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L’agenda, la giustizia e il rapporto con l’Idv: nel Pd è rebus Bersani

Pier Luigi Bersani, 58 anni, diventato segretario del Pd dopo aver vinto le primarie del 25 ottobre 2009

Pier Luigi Bersani, 58 anni, diventato segretario del Pd dopo aver vinto le primarie del 25 ottobre 2009

Non è certo un caso che Antonio Di Pietro alzi ogni giorno di più i toni della provocazione nei confronti del Partito democratico. Ma sull’ultima sfida non gli è andata proprio bene. Perché il nuovo leader del Pd, Pier Luigi Bersani, gli ha risposto chiaro e tondo che alla manifestazione del 5 dicembre contro Silvio Berlusconi i suoi non ci saranno.
Uno smacco per l’ex pm e per la deriva piazzaiola dell’Italia dei valori. Resta però in piedi qualche domanda. Bersani riuscirà a segnare le distanze anche sul tormentato tema della giustizia? Riuscirà ad affrancare il Pd dalla demagogia forcaiola nella quale Di Pietro ha ingabbiato l’antica e mai smentita vocazione riformatrice del Pd?
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E Bersani si prende il Pd: “Ora farò il leader, ma a modo mio”

Pier Luigi Bersani terzo segretario del Partito Democratico

Pier Luigi Bersani terzo segretario del Partito Democratico

Pier Luigi Bersani è il nuovo segretario del Partito Democratico. Le primarie “aperte a tutti” non hanno dunque ribaltato il voto tra gli iscritti, confermandone anzi sostanzialmente le percentuali: Bersani primo con oltre il 50 per cento, Dario Franceschini intorno al 35, Ignazio Marino ben oltre il 10. Continua

Primarie Pd: e se vince il partito della scheda bianca?

Un momento della convenzione nazionale del Partito Democratico

Un momento della convenzione nazionale del Partito Democratico

Una valanga di schede, ma bianche. Questo è il timore dei dirigenti del Pd riguardo alle primarie del prossimo 25 ottobre. Continua

Politica web 2.0. Un Fini aiuta il Pd, ma non è Gianfranco

Emanuele Fini

di Antonio Calitri

Il Partito democratico e il candidato segretario Pier Luigi Bersani ripongono le speranze di rilancio in Fini. Non nel presidente della Camera, più volte accusato dai suoi detrattori di costruire ponti con l’opposizione per garantirsi un futuro quirinalizio. Ma in Emanuele Fini, classe 1972, diventato il punto di riferimento per tutti i progetti più importanti del partito sul web. Scoperto da Massimo D’Alema, ha conquistato negli ultimi anni anche la fiducia di Walter Veltroni, Piero Fassino, Bersani e, in parte, Dario Franceschini.

Sempre a sinistra, la sua società lavora anche per Il Fatto di Antonio Padellaro e per Europa (oltre ad avere lanciato Il Riformista).Per non parlare delle televisioni, da Red Tv di cui è socio fondatore alla rete del Pd. Ultimo acquisto, Italia Futura, il sito del pensatoio che fa riferimento a Luca Cordero di Montezemolo e dal prossimo settembre entrerà nell’agone politico-culturale con importanti novità.
Fini non ama definirsi un guru informatico al pari di Gianroberto Casaleggio, il web partner di Beppe Grillo e di Antonio Di Pietro. Anzi, non crede neppure nell’esistenza di un partito o popolo del web. “Partiamo dall’ultima grande manifestazione del popolo dei blog che doveva tenersi a Roma lo scorso mese contro il governo. Non c’era sito che non ne parlasse o non aderisse. Poi a manifestare a Roma c’erano meno di 50 persone. E anche per quel che riguarda Grillo non mi sembra che, al di là dei messaggi indignati che raccoglie, abbia creato un partito. Anzi, il partito che si ispira a lui e che si è presentato qua e là alle ultime elezioni ha raccolto pochissimo”.

Se non crede di raccogliere voti sulla rete, perché allora quasi tutto il Pd si rivolge a lei? Come pensa di poterlo salvare? “Non credo che il Pd si debba rifondare secondo una visione web. Il Pd si salva con le sue idee. La rete e quello a cui lavoriamo noi servono per una comunicazione diversa da quella degli ultimi cinquant’anni.
Una comunicazione diretta dove non esiste più il muro fra il leader politico e l’ultimo dei suoi sostenitori o critici. Se il politico entra in questa dinamica, non si può più sottrarre ai suoi impegni. Se uno gli pone una domanda anche scomoda e non risponde, in rete resta il fatto che non ha risposto e questo gli nuoce. Mentre, se spiega, risponde, partecipa, potrà chiarire bene le sue idee e le sue posizioni. Con il web 2.0 al quale lavoriamo già da anni si ha la vera partecipazione della gente alla creazione di contenuti”.
Fini e il suo socio Stefano Peppucci si sono incontrati a scuola studiando informatica e hanno fondato la Dol nel 1989, nel classico sottoscala. La prima svolta e l’entrata nella comunicazione politica la ebbero nel 1996 preparando il sito per il Pds. Poi con D’Alema a Palazzo Chigi crearono il primo sito del governo italiano.

E da lì centinaia di siti di politici, movimenti, istituzioni, enti, non abbandonando mai il rapporto privilegiato con i Ds prima e con il Pd ora. Attraversando senza problemi le varie gestioni. Da otto anni questa factory che impegna 25 persone e fattura 1,4 milioni di euro (+20 per cento rispetto al 2007) occupa tre piani del Palazzo Borghese nel cuore di Roma.
Tra i loro clienti spiccano un centinaio di politici e gente non legata al Pd come il giornalista Marco Travaglio. Ognuno, però, spiega Fini, ha un approccio web diverso: “D’Alema è onesto, è interessato al nuovo ma non è uno smanettone e non lo lascia intendere. Fassino si è appassionato tantissimo e risponde direttamente a ogni domanda. Veltroni è davvero innamorato del nuovo e tante volte è stato lui a parlarci di nuovi fenomeni di rete. Franceschini si vede che appartiene a una generazione successiva e ha un approccio più naturale con la rete. Infine Bersani è un pragmatico del web“.

Dal Meeting di Rimini il tifo è tutto per il piacentino Bersani

Pier Luigi Bersani

L’anno scorso il flirt con la Lega per il federalismo fiscale.
Quest’anno uno dei temi chiave del Meeting di Rimini sarà il congresso del Pd. Fedele alla politica dei due forni, Comunione e liberazione, e più ancora il suo braccio imprenditoriale, la Compagnia delle opere (Cdo), colgono l’occasione del Meeting (dal 23 al 29 agosto: qui il programma) per appoggiare la candidatura di Pier Luigi Bersani nella corsa alla segreteria del Pd.
La Cdo, che è ormai la vera anima del Meeting giunto alla 30a edizione, non fa mistero della sua simpatia per il candidato alla segreteria appoggiato, oltre che da Massimo D’Alema, da Enrico Letta.

Bersani da molti anni è ospite della kermesse riminese ed è vicino al tessuto delle piccole e medie imprese (soprattutto in Emilia- Romagna) che sono il motore della Cdo con le sue oltre 34 mila aziende associate. Uno degli appuntamenti più attesi del Meeting è il faccia a faccia tra Bersani e il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, con la partecipazione del vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, e del presidente della Fondazione per la sussidiarietà, Giorgio Vittadini. È la prima volta che un governatore della Banca d’Italia partecipa al Meeting e il tema del confronto con il candidato alla segreteria del Pd sara come uscire dalla crisi economica e quali regole dare alla finanza globale. Senza dimenticare le indicazioni del Papa contenute nell’ultima enciclica Caritas in veritate che Draghi ha commentato sull’Osservatore romano.
Per tre giorni a Rimini ci sarà anche Enrico Letta, con una fitta agenda di incontri, colloqui e riunioni a margine del Meeting, oltre a due conferenze ufficiali: una con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, dal titolo “Oltre la crisi?”, l’altra con il ministro del Welfare Maurizio Sacconi e con il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, dedicata all’enciclica del Papa.

Cl e Compagnia delle opere non vogliono invece farsi trascinare nel dibattito sulla cosiddetta questione morale. La linea l’ha data Vittadini: “Non possiamo fare una questione politica di fatti specifici, dallo svolgimento dubbio, costruiti attraverso inchieste giornalistiche, quasi si volesse dare loro un valore giudiziario” ha dichiarato l’allievo di don Giussani. Cosi nelle storie di escort e gossip il movimento preferisce non entrare.
Le strategie per superare la crisi, il federalismo fiscale, la riforma della giustizia e della scuola saranno gli altri temi caldi del Meeting di Rimini. Altro faccia a faccia tra il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e il vicepresidente della Commissione europea con delega alla Giustizia, Jacques Barrot, critico sul pacchetto sicurezza.
Mentre la Cdo presenterà al ministro Mariastella Gelmini le sue proposte di riforma del sistema educativo in Italia. Fra gli ospiti piu attesi l’ex premier inglese Tony Blair e James Murdoch, figlio del tycoon dell’editoria Rupert nonché chief executive per Asia ed Europa, che interviene per la prima volta in Italia.

Farà discutere anche l’esibizione musicale di Enzo Jannacci, che affronterà i temi più discussi del dibattito con la Chiesa, a cominciare dall’eutanasia. “Se il Nazareno tornasse, ci prenderebbe a sberle tutti quanti” aveva dichiarato Jannacci all’indomani della morte di Eluana Englaro. Aggiungendo: “Ce lo meritiamo, eccome, pero avremmo tanto bisogno di una sua carezza.

Iscritti, tessere e correnti: sorprese e misteri in casa Pd

Iscrizioni al Pd

Il congresso del Partito democratico non finisce di stupire.
Sembrava che la palma del (presunto) tesseramento gonfiato (almeno questo era il timore di Ignazio Marino, uno dei cinque runners in corsa per la poltrona di segretario) dovesse andare ai campani, invece, calcolando la percentuale degli iscritti rispetto ai voti andati al Pd alle elezioni del 2009, la Campania (dove il Pd ha preso il 19 per cento dei voti) è al terzo posto, con un rapporto di 12,3 tessere ogni 100 votanti.

Vince la Calabria, invece, dove sono state registrate 17 tessere ogni 100 elettori, mentre la rossa Emilia-Romagna arriva solo a 11 su 100. Più indietro ancora la Toscana, con un rapporto di 7 a 100. Seconda è la Basilicata, con una percentuale di 13,4 iscritti ogni 100 elettori. Proprio qui si sta verificando un caso unico.
Per l’area di Pier Luigi Bersani i candidati alla segreteria regionale sono due: Salvatore Adduce, ex parlamentare, e Roberto Speranza, dirigente locale ed ex presidente nazionale della Sinistra giovanile. Insomma, misteriosamente, ora si dividono pure le correnti.

MULTIMEDIA: Candidati, pedine e alleanze. Con chi stanno i big del Pd - LEGGI ANCHE: Finocchiaro & C: i non allineati del Pd in campo per salvare il partito (da se stesso)

Il fegato di Marino: Per il Pd malato ci vuole il mio bisturi

Ignazio Marino

di Laura Maragnani

Ma chi gliel’ha fatto fare? Glielo chiede sempre anche sua moglie. “È un pazzo” dice infatti la signora, con un sorriso, mentre carica la lavastoviglie. E lui: “Anche mia figlia è contrarissima. Per non parlare di mia madre”. “Ma quando Ignazio si mette in testa un’idea…” sospira la moglie.
Ignazio Marino è senza dubbi uno che ha fegato. Dopo averne trapiantati 650 ha deciso che il suo, di fegato, serve per rompere gli schemi del Partito democratico. Così il 3 luglio ha sfidato Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani, più il giovane Mario Adinolfi, per la segreteria del Pd. Battuta scontata: serve proprio un chirurgo per salvare il partito? Lui, serissimo: “Sarcasmo inutile. Qui c’è solo da rimboccarsi le maniche e dire: siamo qua, questi sono gli obiettivi, questa è la nostra tabella di marcia. Un partito a cosa serve, se non a organizzare in modo più moderno la vita di un paese?”. Marino, la carta a sorpresa delle primarie (qui Guarda la GALLERY: protagonisti e sponsor della corsa a leader del Pd), è sposato dal 1990 con Rossana, ex infermiera al Policlinico Gemelli, e padre della liceale Stefania, adottata in Colombia. È nella capitale da tre anni, ma fa ancora il marziano a Roma. Niente salotto dunque, l’intervista si fa in cucina. Piatti, forchette, tovaglioli, fogli e appunti dappertutto. C’è pure un gatto che si chiama Napoleone.

Ma una sede non ce l’ha?
In via della Lega Lombarda, a due passi dalla Stazione Tiburtina.
Un po’ fuori mano.
Franceschini infatti ha la sede in via del Tritone. Bersani in piazza Santi Apostoli. Certo non una zona delle più popolari di Roma, in quanto ad affitti. (Risata). Noi potesse arrivare in autobus, in treno, in macchina. In centro come ci arrivi, se non hai l’auto blu?
L’apparato del partito da una parte, l’outsider dall’altra. È questo lo scenario?
Guardi che io sono uno dei fondatori del Pd, non un outsider ignoto.
Tessera numero?
Nessun numero.
Bizzarro…
Le tessere dell’autobus hanno un numero, quelle del Pd no. Ma come si fa a contare delle tessere che non sono numerate?
Sospetta?
In alcuni posti, come a Napoli, ci sono più tessere che elettori.
La sua campagna per il tesseramento?
So che centinaia, migliaia di persone stanno chiedendo la tessera per sostenere la mia mozione. Ma i circoli spesso sono chiusi. Oppure non hanno le tessere. Oppure… Posso farle vedere centinaia di email. A Roma una signora ha girato inutilmente tre circoli. Da Milano mi hanno scritto che per l’iscrizione gli hanno chiesto 100 euro. Ma il partito non aveva stabilito 15? Mi viene il dubbio che si voglia scoraggiare le persone a iscriversi.
E a sostenere lei.
Se riusciamo a raggiungere il 5 per cento dei voti al congresso, le primarie le vinceremo noi. Sicuro. E cambietestaremo questo Paese.
Biografia del possibile segretario?
Genova, 10 marzo 1955. Pesci ascendente Sagittario. Primogenito, due sorelle.
Famiglia?
Siciliana e contadina. Papà voleva fare l’ingegnere navale e il nonno disse: “Ti pago l’università per un anno. Se non ci riesci, torni e fai il fabbro”.
Ce l’ha fatta. È stato assunto all’Ansaldo. Scuole?
A Genova fino alle medie. Poi Roma, liceo classico: shock culturale. Un’altra cosa rispetto a Genova, dove la sera alle 10 non c’era un’anima in giro perché alle 6 del mattino tutti andavano a lavorare.
E Roma?
Il ‘68, la politica. Andavo alle manifestazioni, come tutti, e avevo il poster del Che in camera. Ma ero negli scout. E mi interessava studiare.
Università?
Cattolica, Policlinico Gemelli. Al secondo anno ho chiesto di entrare a chirurgia. Volevo fare i trapianti.
Perché?
La mia è la generazione dello sbarco sulla Luna, 1969, e del primo trapianto di cuore di Christian Barnard, 1967. Mi affascinava, e mi affascina, l’idea della tecnologia applicata alla cura degli umani.
L’ultimo trapianto?
Agosto 2006, subito dopo l’elezione a senatore. Il trapianto richiede disponibilità e presenza continue, io non potevo più garantirle.
L’ultimo intervento?
Il 3 luglio, a Verona: lesione al fegato. Quello stesso giorno ho deciso di candidarmi alla segreteria del Pd. Adesso, per la prima volta in vita mia, sospendo di operare. Dopo il 25 ottobre si vedrà.
Pensa di smettere?
No. Uscire dalla sala operatoria e ricevere l’abbraccio di un figlio o di una moglie è una gratificazione per me insostituibile. E poi serve a tenere un aggancio con la realtà. In chirurgia non ti puoi raccontare storie. Ti poni degli obiettivi e sai presto se li hai raggiunti.
Lei li ha raggiunti?
A 37 anni dirigevo l’unico centro trapianti del governo americano. Ero un extracomunitario, oltretutto. Ma in America i meriti sono valutati con lealtà e trasparenza, mentre qui la cultura del merito non esiste. Ed è gravissimo: se noi ai giovani togliamo il merito, uccidiamo la loro speranza. Uccidiamo il Paese. Ma oggi in Italia conta più chi conosci di quello che sai fare.
Anche lei non sapeva niente di politica, quando nel 2006 Massimo D’Alema le propose di candidarsi.
D’Alema e Giuliano Amato: hanno molto insistito entrambi. Mia moglie e mia figlia erano contrarie. Ma io già collaboravo con Italianieuropei e sentivo che in Italia c’era bisogno di smuovere qualcosa.
E cosa ha smosso?
Nel luglio 2006, da presidente della commissione Sanità, ho presentato il primo disegno di legge sul testamento biologico.
Gli italiani infatti la conoscono per le battaglie sul caso Englaro e sulla bioetica. Bastano?
Nel 2006 sono riuscito anche a far passare in Finanziaria il principio che il 10 per cento dei fondi per la ricerca venga assegnato da una commissione internazionale di scienziati sotto i 40 anni. Nel 2008 la presidente era una biologa molecolare della North West University di Chicago. E quella commissione ha valutato 1.720 progetti di ricerca, assegnando 16 milioni ai migliori 26. Questo per l’Italia è una rivoluzione, o no?
I vincitori voteranno per lei?
Non ci scherzi. Alla nostra mozione sta lavorando gente in tutto il mondo. I piombini come Pippo Civati e Ivan Scalfarotto, i ricercatori della Bocconi e della London school of economics, insieme a magistrati come Felice Casson e a decine di circoli, elettori, consiglieri comunali.
Ancora non ha risposto. Chi gliel’ha fatto fare?
Il senso del dovere un po’ genovese? La nascita del Pd è stata straordinaria. L’entusiasmo, la voglia di cambiare. L’Italia ha un bisogno disperato di cambiamento.
E il Pd l’ha tradita?
Franceschini e Bersani sono preparatissimi, ma ostaggio di correnti e capocorrenti che conosce anche il mio ortolano. E ogni capocorrente lavora per difendere la propria fetta di potere.
Anche la mozione Marino ha le sue correnti: i piombini al Nord, Goffredo Bettini e l’apparato a Roma…
Ma ci si siede tutti a un tavolo e si discute; da lì in poi si procede compatti. Se l’immagina una sala operatoria dove, quando si apre la pancia del paziente, i vari chirurghi (magari uno si chiama Franceschini, uno Francesco Rutelli, uno Bersani, uno Paola Binetti, e chi più ne ha ne metta) ficcano le mani dove gli pare?
Torniamo all’allegoria del Pd moribondo?
Oggi il Pd è paralizzato dai contrasti fra i leader. E nessuno ascolta i milioni di cittadini che lo hanno fondato.
Per questo perde voti?
Se lei è azionista di una società i cui amministratori pensano solo a migliorare la propria posizione, e non a darle dividendi, non venderebbe le sue azioni? In Italia abbiamo 860 mila richieste per una casa popolare. Le risulta che il Pd ne abbia fatto una priorità? Sa che ogni anno 1 milione di italiani emigra al Nord per sottoporsi a cure che paga di tasca propria, alla faccia del diritto alla salute uguale per tutti?
Un altro esempio.
Il ritorno al nucleare. C’è il premio Nobel per la fisica, Carlo Rubbia, che dice: “Non esistono sistemi sicuri di stoccaggio delle scorie”. È un problema che lasceremo ai nostri figli e nipoti e bisnipoti. Sono contrario. Oltretutto il governo ha deciso i siti senza ascoltare i cittadini. Il Pd avrebbe dovuto fare un’opposizione molto più rigorosa e severa.
Basta con l’antiberlusconismo?
In Italia vedo una maggioranza che non si riconosce nei principi di vita di Silvio Berlusconi. Ma a questa maggioranza va spiegato, e bene, che cosa pensa il Pd. Senza contraddizioni, senza balbettamenti. Ci vuole un metodo assolutamente nuovo.
Chirurgico?
Ci vuole la riunione della segreteria alle 7 del mattino, per fare il punto con i responsabili delle aree strategiche. Ci vuole gente competente, non scelta solo perché appartiene alla tale corrente. Anche nel Pd c’è bisogno di merito.
E di alleanze?
Non sono così ingenuo da pensare che il Pd, anche con Marino segretario, domani raggiunga il 51 per cento dei voti. Avrà bisogno di alleati. Ma anche qui vorrei un approccio chirurgico: c’è un programma e in base a quello chiedi chi ci sta e chi no. Vorrei poter presentare la squadra di governo prima del voto.
Ma il Pd si sta consumando in ben altri calcoli: con Pier Ferdinando Casini o con Rifondazione? Coi radicali o con Sinistra e libertà?
Non mi interessa. Noi non abbiamo fatto campagna acquisti.
Non vorrebbe neppure Antonio Di Pietro?
Di Pietro ha ragione da vendere quando dice no ai condannati in Parlamento. Anch’io voglio ridurre i parlamentari e i costi della politica. Ma non condivido i suoi attacchi a Giorgio Napolitano: il presidente della Repubblica non può essere messo in discussione.
Se non arriva al 51 per cento alle primarie, a chi darà il sostegno?
So che ci sono delle voci, messe in giro con molta cattiveria.
Che dietro a Marino in realtà ci sia D’Alema, per indebolire Franceschini e rafforzare Bersani?
Non mi sono candidato per tattica. Né sono qui a lavorare, da giorni, per scrivere una mozione che faccia da merce di scambio.
Smentisce?
La nostra non è un’operazione di così corto respiro. Se non arriviamo al 51 per cento, sintetizzeremo il programma in una decina di punti irrinunciabili: chi li sposa avrà il nostro appoggio. Ma non accadrà.
Vincerà le primarie?
Dipende da quante tessere fanno a Napoli e in Calabria.

Pd, cercasi “terzo incomodo” nella lotta per il congresso

Debora Serracchiani sta con Franceschini

L’uomo del Nord ha detto “No”. Fatti due conti di tessere e appoggi tra i big, vista l’incompatibilità (l’esempio di Veltroni a Roma è recente) tra la carica di sindaco di una grande città e la candidatura al principale partito di opposizione, Sergio Chiamparino ha stroncato sul nascere le speranze dei molti che lo volevano candidato al congresso d’autunno, terzo incomodo tra i due big Franceschini e Bersani.

La delusione dei “Piombini”

Il sindaco di Torino era stato uno dei più applauditi giovedì scorso all’assemblea del Lingotto davanti alla platea dei “Piombini“, i cosiddetti “giovani” democratici che vogliono ridare slancio e una nuova prospettiva al partito. E che adesso dovranno puntare su un altro nome o sostenere senza troppo entusiasmo Bersani o Franceschini. “Di già?” titola laconico e deluso Luca Sofri il suo post su Wittgenstein, uno dei loro blog di riferimento, a commento della decisione di Chiamparino.
Proprio Sofri insieme con Pippo Civati, Debora Serracchiani e molti altri amministratori locali era stato uno dei promotori dell’incontro al Lingotto. Dando voce a un crescente malessere tra gli elettori democratici cui la rete ha dato forma con i blog: “Abbiamo bisogno di avere la possibilità di votare un’alternativa, che non è rappresentata né da Bersani né da Franceschini, persone che stimo e ho apprezzato per quello che hanno fatto ma che rappresentano le due facce della stessa medaglia” scrive in un commento un lettore, Marco, trovando le parole per dire ciò che pensano in molti, anche nei sondaggi on-line.

E Debora sta con Dario

Scartato il neosindaco di Firenze Matteo Renzi, uno dei “Piombini” della prima ora, gli sguardi si rivolgono a Debora Serracchiani. Ma la sorpresa delle europee non sembra volersi immischiare in una sfida troppo grande: “Sosterrò Franceschini. E’ il più simpatico” dice in un’intervista a Repubblica che ha scatenato la reazione inviperita di molti uomini dell’apparato Pd (“Ora la simpatia è una categoria politica?”). Un appoggio che potrebbe pesare a favore dell’attuale segretario, ma per molti altri la presenza tra i suoi sostenitori di ex Margherita come Fioroni fa pensare a un passo indietro sui temi della laicità, molto sentiti dall’elettorato giovane. “Al Lingotto, nonostante le attese, non si è voluto parlare di nomi - per ribadire il principio, sovente dimenticato, che le cose da fare devono essere anteposte logicamente e cronologicamente agli organigrammi - ma è stato chiaro che voltare pagina è un esercizio non più rinviabile” scrive Ivan Scalfarotto, un altro dei blogger democratici più seguiti, che già tentò la candidatura-spot nel 2005.

I possibili outsider: Civati e Marino

E allora chi potrebbe essere l’outsider? Uno dei personaggi più applauditi on-line è il consigliere provinciale di Milano Giuseppe Civati, che sul suo blog commenta citando Blade Runner: “Io ne ho viste cose che voi democratici non potreste immaginarvi. Candidature in fiamme al largo dei bastioni di Torino, e ho visto i raggi B (!) balenare nel buio vicino alle porte del Lingotto, e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo e nel Congresso, se qualcuno non vi porrà attenzione“. Gad Lerner, dal suo sito, invita “i sedicenti giovani di Piombino” a esprimere un candidato e le donne a farsi avanti, perché “il paese avrebbe tutto da guadagnare se si facesse avanti (non per cooptazione) una leadership democratica femminile, quella a cui la Finocchiaro si rivela incapace di aspirare per moto proprio”. Un altro dei nomi che ricorrono più frequentemente come alternativa possibile è quello di Ignazio Marino, chirurgo e senatore Pd, che in molti vedrebbero bene in ticket con Civati. Ma sono più le suggestioni che le certezze, come sottolinea ancora Sofri: “Che forza ha in vista di un congresso? A me pare un bel rapporto da costruire, non un portabandiera”.

Insomma, nessun Obama all’orizzonte. Ma i democratici che speravano nel “Chiampa” sono ancora alla ricerca del loro terzo litigante. Che possa godere tra gli altri, soliti due: D’Alema e Veltroni.
Pardon, Franceschini e Bersani.

Chi dovrebbero candidare i “giovani” del Pd per ridare slancio al partito?
Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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