito”.
Nei palazzi del potere napoletano si respira dunque un clima di assedio, con l’aria resa ancor più avvelenata dal suicidio dell’ex assessore comunale Giorgio Nugnes e dalle indiscrezioni sull’inchiesta che configura un accordo trasversale per pilotare l’aggiudicazione dell’appalto di “global service” sulla manutenzione stradale.
Il governatore per ora non si espone, non parla e si tiene defilato. L’ultimo suo intervento sul blog porta la data del 29 novembre e ha per tema la crisi finanziaria. Non quella del Pd in Campania.
Crisi che invece sta molto a cuore ad Antonio Di Pietro, ipotizzando una Mani Pulite di ritorno nel Golfo partenopeo, ha mandato un messaggio: “Noi dell’Idv chiediamo da due anni le dimissioni di Bassolino, sotto la sua gestione vi è stato un utilizzo non trasparente di fondi ed una insufficiente azione politica”.
Ciò detto, dentro il Pd non ci si nasconde il fatto che i fronti aperti sono anche altri, come quello fiorentino. Però è la Campania il vero caso. E nasconderlo alla fine non gioverebbe a nessuno. Nemmeno ai due eterni duellanti che in queste ore se le stanno dando di santa ragioe per la leadership democratica: Max e Walter.
Chiedendo una svolta al ticket Bassolino - Iervolino, il segreatrio spera anche nel calendario: fissata per mercoledì 10 dicembre, c’è una riunione a Roma con il segretario campano (Tino Iannuzzi) e napoletano (l’ex ministro Luigi Nicolais). Il futuro del partito in Campania passerà in buona parte da quell’incontro.

Astensionismo a sinistra: Bertinotti a casa, ma a Veltroni non c’è alternativa

[i](Credits: Ansa)[/i]
Tra proiezioni ormai abbastanza attendibili ed exit pool sui quali è doveroso (come nel 2006) stendere un velo, c’è un dato che non si presta a discussioni: quello dell’affluenza alle urne, che si è attestata poco al di sopra dell’80%, registrando un calo di tre punti e mezzo rispetto a due anni fa. Calo quasi generalizzato, tra regioni bianco-azzurre e regioni rosse; e se queste ultime hanno fatto notizia è perché eravamo abituati ad una loro maggiore disciplina.

L’Italia resta comunque un Paese nel quale, anche in tempi di antipolitica, si vota molto: l’80% è una soglia ben al di sopra della media dei paesi occidentali. Ma è il colore politico di chi si è astenuto che spiega in gran parte due fenomeni. Il primo, e più vistoso, è la sconfitta della Sinistra Arcobaleno. La coalizione tra comunisti, verdi e socialisti che aveva puntato su Fausto Bertinotti ha visto ridurre il proprio consenso da oltre il 12 a poco più del 4%, probabilmente non riuscirà ad eleggere nessun senatore e rischia perfino di non farcela alla Camera. Una débàcle che fa supporre che gran parte degli astenuti venga proprio dalla sinistra radicale. Che dire?

Troppi salotti, televisivi e non, per Bertinotti e compagnia, e poco o zero collegamento con la base sociale che si doveva rappresentare. In realtà non è solo questo. Neppure il Partito Democratico di Walter Veltroni può realmente vantare quella sconfitta “buona” che era in fondo il suo vero obiettivo. La coalizione con Antonio Di Pietro è rimasta ben staccata rispetto a quella di centrodestra: la rimonta miracolosa esisteva più negli auspici degli ultimi giorni che nella realtà. Ed anche il Pd da solo, almeno nei dati di queste ore, si attesta intorno al 35%: cioè quella che era considerata la barriera tra successo e insuccesso. Insomma, si direbbe che Veltroni abbia convinto ma non fino in fondo, che abbia sollevato interesse e speranze, ma non sia riuscito a scaldare i cuori, né a trascinare alle urne scontenti e indecisi.

Se forse c’è stato un po’ di travaso dall’estrema sinistra al Pd, è anche vero che Veltroni non ha conquistato voti moderati e al centro (anzi li ha persi), che il suo messaggio non ha fatto breccia al Nord, perdendo aree cruciali del Sud e perfino a Roma e dintorni, che Veltroni ha governato fino a ieri.

Eppure, se nell’area dell’estrema sinistra gli sconfitti ed i colpevoli sono facili da individuare, ed è giusto che un’intera generazione di dirigenti prenda atto e ceda il passo, sarebbe probabilmente un errore - anzi un suicidio - se qualcuno nella sinistra riformista , in particolare tra gli ex Ds, volesse presentare il conto a Veltroni. Un esame spassionato della situazione è logico, un’autocritica pure, ma il metodo non può essere rimesso in discussione. Per almeno due motivi: gli italiani hanno mostrato di voler scegliere quel bipartitismo e quella semplificazione che era stata l’intuizione di Veltroni; e, secondo e più importante motivo, ora come ora (e probabilmente per un bel po’) all’ex sindaco di Roma non c’è alternativa. Il barile è stato ampiamente raschiato, un’altra guerra fratricida rischia di sfondarlo definitivamente.

Il probabile crollo della Sinistra Arcobaleno premierà il Pdl al Senato

 Lo scrutinio delle schede | Ansa
Gli exit poll sono un ottimo strumento per fare il gioco del “fumo e specchi”, cioè creano una gran confusione.

Cerchiamo di emergere dal polverone e fissare alcuni punti. Occhio al dato sull’affluenza e alle cifre del voto nelle cosiddette regioni rosse. Il dato parziale dell’affluenza (5.693 enti su 8.101) dice che ha votato l’81,783% degli aventi diritto contro l’85,095% delle elezioni politiche del 2006. Un distacco negativo che supera il 3% (-3,312%). L’affluenza nelle regioni rosse finora è negativa, se il dato catastrofico della Sinistra Arcobaleno fosse confermato, i seggi riservati al perdente andranno al secondo arrivato, cioè al Pdl che, per effetto della legge elettorale, potrebbe conseguire la governabilità al Senato.

Tendenze: i risultati più che positivi dei partiti “identitari”, vedi alla voce Lega e Destra, il probabile crollo della Sinistra Arcobaleno, con conseguente recupero dei senatori da parte del Pdl che potrebbe guadagnare 5 seggi al Senato grazie alla debacle della coalizione guidata da Fausto Bertinotti.

Le primarie in Campania diventano un caso. Se n’è accorto anche Rutelli

Francesco Rutelli
Verbali che viaggiano tra un seggio e un altro, plichi smarriti in un incidente d’auto, urla e reclami in sede di spoglio, ma anche la minaccia di uno dei presidenti: “A chi devo consegnare le schede? Se le volete bene, altrimenti le riporto a casa. Io ho fatto la nottata in bianco e stamattina ero al lavoro”.
In Campania, le primarie fanno discutere, ma questa volta a reclamare non sono solo i leader nazionali di Forza Italia e An, che ieri hanno denunciato le cifre gonfiate della partecipazione. Il dissenso proviene proprio dal nuovo partito e attiene alle procedure di voto di domenica scorsa.
Non è un caso che già ieri vice premier e leader della Margherita Francesco Rutelli, che prima delle elezioni aveva minacciato di commissariare gli uffici campani, è sbottato: “Sono molto preoccupato, mi arrivano notizie di procedure quantomeno scombinate e denunce di poca trasparenza che spero vengano immediatamente fugate. Credo che gli organismi di garanzia debbano assicurare la massima, serena correttezza anche in questa regione”. A nulla è servito l’invio ad hoc di Riccardo Tramontano, “l’uomo di Roma vicino al presidente” come lo chiamano i dirigenti locali campani, che ha seguito le procedure di voto in quel di Napoli. Irregolarità e brogli - giurano alcuni tesserati - emergerebbero in quasi tutte le sezioni scrutinate.
A spuntarla, comunque, dovrebbe essere Tino Iannuzzi, il candidato voluto da Franceschini, De Mita e Bassolino, sebbene sul filo di lana e per una manciata di voti rispetto agli altri candidati. Già prima della proclamazione, gli uomini di Salvatore Piccolo, coordinatore provinciale di Napoli per la Margherita e principale avversario del futuro segretario, hanno comunque annunciato ricorsi per le minacce e le irregolarità, “che ci hanno svantaggiati”, protestano.
Ora spetterà ai neonati organi del Pd decidere cosa fare. Se non si troverà una composizione rapida, “l’affaire Campania” potrebbe infatti trasformarsi in una vera e propria bomba ad orologeria per la legittimità del nuovo partito.

Primarie: a spasso tra i seggi. Fenomenologia dell’elettore Pd

Una famiglia romana al voto per le primarie del Pd
Un quotidiano sotto il braccio non fa il monaco. Ma almeno ti fa capire come la pensa.
Roma, Campo de’ Fiori, Via de Giubbonari 38, esterno giorno. Già casa del fascio, già sezione del Pci, Pds, Ds, Ulivo e ora Pd: la storia politica d’Italia in un numero civico. Ore nove e trenta. Sole, molto sole. Temperatura da “ottobrata romana”. Fosse stata estate sarebbe stato un pessimo giorno per le urne. Meglio la cabina balneare che quella elettorale. E invece la fila arriva in strada. Ha appena votato il candidato outsider Mario Adinolfi. Lui dice di voler intercettare parte dei “vaffaboy”. Il popolo di Grillo: un po’ blogger, un po’ esasperato. Fuori dal seggio delle primarie almeno dieci persone con giornale sotto braccio. Per l’esattezza: quattro “Repubbliche”, due “Corrieri della Sera”, tre “Messaggeri”, una “Unità”. E poi due cani di piccola taglia al guinzaglio, due passeggini al seguito. A votare sono per la maggior parte persone sopra i sessantanni. Persone benestanti, lontane da quel popolino che ha abbandonato quasi completamente le vecchie case nel cuore di Roma. Professionisti e vecchi professori. Qualche artista, qualche sopravvissuto allo tusunami immobiliare degli ultimi vent’anni. Per lo più a fare la fila è il popolo dei soffitti a cassettone di Via Giulia, sono i fortunati proprietari degli attici sul Lungotevere, sono quelli che magari con qualche sacrificio vivono nei deliziosi appartamenti del Ghetto. Alle 10 e 30 avevano votato già mille persone. Il cuore a sinistra e il portafoglio a destra.

Pochi chilometri più in là, sulla stessa sponda del Tevere, Piazza del Popolo abbraccia la città. Il seggio elettorale del Pd è all’inizio del “Tridente”, il punto di partenza di via del Corso, di via di Ripetta e di via del Babuino. Accanto l’Associazione dei diritti del pedone, con un gazebo simile a quello delle “primarie”, sensibilizza i passanti contro le stragi sulle strade. Per chi azzecca il gazebo giusto la fila è scorrevole.
Zona d’elite anche questa. Molti “Corrieri della Sera”, a sopresa un “Manifesto”. Turisti stranieri incuriositi, italiani per il week end nella Capitale più interessati alle vetrine dei negozi.
A Pochi metri lo storico bar Rosati. Di fronte, in divieto di sosta, due macchine di scorta e una di rappresentanza. Anche la “casta” fa colazione.
Un giovane a Roma vota per le primarie del Pd
D’altra riva del fiume, il popolo del Pd vota a Piazza Risorgimento. Il “cupolone” incombe. L’Angelus del Papa è appena terminato. Fedeli, turisti, preti e suore passano veloci. C’è più fila alle bancarelle che al gazebo del Pd. “Il flusso è stato continuo da questa mattina”, dice un rappresentante di lista. Sacerdoti? Per ora nessuno”. La Guardia di Finanza presidia la piazza contro gli ambulanti che vendono borse e occhiali contraffatti. Così loro, gli ambulanti, invece che sulla piazza espongono la merce sui marciapiedi di Via Ottaviano.
Distanza in metri dalla pattuglia delle Fiamme Gialle? Quaranta, forse trentacinque. Ma è dietro l’angolo. I finanzieri sono due, gli ambulanti una cinquantina. Perché rovinarsi la domenica?
La legge è assente per riposo settimanale.

Ultima tappa, via Trionfale, periferia nord della città. In zona risiedono molti giornalisti, anche volti noti della Rai. Nessun vip da segnalare. Gazebo nascosto in un parcheggio. Qui le bandiere verdi del Pd e dell’Ulivo non le hanno consegnate. Si fuma, si vota, si legge il giornale al sole. Una signora vorrebbe votare. Il seggio non è il suo. Respinta. Poi, dietro di lei, un’altra signora con lo stesso problema riesce a farsi consegnare le schede. La respinta ci riprova. E ci riesce. Le regole sono flessibili. L’affluenza è buona. Manca il resto, qualcuno lascia un contributo di due euro. Finanziamento del pubblico al partito.
Walter Veltroni, nel seggio di Roma per le Primarie del Pd

LEGGI ANCHE: Facce da Pd, qui Milano

Amministrative: facce da primo cittadino, per la prima volta

Ecco chi sono i volti “nuovi” della politica locale, i primi cittadini che hanno conquistato la poltrona di sindaco e che, da oggi, si affacciano al grande pubblico. Per familiarizzare con loro (facce, storie e programmi) leggete qui:
Paolo Perrone, e la home page del suo sito, nuovo sindaco di Lecce
A Lecce il nuovo sindaco è Paolo Perrone (Voti: 34.368 - 56,208%). Raccogliendo frutti ed eredità della signora di An, Adriana Poli Bortone, il quarantenne (foto sopra, “occhi: castani, capelli: castano cenere, naso: importante, altezza: 182 cm, peso: 80 kg, musica preferita: pop inglese, sogno nel cassetto: portare allo stadio della città i Police, segni particolari: tifosissimo del Lecce”, informa dal suo sito), laurea alla Bocconi, già vicesindaco a assessore ai lavori pubblici, passa al primo turno con un netto 56% che non lascia spazio ad equivoci e confermando così Lecce città di destra.
Candidata sindaco a Genova con i DS.<br /> [i](Credits: [url=http://www.martavincenzi.it]www.martavincenzi.it[/url])[/i]
Se Prodi ha evitato la spallata della CdL, deve ringraziare Genova. In particolare Marta Vincenzi (a cui ha portato fortuna festeggiare il 60° compleanno proprio la domenica del voto). Già presidente della Provincia di Genova, “Super Marta” ha preso la poltrona che fu di Giuseppe Pericu con 158.432 voti pari al 51,230 per cento, affermandosi prima donna eletta sindaca del Comune ligure e scongiurando il pericolo ballottaggio. Onesta, lei si aspettava un miglior risultato dalle urne (ha superato di sette punti il candidato della Casa delle Libertà Enrico Musso, fermo al 45,94%) e perciò, alla fine di un lento scrutinio, ha dichiarato: “In queste elezioni hanno giocato sfavorevolmente l’assenteismo e lo scontento degli elettori nei confronti dell’operato del governo nazionale, fattori importanti da non sottovalutare per le scelte future, anche perché è venuto meno il sostegno dell’elettorato tradizionale di sinistra”.
Il nuovo sindaco di Alessandria, Piercarlo Fabbio (qui con il Governatore della Lombradia, Formigoni)
“Alessandria esce dal tunnel. Insieme la ricostruiremo, recuperando la sua identità culturale, il suo spirito imprenditoriale, la voglia di innovare per recuperare il ruolo di capoluogo di provincia che abbiamo perduto”.
Queste le dichiarazioni a caldo del nuovo sindaco di Alessandria, Piercarlo Fabbio (34.258 voti, cioè 63,009%). Fabbio (foto sopra) ha avuto un successo, inaspettato per le sue proporzioni, su Mara Scagni, sindaco uscente (di scena) con rabbia: lascia lanciando strali contro il governo e la città.
La novità di Alesandria non è la sola, in Piemonte. Dove piove, tira vento e il cambiamento improvviso di clima si addice al freddo che i cittadini hanno mostrato verso il centrosinistra (Ds in particolare).

La Cdl vince al primo turno anche ad Asti, con Giorgio Galvagno (24.207 voti per il 56,2 per cento). Nato nel 1943, professore e preside di Scuola superiore, deputato della precedente legislatura, già sindaco 15 anni fa, Galvagno (foto sotto) torna sulla poltrona di primo cittadino per “Riportare Asti ai primi posti su tutto: dall’economia del vino alla sicurezza”.
Già sindaco 15 anni fa, Giorgio Galvagno (qui a fianco di Silvio Berlusconi) torna sulla poltrona di primo cittadino di Alessandria
In Piemonte, il baluardo unionista che ha difeso Prodi dall’assalto della CdL è Cuneo, la capitale della “provincia granda”, un passato di memorie partigiane ed uno più recente di amministrazioni dc e centriste. Fino al 2002, quando Alberto Valmaggia prese il 53%, riconfermandolo poi nel 2007. Ma, a dispetto della sua notevole popolarità, il “sindaco degli alpini”, ha vinto per un soffio al primo turno: con 16.895 voti pari al 50,982 per cento.
Di rilievo anche il ribaltone di Monza, dove il dottor Marco Mariani (foto sotto), specialista in ortopedia e traumatologia, classe 1953, sfratta col 53,52 per cento dei voti Michele Faglia.
Il dottor Marco Mariani, specialista in ortopedia e traumatologia, classe 1953, è il nuovo sindaco di Monza
A Monza, per la CdL è un ritorno, dopo la parentesi del centrosinistra di cinque anni fa: “Abbiamo lavorato bene. Siamo partiti in anticipo, la mia candidatura è stata presentata subito dopo Natale, e adesso raccogliamo il frutto di un impegno” dice il neo sindaco Mariani, appoggiato da una coalizione unita e compatta. Faglia ancora intontito della bastonata si limita ad ammette: “È un colpo perché non mi aspettavo una differenza così consistente”.
Massimo Cialente, deputato mussiano è il nuovo sindaco de L'Aquila
Ride (amaro) il centrosinistra a L’Aquila, una delle sorprese di questa tornata amministrativa, dove passa al primo turno, con il 53,1%, il candidato del Correntone Massimo Cialente (foto sopra). Il nuovo sindaco è nato il 1° giugno 1952, coniugato, tre figli, deputato dell’Ulivo in procinto di passare con la Sinistra Democratica di Fabio Mussi. Insomma uno che di Partito Democratico non vuole proprio sentire parlare.

Infine l’uomo di Bossi che ha stravinto a Verona. Al giovane (è del ‘69) Flavio Tosi (foto sopra), i sondaggi davano il 52%, Silvio Berlusconi gli aveva assegnato la missione di superare il 53. Ma lui ha voluto strafare, toccando il 60,696 % al primo turno: lui stesso ha ammesso di non aspettarsi un esito di questa portata.
Il sindaco uscente Paolo Zanotto si è fermato al 33,5: cinque punti in meno rispetto al primo turno del 2002.

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