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Sergio-Cofferati

L’offensiva di Marchionne spacca in due Cgil e Pd

L'ad Fiat, Sergio Marchionne (Ansa)

L'ad Fiat, Sergio Marchionne (Ansa)

Che l’ad Fiat Sergio Marchionne abbia le idee chiare sul futuro delle relazioni industriali nel nostro Paese gli italiani lo hanno capito da tempo. Le sue ultime dichiarazioni confermano la sua determinazione: «Se al referendum di Mirafiori vincono i no, non faremo alcun investimento», ha detto il manager chietino aggiungendo che il Lingotto è capace di produrre vetture «con o senza la Fiom». Continua

Rom e campi abusivi: due pesi e due misure


Un campo rom abusivo a Roma (Ansa)

Un campo rom abusivo a Roma (Ansa)

Il ministro Maroni ha accusato, ieri sera alla festa dei giovani del PdL Atreju, certa sinistra di “falsificare la realtà”. Soprattutto quando incolpa il governo di voler “cacciare i nomadi e chiudere i campi rom”. Continua

Sergio Cofferati: Addio Sceriffo, torna il Cinese da barricata


Sergio Cofferati (ANSA)

Sergio Cofferati (ANSA)

Gli amici ritardatari possono ancora fargli gli ultimi regali di nozze: da Radif, il bel negozio di Genova (la sua nuova città d’adozione) dove ha fatto la lista, non hanno trovato acquirenti né le posate di Christofle, né un borghesissimo servizio da caffè di Wedgwood. Ma un diverso regalo se l’è fatto lui il 18 giugno, due giorni prima di sposarsi.
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Contrordine, compagni. Le marce indietro dei big per fare il leader del Pd

Veltroni e Franceschini

La GALLERY: I big del partito divisi tra Franceschini e Bersani

Uno in Africa. L’altro a Genova con il figlioletto. L’altro ancora nelle retrovie del partito, lontano dalla segreteria. Ah, il partito…
Come sarebbero state diverse le vite dei big del Pd senza Pd?
Già, perché “se il partito chiama”, “se me lo chiedono gli altri”, “se c’è bisogno di me”, “per il bene del progetto”, si può sempre fare un passo indietro. E così non stupisce nessuno il fatto che Dario Franceschini da “segretario precario” con scadenza (a Matrix, il 4 marzo scorso aveva detto basta, aveva assicurato che avrebbe “tireto ancora la carretta” democratica fino a ottobre, fino al congresso al quale non si sarebbe ricandidato: qui il video), abbia deciso di candidarsi ufficialmente al congresso che in autunno eleggerà il leader dei democratici.

Il SegreDario tenta il bis
L’ha fatto con un messaggio (qui il video) sul suo sito in cui però non nasconde il retro-front: “Pensavo di potermi fare da parte e lasciare il testimone a una nuova generazione” dice, “ma in questi giorni sono ho visto riemergere protagonismi e litigi” e allora ”non mi sento di tradirli” (i giovani) e “mi candido” (ironia della sorte) “per non tornare indietro a quelli che c’erano prima, molto prima di me”.

Veltroni l’africano mancato
Quello che c’era subito prima di lui, per esempio, sulla poltrona di segretario non ci si sarebbe mai seduto: “Se farò di nuovo il sindaco di Roma nei prossimi cinque anni, alla fine di questo secondo quinquennio avrò concluso la mia esperienza politica”, disse Walter Veltroni Che Tempo che fa, l’8 gennaio del 2006 (qui il VIDEO). “Perché non bisogna fare la politica a vita. Bisogna fare le cose in cui si crede facendo altro. So che quando dico questo tutti mi guardano dicendo: ‘Eh, guarda che furbacchione, dice così e poi non è vero’. Ne parleremo tra cinque anni e si vedrà se sarà vero oppure no”. Per il momento, ne sono passati tre, molto burrascosi, Walter non è più sindaco ma l’Africa può aspettare.

Cofferati: farà il papà da Bruxelles
Così come può aspettare Sergio Cofferati. L’ex leader Cgil (”quando finirà il mio mandato tornerò a fare l’impiegato alla Pirelli“, disse nel 2000) ed ex sindaco di Bologna decise nel 2008 che non si sarebbe ricandidato alle amministrative del capoluogo emiliano, per fare il papà. Troppo lontano da Genova, dove vive la compagna. Città che raggiungerà più comodamente da Strasburgo, visto che meno di un anno dopo si è candidato per le europee: “Sono stato chiamato da Franceschini. In vita mia non ho mai chiesto candidature, me le hanno sempre offerte gli altri”.

Largo ai giovani: Bindi e Parisi
Abnegazione. Spirito di sacrificio. Come quello che anima l’ex ministro della Difesa Arturo Parisi: “I giovani chiedono spazio? Sono pronto a farmi da parte” disse quando si ventilava una sua candidatura alle primarie del Pd. “In assenza di altri candidati, sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari, per amore di verità e per il bene del progetto, la mia candidatura è da ritenersi in campo” rettificò un mese dopo. Poi però si fece da parte davvero, quando si fece avanti Rosy Bindi, non proprio una nuova leva.

Romano a fasi alterne
In questo tripudio di retromarce, non stupisce che a fasi alterne dalle parti dei democratici si parli del ritorno di Romano Prodi (e del “suo” Ulivo). L’ex premier, per ora, è stato di parola: “Farò il nonno” disse dopo la caduta del suo secondo governo. E per ora, a parte qualche esortazione e apparizione televisiva, è stato di parola. E come nell’imitazione di Corrado Guzzanti, è rimasto “feeeermo”, ad aspettare che siano gli altri a fare marcia indietro e tornare da lui. Di nuovo.

Il VIDEO di Prodi Guzzanti “feeeermo”come un semaforo

Il VIDEO con cui Franceschini annuncia la sua candidatura da YouTube

 

Il VIDEO da YouTube in cui Cofferati disse: “Non mi ricandido”


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La doppia vita di Cofferati: l’ex leader Cgil condannato per condotta antisindacale

Sergio Cofferati

Sette anni fa, a guida della Cgil, aveva portato al Circo Massimo tre milioni di persone per difendere lo Statuto dei lavoratori. Sergio Cofferati, sindaco uscente di Bologna ed ex segretario nazionale della Cgil, lunedì è stato condannato per non aver rispettato proprio quello stesso statuto: condotta antisindacale.

I ruoli nella storia, diceva Hegel, per paradosso si invertono: il servo diventa padrone. E a Bologna, il “Cinese” si trasforma: da “girotondino” in sindaco “sceriffo” e da ex leader sindacale contrasta gli scioperi. Prima una cosa, poi il suo contrario.
Il 23 marzo del 2002, infatti, il “Cinese” era ancora il numero uno della Cgil e aveva guidato una folla di 3 milioni di persone al Circo massimo per protestare contro la riforma dell’articolo 18. Dopo sette anni, è stato condannato dal tribunale del Lavoro di Bologna per condotta “antisindacale” in qualità di rappresentante legale e presidente della Fondazione del Teatro Comunale di Bologna: non ha rispettato l’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. Tutto è nato durante la rappresentazione a fine marzo della Gazza ladra: i rappresentanti dei lavoratori dell’Ente lirico della Cisl e Fistel-Cisl e Fisals-Cisal presentano un esposto al tribunale del Lavoro in seguito all’affissione in bacheca di un annuncio, firmato dal direttore del personale del teatro, in cui si avvisava che, in caso di adesione allo sciopero proclamato per quattro giornate a partire dallo scorso 22 marzo (che avrebbero fatto quindi saltare la rappresentazione della Gazza ladra), non sarebbero stati pagati anche i dipendenti non aderenti allo sciopero. “Un comportamento intimidatorio per il quale abbiamo presentato un ricorso d’urgenza al Tribunale del lavoro sulla base dell’articolo 28 dello statuto dei lavoratori”, ha detto Marica Morara, il legale della della Cisal. Lo stesso sindaco di Bologna, melomane appassionato si era presentato, la scorsa settimana, durante l’udienza per difendere il Teatro.
E all’Ansa il “Cinese” aveva sostenuto che a termini di statuto il responsabile non è il presidente della Fondazione, ma il sovrintendente, Mario Tutino. E che comunque in occasione di questi scioperi veniva violato da parte degli scioperanti uno dei principi cardine di una corretta lotta sindacale: e cioè che al danno inflitto al datore di lavoro con lo stop alle attività, corrispondesse un danno dei lavoratori, con la perdita della paga nelle ore di sciopero. Secondo Cofferati, in alcuni casi, in quel teatro era sufficiente che una sola categoria di dipendenti, magari gli addetti alle luci, alcune unità, bloccasse il lavoro di tutti. Col risultato che il danno era massimo per il teatro, mentre alle altre decine di dipendenti doveva essere riconosciuto per intero lo stipendio. In questo modo, aggiunse, diventava molto facile scioperare.
Ma non è bastato: il giudice del tribunale del Lavoro, Filippo Palladino, lunedì lo ha condannato per comportamento anti sindacale, disponendo di “astenersi da tali comportamenti” e comminando il versamento delle spese di lite di 1.300 euro. Fistel Cisl e Fisal Cisal hanno commentato duramente: “Lo dice lo Statuto” ha detto l’avvocato Cristiani della Cisl “che è Cofferati il responsabile legale”. Secondo i legali e i sindacati, la lettera era “intimidatoria” perché mirava “a condizionare la libertà di sciopero e il suo svolgimento sereno” e aveva l’effetto di dividere i lavoratori, mettendo gli uni contro gli altri.

Insomma, non è davvero un buon periodo per il sindaco (agli sgoccioli) di Bologna. A ottobre, infatti, aveva dichiarato in un’affollata conferenza stampa che non si sarebbe mai candidato alle prossime amministrative e nemmeno alle europee. “Sarò un cialtrone se vado in Europa”, disse Cofferati davanti a una folla di cittadini, curiosi e giornalisti. Ma poi si è candidato lo stesso, alla faccia della promessa, e dell’epiteto, come capolista nel Nord Ovest, mandando su tutte le furie il governatore del Piemonte, Mercedes Bresso, che un pensierino a Bruxelles lo aveva fatto. Ma Sergio Cofferati è fatto così. Dopo aver guidato la Cgil dal 1994, nel settembre del 2002 è tornato alla Pirelli e ha iniziato a partecipare ai girotondi di Nanni Moretti. Passato un anno, ha deluso pure i girotondini accettando di essere lo sfidante di Guazzaloca per la conquista della poltrona di primo cittadino a Bologna e riportare al governo la sinistra nella città rossa per eccellenza. Vinte le elezioni, dopo un anno Cofferati ha deluso pure la sinistra: nel 2005, infatti, si fa notare come sindaco “sceriffo” per la sua battaglia per la legalità contro lavavetri e baracche abusive, che lo portano alla rottura con Rifondazione, facendogli guadagnare il nomignolo di “podestà di Bologna” (Striscia la Notizia gli consegnò un Fez, qui il VIDEO) e attirando le simpatie della Lega che gli donò la tessera di “aspirante leghista”.

“Cialtrone” o “furbacchione”? Quando la poltrona val più di una promessa

Walter Veltroni e Sergio Cofferati

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Anzi, ci sono il “Furbacchione” e il “Cialtrone”. Gli epiteti se li sono dati da soli. Chi? Tra gli altri, due pezzi da novanta del Pd: niente meno che l’ex leader Walter Veltroni e Sergio Cofferati, (ancora per poco) sindaco di Bologna.
Entrambi avevano annunciato, pubblicamente, di ritirarsi dalla politica. Il primo “per andare in Africa”, il secondo “per fare il papà”. Sarebbe stata scelta controcorrente, la loro: abbandonare la carriera per impegnarsi nella vita privata. Sarebbe, appunto, con il più che mai d’obbligo.
E infatti, in pochi ci hanno creduto.
La parabola veltroniana è nota a tutti. Quella di Cofferati? Il sindaco di Bologna ieri ha annunciato la sua candidatura come capolista alle elezioni europee come capolista nella circoscrizione Nord Ovest. Per la verità sarebbe stato chiamato da Dario Franceschini, segretario del Pd. “In mia vita non ho mai chiesto candidature. Me le hanno chieste sempre gli altri”, ha sottolineato Cofferati.
E fin qui, niente di male. Se non fosse per quella dichiarazione fatta lo scorso 9 ottobre, quando annunciò di non ripresentarsi alle amministrative del 2009, e tirata in ballo da un’associazione bolognese (L’altrainformazione): “Sarò un cialtrone se vado in Europa”, disse Cofferati. Davanti a una folla di cittadini, curioso e giornalisti, il “Cinese” motivò la scelta con le “esigenze familiari”: troppo distante Bologna da Genova (città dove risiedono compagna e figlio) per uno che ha voglia di fare il padre a tempo pieno. “Sindaco ci manderà una cartolina da Bruxelles?” gli chiesero i giornalisti. “Non ve la mando neanche da Roma. Sa andassi a Roma sarei un cialtrone e io non sono un cialtrone”, perché la Capitale è ancora più lontana di Bologna, rispetto a Genova. Figurarsi Bruxelles, allora…
L’ex leader Cgil, tuttavia, è in buona compagnia. Il caso più eclatante nel Partito democratico è, appunto, quello di Walter Veltroni, neanche a dirlo. Intervistato da Fabio Fazio a Che Tempo che fa, l’8 gennaio del 2006 (qui il VIDEO), dichiarò il suo abbandono alla politica. “Se farò di nuovo il sindaco di Roma nei prossimi cinque anni, alla fine di questo secondo quinquennio avrò concluso la mia esperienza politica”, disse Veltroni. “Davvero?”, chiese Fazio. “Sì, perché non bisogna fare la politica a vita. Bisogna fare le cose in cui si crede facendo altro. So che quando dico questo tutti mi guardano dicendo: ‘Eh, guarda che furbacchione, dice così e poi non è vero’. Ne parleremo tra cinque anni e si vedrà se sarà vero oppure no”.
Passò soltanto un anno e Veltroni, nel 2007, si candidò alle primarie per la guida del Pd. Spiegando che il partito chiamava, che intorno a lui si era creata una tale aspettativa da non potersi permettere di dire no all’invito di correre per la leadership dei Democratici.
Una poltrona ambita, tanto che anche un prodiano di lunga data, Arturo Parisi, si contraddisse pur di averla. “I giovani chiedono spazio? Sono pronto a farmi da parte”, aveva detto prima Parisi rispondendo a Luca Sofri, che chiedeva l’inserimento di dieci “under 40″ tra i membri del Comitato per il Partito democratico. Poi fece marcia indietro: “In assenza di altri candidati, sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari, per amore di verità e per il bene del progetto, la mia candidatura è da ritenersi in campo”. Parisi perse, Veltroni vinse le primarie e sfidò Berlusconi. Poi sappiamo tutti come è andata a finire.
Ma nelle promesse mancate non sono inciampati solo i democratici. Anche Savino Pezzotta, ex segretario nazionale della Cisl, alla vigilia del Family day nel 2007 dichiarò di non voler entrare in politica: “Quando sono uscito dalla Cisl mi era stato offerto di fare il capolista al Senato per la Margherita e ho rifiutato. Non sarebbe stato coerente uscire da via Po e infilarmi a Palazzo Madama, tanto più con un seggio sicuro. Ogni percorso deve avere le proprie tappe”, raccontò a Panorama.it. A dire il vero, a Palazzo Madama Pezzotta non è entrato: dall’aprile del 2008 siede su uno scrano alla Camera dei deputati, tra le file dell’Udc.

Il VIDEO da YouTube con la conferenza stampa in cui Cofferati disse: “Non mi ricandido”

Pasquino: mi candido, a Bologna la sinistra sono io

Gianfranco Pasquino

Nome: Gianfranco Pasquino. Professione: indipendente, da tutto. Logica conseguenza per chi ha poppato il latte delle idee di sinistra direttamente dalla fonte: Norberto Bobbio. Per 11 anni è stato senatore della sinistra indipendente, maître à penser di un mondo che non si riconosce nel radicalismo di Rifondazione, né nel piano inclinato della sinistra verso il centrismo: Pci-Pds-Ds-Pd. Il professore di scienze politiche all’Università di Bologna, ma indipendente dal giro prodiano (che è quello che conta in città), a 67 anni si candida alla carica di sindaco di Bologna con una lista, ovviamente, indipendente. E arrabbiata, soprattutto contro l’ex sindaco Sergio Cofferati, il Pd e la sinistra tutta.
Pasquino, per Pasquino, è “la sinistra”, quella vera, che manca, quella di cui, secondo lui, c’è nostalgia. “Noi siamo quelli che starebbero a casa se non ci fossi io, che non voterebbero uno scialbo candidato ufficiale del Pd, Flavio Del Bono, un imprenditore come Alfredo Cazzola o un ex sindaco come Giorgio Guazzaloca”.
Professore, lei lo sa, vero, che non diventerà mai sindaco…
Ma scherza? Io arrivo al ballottaggio sull’onda di un grande scontento della città nei confronti del candidato del Pd, e a quel punto loro non possono che votare me.
Sicuro di arrivare al ballottaggio?
Che fa, ci prova? Vuole che le risponda di no? E io le dico di sì.
D’altra parte lei è dato al 6 per cento…
Così mi deprime. Siamo in crescita.
Lei è stato comunista?
Mai.
Ma è stato 11 anni senatore della sinistra indipendente. E i suoi elettori erano comunisti.
Sì, però io non sono mai stato comunista. Né come pensiero né come appartenenza partitica. Tecnicamente sono un azionista.
Quindi laicista.
Laico.
Come mai a sinistra nessuno si dice comunista?
Walter Veltroni lo è stato, Massimo D’Alema lo è stato…
Veltroni dice di no.
L’insostenibile leggerezza della politica.
Perché è deluso dall’ex sindaco Sergio Cofferati?
Ha sempre dimostrato di non essere assolutamente interessato alla città. E poi la sua candidatura è nata male, paracadutato da Roma senza nemmeno fare le primarie.
E perché lei non ha partecipato alle primarie? Il Pd le aveva offerto i voti necessari.
Mi aveva offerto le firme necessarie per essere sconfitto in un confronto con Del Bono, sostenuto dall’apparato. Una polpetta avvelenata che non ho mangiato.
Lo sa che il suo amico Luigi Pedrazzi, sociologo del Mulino, ha detto che la finanzierà ma non sa se la voterà?
Gigi ha sempre voglia di scherzare. Però è vero che la pensiamo diversamente su molte cose. Per esempio io penso che gli israeliani abbiano non solo il diritto di sopravvivere, ma anche di reagire; lui pensa che gli israeliani esagerino sempre.
Lei ha detto che la prima cosa che farebbe da sindaco sarebbe abolire tutte le consulenze. Fa il dipietrista?
Antonio Di Pietro molto spesso ha ragione. E, anche se non lo sa, dice cose di sinistra. Però c’è una differenza di stile, io bene o male sono uno studioso e Di Pietro no, e poi io non tratto sulle poltrone, lui sì.
Perché il Pd ha scelto Del Bono, che nessuno conosce?
Ho una risposta cattivissima, la vuole?
La prego.
Perché è l’unico che, se vince, libera ben tre poltrone: assessore al Bilancio, vicepresidente della regione e consigliere regionale.
Dica qualcosa di sinistra.
Facile: giustizia sociale. Chi ha di più favorisca un riequilibrio con coloro che hanno meno.
Lei guadagna più o meno di 120 mila euro l’anno?
Francamente non lo so, ma credo di più. Comunque Dario Franceschini ha ragione. Bisogna chiedere ai ricchi un contributo.
Chi guadagna 120 mila euro è un ricco?
No, però è probabile che chi dichiara 120 mila euro ne guadagni molti di più.
Ti faccio pagare anche quello che non dichiari anche se non so quanto sia.
Esatto.
Capisco…
Ma dovrebbero essere i parlamentari a dare l’esempio, solo che nemmeno Rifondazione ha preso questo impegno. La casta è davvero potente.
Alla sua età si mette a fare campagna elettorale? Non era più comodo continuare a scrivere per La Repubblica?
Uhhh, certamente sì. Tra l’altro gli altri candidati hanno più soldi di me.
Ma lei ha la Lega.
La Lega?
Delle coop.
Ah… eh, magari, non mi ha dato un centesimo e non controlla i suoi.
A Bologna ci sono 26 mila cassintegrati. Che si fa?
Ha visto come è ridotta Bologna?
No, come?
Ci sono buchi e sporcizia da tutte le parti. Una volta era pulita, ordinata, e credo che ci sia una enorme opportunità per impiegare chi ha perso il lavoro per farla tornare bella e appetibile per i turisti.
Paga il comune?
Sì, sono keynesiano. Qualcosa in contrario?
Facile essere keynesiano adesso, dopo che il monetarismo ha portato a questa crisi.
Io lo ero anche prima.
Che cosa vuol dire essere keynesiano?
Un governo stabile, onesto, che dura, costringe i sindacati a essere molto più moderati nelle loro richieste e gli industriali a fare i conti con un comune che decide dove si investe e dove no. Questo è il compromesso keynesiano con gli industriali: noi vi controlliamo i sindacati, per così dire, perché sanno che noi, governo di sinistra, siamo il miglior governo che possono avere, e voi investite dove diciamo noi. Questo è il compromesso che ha fatto grandi Bologna, Reggio Emilia, Modena…
Che ne pensa di Pancho Pardi, il professore fiorentino inventore dei girotondi?
Simpatico con alcune idee fisse: antiberlusconismo e sinistra fallimentare. Non si va lontano con Pardi.
Qual è il problema del Paese?
Siamo poco competitivi, impastoiati nel familismo, nessuno è disposto a combattere per vincere rischiando.
Quindi hanno ragione Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, il liberismo è di sinistra?
No, non il liberismo, ma la competizione è di sinistra.
Allora sarà favorevole alla liberalizzazione delle farmacie e dei taxi.
Beh, con un regolamento comunale apposito certamente sì.
Lei è un intellettuale?
Sì, ma della curva.
Sul caso Englaro il Pd in provincia di Bologna si è astenuto, lei cosa avrebbe fatto?
Totale libertà di scelta. Beppino Englaro, per le infamie che gli sono state rivolte, dovrebbe chiedere i danni.
Accetterebbe una centrale nucleare sul territorio del comune?
Bisogna coinvolgere la cittadinanza.
Devo scrivere no?
In Italia la cittadinanza non viene in genere coinvolta; e se lo fosse, alla fine non sono certo che direbbe un no.
Lo sa che le polemiche migliori le ha fatte contro il centrosinistra invece che contro il centrodestra?
Questa è un’accusa infamante. È il Pd che polemizza con me.
Dopo Bologna leader del Pd?
Il Pd è un vagone piombato. Farei il leader di un partito socialdemocratico, che è il partito che davvero manca all’Italia.
La sinistra perderà alle europee?
La società italiana non è divisa in classi sociali, ma in ceti. Nei ceti conta lo status e questo impedisce i grandi movimenti sociali.
Non ho capito.
Non è in sintonia con la società da tantissimo tempo. Basta guardare Milano, la dimostrazione dell’incapacità della sinistra di capire cosa succede nella realtà: prima hanno candidato sindaco il baffuto Nando Dalla Chiesa, poi l’industriale Aldo Fumagalli, poi il sindacalista Sandro Antoniazzi e poi il prefetto Bruno Ferrante. Con questi candidati non avrebbero mai vinto.
Romano Prodi cosa dice?
Sta con Del Bono.
Lei non ha mai amato Prodi, vero?
Scriva: Pasquino dice che preferisce non rispondere.

Dopo Cofferati, il dibattito su figli & politica: ma papà ti lascia solo?

Sergio Cofferati con il figlio Edoardo
di Terry Marocco e Antonella Piperno
I tradizionalisti del Palazzo l’hanno spolpato vivo. Ma c’è anche chi, nella scelta intimista di Sergio Cofferati, che non correrà per il secondo mandato per seguire suo figlio, ha intravisto l’inizio di una nuova, illuminata, era genitorial-politica. Ha ragione il sindaco di Bologna intenerito “dal primo passo del mio Edoardo?”. Oppure hanno visto giusto quei politici che sono stati più uomini pubblici che stanziali padri di famiglia?
Per capire quanto sia possibile costruire un rapporto genitore-figlio anche a distanza Panorama ha fatto parlare i diretti interessati: quelli rimasti da bambini nelle loro città mentre i padri (o le madri) inseguivano il loro sogno politico a Roma.
Ilaria Cirino Pomicino, 37 anni, secondogenita di Paolo Cirino Pomicino.
Adesso che è una regista e vive a Roma, nella stessa città del padre, lo vede non più di due volte al mese. Molto meno rispetto a quando lei abitava a Napoli e “‘o ministro” passava gran parte della settimana nella capitale. “Paradossalmente è diventato meno padre quando non è più stato il grande animale politico della Prima repubblica”. Quando Cirino Pomicino è diventato deputato Ilaria aveva 5 anni. Le pesava soprattutto la tristezza della madre, che soffriva per la lontananza del marito. Pomicino però faceva di tutto per compensare le sua assenze. “Da bambina gli dicevo sempre: la vita è in bianco e nero dal lunedì al giovedì, a colori dal venerdì alla domenica” ricorda “ci portava al Luna Park, al cinema a vedere Piccole donne (lui piangeva, io neanche una lacrima)”. E poi c’erano i giochi, “anche un po’ feroci”: tutti sotto le coperte immaginando di essere circondati dal fuoco, chi cadeva giù dal letto moriva bruciato, “ed essendo la più piccola ero sempre io quella che finiva per terra”. E quelli più teneri, per combattere la nostalgia: “Immaginavo di raggiungerlo a Roma attraverso il filo del telefono”. A 10 anni Ilaria ha cominciato a seguirlo ai comizi, ai convegni. “E anche, purtroppo, a Parigi per i controlli al cuore, avevo 8 anni quando ha avuto il primo infarto”. Poi è subentrata la ribellione adolescenziale, con la decisione (mai più cambiata), di votare Rifondazione comunista.
Bobo Craxi, 44 anni, secondogenito di Bettino Craxi.
L’assenza è una malattia, dice Bobo Craxi, figlio dell’ex premier: “Mio padre fu uno dei pochi, allora, a non voler trasferire la famiglia a Roma. Con mia madre e mia sorella restammo a Milano”. Ricorda: “Mi è venuto a prendere a scuola solo quattro volte. La prima fu all’asilo: dall’emozione mi venne la febbre”. Per anni si è sentito come orfano. “I momenti vissuti insieme erano rari e preziosi. Amavo le sue stravaganze, come quando andavamo al supermercato o prendevamo l’autobus. Per stare insieme lo seguivo la domenica ai comizi”. E poi durante la famigerata missione in Cina: “Una scusa per stare con noi”. Craxi fu un padre “affettuoso, invasivo quando c’era. Ma spesso, quando c’era, non c’era. La testa era altrove. La politica per lui era un’attività totalizzante”. I compleanni? “C’era per forza, il mio è il 6 di agosto…”. Il rapporto lo ha recuperato da grande: “Durante l’esilio, ci siamo riavvicinati”. Oggi ha due figli, di 15 e 10 anni e teme la nemesi: “Vado a prenderli a scuola, gioco a pallone. Solo diventando padre ho capito cosa non ho avuto. Mi è mancato anche il suo controllo, su quello che facevo, su chi frequentavo. Da ragazzino lo pretendi e una telefonata non riempie la vita”. Bobo Craxi confessa che è cresciuto solo quando lui non c’è più stato. “Eppure quando vado a prendere mio figlio a calcio e i suoi compagni gridano ‘È arrivato il padre di Craxi’, ancora provo un grande turbamento”.
Riccardo Bossi, 29 anni primogenito del leader della Lega Umberto Bossi.

Nella vita ci si abitua a tante cose, filosofeggia il maggiore dei figli del Senatùr. “Mio padre fa politica da 25 anni, da quando ero piccolo. Mi sono abituato a crescere senza di lui. Mi è mancato e lo sa”. Lo chiama “mio papà”, lo giustifica e difende, anche se parla di un rapporto a volte difficile. “Sgrida Berlusconi, perché non dovrebbe sgridare me”, dice riferendosi alla querelle sulla sua partecipazione all’Isola dei famosi. Un rapporto complicato oltre che dalla distanza, anche dalla separazione dei genitori. “Mi ricordo di noi due soli, a dormire nello stesso letto. E lui che mi raccontava la storia di un topo di Varese che rubava la marmellata, veniva preso e finiva miseramente”. Etica padana e gite in montagna, a Livigno. “Non era Alberto Tomba, ma ci teneva ad andare a sciare insieme. Ascoltavamo sempre Antonello Venditti, lui lo adorava”. Al figlio ha insegnato che “non conta quello che fai, ma come lo fai”. Quando poteva c’è stato: “Sempre in ritardo, ma arrivava”. Solo una volta è mancato a un appuntamento importante: “Al battesimo di mia figlia Lavinia, la sua unica nipote non è venuto. E questo mi ha lasciato l’amaro in bocca. Non ho capito perché e mi sono promesso di non commettere mai l’errore di far mancare l’affetto a mia figlia”.
Federico Brandolo, 27 anni, figlio di Maria Teresa Armosino, membro del direttivo di Forza Italia.
Scherza dicendo di essere ormai arrivato al 12° anno d’attività politica, Federico Brandolo, impiegato, figlio unico della parlamentare in politica dal 1996. “Essere figlio di un politico è un lavoro: devi imparare a essere autonomo, a non rompere con cose futili, a gestirti da solo”. Cresciuto dai nonni tra Torino e le colline astigiane: “Mia madre partiva il lunedì mattina, se riusciva tornava il giovedì sera. Mi regalò un cellulare per starmi più vicina, ma io mi vergognavo. Allora ero l’unico ad averlo e lo tenevo sempre spento”. La domenica si trovano insieme in cucina: “È il nostro momento, lei appassionata di cucina fa dolci buonissimi. Io l’aiuto”. Parla della sua famiglia come “di una squadra, che ha funzionato bene, che non gli ha fatto mancare niente”. Anche se momenti di tristezza ci sono stati: “Quando tornava dai suoi viaggi demotivata, delusa. Allora mi sembrava che questa lontananza fosse inutile”.
Elio Mastella, 30 anni, primogenito dell’ex ministro della Giustizia Clemente.
Per decidere se trasferirsi a Roma con il padre o restare a Benevento “abbiamo fatto un meeting tutti insieme”, racconta il figlio maggiore dell’ex-Guardasigilli, ingegnere “e abbiamo deciso di restare qui, dove avevamo fatto le scuole, dove c’erano i nostri amici”. Il padre lo vedeva nei fine settimana, tra comizi e incontri con il suo collegio. “Ma nelle cose importanti era presente, almeno al telefono. Per il resto ha fatto mia madre”. Come il giorno della laurea: “Venne, malgrado stesse facendo lo sciopero della fame”. Comprensivo (”occupai la scuola e mi lasciò fare”), mai autoritario. “Il nostro rapporto è maturato con il tempo, oggi posso dirmi un ragazzo fortunato”.
Geronimo La Russa, 28 anni, avvocato, primogenito del ministro della Difesa Ignazio La Russa.
“Quando mio padre è stato eletto in Parlamento avevo 12 anni, ma non ho sofferto. I miei erano separati, ero già abituato a non vivere con lui”. Il ministro della Difesa ancora oggi telefona al suo “Gero” tutte le sere: il figlio gli ha dedicato una suoneria personalizzata, l’Ignazio Jouer targato Fiorello. “Quando ho bisogno di lui mio padre c’è sempre, seppure non fisicamente, anche più di altri genitori che vivono con i figli” chiarisce “E quando ci tengo ad averlo accanto a me, basta sapersi organizzare. Non posso avvertirlo all’ultimo minuto”. Il ministro della Difesa c’era all’operazione al setto nasale deviato, alla laurea in Giurisprudenza. Per tenersi vicino il suo Gero, La Russa l’ha portato anche, bambino, perfino al congresso di Fiuggi. Si ritagliano da sempre, anche una vacanza alle Eolie: “Anni fa ci andavamo in macchina: quel viaggio interminabile con lui mi rendeva felice, cantavamo a squarciagola Battisti e Dalla”.
Alessandra e Elena Angiolini, 24 e 27 anni figlie dell’ex deputata dei comunisti italiani (e ministro) Katia Bellillo.
È stata nominata ministro degli Affari regionali quando Alessandra ed Elena avevano 17 e 14 anni. Disposta a rinunciare all’incarico se le figlie avessero messo il veto (”approvammo, ma rifiutammo anche di trasferirci a Roma con lei”) Bellillo che, separata dal marito non poteva lasciarle sole a Casa del diavolo, vicino a Perugia, assunse una coppia di domestici romeni e più tardi una coppia di peruviani. Madre e figlie, dicono, sono riuscite a sentirsi vicine: “L’abbiamo sempre chiamata decine di volte al giorno, anche in consiglio dei ministri, per chiederle magari dov’era la tal maglietta”. Le ragazze hanno sempre aspettato senza ansie il weekend, quando cenavano tutte insieme nel rustico e si raccontavano la loro settimana. E nei momenti in cui avevano bisogno di lei fisicamente Bellillo c’era. Elena, laureata in Relazioni internazionali non le rimprovera niente. Alessandra, studentessa di Giurisprudenza, invece, fa notare che se la mamma l’avesse accompagnata, forse non avrebbe smesso danza classica. E ora riflette: “Allora mi sentivo un’adulta, ma oggi mi rendo conto che forse avrei avuto bisogno della mamma”.
Giuseppe Lunardi, 27 anni, terzogenito di Pietro Lunardi, deputato Pdl.
Ingegnere civile come l’ex ministro, Lunardi jr. più che soffrire perché suo padre era a Roma, è rimasto spiazzato dalla sua scelta politica: “Mi sentii lasciato solo professionalmente. Avevo 20 anni, mi ero iscritto a Ingegneria per seguire le sue orme e lui cambiava strada”. Invece pare che il padre sia riuscito a stargli vicino, incoraggiandolo davanti allo scoglio dell’esame di Meccanica razionale (”ci ho messo due anni”) tornando tutti i weekend a Milano e portando il figlio con sé alle varie manifestazioni, alle premiazioni del Gran Premio, al Salone di Genova, “Tra scorte e cerimoniale ci è mancata un po’di intimità. Ma è una condizione che augurerei a tutti. E poi i miei sono rimasti insieme, mentre molti miei amici sono figli di separati”.
Alberto Giovanardi, 23 anni terzogenito di Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Non ha mai saltato un pranzo di famiglia domenicale a Serramazzoni, nella casa dei nonni. E Carlo Giovanardi, racconta suo figlio Alberto, studente di Giurisprudenza, non ha mai smesso neanche di giocare con lui: “Ancora oggi è quello che si diverte di più a giocare a gavettoni. E l’ultima secchiata d’acqua deve essere sempre la sua”. Alberto aveva 7 anni quando suo padre ha cominciato a fare il pendolare: “All’inizio non capivo bene cosa facesse a Roma. Però facevo il tifo per lui, avevo riempito le pareti della camera da letto dei miei con i volantini elettorali ‘vota Giovanardi’. Telefonate serali a parte, è stato l’ex ministro ad avvicinare il figlio al calcio (gioca in seconda categoria) ad aiutarlo nell’esame di diritto costituzionale, a portarlo al cinema a vedere i film della Disney. Oggi punta a tenerlo lontano dal Palazzo: “Mi dice che ‘la politica è un hobby, prima bisogna trovarsi un lavoro’”.
Giovanni Bassanini, 43 anni, primogenito dell’ex ministro Franco Bassanini.
Di politica non ha voluto sentir parlare. A 18 anni ha lasciato Roma e si è trasferito a Courmayeur per diventare guida alpina. “I ricordi più belli con lui sono legati proprio alle lunghe passeggiate in montagna, mi ha insegnato ad amarla, mi ci portava ogni estate”. Per il resto, però, regnava la conflittualità (”avevamo entrambi un carattere prepotente”). A differenza di altri colleghi pendolari, Bassanini decise di trasferire, da Milano a Roma, tutta la famiglia (la prima; ora è sposato con la collega Linda Lanzillotta): “Era mia madre, che lavorava in un istituto di ricerche sociali, a fare avanti e indietro in treno. Noi stavamo con una tata, papà lo vedevamo poco, lavorava troppo”. Bassanini rientrava alle otto meno un quarto ma per i figli non era una festa: “Voleva vedere il tg ma a quell’ora c’era ancora Goldrake, e allora nascondevamo il telecomando”.

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