Leggi tutte le notizie su:
segreteria
- Tags: beppe-grillo, Commissione-Affari-Costituzionali, grillini, intervento, invettiva, leadership, PArlamento-Pulito, Pd, primarie, segreteria, Senato, Vday, video
-

Da quando Beppe Grillo ha inaugurato il suo blog (gennaio 2005) e si occupa di politica il diagramma del suo reddito è andato costantemente in salita (vedere la foto qui sopra). Infatti i suoi comizi (le serate del tour) sono a pagamento, come video e libri annessi. Dunque l’antipolitica fa bene alla popolarità e alle tasche dell’ex comico.
Ma ultimamente l’aria era cambiata. Sul blog i commenti al post del giorno stavano pericolosamente diminuendo (il 10 luglio sono stati poco meno di 700, 50 in più il giorno dopo: numeri lontanissimi dalla media di qualche mese fa) e anche i meet-up, i circoli dei grillini avevano un saldo negativo (oltre 500 nel 2008, 434 il 15 luglio 2009).
Come uscire da questa impasse e riprendere a fare crescere celebrità e fatturato? La risposta è semplice: il 12 luglio arriva l’autocandidatura a segretario del Pd (il partito ha rifiutato la sua iscrizione) e l’annuncio, sul sito, scatena l’entusiasmo del popolo grillino in letargo, raccogliendo quasi 5.700 commenti. Un’onda che non si arresta nei giorni successivi. Grillo, per restituire grinta alle sue truppe, gira il coltello nella piaga di un Pd in crisi di leadership. Assicura di essere l’unico candidato con un programma: “Io che sono un comico”.
E riconquista i titoli di testa di tv e giornali, una condizione indispensabile per i buoni affari della sua holding. Anche dietro l’ultimo colpo di scena, assicurano i bene informati, c’è la testa riccioluta di Gianroberto Casaleggio, spin doctor di Grillo, grande esperto di rete e inventore del fenomeno internettiano dell’ex comico. Nel 2008 per la rivista americana Forbes Grillo era la settima web-celebrity del pianeta, per Time il suo sito era il venticinquesimo più cliccato di internet e secondo il quotidiano inglese Observer l’uomo era tra i 50 blogger più influenti del pianeta. Technocrati, il sito che calcola autorevolezza e popolarità dei diari online in tempo reale, ultimamente aveva dato un giudizio meno entusiasmante: il blog è, all’incirca, il sessantacinquesimo più cliccato e traccheggia intorno alla millecinquecentesima posizione per “autorevolezza “.
Probabilmente Casaleggio si era accorto di questo calo di consensi ed è corso ai ripari. Si sa che, nel magico mondo di Grillo, il numero dei fan è direttamente proporzionale agli incassi degli spettacoli e del merchandising. Anche se il suo manager, Davide Marangoni, preferisce non diffondere dati ufficiali, la verità è che i fasti del tour Reset, quello del 2007, l’anno del Vaffa day (8 settembre) e dei 200 mila in piazza Maggiore a Bologna, sembrano irripetibili. Nel 2007 per 98 show sono stati staccati 318.972 biglietti (dati dell’Osservatorio sullo spettacolo della Siae), oltre 3 mila a spettacolo. Un trionfo che ha fatto schizzare il suo modello unico a 5.071.196 euro di reddito imponibile, di cui 4.673.478 derivanti dalle sue attività artistiche. Un risultato decisamente superiore a quello del 2006, quando girò l’Italia con lo spettacolo Incantesimi e dichiarò 4.388.367 euro (3.531.868 alla voce “arti e professioni”).
Ma Reset ha strabattuto pure l’ultimo tour, Delirio (qui un assaggio, in VIDEO di 10 min.), che aveva in agenda 58 date e che ha attirato nei primi 36 appuntamenti (sino a dicembre) 98.104 paganti (circa 2.700 di media). Un ottimo risultato, ma pur sempre una flessione. Basti un esempio: Grillo ha chiuso la tournée a marzo, nella sua città , Genova: un solo show, al Vaillant Palace (5 mila spettatori).
L’anno prima, con Reset, aveva riempito per due serate il Palasport (9 mila posti). Ma quelli erano i giorni dei V-day e quella di Grillo sembrava una marea montante. In quel periodo pareva che le liste civiche a “cinque stelle”, quelle che avevano ottenuto il suo imprimatur, dovessero fare incetta di scranni. Quasi 2 anni dopo l’esercito degli amministratori grillini è decisamente più sparuto del previsto: una quarantina consiglieri in circa 35 comuni. Probabilmente la gente dopo il secondo Vaffa day di Torino del 25 aprile 2008 ha iniziato ad assuefarsi un po’ al grillismo e alle sue provocazioni. Ma il masaniello genovese non sopporta il cono d’ombra. Per questo non si è perso d’animo e ha cercato di rimediare con performance sempre più contestate. Per esempio si è esibito in uno sproloquio televisivo lungo 20 minuti su La 7 costringendo la conduttrice, Ilaria D’Amico, a scusarsi con il pubblico.
Nel suo spettacolo Delirio, oltre ai soliti prodotti, come il libro digitale di una nota casa informatica o la palla ecologica per lavare i panni, ha iniziato a promuovere, in polemica con la campagna governativa contro la prostituzione di strada e in nome della libertà sessuale, anche siti hard come www.youporn.com.
Sul palco Grillo mostrava come navigarci, magari inviando propri video, senza preoccuparsi dell’imbarazzo del pubblico più anziano o delle signore. Non è chiaro se Grillo inserirà la pornocrociata nel suo programma di aspirante segretario pd. Non pago, l’11 giugno scorso ha cercato di attirare l’attenzione con uno show in commissione Affari costituzionali del Senato, dove ha dichiarato che in Parlamento ci sono “vecchi, antistorici e qualche zoccola”.
Volgarità in serie che non sono bastate a raddrizzare l’audience. Sino al colpo di scena del 12 luglio. Ora bisogna vedere se la segreteria del Pd è davvero il suo obiettivo o se è solo l’ennesima boutade per ottenere visibilità e prime pagine. Infatti in politica sino a oggi Grillo ha ondeggiato tra l’Italia dei valori e le sue liste civiche.
A Bologna, per esempio, durante la campagna elettorale per le ultime elezioni europee ha dovuto lasciare lontano dal palco i dipietristi Sonia Alfano e Luigi De Magistris, perché i ragazzi del Meetup e della Lista civica hanno preteso che non ci fossero commistioni con l’Idv. Anche perché nel programma dei grillini non sono ammessi gli inceneritori, accettati, invece, dal partito dell’ex pm. Per questi motivi i comitati Rifiuti zero hanno scritto a Grillo una lettera aperta di protesta (”Cosa c’azzecca con te quel Di Pietro?”) che al momento resta senza risposta. Non basta.
Christian Abbondanza, genovese, fondatore della Casa della legalità , associazione impegnata nella lotta alla mafia, ex collaboratore del blog e di diversi meet-up, solleva dubbi anche sulla carta di Firenze, praticamente il programma di governo delle liste civiche a “cinque stelle”: “Dobbiamo ancora capire perché tra i punti fondamentali non ci sia la questione dei controlli di legalità , trasparenza e correttezza delle amministrazioni pubbliche. Forse quell’argomento è stato dato in appalto a Di Pietro”.
Anche perché sono in molti a sospettare che, mentre all’ex pm interessano i voti veri, Beppe Grillo sia più attratto dai guadagni.
- Tags: beppe-grillo, Commissione-Affari-Costituzionali, grillini, intervento, invettiva, leadership, PArlamento-Pulito, Pd, primarie, segreteria, Senato, Vday, video
-

La domanda, come diceva il sig. Mi manda Raitre, Antonio Lubrano, nasce spontanea: può entrare a far parte della schiera Democrats uno (cioè Grillo) che considera il Pd uguale (se non fosse per una elle) al Pdl, a sottolineare che al governo e all’opposizione i “chierichetti che cantano la stessa messa”?
Può uno (sempre Grillo) mettersi alla guida di compagni che con elevata vis polemica dipinge (sul blog, nelle piazze, nei suoi spettacoli e, come si suol dire, “in tempi non sospetti”, cioè molto tempo prima di annunciare l’Opa sul Pd) come macchiette da avanspettacolo?
Ripercorriamo le definizioni. Tipo: Walter Veltroni, alias “Walterloo: è stato il migliore alleato del Pdl. Se fossi Berlusconi lo farei vicepresidente del Consiglio”. E ancora: “Topo Gigio dice che vuole ritornare allo spirito del Lingotto. È come se Napoleone volesse ritornare a Waterloo”. Ma ce n’è per tutti: per Romano Valium Prodi, per Carlo De Benedetti “il termodistruttore dell’Olivetti, il più grande squalo della finanza italiana del dopoguerra”, per Napolitano “Morfeo”, Massimo Volpe-nel-deserto D’Alema “servo del padrone di Arcore”, e poi Dario Boccon-del-prete Franceschini, senza contare il temibile Bersanetor, lo sterminatore dei tassisti. Qaulcuno si salva dalla furia grillina? Neanche tra i volti nuovi? Macché: il nuovo sindaco di Firenze è “l’ebetino Rienzi, paladino degli inceneritori”.
Si dira: ma Grillo è un blogger, un comico. E, si sa, la satira è per antonomasia contro i potenti (di destra e di sinistra, di maggioranza e opposizione). Giusto. Tanto è vero che, in modo saggio e discreto, l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi su La Stampa commentava così la scelta di Grillo: ha “una professionalità nel campo della satira, ma non credo possa svolgere una funzione positiva e utile sul terreno squisitamente politico”. Di non essere “adatto”, anzi di non esere pazzo (a mettersi a fare politica), lo aveva ammesso lui stesson un’intervista alla Stampa: “Obama corre, corra anche lei. Altrimenti è troppo facile”, chiede il giornalista. Risposta: “Ma non saprei come gestirmi! Io non sono un politico… lo potrei fare solo se - ride - facessi una piccola dittatura, se mi dessero la possibilità di usare uno stadio per metterci dentro le 80-100mila persone che stanno facendo del male all’Italia”. Era il 26 gennaio 2009. Concetto ribadito sul blog, il 17 febbraio 2009: “Essere candidati dal PDmenoelle equivale a un suicidio politico, a un bacio della morte”.
E invece… alcuni mesi dopo, domenica 12 luglio il comico genovese ha deciso di candidarsi alle primarie del Pd. E quei giudizi mica li ha ritrattati. Anzi, ha costellato il suo annuncio di parole tutte contro il partito e la sua dirigenza. E così politici, e non solo quelli del centrodestra, e commentatori del Transatlantico sono in buona parte concordi su una battuta per sintetizzare l’affaire Beppe Grillo vs Partito Democratico: per tutti il Pd conferma a pieno la legge di Murphy: “Se qualcosa può andar male, lo farà ”.
A inquietare la truppa democratica c’è poi il programma che Grillo verga sul suo blog il 12 luglio: “Sarà quello dei Comuni a Cinque Stelle a livello nazionale la restituzione della dignità alla Repubblica con l’applicazione delle leggi popolari di Parlamento Pulito e un’informazione libera con il ritiro delle concessioni televisive di Stato ad ogni soggetto politico, a partire da Silvio Berlusconi. Temi troppo duri per le delicate orecchie di un Rutelli e di un Chiamparino. Ci sono milioni di elettori del PDmenoelle che vorrebbero avere un PDcinquestelle. Con questo apparato affaristico e venduto non hanno alcuna speranza. Il PDmenoelle” conclude “è l’assicurazione sulla vita di Berlusconi, è arrivato il momento di non rinnovare più la polizza”.
Il giorno dopo, lunedì 13, Grillo annuncia di aver pagato la quota nella sezione di Arzachena. E che se “troveranno un comma per non farmi iscrivere ne pagheranno le conseguenze”. Il comma arriva. Disco rosso. Grillo non viene iscritto al partito. E lui, difeso dal leader Idv, Antonio Di Pietro – che il Pd vede come il mandante della candidatura del comico genovese – spara l’ennesima dichiarazione anti-pd sul suo blog: “La commissione di Garanzia del PD mi ha lanciato una fatwa: “Non è possibile la registrazione di Beppe Grillo nell’anagrafe del Pd poiché egli ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al PD. La delibera verrà resa nota sul sito nei prossimi giorni”.
In una sola frase hanno ammesso che: 1. esiste un movimento politico popolare; 2. tale movimento è “ostile” al PD; 3. se un cittadino può iscriversi o meno al PD (dove D sta per Democratico) lo decide una fantomatica commissione di Garanzia, non lo Statuto. Il “Movimento Politico Ostile” è ostile forse perché il suo programma è alternativo a quello del PDL? Mentre quello del PD è invece uguale a quello del PDL?
È il 16 luglio quando, intervistato da Gian Antonio Stella, su Il Corriere della Sera ha detto del partito che vuole guidare. “Non ho mai votato il Pd, ho votato per Di Pietro” e si candida perché “il Pd è il secondo partito del Paese. Ma è guidato da fossili che non danno risposte su niente. Vogliono l’acqua pubblica o quella privatizzata? La raccolta differenziata o gli inceneritori? Il nucleare o l’energia rinnovabile? Rispondano. Io mi rivolgo ai giovani che sono dentro il Pd. Sono loro che devono impossessarsi del partito”.
In realtà qualcuno che non ha messo il veto alla corsa di Grillo, tra i democratici, c’è stato: Ignazio Marino e Mario Adinolfi. Il cardiochiururgo non gli ha chiuso la porta: “Non conosco personalmente Beppe Grillo ma credo che in un Pd che sia un partito aperto, qualunque persona può con serietà prendere la tessera, raccogliere firme, scrivere un programma non su facce o correnti, ma sulle idee e se ha serie intenzioni di dare un contributo chiaro al dibattito sull’identità del partito, non può essere escluso a priori”.
Mentre per il blogger Adinolfi “Grillo è stato inurbano, ma la decisione di negargli la tessera è sbagliata”. E sulle motivazioni del no dice: “Si nega a Grillo la tessera perché ha presentato delle liste civiche. Una cosa che fa sorridere: visto che autorevolissimi esponenti come Marco Follini facevano i vicepresidenti del Consiglio di Berlusconi e non abbiamo avuto difficoltà ad accoglierli ai massimi livelli della dirigenza. Il paradosso è che in un partito normale la richiesta di un comico avrebbe preoccupato gli outsider, quelli come me, destinati a essere oscurati da un outsider più forte di loro. Nel Pd invece preoccupa i candidati potenzialmente più forti. Evidentemente hanno i piedi d’argilla”.
Questa è la storia di Grillo e della sua tentata conqista del Pd, nell’ultima settimana. Quindi, ritorna il quesito iniziale: invitereste a casa vostra un tale che di voi e della vostra famiglia ha detto peste e corna? Accetereste di buon grado che lo stesso tale, accusandovi di non avere un metodo educativo dei vostri figli, decida lui per voi come crescerli? Tradotto, fuor di metafora: date queste condizioni, è giusto o sbagliato che i democrats abbiano negato iscrizione e partecipazione alle primarie a Beppe Grillo?
LEGGI ANCHE: Ma Grillo vuole rilanciare il Pd o il suo 740?
Il VIDEO su PDmenoelle inciuci e incompetenza
Il VIDEO di Beppe Grillo alla Commissione Affari Costituzionali, Senato
Il VIDEO di Beppe Grillo al Parlamento Europeo (completo)
Il VIDEO di Beppe Grillo nuovo Savonarola
- Tags: beppe-grillo, Commissione-Affari-Costituzionali, grillini, intervento, invettiva, leadership, PArlamento-Pulito, Pd, primarie, segreteria, Senato, Vday, video
-
Al solito suo. Con invettive, battute provocatorie, frasi al vetriolo e stile tranchant.
Beppe Grillo ha scagliato la bomba sul suo sito, domenica 12 luglio: si candida a segretario del Pd.
Da comico irriverente a blogger seguitissimo; da animatore della “società virtuale” (con battaglie per il Parlamento Pulito, il V-day, gli show dentro e fuori dal Parlamento, le partecipazioni all’assemblea Telecom) a difensore civico (aveva lanciato le liste con il bollino alle scorse elezioni): ora Grillo si chiama dentro personalmente.
Vuole essere il quinto (lui difetta nel conteggio e dice quarto), dopo il segretario Dario Franceschini, l’ex ministro Pierluigi Bersani, il senatore chirurgo Ignazio Marino e l’outsider Mario Adinolfi a correre per la leadership democratica: “Partecipo per rifondare un movimento che ha tolto ogni speranza di opposizione a questo Paese, per offrire un’alternativa al Nulla”, scrive Grillo. L’annuncio è subito rimbalzato su Facebook e sta raccogliendo molti commenti di sostenitori e contrari.
“Il 25 ottobre ci saranno le primarie del Pdmenoelle. Voterà ” scrive tra l’altro il comico genovese nell’annuncio “ogni potenziale elettore. Chi otterrà più voti potrà diventare il successore di gente del calibro di Franceschini, Fassino e Veltroni. Io mi candiderò. Dalla morte di Enrico Berlinguer nella sinistra c’é il Vuoto. Un Vuoto di idee, di proposte, di coraggio, di uomini. Una sinistra” dice Grillo “senza programmi, inciucista, radicata solo nello sfruttamento delle amministrazioni locali. Muta di fronte alla militarizzazione di Vicenza e all’introduzione delle centrali nucleari. Alfiere di inceneritori e della privatizzazione dell’acqua. Un mostro politico, nato dalla sinistra e finito in Vaticano”.
E a chi, come Piero Fassino (coordinatore della campagna di Franceschini), sostiene si tratti di una boutade (”Grillo non è iscritto al Pd e lo ha attaccato di continuo. La sua candidatura è una boutade un po’ provocatoria e non c’è alcuna ragione per considerarla una cosa seria. Bisogna vedere se noi accettiamo la sua iscrizione al partito e non penso che si possa accettare”), lui risponde secco. E serio: “È una cosa serissima, facciamo il bad Pd e il good Pd, come le bad company e le good company, come l’Alitalia. Le firme che servono più o meno sono quelle, le abbiamo già raccolte quasi tutte” spiega Grillo “continuiamo con le nostre liste civiche, vogliamo portare il Comune a Cinque Stelle (altra campagna nata sul suo blog, ndr) a livello nazionale”. “Voglio andare al congresso a parlare ai giovani del Pd, spiegare loro le nostre proposte e capire se le condividono” è la strategia di Grillo “sono le idee delle energie rinnovabili, della mobilità eco-compatibile, del wi-fi libero e gratuito, della raccolta differenziata porta a porta. Sono idee, non ideologie”.
Lo show man ammette di non avere esperienza: “Ho deciso sabato, per dare un senso a dieci anni di lavoro, per tornare a parlare di politica, per dare una mano ai giovani. Ma sono pronto a una nuova avventura ma ovviamente arrivando lì alla segreteria sarebbe tutto nuovo, non ho mai fatto il segretario, non ho nemmeno una segretaria” dice.
Con i candidati attuali non farebbe eventuali alleanze: “A parte la Debora Serracchiani non vedo altri” dice Grillo. “Debora mi piace molto e rappresenta milioni di ragazzi iscritti a quel partito che hanno creduto a dei sogni che non si sono mai realizzati. Noi abbiamo bisogno che vadano avanti queste persone, trentenni, che abbiamo studiato e che facciano parte di questa cultura, dei social network. Mi è venuto il magone a vedere come questi fossili hanno segato la povera Debora: aveva appena detto che condivide le cose che dico”.
Le proposte “forti” sono quelle di sempre: “Per prima cosa devono andarsene quelli che hanno più di due legislature, quelli che hanno disintegrato l’Italia insieme allo psiconano, quelli che sono l’altra faccia dello psiconano, cioè D’Alema, Rutelli eccetera…”.
Sorpresi, felici, confusi, spiazzati, anche delusi, ma soprattutto pronti a iscriversi in massa al Partito Democratico per votare Beppe Grillo, i “grillini” si sono precipitati sul blog del comico genovese per commentare l’annuncio della discesa in campo del loro guru. “Evvaiii Beppe!!!!” posta uno. “Siamo tutti con te!!! Iscriviti al Pd e prendi la tessera, 2mila firme le raccogliamo in 5 minuti, Adinolfi ti da il benvenuto”. Ma un altro: “Ma come, prima butti m… sul Pd e ora ti candidi con loro? Non era meglio fare un partito per conto tuo? Ah vero, avresti preso meno voti (= meno soldi). W la coerenza!!! deluso”, scrive Francesco.
La notizia ha fatto il giro dei siti dei principali quotidiani e ha scatenato anche lì le reazioni dei navigatori. Tre ore dopo la notizia il blog di Grillo era invaso da oltre 1.200 commenti e gli spunti dei blogger sconfinano anche nella fantapolitica: c’è chi sogna Marco Travaglio ministro della Giustizia e Milena Gabanelli agli Interni, chi corregge proponendo Di Pietro alla Giustizia e Travaglio direttore del Tg1.
A salutare come positiva la notizia ci pensano gli altri due candidati alle primarie dl 25 ottobre. Il “collega” blogger Mario Adinolfi, candidato alla segreteria del Pd e membro della direzione nazionale, commenta: “Se lo fa con serietà , se non è una boutade estiva, se conosce e accetta le regole e si sottopone al vaglio degli iscritti al Pd iscrivendosi lui stesso entro i termini stabiliti, a me viene da dire solo una cosa a Beppe Grillo: benvenuto tra noi”. Ma, continua Adinolfi, “Ho paura che tra qualche giorno scoprirà che le modalità di presentazione al congresso sono complesse e burocratiche, ma deve essere serio e evitare grida qualunquiste”. E a dire come la candidatura Grillo vada presa sul serio, una stoccata precongressuale: “Quando si chiede informazione seria per sé, bisogna anche offrirla. Sul suo blog Grillo si candida come ‘quarto’ candidato. È in realtà il quinto. Rispetti i candidati concorrenti e si ricordi che, comunque, è l’ultimo arrivato. Gli sarà utile, se fa sul serio”.
Anche il “terzo uomo” Ignazio Marino “esulta” per la discesa in campo del comico genovese: “Io prendo la canduidatura di Grillo come una buona notizia. Significa che avremo un tesserato in più”. Ecco la lapidaria risposta ad un giovane pugliese che, alla Festa dei giovani democratici, gli chiedeva di commentare la candidatura del comico genovese Beppe Grillo alla segreteria del Pd.
Ovviamente molto contento il “sodale” politico di Grillo, il leader Idv Antonio Di Pietro (e sono in tanti a chiedersi se dietro la scelta di Grillo, che ha “preferito” sparigliare le carte Pd, piuttosto che nel campo dell’Italia dei Valori, viste le molte affinità e le molte inziative comuni tra grillini e dipietristi, non ci sia proprio l’ex pm): “La candidatura di Grillo a segretario del Pd è una gran bella notizia, afferma Di Pietro. Così anche noi dell’Italia dei Valori potremmo avere interlocutori ai quali non fa schifo dialogare con la nostra forza politica, salvo poi cercare voti al momento delle elezioni come pretendono i notabili del Pd. Peccato che con una scusa o un’altra la candidatura di Grillo, come la mia delle precedenti primarie, verrà respinta perchè non si deve disturbare il manovratore”.

“Non escludo di candidarmi alla segreteria, molto dipende da quello che accade adesso”.In casa del Pd, i primi ormeggi sembrano ormai tirati. A dare la prima scossa, in un’intervista a Repubblica tv, ci ha pensato Anna Finocchiaro. In vista del congresso del Pd di ottobre, il capogruppo del partito a Palazzo Madama non ha affatto escluso una corsa in prima persona per l’assise d’inizio autunno.
E , dopo aver dichiarato di apprezzare “molto il modo in cui Franceschini sta reggendo il partito, un modo intelligente serio e rigoroso”, ha aggiunto che “è leggitimo che chiunque ritenga di potersi proporre come segretario si candidi a ottobre perchè ci sia una vera, vera competizione e un momento di dibattito su posizioni diverse, linee politiche, alleanze, quant’altro”.
Su quest’ultimo fronte, la Finocchiaro pare avere idee piuttosto chiare: premesso che le “alleanze si fanno tra quattro anni”, con l’Idv una convergenza sembrerebbe “naturale” “anche se bisogna verificare molte cose”.
E qui, quasi in sordina, arriva la prima stoccata per il partito di Di Pietro: “ci sono posizioni diverse tra noi e l’Idv, come quelle su testamento biologico e il caso Englaro, passarono da una posizione all’altra nel giro di due giorni. Anche sul referendum, Di Pietro lo appoggiò, ora accusa il Pd di essere alleato di Berlusconi. E’ un partito che agisce in modo piuttosto libero e flessibile, ma quando si fa un’alleanza con un grande partito come il Pd bisogna essere chiari, non dubito che un accordo si possa trovare ma si deve cercare”.
Come a dire: il Pd resta un partito a vocazione maggioritaria. Ergo, chi si vuole alleare si deve in qualchemodo adeguare. Parole come pietre, precedute dalle dichiarazioni del segretario Franceschini, che dopo mesi era tornato a parlare di “voto utile”, invitando a concentrare le preferenze sul Pd piuttosto che sulla formazione di Antonio Di Pietro.
Se non è un liberi tutti, poco ci manca. Tanto che la Finocchiaro non ha escluso neppure un’alleanza con l’Udc, partito che sfidò da avversario alle ultime elezioni siciliane (la coalizione capeggiata dal capogruppo Pd al Senato si fermò a poco più del 30%; quella di Raffaele Lombardo, appaoggiata anche dal partito di Salvatore Cuffaro, toccò quota 65%).
Resta da vedere cosa succederà alle elezioni europee ed amministrative di giugno. Da quell’esito, infatti, dipende molto del futuro dell’attuale classe dirigente democratica.

Due settimane gli sono bastate. Per rendersi conto che stare lì, sulla sedia di leader del Pd, fa male, logora. E allora, nonostante quindici giorni fa dal suo entourage dicessero il contrario, adesso Dario Franceschini sceglie di gettare la spugna. Dagli studi di Matrix, durante la registrazione del programma di Alessio Vinci.
Via allora, ma non subito: “tirerà ancora la carretta” democratica fino a ottobre, poi basta. Si dimetterà da segretario, andrà al congresso e non si ricandiderà ; lasciando spazio agli altri. Di sicuro a Pierluigi Bersani (l’unico che ha annunciato, secondo alcuni facendo vacillare Walter Veltroni, di voler un gorno non lontano guidare il partito); forse a Enrico Letta; forse a qualche giovane emergente (Matteo Renzi, Maurizio Martina).
Un leader interinale, insomma. In autunno leva le tende Franceschini: “Non mi faccio avanti, non ho intenzione di ricandidarmi ad ottobre”.
E il giuramento sulla Costituzione, il giorno dopo la sua “elezione”? E la nuova squadra, infarcita di volti nuovi e di leader locali? “Il mio è un mandato a termine e di garanzia fino allo svolgimento del congresso. Arrivato lì è finito il mio lavoro”.
Vero che, da qui a sei mesi, un obiettivo l’ex margheritino ce l’ha. E, vista “la sua data di scadenza”, anche ambizioso: riportare il Pd a una quota di consensi più vicina a quel 33,2% ottenuto alle scorse elezioni che non al magro 22% registrato dall’ultimo sondaggio, passando le europee di giugno. Anzi vorrebbe che quell’appuntamento fosse “la prima tappa del percorso che porterà alla sconfitta di Silvio Berlusconi”. Anche perché: “Se ci dovesse essere alle elezioni un astensionismo o un voto di protesta per altri partiti del centrosinistra e una tenuta o una vittoria del cavaliere le conseguenze ci sarebbero per tutto il sistema della democrazia italiana”. E per farlo punterà tutto sulla crisi economica (anche grazie alla proposta dell’assegno di disoccupazione), che sarà quasi il leit motiv delle iniziative delle prossime settimane e della campagna elettorale.
Chissà come ci rimarrà Arturo Parisi, che nell’Assemblea romana di sabato 21 febbraio (dopo aver vista respinta la sua richiesta delle primarie) è stato l’unico a osare di sfidare il nome che l’apparato dirigente del partito aveva già scelto per il dopo Veltroni. E invece: “Questa situazione mi rende libero, io non ho pensato di fare questo lavoro e mi sembrava anche innaturale di dover essere io, il vicesegretario, a svolgere il ruolo di segretario che era stato di Veltroni. Non ho un problema di garantirmi una rielezione e non ho paura di pestare i piedi a nessuno”.
E la voglia di remare, insieme, tutti dalla stessa parte? Perché questo sì, pare, è l’unico rammarico di Dario il segretario precario: “Finalmente ora lavoriamo come una squadra” dopo che il “logoramento maledetto” ha mietuto come vittime i precedenti leader, tutti puntigliosamente ricordati, da Romano Prodi a Walter Veltroni (”senza il quale non sarebbe nato il Pd” e che si assunto ”una colpa che non era sua”), passando per Amato, D’Alema, assino e Rutelli. Lui, quindi, non vuol fare la stessa fine: quella di un leader sempre attaccato, nel mirino, al centro delle spinte - uguali e contrarie - delle tante anime, delle troppe correnti. E la questione sul testamento biologico è lì a dimostrarlo. Anche per mancanza di una posizione chiara sui temi (bio)etici il Pd paga il calo di consensi, no? “Mi fanno orrore i politici che affrontano i temi non se sono giusti o sbagliati ma sulla base dei sondaggi, io non ne guarderò uno fino alle Europee e cercherò di dire cose di verità anche se fanno perdere voti” alle elezioni, risponde Franceschini.
Cosciente che, comunque andrà , dopo pochi mesi il suo “calvario” avrà fine.

Non ha perso tempo Dario Franceschini, neo segretario del Pd, per nominare la segreteria del partito. Sarà composta da otto esponenti del partito con ruoli istituzionali sul territorio. Proprio come “promesso” dal palco della Fiera di Roma, il giorno della sua elezione: “Guarderò al territorio e non accetterò pressioni”.
Così nella nuova squadra chiamata a guidare il partito entrano il presidente della regione Emilia Romagna Vasco Errani, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e il segretario del Pd in Lombardia Maurizio Martina. Dal Centro-Sud sono stati scelti Fabio Melilli, presidente della provincia di Rieti, e Giuseppe Lupo, consigliere del Pd in Sicilia (dove il partito è all’opposizione). Due donne: Elisa Meloni, segretario provinciale del Pd a Siena, e Federica Mogherini, parlamentare. Dentro anche Maurizio Migliavacca, già coordinatore della campagna elettorale per il Partito democratico, come responsabile dell’Area organizzazione. Non c’è posto invece per un altro big locale, come Sergio Cofferati (ai suoi ultimi mesi di sindaco di Bologna), che aveva messo a disposizione la sua esperienza: “Se Dario chiama, sono pronto”, aveva dichiarato una intervista a La Stampa.
La scelta dei membri (nove in tutto: otto più lo stesso segretario) è avvenuta ”in solitudine” e in fretta perché la vicinanza delle elezioni europee richiede fretta: “Una segreteria snella, decisa in solitudine e in fretta, perché mancano solo cento giorni alle europee” commenta Franceschini. Addio, invece alle vecchie strutture dell’era Veltroni. “Ho azzerato i vecchi incarichi, ho già mandato le lettere a tutti i componenti del governo ombra, del coordinamento e dei capi dipartimento del partito” dice Franceschini. “Nel fare questa segreteria ho rispettato quello che mi ero impegnato a fare davanti all’assemblea e cioè, oltre all’azzeramento degli attuali organismi, a coinvolgere il territorio nella dirigenza del partito”. “Non c’è tempo da perdere”, ha poi sottolineato il neo segretario. “Normalmente i passaggi come questo richiedono tempi di riflessione, ma l’urgenza di avere un Pd non provvisorio mi ha spinto ad accelerare la scelta”. Infine: “ho fatto quello che avevo detto all’Assemblea nazionale e che essa mi aveva chiesto. Ho scelto in fretta e non ho trattato con nessuno”.
Azzeramento dell’entourage veltroniano, discontinuità netta rispetto all’ambiente dell’ex segretario. Ma il neo leader (quasi a voler “scontare” la sua provenienza diellina) ha comunque dato un forte riequilibrio verso la componente diessina e una forte rappresentatività di esponenti del Nord del Paese. Anche se tutte le caselle devono ancora essere ricoperte perché nei prossimi giorni il segretario dovrà nominare i capi dei dipartimenti, economia, Welfare, enti locali e così via, che rimpiazzeranno il governo ombra ormai azzerato.
Appunto, non sono pochi, in Largo del Nazareno, a chiedersi che cosa faranno i membri del coordinamento di Walter che non sono entrati nella nuova squadra di Dario.

Non affondare il coltello. Fair play, almeno nelle intenzioni, con Walter Veltroni che lascia da sconfitto. Un garbo appena increspato dall’analisi del Cavaliere: “Inevitabile dopo la batosta. Ma se l’è cercata fin dall’inizio, si è fatto fuori da solo mettendosi con Antonio Di Pietro, e questo certo non è colpa mia”. Pragmatico Silvio Berlusconi. E sinceramente rammaricato Gianni Letta, che a differenza del premier sul dialogo con Veltroni aveva puntato parecchio. In questa prima fase, in attesa che qualcosa e qualcuno cominci a emergere dalle macerie del Pd, sarà soprattutto Letta a tenere i rapporti con l’opposizione.
Ma oggi la parola d’ordine berlusconiana è: “Sono problemi loro, non certo del Pdl”. Conferma Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera: “Non è una tragedia. Assurdo poi pensare che se il Pd ha un piede nella fossa noi prendiamo il contagio. Si è giocata una partita e loro hanno perso, punto. Andiamo avanti concentrandoci soprattutto sull’azione di governo”.
Ciò che tra Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli si vuole evitare è appunto la sindrome da bipartitismo. Qualcuno ricorda come la Dc, dopo il crollo del comunismo, si suicidò: “I democristiani italiani, però, non quelli tedeschi che il Muro l’avevano in casa e hanno continuato tranquillamente a governare”.
Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del Pdl, analizza: “Immaginare che a questo punto entri in crisi l’intero sistema bipolare, e dunque anche noi, è pura accademia politologica. Che non guarda ai veri motivi del ko inflitto da Berlusconi a Veltroni. Sulla leadership, innanzitutto, che a loro è completamente mancata. E poi, come si è visto sia in Abruzzo sia in Sardegna, sulla strategia di Berlusconi di investire direttamente una nuova classe dirigente locale in grado di affermarsi, e di perpetuare questa leadership, lontano dai palazzi romani. Tutto ciò a Veltroni e al Pd è sfuggito: con i loro amministratori sono anzi agli insulti, le primarie si trasformano in occasioni di ribellione”.
Però Gianfranco Fini è fra quanti spargono preoccupazione: “La loro debolezza finisce per diventare un nostro problema”. Dunque non si tratta solo di accademia: tra quanti il Pdl non l’hanno ancora digerito la disfatta veltroniana può diventare un ennesimo motivo di dubbio, o magari un alibi. Quagliariello sdrammatizza: “Il Pdl è un grande movimento postideologico, viene visto dagli elettori come strumento di semplificazione verso un bipolarismo ormai accettato da tutti, anche se non ha ancora trovato una forma istituzionale. Per il resto i conti si fanno con la realtà e attraverso il governo”.
Tuttavia l’agenda della realtà , e anche del governo, è irta di scadenze che richiedono la sponda dell’opposizione. Immediata è la questione del consiglio d’amministrazione Rai e del giro di nomine in viale Mazzini. Poi c’è la riforma dei regolamenti parlamentari: tradotto dal burocratese significa riconoscere al governo la possibilità di mettere in calendario le leggi in base alla propria superiorità elettorale. Attualmente ogni sigla presente a Montecitorio e Palazzo Madama ha una sorta di veto, il che espone l’esecutivo a imboscate in aula e costringe ad agire per decreto, facendo arrabbiare il Quirinale.
Già in Parlamento sono la legge sul testamento biologico (che i moderati del Pd vorrebbero votare assieme al centrodestra), e quella firmata da Angelino Alfano sulle intercettazioni telefoniche: battistrada di un intervento più ampio sulla giustizia per arrivare alla parità tra accusa e difesa. Sullo sfondo, il federalismo fiscale, cavallo di battaglia di Umberto Bossi, e le modifiche istituzionali che invece stanno più a cuore al Pdl: “La diversificazione di Camera e Senato con la fine del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri del capo del governo” elenca Cicchitto. “Sono riforme per modernizzare il Paese chiunque sieda a Palazzo Chigi. O si fanno con la maggioranza di due terzi delle camere, oppure si va pure stavolta incontro ai rischi di un referendum sempre strumentalizzabile”.
Insomma, una sponda dell’opposizione serve, e servirà ancora di più nella seconda parte della legislatura. Quando, superata l’emergenza economica, Berlusconi e i suoi alleati leghisti vogliono lasciare un segno duraturo. Che cosa accadrebbe se il Pd uscisse di scena, se ci fosse una scissione con nuova frantumazione delle opposizioni? “In politica i guai sono sempre dietro l’angolo, ma quando si vince è meglio” scherza Quagliariello. “Non perderemo le europee per semplificargli i problemi. E poi non sottovalutiamo i rapporti civili e collaborativi che abbiamo tra gruppi parlamentari”.
Ma al quartier generale berlusconiano si osservano con attenzione altri due fronti. Il primo è quello del Quirinale: l’orizzonte è di nuovo tornato sereno, sia Letta sia lo staff di Giorgio Napolitano parlano di “collaborazione istituzionale sulla decretazione d’urgenza”. Tradotto, significa che il capo dello Stato non farà obiezioni al ricorso dei decreti a condizione che il testo di quelli più spinosi sia prima sottoposto alla valutazione ufficiosa del Colle. Si cercherà di evitare altri casi Englaro, giurano le parti. Primo riuscito collaudo, il decreto del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, contro stupratori e clandestini.
È ovvio però che i rapporti con il Quirinale non possono essere considerati in cassaforte. E dunque ecco il secondo fronte che il disfacimento del Pd può aprire: cattolici e moderati in uscita dalle file democratiche potrebbero allearsi o confluire nell’Udc. Uno scenario che diverrebbe più concreto se fra un po’ la poltrona di Veltroni venisse davvero presa da Pier Luigi Bersani, in tandem con Rosy Bindi, l’operazione sponsorizzata da Massimo D’Alema destinata a ricreare un mini Ulivo riaprendo il dialogo con l’estrema sinistra.
In questo caso Berlusconi avrebbe di fronte due opposizioni, una centrista con Pier Ferdinando Casini e forse Francesco Rutelli e una di sinistra doc. Con la prima il dialogo, che sulle prime sarebbe soltanto parlamentare, viene giudicato non impossibile. Anche se pochi si fidano di Casini e nessuno pensa a un’Udc nuovamente nella coalizione, è difficile smentire il Cavaliere: “Con noi quelli hanno sempre vinto. Contro di noi, sempre perso”.

Otto settembre. No, certo, oggi è il 19 febbraio.
E per il Pd è il giorno dopo del day after: di quando (martedì) Walter Veltroni ha annunciato le sue dimissioni da segretario (anche se il sito del Pd si ostina a presentarlo come tale) e di quando (mercoledì 18) le ha spiegate e se n’è andato chiedendo scusa.
Per i Democratici è come l’8 settemre: chi di qua, chi di là , chi su, chi giù: stanno, più o meno tutti (big, colonnelli, deputati, base elettorale) scappando di fronte alla tragedia. A gruppi e senza una direzione comune, mentre il partito si trova in una fase cruciale per il suo futuro. Sabato sarà una giornata clou: si riunirà l’assemblea nazionale (che si terrà dalle 10 alla nuova Fiera di Roma) con i suoi 2.800 eletti e il dibattito potrebbe anche riservare delle sorprese.
Certo, per ora sul tavolo c’è solo la proposta di (alcuni) dirigenti di far succedere a Walter il gemello (diverso) Dario Franceschini, numero due del partito, dopo il via libera di ieri anche da parte dei segretari regionali. La via è tracciata dallo Statuto che prevede l’elezione del segretario solo in caso di dimissioni, come è avvenuto in questo caso (perchè il segretario in genere si elegge con le primarie). Quindi Franceschini, come fa notare qualcuno, se venisse eletto sarebbe un segretario a tutti gli effetti e il suo mandato durerebbe fino al congresso d’autunno perchè quella era la scadenza naturale della segreteria targata Veltroni.
Un’alternativa potrebbe essere quella di aprire una fase congressuale, ma per questo l’Assemblea nazionale dovrebbe autosciogliersi e poi, si sottolinea da più parti, non ci sarebbero i tempi: servirebbero infatti almeno tre mesi per l’organizzazione e tra 60 giorni il Pd dovrà pensare a liste e candidature per le elezioni amministrative ed europee. Poi, ci sarebbe anche la campagna elettorale. Buon senso vorrebbe, fanno notare da ambienti del Pd, che non si segua questa strada perché i tempi sono troppo stretti. E tra gli altri problemi ci sarebbe anche il fatto che il tesseramento del partito non è chiuso e questo creerebbe problemi per mandare i delegati al congresso. L’ipotesi Franceschini, dunque, sembra essere la più verosimile. E colui che finora è stato vice di Veltroni, si prepara ad accettare un ruolo che non è affatto semplice. Intanto il dibattito ferve e si infiamma.
“Ora dobbiamo salvare il salvabile. E da qui alle elezioni propongo una sorta di leadership collettiva per gestire il momento del passaggio. Un gabinetto di crisi, un direttorio, chiamiamolo come si vuole. Ma facciamolo”, propone il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, ex ministro per il federalismo nel governo ombra, non nascondendo la preoccupazione per il futuro dei democratici. E in un’intervista a Panorama, pubblicata sul numero in edicola da venerdì 20 febbraio, si sfoga: “A tre mesi dalle elezioni non era il momento di dare le dimissioni. Abbiamo 5 mila comuni che a giugno vanno al voto. E non possiamo arrivarci con un gruppo dirigente privo di testa”. Il pericolo, dice, è quello di “andare in pezzi. E se pensiamo di andare alle elezioni rappezzando il vaso con lo scotch e con la colla, corriamo solo il rischio che il primo tram di passaggio lo faccia andare in frantumi”.
Ma le due anime del partito, quella diessina e quella cattolica sono davvero inconciliabili? Risponde Chiamparino a Panorama:”Finora non siamo riusciti a conciliarle. Ma più che un problema di anime è un problema di correnti che dopo aver dato vita al Pd non hanno mai voluto sciogliersi. Ciascuno ha difeso i propri assetti di potere, i propri ruoli, i propri spazi, le proprie famiglie. E qualunque cosa si faccia, a cominciare dalla vicenda Englaro, non si capisce quale sia il messaggio del Pd”.
Molto critico anche Arturo Parisi che spiega come, a suo parere, la strada da percorrere sia quella delle primarie subito e definisce le dimissioni di Veltroni “tardive e intempestive”, anche se ammonisce: “Non si torna indietro”. Critico anche sul metodo, perché “ancora una volta l’assemblea convocata per sabato era chiamata a ratificare, immagino con un applauso, una decisione che era stata già presa in qualche luogo perduto”. E invece: “Assieme a chi pensa che si debba andare avanti” ha aggiunto Parisi “ci batteremo perché la parola ritorni ai nostri elettori attraverso le primarie. Pronto a battersi il prodiano sardo perché il nuovo leader del Pd sia eletto subito attraverso le primarie. Ma se l’Assemblea nazionale di sabato essere chiamata a eleggere il segretario, allora l’ex ministro della Difesa annuncia la sua candidatura “a nome dell’Ulivo”.
Anche Enrico Letta non risparmia critiche allo statuto che è “barocco e schizofrenico” perchè “indica un percorso talmente contorto per fare un congresso che durerebbe mesi”. Quindi, si andrà verso un reggente? “Temo di sì per via del fatto che ci vogliono tre mesi per fare un congresso. Io sono tra quelli che andrà a studiare meglio tutte queste cose per capire se effettivamente è così. Se è così, andiamo alle europee con Franceschini e facciamo il congresso subito dopo le europee”. Letta, ospite di Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, non esclude la sua candidatura: “Ma non è questo il momento. Se decidiamo, il congresso si farà dopo le europee e le candidature si esprimeranno dopo le europee. Adesso va rifondato il centrosinistra”. Ripartendo, conclude il ministro ombra del Welfare: “dall’alleanza con l’Udc”.
Intanto sulla crisi del Pd interviene anche il presidente del Consiglio Berlusconi, che dice di non essere preoccupato da quanto sta accadendo nelle file democratiche e dunque dall’eventualità dell’assenza di un’opposizione strutturata. Rispondendo a una domanda in tal senso dei giornalisti a margine dell’incontro con il premier britannico Gordon Brown, Berlusconi ha detto: “No, ormai è una abitudine. Sono quindici anni che sono in politica. Mi sono confrontato con sette leader diversi che poi sono andati a casa. Arriverà l’ottavo e credo non vorrà tradire la regola della sinistra”.
Pd nel caos dopo l’addio di Veltroni. Per la nuova leadership chi scegliereste?