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Sergio-Chiamparino


Nella foto il sindaco Sergio Chiamparino alla manifestazione "Sì Tav" il 24 gennaio 2010 al Lingotto a Torino (ANSA/TONINO DI MARCO)
L’ex sindaco di Torino del Pd, Sergio Chiamparino, se l’è presa con i leader dei No Tav che non hanno preso le distanze dalle violenze dei black bloc e con i sindaci della Val di Susa, che difendono gli interessi locali ma non lo Stato, con la sinistra radicale, perché «solo un’anima bella (o una persona in mala fede) - ha detto Chiamparino - può dirsi stupito di quanto avvenuto. Si è voluto far suonare la tromba di battaglia e i professionisti dell’antagonismo hanno prontamente risposto all’appello». Continua


Nella foto il sindaco Sergio Chiamparino alla manifestazione "Sì Tav" il 24 gennaio 2010 al Lingotto a Torino (ANSA/TONINO DI MARCO)
L’ex sindaco del Pd di Torino, Sergio Chiamparino, ha detto che «la Tav è necessaria perché è nient’altro che la ferrovia del XXI secolo». In un’intervista a il Messaggero inoltre si è detto soddisfatto della presenza ieri di 2.500 agenti delle foze dell’ordine chiamati a proteggere il cantiere: «Lo Stato ha dimostrato di esserci». Ma quanti a sinistra la pensano come lui? Continua
Di Sabino Labia
Chi di primarie ferisce, di primarie perisce. Quando nell’ottobre del 2005 quasi quattro milioni di italiani scelsero Romano Prodi come leader della futura coalizione di centrosinistra, tutti gli esponenti della sinistra fecero la fila, presentandosi alle televisioni o rilasciando dichiarazioni ai giornali nell’annunciare urbi et orbi la grande prova di democrazia che il popolo dell’ulivo aveva saputo dare. Oggi a distanza di soli quattro anni, ma a quanto pare sembra passato un secolo, con altre due primarie svolte a cadenza biennale, che hanno visto la vittoria prima di Veltroni e poi di Bersani, e un milione di elettori persi per strada, ecco che quel rito pseudo¬-americano sembra non piacere più a nessuno. Continua


Sergio Chiamparino
di Giovanni Fasanella
Sergio Chiamparino e il sogno di una sinistra di governo con un leader credibile. Sì, in questa intervista a Panorama, il sindaco di Torino muove all’attacco di Pier Luigi Bersani, attuale segretario del Pd, e si candida alle prossime elezioni primarie contro Nichi Vendola. Continua

Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani
Un nuovo partito della sinistra, spiccatamente meridionalista:
Antonio Bassolino l’ha ipotizzato con
Nichi Vendola di Sinistra e libertà e
Marco Di Lello dei socialisti.
Continua

Due settimane gli sono bastate. Per rendersi conto che stare lì, sulla sedia di leader del Pd, fa male, logora. E allora, nonostante quindici giorni fa dal suo entourage dicessero il contrario, adesso Dario Franceschini sceglie di gettare la spugna. Dagli studi di Matrix, durante la registrazione del programma di Alessio Vinci.
Via allora, ma non subito: “tirerà ancora la carretta” democratica fino a ottobre, poi basta. Si dimetterà da segretario, andrà al congresso e non si ricandiderà ; lasciando spazio agli altri. Di sicuro a Pierluigi Bersani (l’unico che ha annunciato, secondo alcuni facendo vacillare Walter Veltroni, di voler un gorno non lontano guidare il partito); forse a Enrico Letta; forse a qualche giovane emergente (Matteo Renzi, Maurizio Martina).
Un leader interinale, insomma. In autunno leva le tende Franceschini: “Non mi faccio avanti, non ho intenzione di ricandidarmi ad ottobre”.
E il giuramento sulla Costituzione, il giorno dopo la sua “elezione”? E la nuova squadra, infarcita di volti nuovi e di leader locali? “Il mio è un mandato a termine e di garanzia fino allo svolgimento del congresso. Arrivato lì è finito il mio lavoro”.
Vero che, da qui a sei mesi, un obiettivo l’ex margheritino ce l’ha. E, vista “la sua data di scadenza”, anche ambizioso: riportare il Pd a una quota di consensi più vicina a quel 33,2% ottenuto alle scorse elezioni che non al magro 22% registrato dall’ultimo sondaggio, passando le europee di giugno. Anzi vorrebbe che quell’appuntamento fosse “la prima tappa del percorso che porterà alla sconfitta di Silvio Berlusconi”. Anche perché: “Se ci dovesse essere alle elezioni un astensionismo o un voto di protesta per altri partiti del centrosinistra e una tenuta o una vittoria del cavaliere le conseguenze ci sarebbero per tutto il sistema della democrazia italiana”. E per farlo punterà tutto sulla crisi economica (anche grazie alla proposta dell’assegno di disoccupazione), che sarà quasi il leit motiv delle iniziative delle prossime settimane e della campagna elettorale.
Chissà come ci rimarrà Arturo Parisi, che nell’Assemblea romana di sabato 21 febbraio (dopo aver vista respinta la sua richiesta delle primarie) è stato l’unico a osare di sfidare il nome che l’apparato dirigente del partito aveva già scelto per il dopo Veltroni. E invece: “Questa situazione mi rende libero, io non ho pensato di fare questo lavoro e mi sembrava anche innaturale di dover essere io, il vicesegretario, a svolgere il ruolo di segretario che era stato di Veltroni. Non ho un problema di garantirmi una rielezione e non ho paura di pestare i piedi a nessuno”.
E la voglia di remare, insieme, tutti dalla stessa parte? Perché questo sì, pare, è l’unico rammarico di Dario il segretario precario: “Finalmente ora lavoriamo come una squadra” dopo che il “logoramento maledetto” ha mietuto come vittime i precedenti leader, tutti puntigliosamente ricordati, da Romano Prodi a Walter Veltroni (”senza il quale non sarebbe nato il Pd” e che si assunto ”una colpa che non era sua”), passando per Amato, D’Alema, assino e Rutelli. Lui, quindi, non vuol fare la stessa fine: quella di un leader sempre attaccato, nel mirino, al centro delle spinte - uguali e contrarie - delle tante anime, delle troppe correnti. E la questione sul testamento biologico è lì a dimostrarlo. Anche per mancanza di una posizione chiara sui temi (bio)etici il Pd paga il calo di consensi, no? “Mi fanno orrore i politici che affrontano i temi non se sono giusti o sbagliati ma sulla base dei sondaggi, io non ne guarderò uno fino alle Europee e cercherò di dire cose di verità anche se fanno perdere voti” alle elezioni, risponde Franceschini.
Cosciente che, comunque andrà , dopo pochi mesi il suo “calvario” avrà fine.

Meno novemila. In Liguria, per il Pd, i ribassi invernali sono già iniziati. E non recitano cifre confortanti: a tanto ammonterebbe infatti il deficit di tesserati del partito di Walter Veltroni. Prima che Ds e Margherita si sciogliessero, la quota era di 11.500 iscritti (7.500 di proveninenza ex Pds, 4.000 di area cattolica). Oggi, invece, i democratici liguri oscillano intorno a 2.500.
Per il tesseramento, dicono dai vertici regionali del partito, c’è ancora tempo, dato che è “iniziato solo tre mesi fa”. Ma in altre circostanze, e magari senza il polverone che ha investito certi amministratori di area democratica, era prevedibile che i vecchi tesserati dei due partiti si iscrivessero in massa al partito.
Così non è stato. Per i dirigenti democratici è quindi iniziata l’inevitabile riscossa, in pieno clima di shopping natalizio. Dal 13 dicembre, i circoli genovesi del partito resteranno aperti tutta la mattina per favorire le nuove iscrizioni. Costo della tessera? Venti euro: tre quarti va a Roma, un quarto resta in Liguria, sottolinenano i dirgenti.
Una proporzione che forse sta un pò stretta. E forse anche per questo che ieri a Bologna, i segretari regionali di Liguria, Lombardia, Piemonte, Friuli, Veneto, Trentino ed Emilia Romagna hanno varato il “coordinamento delle Regioni del Nord del Pd”, fortemente voluto dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Obiettivo? Maggiore autonomia, maggiore rappresentativà , maggiore peso nella scelta delle candidature.
Un passo in avanti, che a quanto pare non soddisfa pienamente gli ammministratori che governano città , provincie e regioni settentrionali: “Nel momento in cui si parla di un maggior radicamento del partito nella realtà del territorio” ha commentato il sindaco genovese Marta Vincenzi “sarebbe stato forse più opportuno ascoltare direttamente gli amministratori espressi dal quello stesso territorio”.
Tra un’obiezione e un’altra, restano le cifre di iscritti, finora nient’affatto confortanti. Chissà se il nuovo coordinamento del partito, complice l’atmosfera natailizia, rivitalizzerà una corsa all’iscrizione ancora piuttosto timida e infreddolita.

“Se non l’ho detto, non lo penso. Più che di conte, è arrivata l’ora di affrontare i problemi seri, non esorcizzandoli dando la colpa a oscuri complotti, che è una risposta semplicistica”.
La risposta era nell’aria da ore, e alla fine è arrivata. Dopo il j’accuse di Walter Veltroni, Massimo D’Alema risponde a tono alle dichiarazioni del segretario del Pd, che aveva parlato di “stillicidio quotidiano che non fa male a me”, ma che “fa male al partito e fa bene alla destra. Berlusconi è impegnato in un attacco contro di noi che non ha precedenti. Di fronte a questa offensiva io non invoco solidarietà o spirito di squadra. Capisco che sono termini d’antan, che oggi in politica non vanno più di moda. Ma pretendo trasparenza e coerenza, questo sì”.
Coerenza e trasparenza che a sentire D’Alema non mancano affatto: “Veltroni non si rivolge a me perche’ ci conosciamo da anni e lui sa che io sono una persona a volte spigolosa ma diretta e quindi se io ritenessi che lui deve lasciare la carica, lo direi prima di tutto a lui”.
Secondo l’ex ministro degli Esteri, intervistato su Radio2 da Barbara Palombelli, ciò che invece non ha il Pd è tutt’altro e ha comunque a che fare con la leadership: “Il problema non è su Veltroni, che deve continuare il suo mandato e nessuno deve insinuarlo, ma la necessità di affrontare i nodi reali a cominciare dalla discussione su quale partito costruire, quali regole, come governare i conflitti in periferia”. Di qui, l’urgenza di una “conferenza programmatica “.
Se non è un’accusa alla gestione del partito negli ultimi mesi, poco ci manca. Tanto più che D’Alema, con la sua associazione Red - stando a sentire gli stessi suoi uomini -, di spirito organizzativo ne sta dimostrando a sufficienza. Adesso, si aspetta la contromossa di Veltroni. Stretto dalle richieste di Sergio Chiamparino (che preme per un Pd federato), pressato dai mal di pancia di numerosi democratici di area cattolica (che non accetterebbero mai l’iscrizione al gruppo socialista europeo) e incalzato dalle dichiarazioni di Di Pietro e di alcuni intellettuali d’area (che invocano la questione morale contro la corruzione di ” cacicchi e dirigenti locali”), per il momento, Walter chiede solo “trasparenza e coerenza”.
La direzione del partito è fissata per il 19 dicembre. Ma forse, più che di D’ Alema, Veltroni dovrà fronteggiare le critiche di non è più convinto che quello avviato con il Lingotto sia stato davvero “l’inizio di una stagione politica”.