Archivio per il tag “Senato”

Schifani, un aut aut per tre: maggioranza, Fini e Quirinale. “Compatti o si torna alle urne”

Renato Schifani, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi

Renato Schifani, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi

Il dado è davvero tratto? Presto si tornerà di nuovo alle urne?
Stando alle fibrillazioni delle ultime ore, l’ipotesi non appare peregrina.
Nel pomeriggio di martedì 17, l’aut aut di Silvio Berlusconi a Gianfranco Fini è diventato se non ufficiale, molto istituzionale.
A consegnarlo al presidente di Montecitorio è la seconda carica dello Stato in persona: Renato Schifani. Tuffatosi nel dibattito, tutto interno alla maggioranza, (che ormai dura da settimane), mette nero su bianco quello che in molti, nel Pdl, sussurrano da tempo: “Se la maggioranza non dimostra compattezza, si torna alle urne“. Continua

Onorevoli fatiche: in Aula meno che in classe, 13 ore settimana

Pierferdinando Casini, quando era presidente della Camera

Pierferdinando Casini, quando era presidente della Camera

Dando un’occhiata alle ore mediamente lavorate dai parlamentari italiani (che stanno seduti in Aula circa la metà del tempo che un liceale passa sui banchi di scuola: 13 ore alla settimana, dieci al Senato e diciassette alla Camera), davvero difficile non dare ragione al leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. Continua

Rivolta sul taglia-autovelox. I sindaci fanno lobby in Parlamento

Un autovelex a Roma

MULTIMEDIA: Giro di vite sulla sicurezza stradale
Inserite fra le pieghe del pacchetto sicurezza, le nuove norme del Codice della strada rischiano di fare una vittima illustre: i comuni. Entrato in vigore l’8 agosto, il decreto dovrebbe diventare legge a settembre, quando il Senato potrebbe licenziare il testo già approvato alla Camera.

Le novità sono tante, ma a preoccupare gran parte dei sindaci è la norma taglia-autovelox. Secondo il nuovo codice, ora le amministrazioni comunali devono riversare i proventi delle multe ad Anas e province. Che a loro volta sono obbligate a spenderli per garantire una migliore sicurezza stradale.
Fine degli affari d’oro, dunque: i comuni, con i proventi, hanno finora risanato i bilanci invece di reinvestire appunto in sicurezza.

Eclatante il caso di Offida (Ascoli Piceno): installato un autovelox, ha iscritto a bilancio preventivo 183 mila euro. Ma la pacchia rischia di finire per tutti: nel 2007 (ultimo dato disponibile) gli accertamenti hanno raggiunto la cifra record di 1 miliardo 643 milioni di euro. Non è però detta l’ultima parola.

I primi cittadini puntano a modificare il decreto e sono pronti a fare lobby attraverso l’Anci, l’associazione che li raccoglie, e i parlamentari-sindaci, una trentina. Puntano a raggiungere almeno il 50-50, cioè a far restare metà dei proventi ai comuni.
E poi perché prendersi gli improperi dei cittadini quando l’incasso finisce ad altri? La minaccia, per ora velata, è quella di rimuovere gli autovelox comunali. La pacchia, a quel punto, sarebbe tutta degli automobilisti indisciplinati o incoscienti.

Sicurezza stradale, arriva la stretta. Zero alcol per i neopatentati

Giro di vite sulla sicurezza stradale

La GALLERY: le principali novità del nuovo codice della strada

- Divieto assoluto di assumere alcol per neopatentati e autisti di professione
- Insegnamento obbligatorio dell’educazione stradale nelle scuole
- Foglio rosa a 17 anni
- Introduzione del narco-test sulle strade
- Limite di velocità a 150 Km/h su alcuni tratti autostradali
- Divieto per gli enti locali di far uso di autovelox se non di loro proprietà

Queste le principali novità del codice approvato e licenziato dalla commissione Trasporti della Camera in materia di sicurezza in strada.
Il testo, approvato in sede legislativa, passerà ora direttamente al Senato e per poter entrare in vigore entro la fine del mese, cioè prima del grande esodo estivo, anche a Palazzo Madama verrà esaminato ed emanato tramite il lavoro della Commissione Trasporti.

La GALLERY: le principali novità del nuovo codice della strada

Ma Grillo vuole rilanciare il Pd o il suo 740?

Le dichiarazioni dei redditi di Beppe Grillo dal 2000 al 200
Da quando Beppe Grillo ha inaugurato il suo blog (gennaio 2005) e si occupa di politica il diagramma del suo reddito è andato costantemente in salita (vedere la foto qui sopra). Infatti i suoi comizi (le serate del tour) sono a pagamento, come video e libri annessi. Dunque l’antipolitica fa bene alla popolarità e alle tasche dell’ex comico.
Ma ultimamente l’aria era cambiata. Sul blog i commenti al post del giorno stavano pericolosamente diminuendo (il 10 luglio sono stati poco meno di 700, 50 in più il giorno dopo: numeri lontanissimi dalla media di qualche mese fa) e anche i meet-up, i circoli dei grillini avevano un saldo negativo (oltre 500 nel 2008, 434 il 15 luglio 2009).
Come uscire da questa impasse e riprendere a fare crescere celebrità e fatturato? La risposta è semplice: il 12 luglio arriva l’autocandidatura a segretario del Pd (il partito ha rifiutato la sua iscrizione) e l’annuncio, sul sito, scatena l’entusiasmo del popolo grillino in letargo, raccogliendo quasi 5.700 commenti. Un’onda che non si arresta nei giorni successivi. Grillo, per restituire grinta alle sue truppe, gira il coltello nella piaga di un Pd in crisi di leadership. Assicura di essere l’unico candidato con un programma: “Io che sono un comico”.
E riconquista i titoli di testa di tv e giornali, una condizione indispensabile per i buoni affari della sua holding. Anche dietro l’ultimo colpo di scena, assicurano i bene informati, c’è la testa riccioluta di Gianroberto Casaleggio, spin doctor di Grillo, grande esperto di rete e inventore del fenomeno internettiano dell’ex comico. Nel 2008 per la rivista americana Forbes Grillo era la settima web-celebrity del pianeta, per Time il suo sito era il venticinquesimo più cliccato di internet e secondo il quotidiano inglese Observer l’uomo era tra i 50 blogger più influenti del pianeta. Technocrati, il sito che calcola autorevolezza e popolarità dei diari online in tempo reale, ultimamente aveva dato un giudizio meno entusiasmante: il blog è, all’incirca, il sessantacinquesimo più cliccato e traccheggia intorno alla millecinquecentesima posizione per “autorevolezza “.
Probabilmente Casaleggio si era accorto di questo calo di consensi ed è corso ai ripari. Si sa che, nel magico mondo di Grillo, il numero dei fan è direttamente proporzionale agli incassi degli spettacoli e del merchandising. Anche se il suo manager, Davide Marangoni, preferisce non diffondere dati ufficiali, la verità è che i fasti del tour Reset, quello del 2007, l’anno del Vaffa day (8 settembre) e dei 200 mila in piazza Maggiore a Bologna, sembrano irripetibili. Nel 2007 per 98 show sono stati staccati 318.972 biglietti (dati dell’Osservatorio sullo spettacolo della Siae), oltre 3 mila a spettacolo. Un trionfo che ha fatto schizzare il suo modello unico a 5.071.196 euro di reddito imponibile, di cui 4.673.478 derivanti dalle sue attività artistiche. Un risultato decisamente superiore a quello del 2006, quando girò l’Italia con lo spettacolo Incantesimi e dichiarò 4.388.367 euro (3.531.868 alla voce “arti e professioni”).

Ma Reset ha strabattuto pure l’ultimo tour, Delirio (qui un assaggio, in VIDEO di 10 min.), che aveva in agenda 58 date e che ha attirato nei primi 36 appuntamenti (sino a dicembre) 98.104 paganti (circa 2.700 di media). Un ottimo risultato, ma pur sempre una flessione. Basti un esempio: Grillo ha chiuso la tournée a marzo, nella sua città, Genova: un solo show, al Vaillant Palace (5 mila spettatori).
L’anno prima, con Reset, aveva riempito per due serate il Palasport (9 mila posti). Ma quelli erano i giorni dei V-day e quella di Grillo sembrava una marea montante. In quel periodo pareva che le liste civiche a “cinque stelle”, quelle che avevano ottenuto il suo imprimatur, dovessero fare incetta di scranni. Quasi 2 anni dopo l’esercito degli amministratori grillini è decisamente più sparuto del previsto: una quarantina consiglieri in circa 35 comuni. Probabilmente la gente dopo il secondo Vaffa day di Torino del 25 aprile 2008 ha iniziato ad assuefarsi un po’ al grillismo e alle sue provocazioni. Ma il masaniello genovese non sopporta il cono d’ombra. Per questo non si è perso d’animo e ha cercato di rimediare con performance sempre più contestate. Per esempio si è esibito in uno sproloquio televisivo lungo 20 minuti su La 7 costringendo la conduttrice, Ilaria D’Amico, a scusarsi con il pubblico.
Nel suo spettacolo Delirio, oltre ai soliti prodotti, come il libro digitale di una nota casa informatica o la palla ecologica per lavare i panni, ha iniziato a promuovere, in polemica con la campagna governativa contro la prostituzione di strada e in nome della libertà sessuale, anche siti hard come www.youporn.com.
Sul palco Grillo mostrava come navigarci, magari inviando propri video, senza preoccuparsi dell’imbarazzo del pubblico più anziano o delle signore. Non è chiaro se Grillo inserirà la pornocrociata nel suo programma di aspirante segretario pd. Non pago, l’11 giugno scorso ha cercato di attirare l’attenzione con uno show in commissione Affari costituzionali del Senato, dove ha dichiarato che in Parlamento ci sono “vecchi, antistorici e qualche zoccola”.
Volgarità in serie che non sono bastate a raddrizzare l’audience. Sino al colpo di scena del 12 luglio. Ora bisogna vedere se la segreteria del Pd è davvero il suo obiettivo o se è solo l’ennesima boutade per ottenere visibilità e prime pagine. Infatti in politica sino a oggi Grillo ha ondeggiato tra l’Italia dei valori e le sue liste civiche.
A Bologna, per esempio, durante la campagna elettorale per le ultime elezioni europee ha dovuto lasciare lontano dal palco i dipietristi Sonia Alfano e Luigi De Magistris, perché i ragazzi del Meetup e della Lista civica hanno preteso che non ci fossero commistioni con l’Idv. Anche perché nel programma dei grillini non sono ammessi gli inceneritori, accettati, invece, dal partito dell’ex pm. Per questi motivi i comitati Rifiuti zero hanno scritto a Grillo una lettera aperta di protesta (”Cosa c’azzecca con te quel Di Pietro?”) che al momento resta senza risposta. Non basta.
Christian Abbondanza, genovese, fondatore della Casa della legalità, associazione impegnata nella lotta alla mafia, ex collaboratore del blog e di diversi meet-up, solleva dubbi anche sulla carta di Firenze, praticamente il programma di governo delle liste civiche a “cinque stelle”: “Dobbiamo ancora capire perché tra i punti fondamentali non ci sia la questione dei controlli di legalità, trasparenza e correttezza delle amministrazioni pubbliche. Forse quell’argomento è stato dato in appalto a Di Pietro”.
Anche perché sono in molti a sospettare che, mentre all’ex pm interessano i voti veri, Beppe Grillo sia più attratto dai guadagni.

Le passate batoste di Grillo e l’attuale irritazione del Pd. Una guerra che dura da mesi

grillo

La domanda, come diceva il sig. Mi manda Raitre, Antonio Lubrano, nasce spontanea: può entrare a far parte della schiera Democrats uno (cioè Grillo) che considera il Pd uguale (se non fosse per una elle) al Pdl, a sottolineare che al governo e all’opposizione i “chierichetti che cantano la stessa messa”?
Può uno (sempre Grillo) mettersi alla guida di compagni che con elevata vis polemica dipinge (sul blog, nelle piazze, nei suoi spettacoli e, come si suol dire, “in tempi non sospetti”, cioè molto tempo prima di annunciare l’Opa sul Pd) come macchiette da avanspettacolo?
Ripercorriamo le definizioni. Tipo: Walter Veltroni, alias “Walterloo: è stato il migliore alleato del Pdl. Se fossi Berlusconi lo farei vicepresidente del Consiglio”. E ancora: “Topo Gigio dice che vuole ritornare allo spirito del Lingotto. È come se Napoleone volesse ritornare a Waterloo”. Ma ce n’è per tutti: per Romano Valium Prodi, per Carlo De Benedetti “il termodistruttore dell’Olivetti, il più grande squalo della finanza italiana del dopoguerra”, per Napolitano “Morfeo”, Massimo Volpe-nel-deserto D’Alema “servo del padrone di Arcore”, e poi Dario Boccon-del-prete Franceschini, senza contare il temibile Bersanetor, lo sterminatore dei tassisti. Qaulcuno si salva dalla furia grillina? Neanche tra i volti nuovi? Macché: il nuovo sindaco di Firenze è “l’ebetino Rienzi, paladino degli inceneritori”.

Si dira: ma Grillo è un blogger, un comico. E, si sa, la satira è per antonomasia contro i potenti (di destra e di sinistra, di maggioranza e opposizione). Giusto. Tanto è vero che, in modo saggio e discreto, l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi su La Stampa commentava così la scelta di Grillo: ha “una professionalità nel campo della satira, ma non credo possa svolgere una funzione positiva e utile sul terreno squisitamente politico”. Di non essere “adatto”, anzi di non esere pazzo (a mettersi a fare politica), lo aveva ammesso lui stesson un’intervista alla Stampa: “Obama corre, corra anche lei. Altrimenti è troppo facile”, chiede il giornalista. Risposta: “Ma non saprei come gestirmi! Io non sono un politico… lo potrei fare solo se - ride - facessi una piccola dittatura, se mi dessero la possibilità di usare uno stadio per metterci dentro le 80-100mila persone che stanno facendo del male all’Italia”. Era il 26 gennaio 2009. Concetto ribadito sul blog, il 17 febbraio 2009: “Essere candidati dal PDmenoelle equivale a un suicidio politico, a un bacio della morte”.
E invece… alcuni mesi dopo, domenica 12 luglio il comico genovese ha deciso di candidarsi alle primarie del Pd. E quei giudizi mica li ha ritrattati. Anzi, ha costellato il suo annuncio di parole tutte contro il partito e la sua dirigenza. E così politici, e non solo quelli del centrodestra, e commentatori del Transatlantico sono in buona parte concordi su una battuta per sintetizzare l’affaire Beppe Grillo vs Partito Democratico: per tutti il Pd conferma a pieno la legge di Murphy: “Se qualcosa può andar male, lo farà”.

A inquietare la truppa democratica c’è poi il programma che Grillo verga sul suo blog il 12 luglio: “Sarà quello dei Comuni a Cinque Stelle a livello nazionale la restituzione della dignità alla Repubblica con l’applicazione delle leggi popolari di Parlamento Pulito e un’informazione libera con il ritiro delle concessioni televisive di Stato ad ogni soggetto politico, a partire da Silvio Berlusconi. Temi troppo duri per le delicate orecchie di un Rutelli e di un Chiamparino. Ci sono milioni di elettori del PDmenoelle che vorrebbero avere un PDcinquestelle. Con questo apparato affaristico e venduto non hanno alcuna speranza. Il PDmenoelle” conclude “è l’assicurazione sulla vita di Berlusconi, è arrivato il momento di non rinnovare più la polizza”.

Il giorno dopo, lunedì 13, Grillo annuncia di aver pagato la quota nella sezione di Arzachena. E che se “troveranno un comma per non farmi iscrivere ne pagheranno le conseguenze”. Il comma arriva. Disco rosso. Grillo non viene iscritto al partito. E lui, difeso dal leader Idv, Antonio Di Pietro – che il Pd vede come il mandante della candidatura del comico genovese – spara l’ennesima dichiarazione anti-pd sul suo blog: “La commissione di Garanzia del PD mi ha lanciato una fatwa: “Non è possibile la registrazione di Beppe Grillo nell’anagrafe del Pd poiché egli ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al PD. La delibera verrà resa nota sul sito nei prossimi giorni”.
In una sola frase hanno ammesso che: 1. esiste un movimento politico popolare; 2. tale movimento è “ostile” al PD; 3. se un cittadino può iscriversi o meno al PD (dove D sta per Democratico) lo decide una fantomatica commissione di Garanzia, non lo Statuto. Il “Movimento Politico Ostile” è ostile forse perché il suo programma è alternativo a quello del PDL? Mentre quello del PD è invece uguale a quello del PDL?

È il 16 luglio quando, intervistato da Gian Antonio Stella, su Il Corriere della Sera ha detto del partito che vuole guidare. “Non ho mai votato il Pd, ho votato per Di Pietro” e si candida perché “il Pd è il secondo partito del Paese. Ma è guidato da fossili che non danno risposte su niente. Vogliono l’acqua pubblica o quella privatizzata? La raccolta differenziata o gli inceneritori? Il nucleare o l’energia rinnovabile? Rispondano. Io mi rivolgo ai giovani che sono dentro il Pd. Sono loro che devono impossessarsi del partito”.
In realtà qualcuno che non ha messo il veto alla corsa di Grillo, tra i democratici, c’è stato: Ignazio Marino e Mario Adinolfi. Il cardiochiururgo non gli ha chiuso la porta: “Non conosco personalmente Beppe Grillo ma credo che in un Pd che sia un partito aperto, qualunque persona può con serietà prendere la tessera, raccogliere firme, scrivere un programma non su facce o correnti, ma sulle idee e se ha serie intenzioni di dare un contributo chiaro al dibattito sull’identità del partito, non può essere escluso a priori”.
Mentre per il blogger Adinolfi “Grillo è stato inurbano, ma la decisione di negargli la tessera è sbagliata”. E sulle motivazioni del no dice: “Si nega a Grillo la tessera perché ha presentato delle liste civiche. Una cosa che fa sorridere: visto che autorevolissimi esponenti come Marco Follini facevano i vicepresidenti del Consiglio di Berlusconi e non abbiamo avuto difficoltà ad accoglierli ai massimi livelli della dirigenza. Il paradosso è che in un partito normale la richiesta di un comico avrebbe preoccupato gli outsider, quelli come me, destinati a essere oscurati da un outsider più forte di loro. Nel Pd invece preoccupa i candidati potenzialmente più forti. Evidentemente hanno i piedi d’argilla”.

Questa è la storia di Grillo e della sua tentata conqista del Pd, nell’ultima settimana. Quindi, ritorna il quesito iniziale: invitereste a casa vostra un tale che di voi e della vostra famiglia ha detto peste e corna? Accetereste di buon grado che lo stesso tale, accusandovi di non avere un metodo educativo dei vostri figli, decida lui per voi come crescerli? Tradotto, fuor di metafora: date queste condizioni, è giusto o sbagliato che i democrats abbiano negato iscrizione e partecipazione alle primarie a Beppe Grillo?

LEGGI ANCHE: Ma Grillo vuole rilanciare il Pd o il suo 740?

Il VIDEO su PDmenoelle inciuci e incompetenza


Il VIDEO di Beppe Grillo alla Commissione Affari Costituzionali, Senato


Il VIDEO di Beppe Grillo al Parlamento Europeo (completo)

Il VIDEO di Beppe Grillo nuovo Savonarola

Sorprese democratiche: “Il Pd una bad company”. E Grillo si candida per guidarla

Blog di Beppe Grillo

Al solito suo. Con invettive, battute provocatorie, frasi al vetriolo e stile tranchant.
Beppe Grillo ha scagliato la bomba sul suo sito, domenica 12 luglio: si candida a segretario del Pd.

Da comico irriverente a blogger seguitissimo; da animatore della “società virtuale” (con battaglie per il Parlamento Pulito, il V-day, gli show dentro e fuori dal Parlamento, le partecipazioni all’assemblea Telecom) a difensore civico (aveva lanciato le liste con il bollino alle scorse elezioni): ora Grillo si chiama dentro personalmente.
Vuole essere il quinto (lui difetta nel conteggio e dice quarto), dopo il segretario Dario Franceschini, l’ex ministro Pierluigi Bersani, il senatore chirurgo Ignazio Marino e l’outsider Mario Adinolfi a correre per la leadership democratica: “Partecipo per rifondare un movimento che ha tolto ogni speranza di opposizione a questo Paese, per offrire un’alternativa al Nulla”, scrive Grillo. L’annuncio è subito rimbalzato su Facebook e sta raccogliendo molti commenti di sostenitori e contrari.
“Il 25 ottobre ci saranno le primarie del Pdmenoelle. Voterà” scrive tra l’altro il comico genovese nell’annuncio “ogni potenziale elettore. Chi otterrà più voti potrà diventare il successore di gente del calibro di Franceschini, Fassino e Veltroni. Io mi candiderò. Dalla morte di Enrico Berlinguer nella sinistra c’é il Vuoto. Un Vuoto di idee, di proposte, di coraggio, di uomini. Una sinistra” dice Grillo “senza programmi, inciucista, radicata solo nello sfruttamento delle amministrazioni locali. Muta di fronte alla militarizzazione di Vicenza e all’introduzione delle centrali nucleari. Alfiere di inceneritori e della privatizzazione dell’acqua. Un mostro politico, nato dalla sinistra e finito in Vaticano”.

E a chi, come Piero Fassino (coordinatore della campagna di Franceschini), sostiene si tratti di una boutade (”Grillo non è iscritto al Pd e lo ha attaccato di continuo. La sua candidatura è una boutade un po’ provocatoria e non c’è alcuna ragione per considerarla una cosa seria. Bisogna vedere se noi accettiamo la sua iscrizione al partito e non penso che si possa accettare”), lui risponde secco. E serio: “È una cosa serissima, facciamo il bad Pd e il good Pd, come le bad company e le good company, come l’Alitalia. Le firme che servono più o meno sono quelle, le abbiamo già raccolte quasi tutte” spiega Grillo “continuiamo con le nostre liste civiche, vogliamo portare il Comune a Cinque Stelle (altra campagna nata sul suo blog, ndr) a livello nazionale”. “Voglio andare al congresso a parlare ai giovani del Pd, spiegare loro le nostre proposte e capire se le condividono” è la strategia di Grillo “sono le idee delle energie rinnovabili, della mobilità eco-compatibile, del wi-fi libero e gratuito, della raccolta differenziata porta a porta. Sono idee, non ideologie”.

Lo show man ammette di non avere esperienza: “Ho deciso sabato, per dare un senso a dieci anni di lavoro, per tornare a parlare di politica, per dare una mano ai giovani. Ma sono pronto a una nuova avventura ma ovviamente arrivando lì alla segreteria sarebbe tutto nuovo, non ho mai fatto il segretario, non ho nemmeno una segretaria” dice.
Con i candidati attuali non farebbe eventuali alleanze: “A parte la Debora Serracchiani non vedo altri” dice Grillo. “Debora mi piace molto e rappresenta milioni di ragazzi iscritti a quel partito che hanno creduto a dei sogni che non si sono mai realizzati. Noi abbiamo bisogno che vadano avanti queste persone, trentenni, che abbiamo studiato e che facciano parte di questa cultura, dei social network. Mi è venuto il magone a vedere come questi fossili hanno segato la povera Debora: aveva appena detto che condivide le cose che dico”.
Le proposte “forti” sono quelle di sempre: “Per prima cosa devono andarsene quelli che hanno più di due legislature, quelli che hanno disintegrato l’Italia insieme allo psiconano, quelli che sono l’altra faccia dello psiconano, cioè D’Alema, Rutelli eccetera…”.
Sorpresi, felici, confusi, spiazzati, anche delusi, ma soprattutto pronti a iscriversi in massa al Partito Democratico per votare Beppe Grillo, i “grillini” si sono precipitati sul blog del comico genovese per commentare l’annuncio della discesa in campo del loro guru. “Evvaiii Beppe!!!!” posta uno. “Siamo tutti con te!!! Iscriviti al Pd e prendi la tessera, 2mila firme le raccogliamo in 5 minuti, Adinolfi ti da il benvenuto”. Ma un altro: “Ma come, prima butti m… sul Pd e ora ti candidi con loro? Non era meglio fare un partito per conto tuo? Ah vero, avresti preso meno voti (= meno soldi). W la coerenza!!! deluso”, scrive Francesco.
La notizia ha fatto il giro dei siti dei principali quotidiani e ha scatenato anche lì le reazioni dei navigatori. Tre ore dopo la notizia il blog di Grillo era invaso da oltre 1.200 commenti e  gli spunti dei blogger sconfinano anche nella fantapolitica: c’è chi sogna Marco Travaglio ministro della Giustizia e Milena Gabanelli agli Interni, chi corregge proponendo Di Pietro alla Giustizia e Travaglio direttore del Tg1.
A salutare come positiva la notizia ci pensano gli altri due candidati alle primarie dl 25 ottobre. Il “collega” blogger Mario Adinolfi, candidato alla segreteria del Pd e membro della direzione nazionale, commenta: “Se lo fa con serietà, se non è una boutade estiva, se conosce e accetta le regole e si sottopone al vaglio degli iscritti al Pd iscrivendosi lui stesso entro i termini stabiliti, a me viene da dire solo una cosa a Beppe Grillo: benvenuto tra noi”. Ma, continua Adinolfi, “Ho paura che tra qualche giorno scoprirà che le modalità di presentazione al congresso sono complesse e burocratiche, ma deve essere serio e evitare grida qualunquiste”. E a dire come la candidatura Grillo vada presa sul serio, una stoccata precongressuale: “Quando si chiede informazione seria per sé, bisogna anche offrirla. Sul suo blog Grillo si candida come ‘quarto’ candidato. È in realtà il quinto. Rispetti i candidati concorrenti e si ricordi che, comunque, è l’ultimo arrivato. Gli sarà utile, se fa sul serio”.
Anche il “terzo uomo” Ignazio Marino “esulta” per la discesa in campo del comico genovese: “Io prendo la canduidatura di Grillo come una buona notizia. Significa che avremo un tesserato in più”. Ecco la lapidaria risposta ad un giovane pugliese che, alla Festa dei giovani democratici, gli chiedeva di commentare la candidatura del comico genovese Beppe Grillo alla segreteria del Pd.
Ovviamente molto contento il “sodale” politico di Grillo, il leader Idv Antonio Di Pietro (e sono in tanti a chiedersi se dietro la scelta di Grillo, che ha “preferito” sparigliare le carte Pd, piuttosto che nel campo dell’Italia dei Valori, viste le molte affinità e le molte inziative comuni tra grillini e dipietristi, non ci sia proprio l’ex pm): “La candidatura di Grillo a segretario del Pd è una gran bella notizia, afferma Di Pietro. Così anche noi dell’Italia dei Valori potremmo avere interlocutori ai quali non fa schifo dialogare con la nostra forza politica, salvo poi cercare voti al momento delle elezioni come pretendono i notabili del Pd. Peccato che con una scusa o un’altra la candidatura di Grillo, come la mia delle precedenti primarie, verrà respinta perchè non si deve disturbare il manovratore”.

Ciclone Grillo al Senato: “Tra voi vecchi, antistorici e qualche zoccola”

Beppe Grillo al Senato

E dove non può il leader libico Muhammar Gheddafi (guarda le IMMAGINI del suo arrivo a Roma e della sua tenda a Villa Pamphili), potè il comico ligure Beppe Grillo.

Mentre Palazzo Madama dice no al discorso del Colonnello (per lui la conferenza dei capigruppo del Senato ha deciso di trasferire l’incontro nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani), la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha ricevuto invece il blogger, che in cambio, con un discorso senza freni, ha rinfacciato al Parlamento di essere pieno di amici, avvocati e qualche zoccola e di non aver niente a che fare con la democrazia.
Giacca e cravatta scure, Grillo è stato ricevuto alle ore 14.30 di mercoledì 10 giugno per discutere della proposta di legge di iniziativa popolare “Parlamento Pulito” (la proposta, per intenderci, portata avanti grazie al V-day) che giace al Senato da 18 mesi (qui il testo del suo intervento).

Il VIDEO dell’intervento di Grillo in Senato:


Un ciclone di 20 minuti tra critiche e invettive
18,29 minuti di show, critiche, invettive: era da tempo che non se ne sentiva parlare. Ora, archiviate le elezioni, Grillo è tornato a farsi vivo in qualità di responsabile della proposta di iniziativa popolare per la nuova legge elettorale. Il comico genovese non ha perso tempo e, subito, ha tuonato contro il Palazzo. “Siete vecchi ed antistorici. Siete 20 e 18 di voi leggono i giornali. Voi andate da una parte e il mondo va dall’altra”. Queste parole non vengono gradite da Maria Teresa Incostante del Pd. “No senatrice non mi riferivo certo all’anagrafe. Voi” ha aggiunto Grillo “vi state informando sul Il Resto del Carlino questo è il simbolo del vostro essere vecchi, mentre io mi informo sulla rete”.

“Parlamentari vecchi, illegali, incostituzionali ed antidemocratici”
“Questa commissione” ha rincarato la dose Grillo, “questo parlamento, non hanno nulla a che fare con la democrazia. Cari membri della Commissione siete illegali, incostituzionali ed antidemocratici. Per rispetto a voi stessi e agli italiani dovreste dimettervi al più presto. Luigi De Magistris e Sonia Alfano sono due italiani per bene eletti da cittadini per bene. De Magistris ha avuto 450 mila voti, il secondo in Italia. La signora Alfano 165 mila voti, la prima donna in Italia, senza televisioni e senza giornali. Chi si è recato alle urne ha potuto sceglierli, perchè questo non deve essere possibile anche per il Parlamento italiano?
La politica non è un mestiere I partiti hanno occupato la democrazia. È tempo che tolgano il disturbo. La politica non è un mestiere, due legislature sono dieci anni, tempo sufficiente per servire il Paese poi si ritorna alla propria professione. Sapete che molti parlamentari hanno doppio stipendio come ‘ma va là Ghedini che prende lo stipendio come deputato e come avvocato del presidente del Consiglio”.

Contro Berlusconi, Andreotti e D’Alema. E quelle “zoccole elette”
“È uno scandalo” tuona ancora Grillo “che in Parlamento siano presenti 20 condannati in via definitiva e prescritti come Berlusconi, D’Alema, Andreotti. È uno schifo che 70 tra i nostri rappresentanti siano condannati in primo e secondo grado o indagati… Questa Commissione, questo Parlamento, non hanno nulla a che fare con la democrazia. Sei persone hanno deciso i nomi di chi doveva diventare deputato e senatore. Hanno scelto 993 amici, avvocati e scusate il termine, qualche zoccola, e li hanno eletti”.
“Quasi due anni dopo la raccolta delle firme per la legge di iniziativa popolare ‘Parlamento Pulito’” accusa Grillo “ho l’onore di essere ricevuto e ascoltato come primo firmatario della proposta di legge. Due anni per parlare alla Commissione Affari Costituzionali. Una Commissione che valuterà le tre richieste: nessun condannato in Parlamento, limite di due legislature per ogni parlamentare, elezione nominale del candidato. Due anni di attesa per una legge firmata da 350.000 persone. È uno scandalo che 350.000 cittadini italiani non siano stati neppure considerati per due anni”.

Disobbedienza civile contro il provvedimento sulle intercettazioni
Visto che si trova lì Grillo non trascura di fare le pulci al provvedimento sulle intercettazioni (sul quale ieri l’aula della Camera ha confermato la fiducia al governo con 325 sì, 246 no e due astenuti) contro il quale annuncia disobbedienza civile. “Sono incazzato come una bestia”, spiega parlando a margine dell’audizione. E alla domanda se pensa che saranno in molti a seguirlo nella disobbedienza civile, risponde: “Se saremo tanti, vedremo chi è che poi combina un reato se chi fa la disobbedienza o chi fa le leggi. Teniamo presente che noi abbiamo un centinaio di parlamentari che fanno le leggi ma loro sono dei fuorilegge”.
Lo show di Grillo, con il suo solito vocabolario, si conclude con un’intimazione alla commissione: “Datemi una data di quando sara’ discussa l’iniziativa popolare per l’elezione dei parlamentari, per lasciare fuori i condannati e scegliersi il parlamentare anziche’ trovarselo nominato, e mi manderete via contento”. Domanda destinata a rimanere senza risposta.
Passata l’onda d’urto dell’esternazione di Grillo, arriva il momento delle reazioni.
Ovvio che le parole del comico non potessero piacere ai senatori, a cominciare dal presidente di Palazzo Madama Renato Schifani. “Non ci si può rivolgere al Parlamento” commenta in aula, tra gli applausi dell’assemblea, l’amareggiato il presidente “e nello stesso tempo offenderne i componenti. L’offesa qualunquistica e volgare contro il Parlamento è già stata usata con esiti drammatici contro le istituzioni. Non dobbiamo assecondare istinti e pulsioni che nulla hanno a che fare con la tutela delle nostre istituzioni”.

Le parlamentari annunciano querela
Ma le più arrabbiate sono le donne. Apostrofate da Grillo con il termine “zoccole”, le senatrici di tutti i gruppi hanno deciso di procedere con una querela contro Grillo per le espressioni offensive usate nel corso della sua audizione. Si tratta di un’iniziativa trasversale alla quale le senatrici (tranne quelle dell’Idv) hanno dato vita per reagire alle espressioni pesanti usate da Grillo nei confronti dei parlamentari, ma delle donne deputate e senatrici in particolare, verso le quali il comico genovese ha usato il termine “zoccole”.

Il Senato approva, la Lega esulta: il Federalismo fiscale è legge

Lega esulta in Senato

Nel giorno in cui la Lega si preoccupa per le intenzioni di Berlusconi sul referendum per la legge elettorale, Bossi e i compagni del Carroccio incassano il sì del Senato al disegno di legge delega sul federalismo fiscale. Con l’appoggio del Pdl e dell’Italia dei valori, l’astensione del Pd e i voti dell’Udc contrari.
Ai quali si è aggiunto l’ex segretario del partito di Pierferdinando Casini, Marco Follini, ora senatore del Pd. Anche per questo il leader della Lega oggi non ha commentato l’uscita di ieri del premier. Troppo alta la posta in palio per la Lega, che insegue questo voto da mesi (la battaglia a dire il vero dura da anni ed è la vera ragione sociale della Lega dai tempi in cui il Senatur Umberto Bossi parlava di secessione) e voleva l’approvazione con il sostegno dell’opposizione.

I numeri: 154 voti a favore, 87 astensioni e soli 6 voti contrari (i tre senatori dell’Udc, e tre del Pd, Marco Follini, Claudio Molinari e Franco Bruno) al disegno di legge delega sul federalismo fiscale, la “cornice” che dà autonomia di entrata e di spesa alle autonomie locali.
Nel voto finale, il Pd conferma l’astensione della Camera. Il testo, dice la capogruppo del partito di Franceschini al Senato, Anna Finocchiaro, è migliorato rispetto all’ipotesi iniziale, al ‘modello lombardò, proprio grazie al contributo dell’ opposizione, ma “restano dei nodi irrisolti”. L’Italia dei Valori, invece sceglie di votare sì. “Votiamo a favore di questa legge” dice il capogruppo del partito di Di Pietro, Felice Belisario “non per fare un favore a una parte politica che tanto tiene a questa riforma, ma perchè riteniamo che questo Paese meriti l’innovazione e l’Idv accetta questa sfida”.
La Lega esulta e, pur sottolineando l’importanza del dialogo, che ha portato all’approvazione del ddl dopo 6 mesi di dibattito in Parlamento, rivendica anche quella che è una propria battaglia. “La della Lega” scandisce tra gli applausi il capogruppo Federico Bricolo “l’abbiamo iniziata da soli, con la stampa e i partiti della Prima Repubblica contro. L’abbiamo portata avanti fuori dai palazzi e col popolo. è stata una battaglia dal basso e per questo ringraziamo i tanti militanti che da anni con le scritte, i manifesti, i gazebo, hanno continuato a portarla avanti”. Sono gli stessi toni usati dal ministro dell’Interno Roberto Maroni (”Un giorno storico”), e dal capogruppo alla Camera, Roberto Cota: “Non si torna più indietro, è la fine del centralismo”.

Umberto Bossi fuori da Montecitorio

Tutti i ministri della Lega sono in Aula al momento del sì finale e i senatori sventolano i fazzolettoni verdi con il simbolo del Carroccio. Poi Umberto Bossi si chiude con i suoi per festeggiare. Ci sono il figlio Renzo e la moglie Manuela; alla festa federalista fa capolino anche il ministro dell’ Economia Giulio Tremonti. Non può mancare il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, colui che ha seguito passo passo tutto il ddl e che si appresta a mettere mano anche alla Carta delle Autonomie e alle riforme costituzionali, che completeranno il quadro. è felice tanto da suggerire di giocare al lotto la cinquina dei numeri dell’entrata il vigore della legge delega.
Per il resto, torna a ribadire, e suona un pò come una risposta alle ultime prese di posizione di Silvio Berlusconi, che “il dialogo è la via maestra” che ha portato, esattamente a un anno dall’insediamento della XVI legislatura, ad approvare un riforma di vasta portata, la prima del governo Berlusconi ter. “Un buon compleanno”, commenta il presidente del Senato Renato Schifani. “A un anno esatto dall’insediamento del Senato” dice la seconda carica dello Stato “il clima di collaborazione o almeno di legittimazione reciproca comincia a dare i suoi frutti”.

Al centro del federalismo, c’è l’obiettivo di garantire piena autonomia di entrata e di spesa agli enti locali in modo da sostituire, con gradualità, il criterio della spesa storica con quello dei costi standard per tutti i servizi fondamentali del paese.
Sarà quindi un fisco “su misura” nel rispetto dei principi di capacità contributiva e progressività che sono scritti nella carta costituzionale. Resta fermo il principio di non aumentare la pressione fiscale e al suo fianco quello stabilito con la clausola di salvaguardia: la riforma non può causare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Che cosa cambia per le Regioni? Le funzioni fondamentali erogate (l’assistenza, la sanità e le spese amministrative che riguardano il comparto dell’istruzione) sono assicurate: attraverso il gettito tributario valutato ad aliquota e base imponibile uniformi; addizionale regionale Irpef; compartecipazione all’Iva; quote di fondo perequativo; Irap ma soltanto in via transitoria in vista di un superamento di questa imposta.
Tra i punti più importanti anche l’istituzione di nove città metropolitane: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, per le quali si punta a cancellare le corrispondenti province. Norme ad hoc per Roma capitale: un nuovo ente che sostituirà il Comune. Il consiglio comunale diventa assemblea capitolina e si occuperà di valorizzare beni storici, artistici, ambientali e fluviali oltre che di edilizia pubblica e privata.
Sarà una commissione Bicamerale, composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento ad esprimere un parere sui decreti attuativi. Il governo è tenuto ad emanare al massimo in due anni i decreti attuativi il primo dei quali dovrà riguardare l’armonizzazione dei sistemi di calcolo dei bilanci pubblici.
Il VIDEO servizio:

Federalismo fiscale, la legge che dà a Roma più soldi e potere

Il Campidoglio

Passa il federalismo leghista e passa anche il tempo di “Roma ladrona”.
Finiti gli slogan contro la Capitale, le beghe sull’efficienza, i manifesti sulla città che divora le uova d’oro della “gallina lombarda”: con il sì di Palazzo Madama al ddl fortemente voluto dal Carroccio, al comune romano vengono date più funzioni in materie cardine per la gestione amministrativa, più risorse per lo sviluppo della capitale e il trasferimento di beni dello Stato.
Dopo circa 25 anni, grazie al piano di Bossi &C., Roma diventa città-Capitale, cambia la sua veste e si trasforma in ente territoriale: più autonoma, con più poteri e soldi, con uno status a misura della sua nuova dimensione amministrativa e delle competenze attribuitegli.
Cambia anche il consiglio comunale: si chiamerà Assemblea capitolina ed entro sei mesi i suoi membri, ovvero gli attuali consiglieri comunali, vareranno un nuovo statuto.
Soddisfatto Gianni Alemanno, il sindaco di Roma (che festeggia ora il suo primo anno di amministrazione) che vede realizzarsi un progetto durato anni e accarezzato dai suoi predecessori. “Lo status speciale per Roma Capitale è un sogno che la nostra città inseguiva dagli anni ‘80″ commenta “ci permetterà di prendere decisioni più rapide e efficaci non solo per tutelare Roma Capitale d’Italia ma anche per rilanciare il suo ruolo internazionale”. Il sindaco sottolinea anche il dato politico di “condivisione della norma”, plaudendo all’atteggiamento del Pd che si è astenuto.
Il presidente della Regione Piero Marrazzo (Pd) e quello della Provincia Nicola Zingaretti (Pd) però considerano quella di oggi una prima, importante tappa di un cammino da intraprendere. Marrazzo ora attende “i decreti attuativi, sui quali resta indispensabile la concertazione con l’Ente legislativo regionale”. Per Zingaretti, invece, si dovrà dare il via “all’iter per la costruzione della citta metropolitana”.

L’ok alla legge comunque pone fine ad un percorso tortuoso per conferire alla Capitale un ruolo consono alle mille sfide e ai tanti impegni amministrativi e organizzativi del Campidoglio: tra i poteri concessi infatti compaiono quelli relativi a temi cardine per la città come i beni culturali, lo sviluppo economico legato al turismo, la pianificazione territoriale con particolare riferimento alle questioni della casa e poi i servizi, la mobilità e i trasporti.
Le norme descrivono il nuovo ente territoriale, “i cui confini sono quelli attuali del comune di Roma” e giustificano le nuove funzioni perchè dirette “a garantire il migliore assetto delle funzioni che Roma è chiamata a svolgere quale sede degli organi costituzionali nonchè delle rappresentanze diplomatiche di Stati Esteri”. Nell’elenco dei poteri compaiono “la valorizzazione dei beni artistici, ambientali e fluviali e per lo sviluppo economico e sociale con riferimento al settore produttivo e turistico”. Inoltre, Roma Capitale avrà poteri anche in materia di “sviluppo urbano e pianificazione territoriale, edilizia pubblica e privata, organizzazione e funzionamento dei servizi urbani con particolare riferimento al trasporto pubblico e alla mobilita”‘. Altra funzione prevista riguarda la protezione civile.
Previsto anche il trasferimento, a titolo gratuito, a Roma Capitale di beni appartenenti al patrimonio dello stato e risorse “commisurate alle nuove funzioni”. La legge stabilisce anche che i comuni della provincia non inclusi nell’area metropolitana potranno decidere se farne parte o meno.

Scontro a distanza sul voto agli stranieri. Umberto Bossi: "Pensiamo che gli immigrati debbano essere rispediti a casa loro". Gianfranco Fini: "Un anatema che non risolve il problema". Secondo voi chi ha ragione?
Mostra i risultati

Archivi