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Sergio-Chiamparino

La dichiarazione è questa: “Dovremo fare un check up su come viene utilizzato questo strumento. Rischia di tenere il partito impegnato in una consultazione permanente e di distrarre i dirigenti dai problemi reali”.
Difficile crederci, ma la frase viene dall’entourage Walter Veltroni. A poco più di un anno dall’ “evento epocale per la politica italiana” (leggi: le primarie), che lo ha eletto segretario del Pd, ieri l’ex sindaco di Roma ha assestato una nettissima frenata alle consultazioni pre-elettorali, quelle che, mesi prima, costituivano “l’elemento prinicipale che caratterizza il Pd rispetto alle altre forze politiche nazionali”.
Una novità, questa, solo parziale. Per gli elettori democratici, la doccia fredda era infatti già arrivata durante le ultime elezioni politiche. Già allora la scelta di liste e candidati del Pd era avvenuta dall’alto, senza alcuna consultazione popolare. Ad aggravare la situazione, poi, si era messa l’attuale legge elettorale, che non prevede le preferenze. Gli elettori del “partito delle primarie”, così come quelli di altre forze politiche, si erano così visti costretti a votare candidati che con il territorio non aveva nulla da spartire.
È vero: nei mesi successivi c’erano stati timidi cenni di ripresa, specie per l’elezione di alcuni coordinamenti provinciali e regionali. E forse anche per questo, i dirigenti locali erano tornati alla carica: così, nei giorni scorsi una delle condizioni richieste da Sergio Chiamparino era proprio quella dei “candidati legati al territorio”.
Ma il sindaco di Torino non è stato il solo a chiedere maggiore rappresentatività territoriale. Ieri, sul suo blog, il deputato Roberto Giacchetti scriveva: “Dopo la sconfitta alle comunali si svolse una difficile Assemblea romana nella quale tutti, dico tutti, dichiararono pubblicamente che l’unico modo per uscire dalla difficile situazione era quello di restituire la parola al popolo delle primarie. Il coordinatore, che aveva annunciato di non essersi dimesso solo ‘per senso di responsabilità’, dichiarò testualmente che le primarie erano la ’strada da seguire’ per scegliere la nuova classe dirigente locale, a patto di fare presto”.
“In questi quattro mesi” concludeva Giacchetti, annunciando le dimissioni dal Pd romano “non è accaduto nulla, non è stato fatto nulla. La classe dirigente del partito è stata impegnata in caminetti ed incontri carbonari volti a trovare accordi e gestire guerre interne senza tenere in alcuna considerazione il crescente disagio che si formava nei circoli e nella base del partito”. Parole dure, che hanno fatto infuriare i vertici democratici.
“Basta col partito giungla”: è stata la risposta di Veltroni, che ha tra l’altro posto la pietra tombale sul Partito democratico del Nord voluto da Chiamparino (e su cui pure all’inizio il segretario non era sembrato poi così categorico). “Serve un chiarimento politico vero” ha concluso il leader del Pd. Ma più che di primarie, ieri al loft si sentiva aria di centralismo democratico.

“La Lega? C’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. Il maggior partito operaio del Nord è la Lega… È una nostra costola”. Era l’ottobre 1995 quando Massimo D’Alema apriva al movimento lumbard di Bossi e Maroni. Il governo Berlusconi era già caduto, la Lega cresceva in consensi e sembrava sempre di più l’alleato indispensabile per ogni nuovo scenario politico nazionale.
Ieri, hanno pensato in molti a quelle parole. Perchè tra la Lega “costola della sinistra” e la dichiarazione fatta dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino, durante la trasmissione di Lucia Annunziata In mezz’ora, sulla possibilità di un’alleanza con il Carroccio “se rinuncia al populismo”, sembrano esserci molte, moltissime affinità.
Innanzitutto per le reazioni a valanga che ha provocato la dichiarazione del primo cittadino piemontese. A cominciare dai dirigenti nazionali e proseguendo con quelli regionali e provinciali, è stata infatti tutta una gragnuola di prese di distanze, battute al vetriolo, distinguo e in qualche caso avvertimenti, che non lasciano ben sperare di vedere l’accoppiata Pd-Lega insieme, nemmeno alla prossima tornata delle amministrative.
Dunque, è quasi certo che il dialogo tra i due partiti per un’alleanza non inizierà nemmeno.
Eppure, l’obiettivo di Chiamparino è stato quasi certamente raggiunto. La proposta di un progetto comune fa infatti il paio con la richiesta, siglata sempre Chiamparino, di un coordinamento del partito democratico nelle regioni del Nord (in primis Piemonte, Lombardia e Veneto, “ma siamo disposti ad estendere l’invito anche ad altre regioni” ha dettoil sindaco di Torino).
Possibilità, questa, che non ha affatto entusiamato il loft romano del Pd. Chiamparino ha risposto a muso duro, ribadendo comunque la sua volontà ad andare avanti sia nella costituzione de coordinamento del nord sia nelle scelte di candidati e programmi “legati al territorio” per le prossime elezioni. Ma il sindaco ci tiene a sottolineare che la sua iniziativa non ha un carattere anti-Veltroni. “Il partito è consapevole che ci sono dei problemi, ma non riusciamo a fare capire a sufficienza che il Pd non è solo Veltroni e D’Alema” commenta. “La leadership di Veltroni è stata decisa da milioni di italiani che sono andati a votare e sarebbe sbagliatissimo metterla in discussione”. Poi, subito dopo, aggiunge: “Se il centro dirà di no non è che facciamo scissioni, però lavoriamo comunque. Non può più succedere che all’ultima ora dell’ultima notte uno si trova nell’elenco, quale candidato del territorio, dietro a un altro che non si sa chi è”.
Anche perché per Chiamparino le resistenze del Pd, a livello romano, stanno nel fatto che “ritengo ci sia un problema all’origine: il Pd nasce a correnti preesistenti, e alcune di queste aree hanno visto nel Pd più un modo per costituire un contenitore molto ampio al cui interno riprodurre la propria area e tutelarla che non una sfida per fare un soggetto nuovo, e questo secondo me nel momento in cui viene calato nel territorio diventa paralizzante”.
Insomma, nonostante da Roma non arrivi alcun segnale, il progetto va avanti.
La contromossa di Veltroni? Un’apertura, di credito: “Sono assolutamente aperto perché ritengo che un coordinamento del Nord possa essere utile ritengo, non da oggi, ed avere un ruolo e una funzione nell’elaborazione di linee, strategie e alleanze”. Il segretario del Pd mostra così, conversando con i giornalisti a margine del Consiglio del Pse, la sua disponibilità verso l’organismo proposto da esponenti come Sergio Chiamparino.
Ma se la grana scoppiata con l’accelerazione impressa dal sindaco di Torino alla “questione settentrionale” sembra almeno in parte essere disinnescata, resta invece intatto in tutta la sua delicatezza il problema della collocazione europea del Partito. Il segretario era infatti all’assise del Partito socialista europeo solo in qualità di ospite e non ha sottoscritto il manifesto politico comune in vista delle prossime elezioni europee (da tenersi in Italia nel giugno del 2009) in quanto il Pd non aderisce. Cosa che hanno fatto invece l’ex ministro e ultimo segretario dei Ds Piero Fassino e la presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso in qualità di Presidente del comitato degli amministratori regionali socialisti in Europa.
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di Carlo Puca
“Spesso, vedendo un ammalato soffrire un lungo martirio, mi ero indignata per l’inerzia dei parenti: io lo ucciderei… Ma il malato è diventato di loro proprietà”. L’aforisma di Simone de Beauvoir ben si attaglia alla sinistra italiana. Finita in mano a pochi parenti serpenti, se non è in coma poco ci manca. E comunque l’accanimento terapeutico produce più danni che sollievi.
Eppure, nemmeno tanto tempo fa, ad aprile, la sinistra esisteva. Sei mesi dopo c’è poco più del nulla. Non che nel resto d’Europa se la passi meglio. L’ultima copertina del settimanale Newsweek è impietosa: “The lame left” titola, la sinistra azzoppata. In Italia non se n’è accorto nessuno, per una ragione molto semplice. Tra le foto dello spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero e dell’inglese Gordon Brown, che pure governano il loro paese, c’è quella di Ségolène Royal.
Gli italiani? Newsweek non li prende neppure in considerazione.
Peggio. Un po’ forzando la mano, Newsweek sostiene che Silvio Berlusconi ha anche preso alcune decisioni di sinistra. E cita il caso della Robin Hood tax tremontiana. Il settimanale non fa riferimenti all’Arcobaleno, ai socialisti, ad Antonio Di Pietro e quant’altro. Ma fin qui siamo nel campo della normalità. Queste forze vengono percepite non come forze di governo. Anche perché si attardano su posizioni di retroguardia, non capendo che proprio la retroguardia li sta distruggendo.
Due esempi: alla festa del Pdci di Oliviero Diliberto a Torvaianica, sulla costa laziale, hanno dovuto annullare alcuni dibattiti per assenza di pubblico; Rifondazione comunista, un partito per due (Paolo Ferrero e Nichi Vendola), litiga sulle manifestazioni. C’è chi va da una parte e chi dall’altra. Il problema è chi segue loro. Sempre meno.
Discorso a parte per il Partito socialista di Riccardo Nencini: sono così delusi da Veltroni da essere tentati di aprire un dialogo con il centrodestra, dopo che la destra più estrema è stata emarginata dal Pdl.
Ma più di tutto colpisce su Newsweek che il Partito democratico di Walter Veltroni, la seconda forza politica italiana, non venga citato. Come se non esistesse. Neppure per classificarlo nella sinistra azzoppata.
“La foto di Newsweek è tragica ma conferma i pareri più pessimistici” dice Peppino Caldarola, una vita nei Ds, tra giornalismo e Parlamento. “Una volta, ai tempi di Ds, Margherita, ma anche di Rifondazione e Sdi, il centrosinistra faceva parte del dibattito mondiale”. Ai congressi di partito, per esempio, arrivavano i leader globali, alle ultime assise s’è visto ben poco.
“Oggi questi partiti sono stati espunti perché non classificabili, in particolare il Partito democratico” continua Caldarola. “In Italia siamo riusciti nel miracolo di far sparire la sinistra senza far comparire altro. Il Pd non si può mettere nella sinistra, perché ci sarebbe la ribellione dei Popolari, dei rutelliani e forse anche dei prodiani. Non si può mettere nel centro, per ragioni uguali e contrarie. Risultato? Tra 6 mesi si vota per le europee e non si capisce cosa diavolo succede. Berlusconi guiderà il gruppo nazionale più consistente nel Partito popolare europeo. Il Pd, il secondo partito italiano, mica bruscolini, non si sa. Ognuno andrà dove vuole, nel Ppe, nel Pse o tra i liberali. Non c’è da stupirsi per la poca incidenza: si paga il prezzo della mancata definizione. Se posso dirlo, è stato partorito un piccolo mostro”. Un mostro a due teste.
La prova? Valga la testimonianza di Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica all’Università di Roma III. Questa estate è andato a Pesaro, alla festa del Partito democratico, per presentare un suo fortunato libro, Le elezioni del Quarantotto. Ebbene, racconta Novelli, “si sono alzati alcuni urlando che meno male aveva vinto la Democrazia cristiana, sennò chissà dove saremmo stati ora”.
Viceversa, un po’ di diessini ha sostenuto il contrario. “Ecco, le feste sono una grande occasione per unire, invece erano divisi. D’altronde è normale che accada quando la stagione estiva, appena conclusa, ha creato più problemi invece di risolverli. Prima di tutto il dibattito se chiamarle feste dell’Unità o democratiche. Poi l’ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, che dice che il meeting di Comunione e liberazione è la vera festa dell’Unità, infine Arturo Parisi che dal palco di Firenze spara a zero su Veltroni. Insomma, un caos”.
Il fatto è che “nel Pd non gira un’idea che sia una” sostiene da tempo Emanuele Macaluso, padre storico della sinistra italiana. Basterà la nuova moda delle scuole di partito? Macché: “La scuola politica del Partito democratico è una sfilata di moda. Perché cosa si insegna se non c’è cultura politica?” analizza Gianfranco Pasquino, docente di scienze politiche a Bologna.
E pure il ritorno all’antiberlusconismo è sbagliato “Di Pietro è una bolla che si sgonfierebbe facilmente, utilizzando le armi politiche che a suo tempo sconfissero l’ondata massimalista di Sergio Cofferati” ritiene Caldarola. “Il tema dell’opposizione non è la sua durezza, è la sua incisività: la proposta concreta induce l’avversario a inseguirti”. Per Pasquino, poi, l’antiberlusconismo corrisponde anche a un errore di propaganda: “Qualsiasi comunicazione maggioritaria si basa sul riconoscimento pieno, completo, assoluto dell’avversario politico; identificato, criticato e contrastato con nome e cognome. Non si deve lasciare nessun dubbio nell’elettorato su chi sia responsabile del fatto, del non fatto, del malfatto e del misfatto, nonché delle promesse che non si possono mantenere”. Pasquino invita quindi il Partito democratico a un linguaggio più aspro, meno buonista. Meno veltroniano, insomma.
Tra l’altro Francesco Rutelli è sparito, Massimo D’Alema quando si espone produce polemiche, quindi non resta che Veltroni, il principale imputato, visto che se ne sta in America mentre in Italia sono aperti temi fondamentali come l’Alitalia e la legge elettorale per le europee. E infatti anche Il Riformista lo bacchetta: “Walter torna fra noi”.
“Il ciclo di Walter è significativo” sostiene Caldarola. “Ha cominciato chiedendo il decreto antiromeni e decretando la fine dell’antiberlusconismo. A Cetona, dopo pochi mesi, si è tornati alla sinistra catastrofista. A parlare, per esempio, di una dittatura di cui francamente non vi è traccia alcuna. E poi manca la capacità di decidere. Mettiamo l’Alitalia: non si può dire per settimane che era meglio Air France. Noi viviamo il presente. Bisognava dire, da subito, è meglio il fallimento o la salvezza? Invece si è tergiversato. Siamo dentro un grumo irrisolto, composto in particolare da due problemi: la leadership e la linea politica. Da noi servirebbe un congresso, vero, partecipato e contrastato. Dividere fa bene, almeno ci si riconosce in una parte. Negli ultimi sei mesi non c’è stata alcuna discussione, il Pd è un partito a porte chiuse”. Proprio come le sale di rianimazione.
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Passi felpati per non provocare attriti e prove di dialogo sul federalismo, se non sull’economia, alla festa del Pd, soprattutto tra Lega e Partito Democratico. Questo il copione dell’attesissimo dibattito pomeridiano, nella seconda giornata della festa, tra un nutrito drappello di ministri, l’ospite d’onore Umberto Bossi (anche se non è stato un vero debutto: il Senatur partecipò a una festa dell’Unità a Modena, nel ‘94), Roberto Calderoli e Giulio Tremonti, da una parte, e Pier Luigi Bersani e Sergio Chiamparino dall’altra.
In un’arena stracolma di pubblico, solo un momento di tensione, prima che il confronto cominciasse. Quando nella sala, completamente spoglia di bandiere del Pd, hanno fatto il loro ingresso alcuni militanti leghisti, provenienti da Pisa e da Siena “per dare appoggio morale al nostro capo Bossi”, che sventolavano i vessilli del Carroccio: rossi con l’effigie di Adalberto da Giussano. L’ingresso laterale e il tentativo di disporre le bandiere leghiste davanti al palco hanno scatenato la protesta del pubblico democratico, in gran parte balzato in piedi: fischi, urla “fuori, fuori”. È stato Maurizio Mannoni, giornalista Rai e moderatore del dibattito, ad invitare alla calma il pubblico esortando i leghisti a riporre le bandiere. Incidente chiuso, appena in tempo per vedere entrare in scena i protagonisti del confronto su federalismo ed economia.
Applausi forti per i tre ministri del Governo Berlusconi e standing ovation per Bersani e Chiamparino. Se non è idillio, è almeno un buon inizio. Il ministro delle Riforme per il Federalismo aveva già preannunciato, conversando con i cronisti: “se ci mettiamo a litigare viene fuori il caos”.
Bersani mette subito i paletti, ma senza alcuna aggressività. “Il federalismo può essere una grande occasione ma anche la sciocchezza finale se viene fatto male. Dialogo è una parola che non mi convince, è troppo astratto, parliamo di confronto, di accordo o di disaccordo. Sia chiaro che il federalismo ci interessa, abbiamo fatto una proposta, abbiamo delle idee: però non si scherza con il federalismo fiscale”. è conciliante e rimarca il confronto da cui è scaturita la bozza di federalismo, il ministro per la Semplificazione amministrativa Calderoni. “Abbiamo interpellato i nostri interlocutori, tutti i sindaci, i presidenti delle Regioni” dice “che ci hanno dato risposte concrete, risposte che, quando sono state condivise, sono diventate un articolo della bozza”.
Si scaglia contro la Conferenza Stato-Regioni (”è un mercato delle vacche”) Bossi e nel contempo sottolinea che bisogna “dare autonomia ai Comuni e per questo bisogna trovare soluzioni subito”. Bersani, che sui temi dell’economia e sulla manovra finanziaria duetta anche aspramente con Tremonti, si innervosisce: “A parole, sono anni che diciamo queste cose”.
È svelto Bossi a stemperare i toni: “Non sono venuto qui per litigare. Io so che su questi temi dobbiamo trattare per forza”. Anche Chiamparino apre al “dialogo” sul federalismo ma, dice: “l’esito non è scontato”. Tra una citazione di Karl Marx (fatta niente meno che da Tremonti), qualche punzecchiatura sull’economia di Bersani, applausi quasi equamente suddivisi tra tutti i protagonisti, il dibattito ruota attorno ad una quasi promessa di confronto vero.
Quando i ministri del Governo Berlusconi lasciano il palcoscenico, tocca a Chiamparino e a Bersani entrare nel vivo delle questioni del Pd. Chiamparino dà voce ad un timore che appare diffuso: “Temo che il Pd sia soffocato nella culla da gruppi, sottogruppi, correnti e sottocorrenti”.
E qui la platea applaude con meno convinzione: e qui il popolo democratico mostra di appassionarsi (o di temere) meno al dibattito sulle spinte autonomiste e personalistiche del proprio partito…
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In attesa che apra i battenti la prima festa nazionale democratica (comincia sabato 23 a Firenze), primo test ufficiale a quasi un anno dalle primarie che hanno consacrato il leader Walter Veltroni, il dibattito interno proprio sull’unità e sul futuro del partito non accenna a placarsi. E mentre i “big” seguono in silenzio dai luoghi di villeggiatura quanto accade alla “periferia” del partito, lo scontro si sposta sul piano nazionale, con rinnovate richieste di congresso. A gettare acqua sul fuoco Giorgio Tonini, democratico della cerchia veltroniana, che invita tutti ad avere “un po’ di pazienza”.
Ma la pazienza non può spegnere i piccoli e grandi focolai che minacciano Veltroni dai fronti regionali, quello piemontese in primis (sul quale l’intervento del leader non è bastato a placare le polemiche), seguito da quello sardo, (ma anche da quello fiorentino, quello abruzzese, e via via in tutte i territori che saranno coinvolti nekla prossima tornata di amministrative, nel 2009).
E allora, proprio per la legge della “liquidità” del partito, i fronti periferici rischiano di diventare un nodo a livello nazionale: è qui che tornano a farsi sentire i detrattori del partito senza struttura, con Arturo Parisi in prima fila a chiedere più democrazia e un repentino congresso. La proposta di andare al confronto aperto non è nuova, e la voce dell’ex ministro della Difesa non è l’unica a levarsi in favore di un confronto in tempi rapidi: anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, in un’intervista al Mattino, preme per “aprire finalmente una vera fase congressuale con mozioni chiaramente definite sulle quali confrontarsi e andare a un congresso che elegga un gruppo dirigente non fittizio ma reale”. I problemi del Pd, per Cacciari, nascono dalla mancanza di “struttura” del partito, e da una direzione, “attorno a Veltroni” che è “assolutamente non rappresentativa: sono persone di cui nessuno conosce l’esistenza, senza autorevolezza”. Ci va giù duro, il sindaco filosofo. E va in coppia con le bordate di Parisi: la colpa di Veltroni è quella di aver fatto “troppo poco, ma soprattutto, troppo tardi”. Si riconvochi presto l’Assemblea costituente, quindi, per decidere la linea del partito in modo “democratico”, senza aspettare che l’esito delle europee, anch’esse nel 2009, diventi “quasi un sostituto di un congresso di partito”.
L’idea del congresso anticipato, però, non convince tutto il partito. Giorgio Merlo è sicuro che non sia “la ricetta giusta per rilanciare il partito democratico”. Dello stesso parere Giorgio Tonini, fedelissimo di Veltroni, secondo il quale “che ci siano delle sbavature è nell’ordine delle cose”. Ma la via congressuale non è la soluzione: “A volte ho l’impressione” dice il senatore democratico “che nostri autorevoli dirigenti difettino di pazienza”. Il partito ha attraversato “una serie di passaggi difficili e tutti per la prima volta”. Bisogna saper aspettare, quindi, perchè “non si può avere subito tutto e il contrario di tutto”.
Pazientare, quindi. Vai a dirlo ai dirigenti locali. E agli iscritti. Qua e là per lo Stivale, il clima che si respira in casa democratica non è per niente entusiasmante. In Sardegna, a casa di Parisi, il segretario regionale Cabras si è dimesso a luglio perché non è riuscito a trovare un candidato alternativo a Soru per il 2009. A Firenze, Leonardo Domenici lascerà dopo il suo secondo mandato e già si profila uno scontro tra due candidature, l’ormai “famoso” assessore alla sicurezza, Graziano Cioni (che chiede le primarie ma non si è ancora scoperto) e una collega di giunta, l’assessore all’Istruzione, Daniela Lastri; senza dimenticare che anche il presidente della provincia, il rutelliano Matteo Renzi, starebbe facendo un pensierino su Palazzo Vecchio.
In Abruzzo la partita è addirittura più ravvicinata: per sostituire l’ex governatore Ottaviano Del Turco, dimessosi dopo l’inchiesta sulla sanità regionale, si andrà al voto il 30 novembre. E per quella data, il Pd dovrà contrastare, con i pochi uomini rimasti, l’attacco scagliato dal riottoso alleato Antonio Di Pietro. A Napoli bisognerà vedere come finirà la partita di Antonio Bassolino che ha annunciato di volersi dimettere l’anno prossimo da governatore della Campania; finora al primo voto interno per la segreteria provinciale del Pd, il veltroniano Luigi Nicolais ha battuto il bassoliniano Andrea Cozzolino.
Pazientare, quindi, come dicono i veltroniani? Quel che si aspettano, i big nazionali e i colonnelli locali de Pd, è una risposta del segretario, che potrebbe arrivare proprio dal palco della festa nazionale di Firenze.
Discutine sul FORUM: “Problemi nel PD, estate di fuoco…”

Roma-Palermo-Torino. Corrono su quest’asse le misure contro la malagestione dell’amministrazione pubblica. Suscitando consensi e reazioni trasversali ai due schieramenti e producendo i primi concreti segnali di un cambio di rotta nei confronti dei cossiddetti “nullafacenti”.
Dopo le dichiarazioni del neoministro alla Funzione Pubblica Renato Brunetta sui fannulloni (”colpirne uno per educarne cento) e i primi provvedimenti della Sicilia guidata dal neogovernatore Raffaele Lombardo, il terzo segnale arriva da Torino, guidata dal democratico Sergio Chiamparino.
L’amministrazione della Città della Mole impiega poco più di dodicimila addetti. Secondo una recente indagine, i fannulloni sarebbero poco meno del 10%: a tanto ammonterebbero infatti le persone che, per usare l’espressione politically correct di Cesare Vaciago, direttore generale del Comune di Torino, “lavorano meno” degli altri colleghi. Tradotto: all’ombra della Mole, il tasso di assenteismo sarebbe superiore al 2% della media di qualsiasi altra azienda privata della zona, tanto che gli uffici, se ottimizzati e adeguatamente informatizzati, potrebbero fare a meno di 2000 impiegati.
La ricetta del sindaco Chiamparino è tutta incentrata su incentivi economici, ma anche su maggiori risorse da far gestire ai settori “più virtuosi”. Ma le reazioni delle parti sociali non sono di certo concilianti: il sindacato parla di “numeri fuori quota e decisamente spropositati”, sostenendo che la “ricetta sta nella riorganizzazione delle scrivanie”.
Ora resta solo da capire se i primi segnali concreti contro la malamministrazione entreranno a pieno regime.

Da Torino a Napoli, passando per Firenze e Bologna ma senza dimenticare la Puglia. Il centrosinistra soffre, si spacca e rischia di finire in minoranza non solo a Roma. La fragilità dell’esecutivo fa tremare lo Stivale intero e non risparmia quasi nessuno degli enti locali amministrati dalla stessa coalizione che finora ha tenuto a galla Romano Prodi.
Per disegnare il diagramma della crisi basta partire da Torino, dove da giorni è in atto una vera e propria resa dei conti interna al Pd e una rottura sempre più profonda tra moderati e Rifondazione. La tregua è arrivata solo ieri, con un documento che sana le fratture interne al partito di Veltroni, ma che non scioglie le divergenze con gli altri alleati.
A Bologna, Cofferati non se la passa meglio. Dopo aver presentato “il piano B” per continuare a governare la città e salvare la sua giunta, la sua situazione non è migliorata di molto. L’ala radicale è rimasta fuori della coalizione, e per amministrare il “sindaco sceriffo” deve così contare sui due voti determinanti della Sinistra Democratica, che non smette di inviare messaggi poco concilianti, continuando a proporre elezioni anticipate.
Se Cofferati, seppure con qualche difficoltà, governa, ieri a Firenze la sinistra radicale ha mandato in frantumi la maggioranza comunale. Verdi, Rifondazione, Comunisti italiani e Sinistra democratica hanno fatto affondare una delibera sulla fusione delle Spa dell’acqua, facendo infuriare il sindaco Leonardo Dominici e il Pd toscano, che ha già fatto sapere di voler sfiduciare il presidente del consiglio comunale Cruccolini, targato Sd e considerato uno dei principali oppositori alla delibera. L’opposizione avverte che “la maggioranza non c’è più”, nel frattempo il primo cittadino fiorentino riferisce a Veltroni e a Claudio Martini, presidente della regione toscana.
Ma è lo stesso Martini a non trovarsi in una situazione più rosea. La scorsa settimana ha allargato la sua maggioranza a Rifondazione ed è subito scoppiato il problema poltrone. La sinistra massimalista si sente “sottorappresentata” e vuole nominare almeno un assessore in più e il vicepresidente.
Al Sud le cose non vanno meglio. Col passare delle ore, in Campania la situazione si complica. Dopo gli arresti del presidente del consiglio regionale Sandra Lonardo e le prime avvisaglie di crisi, gli uomini di Mastella hanno abbandonato la maggioranza sia nella Provincia che nel municipio di Caserta e hanno minacciato di togliere il proprio sostegno anche alla Regione.
Intanto, l’Italia dei Valori non perde occasione per dire che “l’esperienza Bassolino deve considerarsi conclusa”, i socialisti si dicono certi che “questo esecutivo non durerà fino al 2010″ e il segretario di Rifondazione Comunista, Franco Giordano dichiara lapidario: “si è chiuso un ciclo politico. Andiamo a votare in autunno”.
Persino la Puglia risente dell’effetto-crisi. L’esperimento Vendola, celebrato come “prototipo della sinistra al governo” e “modello vincente delle vere primarie”, inizia a scricchiolare per l’enorme deficit sanitario pregresso.
La scorsa settimana, il governatore pugliese ha convocato un vertice di cinque ore con tutti gli assessori. Nessuna poltrona è saltata (almeno per ora), ma alla fine Vendola ha comunque attaccato “una mentalità ministerialista incapace di guardare al d là delle proprie competenze”. Ed il Pd intanto ha avvertito: “sosterremo il governo regionale, ma non in maniera incondizionata. Il partito non vuole coprire scelte che non ha contribuito a determinare, ma compartecipare alla strategia di rilancio secondo regole di evidenza e legalità”.
Quattro città (Torino, Bologna, Firenze, Napoli), quattro regioni (Piemonte, Toscana, Campania, Puglia), otto amministrazioni, tutte governate dal centrosinistra. C’è n’è abbastanza perché qualcuno sostenga che “la crisi di un governo sembra la crisi di un’intera stagione politica e di un progetto”, quello dell’Ulivo, iniziato coi migliori auspici ormai tredici anni fa.

Parenti serpenti. In Piemonte, sono giorni duri per il Partito democratico e per il sindaco del capoluogo Sergio Chiamparino, stretto dall’emergenza rifiuti e dalla proposta di istituire narcosale nelle strutture ospedaliere della sua città.
Ma i problemi più spinosi non arrivano dall’opposizione, che giorni fa sull’emergenza di Napoli ha accusato il centrosinistra di voler fare “il primo della classe” a discapito del benessere dei cittadini piemontesi. Bensì dagli stessi alleati, che non risparmiano critiche al fronte possibilista sulla questione dell’emergenza campana aperta dal sindaco e dalla presidente della regione.
In questi giorni i più furiosi sono stati proprio i compagni del Pd, spaccati su due fronti che sembrano lontanissimi: da un lato, Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso; dall’altro il presidente della provincia Antonio Saitta e molti dei dirigenti locali del Pd, contrari a farsi carico del problema Napoli. A fare da paciere il segretario regionale, Gianfranco Morgando, che ha invitato più volte “tutti a evitare personalismi”.
La querelle Torino è iniziata dopo la disponibilità della presidente della regione ad accettare tremila tonnellate di immondizia napoletana in terra piemontese. Dichiarazioni sufficienti a scatenare mugugni e malcontenti, ma soprattutto una dura condanna dell’Ufficio politico del Pd regionale, nella quale si manifestavano molte “preoccupazioni, in particolare quelle relative al rischio di compromettere un delicato equilibrio faticosamente raggiunto”.
Così, dapprima Sergio Chiamparino ha provato a glissare, aspettando “la decisione di Ato e Provincia”. Ma quando anche da loro è arrivato un secco “no”, non ha potuto fare altro che denunciare che “tra noi, c’è ancora qualcuno che vede il partito democratico come un campo in cui ognuno si barrica nella propria casamatta e l´unico aggregante diventa il potere”.
Qualche ora prima, dalle Maldive anche la Bresso criticava “la sottocultura che sta divorando le fondamenta del Paese. Invece di parlare dei problemi dei cittadini, si sceglie la solita via: mettersi alla testa delle loro paure”. Rientrata a Torino, la presidente della regione ha poi fatto capire che continuerà la sua battaglia: “scriverò al governo – ha detto ieri a Palazzo Lascaris - perché intervenga con un decreto per superare il no a smaltire una piccola quota dei rifiuti campani espresso dalle Ato di Torino e Cuneo. Per legge, è loro la competenza. Noi purtroppo non possiamo farlo”.
Il problema rifiuti non è però l’unica emergenza dell’agenda di Chiamparino. Martedì notte, il consiglio comunale del capoluogo piemontese ha approvato infatti la mozione che prevede l’installazione di alcune narcosale. La proposta era nata da una netta presa di posizione del ministro della Solidarietà sociale, il riforndarolo Paolo Ferrero, che si era detto certo che avrebbero diminuito la criminalità, ma la delibera della sinistra radicale è stata bocciata. Il Pd ha proposto e fatto approvare infatti una mozione più “soft”, proponendo di istituire un gruppo di lavoro con il ministero della Sanità “per individuare le linee guida del progetto”.
E, mentre il sindaco torinese si gode l’ottimo risultato nella classifica del gradimento del Sole 24 Ore (secondo con il del 73% dei consensi), riesplode il caso Tav: martedì scorso il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta ha convocato per il 30 gennaio il tavolo politico sulla Torino-Lione.
Se non è aria di crisi, poco ci manca. Ed il primo problema potrebbe nascere proprio dentro al Pd, quel partito che – erano in molti a giurarlo – avrebbe “garantito maggiore stabilità anche ai governi locali”.