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Andreotti: 90 anni da divo, perché il “Potere logora chi non ce l’ha”

Giulio Andreotti

Novant’anni, la gran parte dei quali ai vertici della politica italiana. È sulla scena da più tempo della regina Elisabetta. È il politico italiano più blasonato, sette volte alla guida del governo, uno dei leader democristiani più votati; ma per i suoi nemici e detrattori è stato “Belzebù”, circondato da una fama di politico cinico e machiavellico che lui stesso, in fondo, amava coltivare.

Si sta parlando di Giulio Andreotti (qui il suo profilo all’Assemblea Costituente), ovviamente. La sua vita è una lunga sequenza di date che scandiscono prima il suo cursus honorum, poi la sua odissea giudiziaria: insomma la storia politica d’Italia. Queste le principali tappe, scandite dalle sue proverbiali battute.
Un giorno del 1927, un bambino di otto anni si trovava su un tram che percorreva rumorosamente le strade di Roma. D’improvviso, un uomo zoppicante, nel tentativo di portarsi verso l’uscita, gli montò sui piedi. Il bambino fece una smorfia di dolore, e l’uomo, imbarazzato, si scusò dicendo di essere un mutilato. Il piccoletto alzò lo sguardo e replicò freddamente: “Se tutti i mutilati passassero sui miei piedi, sarei rovinato…”. Da quel lontano 1927 a oggi, Andreotti ha partorito centinaia di motti di spirito e aforismi, freddure e definizioni fulminanti: alcune sono entrate nei dizionari e nelle enciclopedie, e hanno contribuito ad alimentare la fama di politico freddo e cinico del suo autore.
Come la classicissima “il potere logora chi non ce l’ha”, pronunciata nel 1951 durante un dibattito parlamentare. Il giovane parlamentare democristiano rispose così a un avversario di De Gasperi che chiedeva al presidente del consiglio di farsi da parte, visto che aveva raggiunto gli ottant’anni ed era ormai logorato dall’esercizio del potere. Da allora la frase è restata incollata al suo autore come il motto di una nobile casata su uno stemma araldico. A volte velenose, a volte bonariamente ironiche , le battute andreottiane, che gli appassionati del genere possono consultare nel libro “Il potere logora… ma è meglio non perderlo” uscito qualche anno fa da Rizzoli, non hanno risparmiato nessuno.
Politici, magistrati, generali, uomini di Chiesa, frequentatrici di salotti “à la page”: Andreotti si è sempre divertito a gelare chi gli stava antipaco. “È vero, la signora ha due occhi bellissimi, specialmente uno”, disse l’allora sottosegretario allo Spettacolo (era il 1954) in un salotto romano, gelando una donna un po’ troppo vanitosa: Groucho Marx non avrebbe saputo fare di meglio. Autoironico all’occorrenza (”Non ho vizi minori”, ama dire per spiegare la sua avversione per il fumo), Andreotti ha sempre dato il meglio di sé quando si trattava di sfoderare un’ironia corrosiva. “De Gasperi” ha raccontato un giorno durante una conferenza sul suo antico maestro “disse un giorno a mia moglie che in vecchiaia io sarei diventato più maligno di Francesco Saverio Nitti. La presi come una lode, perché voleva dire che pensava che a trent’anni non lo fossi ancora molto”. Alcuni urticanti giudizi passati alla storia, Andreotti nega di averli mai pronunciati. Quella contro De Sica e i film neorealisti (”i panni sporchi si lavano in famiglia”), sembra che non sia mai uscite dalle sue labbra.
Mentre la celeberrima “a pensar male del prossimo si fa peccato, ma si indovina”, ha una sua storia: Andreotti la ascoltò nel 1939 sulla bocca del vicario di Roma Marchetti Selvaggiani, quando studiava Giurisprudenza all’Università Lateranense. E da allora l’ha ripetuta in varie occasioni. Il problema è che, a furia di sentirglielo dire, qualcuno cominciò ad applicarla anche a lui. E cominciarono i guai politici e giudiziari, che Andreotti ha commentato con amaro sarcasmo: “A parte le guerre puniche, mi attribuiscono di tutto”. Confidava nei giudici, ma gli tornava quello che aveva scritto molti anni prima sulla loro imparzialità : “Perché la bellissima frase ‘La Giustizia è uguale per tutti’ è scritta alle spalle dei magistrati?” Per conoscere Andreotti, dunque, vale più una sua battuta che un’intera collezione di scritti. I “due forni” della destra e della sinistra dove la Dc doveva cambiare il pane a secondo delle circostanze (altra invenzione di Andreotti) descrivono alla perfezione 50 anni di storia democristiana. A chi gli chiedeva un commento alla sua tendenza politica a “tirare a campare” senza prendere di petto le difficoltà, rispondeva sornione: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia…”.
Anche perché Andreotti, consapevole delle sue debolezze e manchevolezze, sa che per l’aldilà dovrà affidarsi al perdono del Giudice Supremo: “Se mi salverò l’anima” ha scritto qualche anno fa “sarà solo per misericordia divina, una specie di amnistia ultraterrena”.

Il VIDEO servizio:

Del Turco va a casa: il giudice dispone la scarcerazione

Ottaviano Del Turco

Quattro settimane di carcere possono bastare. Per l’ex Presidente della Regione Abruzzo Ottaviano del Turco questo potrebbe essere l’ultimo giorno di carcere. Dopo 28 giorni di reclusione, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pescara, Maria Michela Di Fine, ha firmato l’ordinanza che dispone la fine degli arresti in carcere per lui e gli altri indagati coinvolti nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti nella sanità abruzzese.
Per del Turco, arrestato lo scorso 14 luglio per tangenti nella sanità, è stata disposta la misura degli arresti domiciliari a Collelongo, suo paese natale. L’ex governatore andrà a casa con i suoi familiari: davanti al carcere è arrivata la convivente, che gli ha portato i vestiti che indosserà per uscire. E’ l’unica ad essere entrata all’interno del carcere. Il figlio Guido è rimasto ad attenderlo fuori.
Oltre a Del Turco la misura degli arresti domiciliari è stata concessa a Lamberto Quarta (ex segretario generale presso la Presidenza della regione Abruzzo), Camillo Cesarone (ex capogruppo del Pd in Consiglio regionale), Gianluca Zelli (ex presidente della società Humangest) e Luigi Conga (ex direttore generale della Asl di Chieti).

LEGGI ANCHE: Perché l’inchiesta a paura al Pd (in .pdf)

La carriera politica di Ottaviano Del Turco

Ottaviano Del Turco

Ottaviano Del Turco, ex ministro delle Finanze, nelle elezioni regionali del 3 e 4 aprile 2005 viene eletto presidente della Regione Abruzzo, nelle fila dell’Unione, con il 58,1% dei voti, e lascia l’incarico di Strasburgo. La sua carriera politica inizia molto presto, a Roma, con un apprendistato sindacale nella sede romana dell’Istituto nazionale confederale di assistenza (INCA).

Come sindacalista di area Psi, entra a far parte della segreteria provinciale della Fiom di Roma e quindi approfondisce la sua conoscenza del sindacato dei Metalmeccanici entrando a far parte dell’ufficio di organizzazione centrale della Fiom (Federazione operai Metalmeccanici) della Cgil (1968). Prosegue la carriera sindacale prima guidando per molto tempo la corrente socialista della Cgil e successivamente diventando segretario aggiunto durante la segreteria di Luciano Lama (1970-1986). Nel 1992 lascia il sindacato e un anno dopo diventa segretario nazionale del Psi subentrando a Giorgio Benvenuto, che aveva provvisoriamente sostituito Craxi al momento dell’uscita di quest’ultimo dalla vita politica italiana. Il partito, sconvolto dall’inchiesta Mani pulite, durante la sua segreteria si sfalda, diventando prima SI (Socialisti Italiani) e poi Sdi (Socialisti Democratici Italiani).

Con quest’ultimo movimento, nel 1994 Del Turco viene eletto alla Camera (XII legislatura) nel collegio elettorale di San Lazzaro di Savena e viene nominato vicepresidente della Commissione Affari Esteri; nella successiva legislatura viene eletto al Senato nel collegio di Grosseto per L’Ulivo. Dal 16 maggio 1996 al 6 febbraio 1997 è presidente del gruppo dei senatori di Rinnovamento Italiano. Durante il secondo governo Amato (2000) ricopre l’incarico di ministro delle Finanze. La sua attività politica è legata anche alla Commissione Antimafia, della quale è stato presidente. Nel 2004 viene eletto al Parlamento europeo nella circoscrizione sud, con 180 mila preferenze, per la lista Uniti nell’Ulivo e si iscrive al Partito Socialista Europeo. Nel 2007 fonda l’associazione Alleanza Riformista con l’obiettivo di portare lo Sdi nel Partito Democratico. Ma in seguito al congresso nazionale nel quale prevale la linea del segretario nazionale Boselli, abbandona il partito per confluire con Alleanza Riformista nel Partito Democratico.

Dal 23 maggio 2007 è uno dei 45 membri del Comitato nazionale per il Partito Democratico. Oggi viene arrestato dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta sulla sanità condotta dalla Procura della Repubblica di Pescara.

Storace divorzia da Fini e dal partito: An non è più di destra

Gianfranco Fini e Francesco Storace
Ex governatore della Regione Lazio, ex ministro della Sanità nel terzo governo Berlusconi. E ora anche ex di An: l’annunciata rottura tra il partito di Fini e Francesco Storace si è infine consumata e il senatore ha preso la decisione di lasciare Alleanza nazionale, comunicando le sue ragioni in una lettera, pubblicata sul sito www.storace.it e inviata lunedì sera al presidente del circolo di An della Balduina, Daniele Marin.
“Credo che questa non sia più la mia casa politica - si legge sul sito web dell’ex ministro della Salute - ed è facilmente immaginabile quale possa essere il mio stato d’animo nel prenderne atto. Ma vedo praticamente esaurita la funzione di Alleanza Nazionale nella rappresentanza dei valori della destra, con il suo leader molto impegnato nel tentare a tutti i costi, attraverso formule che si modificano quotidianamente e incomprensibilmente, nel liberarsi di quello che appare sempre più un fardello ingombrante per i suoi disegni politici”.
Storace fa sapere di aver comunicato le proprie dimissioni anche al presidente del gruppo di An al Senato, Altero Matteoli. “Seguirò - informa - come indipendente di destra, le direttive del gruppo parlamentare ogni volta che saranno formalizzate dalla maggioranza dei senatori nelle riunioni del gruppo medesimo. Altrimenti mi regolerò con la mia coscienza”. Tradotto: è pronto a fondare un suo movimento?

L’addio di Storace era in realtà nell’aria da tempo. Almeno da quando era entrato in rotta di collisione con Gianfranco Fini e dalle colonne di Panorama il 12 aprile scorso aveva lanciato il suo ultimatum. E proprio quella del presidente di An è la prima reazione che arriva. E non sono toni concilianti: “Motivazioni politiche inconsistenti, nessuno in Italia pensa che An non sia più un partito di destra. Ovviamente si tratta di capire cosa si intende per valori e programma di destra”.

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