di Stefano Brusadelli
Il riformismo non è solo davanti a noi. È anche alle nostre spalle. Sono 150 anni di storia e di emancipazione, durante la quale tutte le culture che oggi stanno nel Pd, la comunista, la socialista, la cattolica, hanno saputo migliorare la società prendendo le difese dei subalterni, degli ultimi. E oggi ai giovani noi dobbiamo offrire un solco, una narrazione che faccia loro capire come noi vogliamo l’innovazione, certo, ma difendendo valori antichi».
La sfida al nuovismo veltroniano, all’italoobamismo nel quale il rosso dovrebbe sciogliersi nell’iride democratica, parte dall’Emilia padana, dove invece il rosso non vuole saperne di annacquarsi troppo. Mittente: Pier Luigi Bersani, piacentino, 57 anni, ex ministro, portabandiera dell’anima più riformista della sinistra. Nell’ottobre del 2007, pressato dalla ragion di partito, rinunciò a sfidare Walter Veltroni alle primarie per la guida del Pd. Stavolta, come anticipa in questo colloquio con Panorama, non è più disposto a fermarsi.
Il profilo del Pd che ha in mente, e che qui delinea con chiarezza, è assai diverso da quello veltroniano. «Ho delle idee» dice «e intendo proporle. Quanto alle forme» aggiunge con doverosa concessione al senso di opportunità che in una vigilia elettorale vieta assalti alla segreteria «le vedremo. Non è oggi il tempo delle candidature, oggi bisogna piuttosto rimotivare il partito». Sebbene, risulta a Panorama, l’annuncio che dopo il voto di giugno sarà comunque in campo una piattaforma Bersani sia già stato dato a Veltroni dal diretto interessato, in un incontro avvenuto alcuni giorni fa.
L’ ipotesi al momento più realistica, legata a un risultato deludente ma non disastroso del Pd alle europee (tra il 29 e il 32 per cento), è che al congresso previsto per l’ottobre 2009 si presentino tre candidature forti: Veltroni, Bersani ed Enrico Letta. In caso di crollo sotto il 29-28 per cento lo scenario è invece imprevedibile e non si può escludere un’immediata scissione dell’ala centrista. La mappa delle alleanze vede oggi con Veltroni la componente ex dc di Dario Franceschini e Giuseppe Fioroni, oltre a Piero Fassino; Letta, che si candiderà in coerenza con la battaglia già fatta alle primarie 2007, interpreterà l’anima più liberal, potendo però anche contare su molte simpatie nella Cisl; a sostegno di Bersani si dovrebbero schierare i dalemiani. Restano un’incognita le posizioni dei prodiani e di Franco Marini. Il segretario, come prevede lo statuto, sarà scelto non nel congresso (per la precisione ribattezzato convenzione), ma nelle successive primarie aperte a tutti i simpatizzanti del Pd, e alle quali saranno ammessi i tre candidati più votati dai congressisti e comunque tutti quelli che avranno superato il 15 per cento.
Questo meccanismo plebiscitario (che è alla base della legittimazione di Veltroni ma anche dei malumori di quadri e tesserati) è il primo bersaglio del piccone bersaniano. «Il partito» dice il ministro ombra dell’economia «è un’associazione di volontari della politica dove la sovranità è degli aderenti, i quali in determinate circostanze possono cederla agli elettori. Ma senza prescindere dalle loro responsabilità. Prima di tutto vengono la discussione e il pronunciamento degli aderenti. Se no il partito si riduce a un regolamento».
Pensando alla moda delle primarie a macchia di leopardo (qualcuno le fa, qualcuno no) Bersani è severo e intende essere ancora più preciso: «Il modello all’americana va bene per eleggere il segretario, almeno per ora, ma non può sottrarre al partito il dovere di discutere le forme e i meccanismi della partecipazione, né quello di selezionare le candidature».
In vista dell’appuntamento del congresso (e ancor prima della conferenza programmatica del 17-19 aprile), Bersani sta organizzando una sua kermesse, per metà marzo a Pisa. Servirà per definire meglio la piattaforma della candidatura, e anche per lucidare un po’ d’argenteria. Il titolo è già scelto: «Manifutura», un gioco di parole per richiamare (ottimisticamente) la vocazione manifatturiera dell’economia italiana, da coniugare con ricerca e innovazione. Previste presenze al top: Giulio Tremonti, Claudio Scajola, Sergio Marchionne, Emma Marcegaglia, Franco Bernabè, Roberto Colaninno, Tito Boeri, Salvatore Settis.
Quel che però servirà, quando si arriverà alla conta nelle primarie, più che i prestigiosi testimonial saranno i voti; e il candidato in pectore si sta attrezzando. L’Emilia dovrebbe già essere in cassaforte, sebbene gli emiliani storicamente non si siano mai voluti riconoscere in un’unica leadership, come le fallite scalate alla segreteria del Pci di Luciano Lama e Renato Zangheri raccontano. Nel Nord Bersani può annoverare tra gli estimatori il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, i segretari del Pd lombardo, Maurizio Martina, veneto, Paolo Giaretta, e ligure, Mario Tullo. Quanto al Sud, se l’alleanza con i dalemiani regge provvederanno loro, che da quelle parti sono fortissimi.
Poi c’è la Cgil, che con 5,5 milioni di iscritti è la più potente macchina organizzativa della sinistra. Non è un caso se dopo la firma del nuovo modello contrattuale nazionale rifiutato dalla Cgil sia D’Alema sia Bersani si sono subito schierati dalla parte di Guglielmo Epifani, mettendo da parte vecchie riserve sugli atteggiamenti spesso conservatori della confederazione. Ai rapporti di recente rinsaldati con Gianni Rinaldini (il capo della Fiom) e Carlo Podda (funzione pubblica) Bersani può affiancare collaudate intese con autorevoli sindacalisti riformisti come Agostino Megale e Nicoletta Rocchi, e più di sinistra come Paolo Nerozzi, ora senatore pd. Persino Epifani, oggi in rotta di collisione con Veltroni, potrebbe alla fine considerare l’ex ministro emiliano come il minore dei mali.
Con un po’ di semplificazione, quello che propone Bersani è un partito più tradizionale nel funzionamento e più socialdemocratico nel programma, ma con un migliore amalgama tra socialisti, cattolici e liberali. «Il Pd» dice a Panorama «deve saper mettere in campo una grande capacità di innovazione, ma continuando a pronunciare parole antiche: sinistra, popolarismo, cattolicesimo democratico». Su una collocazione del Pd nel Pse sembrano esserci pochi dubbi.
È liquidata anche l’autosufficienza veltroniana, sostituita dall’idea di un’alleanza potenzialmente estesa da Rifondazione all’Udc: «La vocazione maggioritaria significa percepire che il nostro partito ha il massimo di responsabilità nell’organizzare il grande campo del centro-sinistra. In questa fase occorre tenere aperta la nostra capacità di rapporto, di dialogo e di alleanza nelle più diverse direzioni. Alla nostra destra come alla nostra sinistra». Capito, Walter?
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Alessia Mosca
Squadra snella, giovane e, alla faccia delle quote, soprattutto rosa: con 9 donne e 8 uomini. Tutti d’accordo nel definire la segreteria scelta da Walter Veltroni per il nuovo Pd.
Ma all’ombra della chioccia Anna Finocchiaro (navigata capogruppo dei democrats al Senato), sono due le giovani stelle, in ascesa, nella galassia veltroniana.
Una è Federica Mogherini, 34 anni, romana, nel consiglio nazionale dei Ds da quando ne ha 28. Con una laurea in Scienze politiche e una tesi sul rapporto tra religione e politica nell’Islam, Mogherini si è interessata di Iraq, Afghanistan, Medio Oriente. Poi è diventata il ponte dell’ex segretario Fassino con il Pse e, per Veltroni, con i Democratici americani. L’altra è la monzese Alessia Mosca, trentadue anni, laurea in Filosofia e studi all’estero, membro della segreteria tecnica del Sottosegretario Enrico Letta, ricercatrice di Arel, Agenzia di Ricerche e Legislazione e con un curriculum da studiosa (soprattutto lontano dall’Italia) lungo così.
I due volti nuovi del gotha democratico hanno accettato di raccontarsi a Panorama.it in questa intervista. Doppia.
Lei si sente una “bambocciona”?
Mosca: Quella di Padoa Schioppa è stata una caduta di stile. Ma il concetto è giusto. Io ho iniziato a vivere da sola presto, a 23 anni. Quindi, non sento di rientrare in questa categoria. Tuttavia, uscire di casa è oggi un’oggettiva difficoltà per troppi giovani. Bisogna fare in modo che ci sia vera possibilità di scelta. Quando questa ci sarà, allora chi resterà in casa sarà davvero un bamboccione, perché non avrà scusanti.
Mogherini: Di “bamboccioni” non ne conosco. E se qualche mio coetaneo sta ancora a casa con i genitori è perché non ce la fa a pagarsi un affitto, o perché con un contratto a progetto le banche non ti danno un mutuo. A me poi hanno insegnato che l’autonomia è un valore: sono tra quelli che a 18 anni hanno lavorato da Mc Donald’s a Londra per studiare l’inglese; a 19 ho iniziato a vivere da sola, e a 34 ho lavoro, casa (col mutuo) e famiglia. Ma so bene che questo è stato possibile perché ho avuto una famiglia alle spalle che ha potuto sostenermi ed aiutarmi.
Quanto guadagna al mese?
Mosca: Intorno ai duemila euro.
Mogherini: 1.600 euro.
L’accordo sul welfare non ha tutelato solo la generazione dei padri mettendo in difficoltà i più giovani?
Mosca: Nient’affatto. Considero l’accordo del 23 luglio un traguardo straordinario. È forse la prima volta che su questi temi si fa un passo in avanti di tale portata. Penso alla totalizzazione dei contributi o al riscatto della laurea. Certo, tutto è perfettibile. Credo in generale che in questo Paese la voce dei giovani debba essere ascoltata di più. Occorre dare loro spazio reale. È questa la vera sfida. Sarà anche una mia responsabilità riuscire a far sì che i giovani si facciano ascoltare.
Mogherini: A me pare un buon accordo, che anzi introduce novità importanti per i più giovani. Il punto non è tutelare più una generazione o l’altra, ma capire che la società non è più quella del secolo scorso, i tempi e i modi di vita delle persone (dei più anziani e dei più giovani) sono cambiati, ed è necessario che cambi anche il sistema di protezione sociale.
Perché si è messa il lista con Letta e non con Veltroni?
Mosca: L’ho scelto tanti anni fa. In tempi non sospetti. Mi piace il suo approccio, senza posizioni di tipo ideologico. Credo che sia un uomo politico con risposte nuove. Sono ammirata dal suo essere persona seria e competente. Capace di affiancare una grande capacità politica ad un’alta competenza tecnica. E quando si è candidato alla segreteria del Pd non ho avuto dubbi. Rispecchia il suo modo di essere e cerca di affrontare i temi all’ordine del giorno con una mente aperta rispetto ad alcune rigidità che la politica italiana ha avuto per tanto tempo.
Scelta facile la sua, sul carro di Veltroni la vittoria era scontata.
Mogherini: Mi è sembrato naturale che fosse Veltroni il primo segretario del Pd: per l’entusiasmo che ha sempre provato per questo progetto, per la capacità di trasmettere questa energia, di arrivare a chi si sente deluso o distante dalla politica. E per il coraggio di compiere scelte poco ortodosse, di innovare, “spiazzare”. Ma di certo non è stata una scelta “contro” gli altri concorrenti: se oggi siamo nello stesso partito non è per caso.

Federica Mogherini
Dopo l’incarico europeo in Birmania, Piero Fassino vorrebbe occuparsi di politica internazionale nel Pd. Da membro della segreteria, che tra l’altro si occuperà di politica estera, ne diventerà la diretta superiore?
Mogherini: Non sono la “diretta superiore” di nessuno, tanto meno di Fassino. Se la domanda è come mi sento ad essere nell’esecutivo, la risposta è “benissimo”. Sono emozionata, felice, un po’ spaventata dall’enorme carico di lavoro che ci aspetta, e pienamente consapevole di quanta responsabilità questo ruolo comporti. Conoscendo molti degli altri membri dell’esecutivo sono sicura che lavoreremo bene insieme.
Dove si vede tra 5 anni. E con quale ruolo nell’establishment politico italiano?
Mosca (a cui Veltroni ha affidato l’area del lavoro, ndr): Non lo so
Mogherini (neo responsabile dell’area sulle istituzioni, ndr): Non ne ho idea, 5 anni sono un’eternità nella vita di una persona, ed anche nella politica italiana. Comunque mi immagino in politica, nel Pd.
Come si sta da giovani in un Pd costretto a navigare a vista tra l’opposizione di centrodestra e la sinistra radicale che fa le bizze?
Mosca: Guardando avanti.
Mogherini: Mi pare che sia l’opposizione, più che il Pd, a navigare a vista. Non riescono ad andare oltre l’invocazione della spallata, che si rimanda di settimana in settimana… Progettualità: zero! Sinceramente, “da giovane” mi sentirei piuttosto a disagio se fossi di centrodestra. Con il Pd, invece, mi pare che abbiamo cominciato al meglio, con forti segnali di innovazione e cambiamento, e credo che il governo ne trarrà beneficio.
Mogherini, lei non è una novizia. Mangia pane e politica estera fin da ragazzina. È questo il nuovo che avanza nel Pd?
Mogherini: La mia vita è quella di una donna di 34 anni, ed è certamente diversa da quella della maggior parte degli uomini politici di 70: prendo l’autobus, faccio la spesa, accompagno mia figlia a scuola… La vita che fai determina, almeno in parte, il tuo sguardo sulle cose. Dopodiché, per fare qualsiasi lavoro è necessario avere competenza e professionalità, ed io credo che la politica non faccia eccezione. Poi, lo stesso lavoro lo si può fare in maniera più o meno innovativa, ed a volte su questo l’età aiuta…
Mosca, con quella brillante carriera da prima della classe, potrebbe essere definita una tecnocrate. È questo il nuovo che avanza nel Pd?
Una delle sfide della politica e del Pd è superare la divisione tra tecnici e politici perché la politica deve essere fatta e vissuta da tutti e tutti devono dare alla politica il proprio contributo in base a ciò che sanno fare.
Ricorda il detto morettiano: “Dì qualcosa di sinistra”? Ci dice qualcosa di giovane?
Mosca: Perché quello che ho detto finora non è giovane?
Mogherini: E perché dovrei…?! A 16 anni sei giovane, a 34 i ragazzini ti danno del lei…
Ultimo film visto?
Mosca: Giorni e nuvole di Silvio Soldini
Mogherini: Purtroppo da quando è nata mia figlia vado al cinema molto meno di prima. Credo l’ultimo sia stato al cinema Saturno Contro, a casa La ricerca della felicità.
Un libro che consiglia ai giovani?
Mosca: Il gattopardo. Perché vorrei che l’Italia non fosse così.
Mogherini: I miei consigli sui libri in genere sono “personalizzati”, mi riesce difficile consigliare un libro “ai giovani”. Ognuno ha i suoi interessi, i suoi gusti, che è giusto assecondare. L’importante è avere il piacere di leggere.
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Tutte le donne del presidente. Anzi del segretario. Walter Veltroni ha nominato l’esecutivo del Partito Democratico. Si tratta di una squadra snella, giovane e soprattutto rosa: con 9 donne e 8 uomini. Alla faccia delle quote. A questa segreteria, composta di 17 persone, si aggiungono i due presidenti dei gruppi parlamentari (Anna Finocchiaro al Senato e quello della Camera ancora da nominare) e il vice segretario, Dario Franceschini.
Guardando con i vecchi schemi, quelli a cui Veltroni ha detto di non voler prestare attenzione, ci sono quelli vicini al leader come Goffredo Bettini e Giorgio Tonini, ci sono i diessini (da Andrea Orlando a Roberta Pinotti, da Rosa Villecco Calipari a Laura Pennacchi), ci sono i coraggiosi rutelliani (Ermete Realacci, Maria Paola Merloni e Roberto Della Seta), ci sono i popolari come Lapo Pistelli, il fioroniano Andrea Causin e la sindacalista della Cisl, Annamaria Parente. Ma ci sono pure quelli vicini a Rosy Bindi ed Enrico Letta che sono i due sconfitti del 14 ottobre (Maria Grazia Guida e Alessia Mosca). C’è poi il coupe de théatre alla Walter: lo sceneggiatore Vincenzo Cerami.
Oggi dovrebbero arrivare anche le nomine di Piero Fassino per l’ufficio delle relazioni internazionali del Pd e del giovane Vinicio Peluffo e Antonello Giacomelli come capi della segretaria politica, rispettivamente di Veltroni e Franceschini.
“Con la nomina dell’Esecutivo” ha detto Veltroni “inizia il cammino di una compagine di donne e uomini innovativa, fresca, aperta, autorevole che avrà il compito di interpretare al meglio la grande forza riformista che il Partito democratico vuole e deve rappresentare. Per la prima volta nella storia della politica italiana, le donne sono presenti in un organismo dirigente in numero superiore a quello degli uomini. Con questa decisione non solo rispettiamo quanto previsto da una innovativa norma del regolamento delle Primarie, che prevedeva la piena parità tra i generi nella Costituente e nelle liste, ma con una scelta particolarmente significativa diamo vita ad un esecutivo in cui la presenza femminile è maggiore di quella maschile”.
Uno dei membri più influenti della nuova segreteria, Ermete Realacci, spiega a Panorama.it: “Mi pare che Veltroni abbia rispettato in pieno le aspettative. È confermata la priorità sui temi ambientali, che sono in tutto il mondo il tracciante delle leadership che guardano al futuro. Vedo” ha chiosato Realacci “una squadra con alcuni elementi innovativi forti e molti uomini e donne che non avevano incarichi di rilievo nei rispettivi partiti”. Quindi il presidente della commissione Ambiente della Camera, lancia una rassicurazione ai vecchi apparati: “Lavoreremo concretamente assieme alla direzione che verrà nominata: nella quale ci saranno le personalità più note dei partiti d’origine”.

La segreteria non avrà ruoli ben precisi, almeno al momento. Un’ipotesi confermata da Realacci: “Non abbiamo incarichi di settore dentro l’esecutivo. E per quello che mi riguarda, ovviamente, continuerò ad occuparmi dei temi che ho sempre sviluppato: dall’ambiente, al patriottismo dolce fino alla soft economy”.
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Il VIDEO del La7 con Crozza-Veltroni: